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lavoro pubblicato martedì 26 giugno 2012
ultima lettura venerdì 8 marzo 2019

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Mestieri e personaggi scomparsi.

di Fiducia. Letto 689 volte. Dallo scaffale Generico

Mestieri e personaggi scomparsi.   A volte i ricordi appaiono in maniera inaspettata, si aprono le porte dietro alle quali ci sono scene, suoni, odori e personaggi dimenticati che se ne sono andati con i loro mestieri, ma la loro memoria è...

Mestieri e personaggi scomparsi.

A volte i ricordi appaiono in maniera inaspettata, si aprono le porte dietro alle quali ci sono scene, suoni, odori e personaggi dimenticati che se ne sono andati con i loro mestieri, ma la loro memoria è nascosta nei cassetti della mia mente, gelosamente conservata.

Ricordo Maria, la pescivendola, che aveva un carretto e ogni mattina, all’alba, lo conduceva per le strade del mio paese, Valleggia, piccolo borgo e forse insignificante per tutti ma non per me, che si trova nelle vicinanze di Savona, per vendere il suo pesce, che era collocato in ceste foderate di foglie di palma o di vite.

Man mano che si avvicinava al mio quartiere, Valleggia Superiore, la sua voce era più chiara e si alzava di volume.

Indossava abiti colorati e un grembiule pieno di squame di pesce; un fazzoletto le nascondeva i capelli raccolti in una crocchia; le mani rosse per l’arsura; le gambe piene di varici.

Aveva un sorriso e una parola allegra per tutti. Era seguita da un drappello di gatti affamati che miagolavano e da una nuvola di mosche moleste. Chiamava a voce alta le comari per convincerle a comprare:

“Venite, donne!”, “ho un pesce così fresco che nessuno ha mai visto prima!”.

Spesso, per il paese, passava Giovanni, sopranominato “Giuanin”, che vendeva biancheria intima e da casa; era alto e magro, trasportava la sua merce racchiusa in un fazzoletto nero e grande, appoggiato sulle spalle.

Aveva una parlantina molto convincente e tutti compravano qualcosa, incluse cose che non servivano. Per questa ragione lo chiamavano “l’imbroglione”.

Oggigiorno, sua figlia e suo nipote hanno uno dei migliori negozi di biancheria del paese.

Invece, Maria, conosciuta come “Minin”, la domenica, poneva la sua bancarella di caramelle e dolci davanti alla chiesa. Noi ragazzi ci affrettavamo a rifornirci di leccornie prima di andare al cinema. Compravo sempre dieci lire di liquirizia che mi macchiava di nero la bocca e i denti.

Il cinematografo era della parrocchia e il nostro parroco, per invogliarci a seguire le funzioni, ci forniva di una tessera che convalidava ogni volta che andavamo al vespro e quando la tessera era completa, potevamo entrare al cinema gratis.

Ogni tanto si vedere anche l’arrotino che, oltre ad affilare coltelli e forbici, riparava anche gli ombrelli e, per noi bambini, era un diversivo; gli correvamo sempre dietro curiosi.

Giuseppe, chiamato “Pinin”, aveva pochi capelli che copriva sempre con un cappello, un ventre molto pronunciato e, il suo viso rubizzo, faceva intendere che gli piaceva il vino.

In estate, quando era necessario zappare la terra e seminare l’orto, mia madre lo contattava per i lavori più pesanti. Teneva un sigaro al lato della bocca, che spostava in continuazione un po’ da una parte e un po’ dall’altra, e che fumava alla fine della giornata.

Sua moglie Virginia era una donna piccola e minuta e aveva un viso rugoso.

In inverno, la sera, dopo cena, veniva spesso a fare visita a mia madre.

Si sedeva davanti alla stufa, apriva la porta del forno, toglieva le scarpe e metteva i piedi, che vestivano calze di lana fatte a mano, vicino al fuoco per scaldarsi.

Raccontava a mia madre tutti i pettegolezzi del vicinato, parlando fitto, fitto e a voce bassa, storie antiche e aneddoti della sua vita. Io ascoltavo incantata.

Una sera, raccontò un episodio che mi fece ridere molto. Quando andava a far visita ai suoi parenti lontani, per portare poco bagaglio, aveva l’abitudine di indossare due o tre vestiti uno sopra l’altro. Un giorno, in estate, si sentì male per il caldo e quando il medico la visitò, le chiese molto sorpreso:

“Mi dica signora, come si comporta in inverno?”

Tutte le sere, alle dieci, guardava l’ora e, prima di congedarsi, diceva a mia madre:

”Sono le dieci, è già una buona ora, io non lo dico per Voi che siete a casa mia, ma se io fossi a casa vostra, me ne andrei”.

Ricordo Giacomo, sua moglie Emilia, con i due figli Renzo e Assunta, i nostri vicini.

Erano persone buone che aiutavano sempre mia madre quando aveva bisogno di aiuto.

Egli aveva una mula in una stalla a fianco alla nostra casa. Il mattino presto, quando tutti eravamo ancora a letto, attaccava la povera bestia al carro di verdura per andare al mercato; la faceva imbizzarrire perché era molto nervoso e faceva uso di un ricco repertorio di parolacce, svegliando tutto il vicinato.

Anche se aveva un carattere irascibile, quando nel quartiere moriva qualcuno, era lui che s’incaricava di fare tutte le operazioni necessarie e “vestiva” i morti.

Suo figlio Renzo era nervoso come suo padre mentre, per fortuna, sua moglie Emilia e sua figlia Assunta erano tranquille e dolci.

Rita faceva la sarta e confezionava abiti per tutti gli abitanti del quartiere. Aveva una sorella più piccola, Graziella, che giocava sempre con me ed era la mia amica preferita.

Agnese era fissata per la pulizia e “lucidava” la sua casa come uno specchio; conosceva tutto di tutti e parlava male di tutti, mentre, sua figlia Anna, era molto vanitosa e cambiava spesso colore ai suoi capelli.

Giovanni, più piccolo di me di un paio d’anni, aveva gli ormoni in agitazione e corteggiava tutte le ragazzine del quartiere, ma senza successo, perché non era molto attraente.

Domenico, Carmen, Marco, Nicola…avrei una lista interminabile di persone che meriterebbero di essere ricordate, ma non posso scrivere di tutti, diventerebbe un romanzo.

Racconto spesso queste storie ai miei nipoti che mi ascoltano e mi fanno mille domande, con gli occhi spalancati, sorpresi e increduli, e sembrano dirmi:

“Questi racconti sono veri o sono favole?”

Io sorrido pensando a come sono cambiate le abitudini e le persone.

D’altronde, tutto è mutevole e quando saranno nonni a loro volta, i loro nipoti li guarderanno con incredulità quando ascolteranno i loro racconti, ma sono felice di conservare nel mio cuore i migliori ricordi della mia vita con la speranza di aggiungerne molti altri.

20 agosto 2011



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