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lavoro pubblicato domenica 24 giugno 2012
ultima lettura venerdì 19 aprile 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

THE ENCHANTED CHAINS

di ROSASPINA. Letto 573 volte. Dallo scaffale Fantasia

The Enchanted Chains No, ancora non riusciva a vedere la vena. Anton strinse la stringa attorno al suo braccio, osservando la linea blu che si faceva sempre più netta, quindi affondò rudemente l'ago. Quando si s...



The Enchanted Chains



No, ancora non riusciva a vedere la vena. Anton strinse la stringa attorno al suo braccio, osservando la linea blu che si faceva sempre più netta, quindi affondò rudemente l'ago.


Quando si svegliò, si trovava nei cunicoli della vecchia metropolitana in disuso, non sapeva come era arrivato fino a lì, a pensarci bene, ricordava ben poco delle dodici ore precedenti; vaghe eco di urla... una donna? La proprietaria della borsetta che giaceva tra i detriti, proprio accanto a lui? Forse. Aveva fame; con un sospiro si alzò da terra, cercando di togliere la polvere dai suoi vestiti e dai capelli. Uscendo in strada, fu colpito dalla luce accecante dei lampioni al neon, distrattamente diede

un' occhiata al suo riflesso in una vetrina... spaventoso.

Quando entrò nello squallido discount aperto tutta la notte, l'uomo alla cassa sussultò. Anton non lo degnò di uno sguardo. S'inoltrò nella foresta di scaffali, pescando a caso sacchetti di patatine e cibo in scatola. Guardò dubbioso una bottiglia di rum... era troppo cara. La nascose sotto la felpa lurida, prima di prendere tre lattine di birra e due stecche di Marlboro rosse. Il cassiere guardò con sospetto i soldi che gli tendeva, “Insomma, cazzo! Sono soldi, mica merda!” sbottò lui, e l' uomo, spaventato, si affrettò a prendere le banconote che gli venivano offerte.


Bevve un lungo sorso dalla bottiglia verde, godendosi il calore del liquore che scendeva per la gola, riscaldandolo.

Una volta era un bravo ragazzo. Un bel ragazzo. Quando aveva ancora una famiglia da amare e da cui farsi amare; Chiuse gli occhi, travolto dai ricordi... la bella casa in riva al mare, lui che correva verso suo padre, che lo sollevava per baciarlo sulla guancia, scompigliandogli i riccioli biondi, che col tempo si sarebbero scuriti, prendendo quella tonalità di oro scuro della quale andava tanto fiero... era andato tanto fiero, ormai non gli importava più, niente aveva importanza, a parte

l' oblio che gli regalava la droga, quando riusciva a procurarsela.

Lanciò la bottiglia vuota, che andò a infrangersi contro le pareti del tunnel, e si accasciò tra le lattine di birra accartocciate, lasciandosi trasportare dal fiume di ricordi; con un sussulto, cercò di chiudere la mente all'immagine del tetro istituto dove era stato rinchiuso per due anni, ma era troppo tardi.

Ma Todd... con Todd era diverso, lui sì che era in gamba! pensò amaramente Anton. Il sonno lo avvolse come una coperta calda.

Aveva quattordici anni, lui e Todd erano sdraiati sotto un albero, nel parco vicino a casa. “Senti, Anton... non è difficile! Non fare il fifone, dai!” Anton strappò la sigaretta dalle labbra dell' amico e fece un lungo tiro, gustando l' affumicato sapore del tabacco, poi lasciò uscire il fumo dal naso, in piccoli sbuffi. “Non è paura.. solo..” Todd inarcò le sopracciglia “solo...?” Il ragazzino scosse la testa, poi si alzò di scatto e si diresse verso il supermercato affollato. Camminò tra gli scaffali traboccanti, fermandosi di tanto in tanto ad osservare un giocattolo... vide una macchinina telecomandata blu, molto bella; l' immagine sulla scatola mostrava un serpente meccanico che si alzava dal tettuccio e sparava acqua. Era molto cara. Anton prese due gelati dal distributore automatico e andò a pagarli alla cassa.

Tornato nel parco, rovesciò il contenuto dello zainetto davanti a Todd. “Assorbenti!? Cosa ne facciamo di questi?” rise lui, addentando il gelato “Va bene... puoi essere mio amico!.. ehi, questa macchinina blu è davvero bella!”.

Non c' era il sole, solo buio. Anton si sedette, abbracciandosi le ginocchia; c' era puzza... puzzava la galleria e puzzava lui. Gli venne da ridere, pensando a cosa avrebbe detto la sua schizzinosa madre, se avesse potuto vederlo in quel momento.

Fuori, in strada, la gente andava e veniva, le mamme lo guardavano preoccupate, stringendo i propri bambini, mentre lui si trascinava per la strada, simile ad uno spettro. Finalmente arrivò a casa.

Quando entrò, sua nonna emise un piccolo grido di spavento.

Voglio solo fare una doccia...” mormorò lui senza guardarla. L'espressione

di lei si addolcì un poco.

Hai fame?” lui annuì stancamente, dirigendosi verso il bagno.

Chiudendo gli occhi, passò davanti allo specchio e dopo essersi tolto i vestiti luridi, si infilò sotto la doccia.

L' acqua scendeva bollente, riscaldandolo fin dentro le ossa; per un attimo restò immobile, godendosi quel semplice lusso, poi cominciò a insaponarsi.


Dopo aver preso un respiro, Spalancò gli occhi; la levigata superficie dello specchio rifletteva la sua immagine con crudele fedeltà, gli occhi grigio fumo erano cerchiati di rosso e il suo viso era magro e scavato... spaventoso.

Quando entrò in cucina, sua nonna lo stava aspettando. Con un sorriso indulgente, lo fece sedere e gli mise davanti un piatto di pasta al forno precotta; Anton bisbigliò un confuso ringraziamento, prima di avventarsi sul cibo, mentre la donna lo guardava stupita.

Anton, io proprio non riesco a capire... qual'è il problema? Io e tuo nonno abbiamo sempre fatto tutto per te!”, non una parola uscì dalle labbra del ragazzo, che continuò a mangiare, incurante di quanto lo circondava, niente nella sua espressione assente lasciava intuire che dentro di lui, una ferita vecchia di anni si era aperta un po' di più.

Non appena ebbe finito di mangiare e dopo aver ringraziato educatamente la nonna, uscì di casa. Una volta all'aperto, respirò profondamente, assaporando l'odore di erba appena tagliata, che veniva dal vicino parco giochi e ascoltando le vivaci grida dei bambini. Il sogno di una vita. Si sedette su una panchina, osservando

l'allegro viavai delle famiglie. Ad un tratto la vide. Non doveva avere più di sei o sette anni, aveva le guance rosee e paffute, che stonavano con gli occhi seri, attenti, occhi di un adulto nel visetto di porcellana della bambina. Stava in un angolo, ignorata dagli altri. Restò ad guardarla fino a che la piccola, sentendosi osservata, si volse verso di lui, inarcando appena le sopracciglia. Una signora le si avvicinò, sussurrandole qualcosa all'orecchio, lei annuì silenziosamente, poi prese per mano la donna e se ne andarono via.

Decise di tornare a casa e di passarvi la notte. Era molto che non dormiva in un letto e la schiena e la testa gli dolevano.

Sua nonna non fece commenti, quando lo vide entrare nuovamente. Suo nonno invece lo squadrò da capo a piedi, con aria critica.

Pare che il vagabondo sia tornato a casa” sentenziò. Anton abbassò gli occhi e aprì la bocca per replicare.

Sua Signoria ci degna della sua augusta presenza? Quale onore!” rincarò il l'anziano signore, con un tono derisorio che lo fece arrossire e capì, che era meglio tenere la bocca chiusa, per non peggiorare la situazione, almeno.

Augurò la buona notte a entrambi i nonni, quindi, senza aggiungere altro si diresse verso la sua stanza.

Con un brivido di piacere, entrò nel morbido pigiama di cotone che aveva trovato ai piedi del letto, dopo di che, si sdraiò sul materasso, affondando con sollievo la testa nel cuscino di piuma d'oca.


Si trovava nella piccola cella buia d'isolamento. Solo una minuscola finestrella, appena sotto al soffitto, garantiva il ricambio d' aria e lasciava entrare una sottile striscia di luce polverosa.

Anton si rannicchiò contro la parete, tremante e spaventato, come un piccolo animale ferito. Aveva male in tutto il corpo per le percosse subite e gli sembrava che lì dentro mancasse l' aria. Sentiva ancora sul corpo le mani di tutti quei ragazzi grandi.

L' avevano preso, e poi avevano fatto di lui il loro giocattolino. Divertendosi fino a che le guardie non erano intervenute. A quel punto, però, il ragazzino era così terrorizzato che aveva preso a dimenarsi, come impazzito, mordendo e graffiando tutto ciò che gli capitava a tiro. Allora erano arrivate le botte. Le guardie, esasperate, non avevano avuto molto riguardo per la sua giovane età e l' avevano picchiato duramente, fin quasi a farlo svenire, poi l' avevano messo in isolamento, dimenticandosi di lui.

Si svegliò di soprassalto, sentendo ancora nei polmoni la polvere del pavimento e nella bocca il sapore metallico del sangue, per rendersi conto con sollievo di non essere più nel carcere minorile, ma a casa dei suoi nonni, nella sua camera, nel suo letto.

Questa consapevolezza non impedì al dolore di sopraffarlo. Si rannicchiò sotto le coperte, stringendosi le braccia attorno alle ginocchia. Era sfinito in profondità. Per distrarsi, cercò conforto nella sensazione del cotone pulito che avvolgeva il suo corpo, ma presto le coperte assunsero la forma di un sudario, e il cuscino era il poggia testa all'interno delle bare.

Il ragazzo soffocò un gemito, scostando con violenza le coperte e coprendosi la testa con un braccio, si sdraiò sulla moquette, mentre le lacrime, non più trattenute, inzuppavano la manica del pigiama.


Lo svegliò il canto degli uccelli, che si faceva sentire anche attraverso le tapparelle chiuse. Il freddo lo aveva tormentato per tutta la notte, fino a quando il riscaldamento si era riattivato, poco prima dell'alba. Solo allora, dopo essersi sdraiato accanto al calorifero, era riuscito ad addormentarsi.

Controllò l'orologio appeso alla parete di fronte al letto. Le otto. Era presto ancora, e lui era così stanco! Cercò di riprendere sonno, inutilmente. Ormai era sveglio, tanto valeva affrontare coraggiosamente un'altra inutile giornata.

Con un sospiro rassegnato, si sollevò a sedere, sentendo al schiena urlare per la posizione scomoda in cui aveva passato la notte. Si trascinò in bagno, e lì si sciacquò la faccia con l'acqua gelata, per riprendere una parvenza di lucidità.

Buon giorno!” lo salutò allegramente la nonna, posandogli un bacio sui capelli arruffati. Anton chiuse gli occhi per un istante, sentendo la tristezza riaffiorare, ma la ricacciò coraggiosamente in dietro, costringendosi a sorridere alla donna.

Buon giorno a te!” rispose, sperando che il suo tono falso non fosse troppo evidente. Fortunatamente non lo era, perché il sorriso sul viso della anziana si allargò ancora di più, mentre suo nonno alzò gli occhi dal giornale per fissarsi pensosamente sul nipote.

Improvvisamente Anton si accorse che la porta della cucina era chiusa e la chiave non era nella toppa. Ebbe una vertigine improvvisa, quando capì.

Avevano chiuso a chiave la cucina, perché lì dentro c' era la credenza con tutte le posate, compresi i coltelli da carne. Tutte armi potenzialmente pericolose.

Smise di colpo di mangiare, posò lentamente il cucchiaio, alzando lo sguardo sui nonni, che non si erano accorti di niente, sentendo la disperazione assalirlo, dura, cruda, spietata.

Si alzò di scatto dalla tavola, rovesciando un po' di caffè dalla brocca. Sua nonna lo guardò stupita “Dove vai? Torni sta sera?”

Non seppe cosa risponderle, ma fu costretto a stringere i pugni, per dominare la rabbia e il dolore che minacciavano di soffocarlo; fece in tempo a gettare un'ultima occhiata alla piccola serratura insignificante, prima di uscire di corsa, in quella fresca mattina di ottobre.


Come sempre, la galleria della vecchia metro era sporca, puzzolente e tranquilla. Un rifugio sicuro, buio e accogliente.

I topi avevano banchettato per ore, con gli avanzi di cibo rimasti sul suolo.

Una presenza umana disturbò improvvisamente quella quiete.

Anton si accorse troppo tardi del sasso davanti ai suoi piedi e cadde di peso, accecato dalle lacrime. Ruzzolò per alcuni metri e finì sotto, dove un tempo c'erano le rotaie dei treni, dove prima passava la corrente elettrica, a un voltaggio mortale. Una bella soddisfazione, pensò il ragazzo, mentre si sollevava faticosamente, poter morire così facilmente. Ma tanto poi a che serviva, se solo il buio accoglieva le anime dei defunti? Nessun perdono per le colpe commesse in vita, nessuna assoluzione, nessuna consolazione, solo il buio.

Sarebbe già qualcosa...” commentò cupamente il giovane, parlando a sé stesso. “Prenderei in considerazione l'idea, se non fosse che in questo modo farei felice i miei nonni, mia madre e tutte quelle pie persone che dicono di volermi aiutare, senza però osare sporcarsi le mani davvero” .

Del resto, pensava Anton, posso capirli. Non li biasimerò per questo. Ma sono contento che mantengano le distanze, nonostante tutto.


Faceva freddo sotto terra. Il giovane si strinse nel cappotto e per un momento pensò di tornare a casa per la notte, ma scacciò subito il l'idea con una smorfia.

Aveva sete. Doveva essere notte fonda e nella galleria il silenzio era da mausoleo. Solo il rapido zampettare dei topi rompeva l'immobilità del luogo. Anton tossì piano. Faceva davvero freddo e il ragazzo si maledisse per non aver pensato di portarsi dietro qualche coperta.

La sua vita gli sembrava maledettamente monotona... e senza senso. Ormai non conosceva altro che i puzzolenti cunicoli sotterranei e la casa dei suoi nonni. Tutte le persone che lo avevano amato, in un modo o nell'altro avevano finito per scaricalo, e lui non poteva farci niente... era un essere odioso e ingrato, questo lo sapeva bene, ma anche così, a volte la solitudine era tanto crudele da farlo lacrimare, rendendo il suo dolore quasi tangibile.

Ma del resto, tutto questo importava solo in parte. Lui non avrebbe certo elemosinato affetto là dove c'era solo ipocrisia. Non gli importava molto della vita, comunque... perché preoccuparsene, quando sai che nel peggiore dei casi le cose resteranno immutate, perché nemmeno la morte poteva essere peggio di quella vita... sprecata. Era così mortalmente esausto che persino la prospettiva del sonno eterno era allettante. Dormire... senza mai svegliarsi, senza preoccupazioni, né rimorsi... e

dov'era la fregatura? Si chiese il giovane, aggrottando le sopracciglia. Detta così,

l'idea sembrava troppo bella, troppo rassicurante. Ci doveva essere per forza il trucco! Rise, la risata nacque debole, lenta e melodica, poi, d'un tratto si trasformò, divenne folle e sguaiata, rimbombava in modo atroce nella ragnatela di cunicoli diroccati, penetrava le tenebre e da esse veniva inghiottita, spegnendosi in lontananza.

Se fosse morto lì, nessuno lo sarebbe mai venuto a cercare. Sarebbe marcito, in solitudine anche nella morte. Un flebile sospiro gli sfuggì dalle labbra socchiuse. Perché doveva essere tutto così dannatamente difficile? Anche morire gli sembrava un'impresa impossibile, e poi... che diritto ne aveva, lui? Meglio sarebbe stato continuare a vivere, e a soffrire, certo.

Alla fine si addormentò. Dormì come un sasso, soffrendo per il freddo e il suolo duro, anche senza sentirli consciamente.

La mattina dopo, aveva le spalle indolenzite e la testa come un macigno.

Era così infreddolito che gli arti stentavano a muoversi, ma si costrinse ad alzarsi.

Aveva un disperato bisogno di calore umano... ma per quello non c'era speranza, no? Pensò amaramente. Si sarebbe accontentato di un tè forte e bollente, doveva andare a casa per averlo e la cosa lo mise in agitazione. Stava per rinunciare, quando un violento capogiro lo gettò a terra. Imprecò. Accidenti... non sapeva fare altro che cadere, a quanto pare! No, aveva proprio bisogno di bere qualcosa di caldo.


Casa... era tutto lindo e profumato, come al solito. Il nonno e la nonna dormivano ancora, lui era entrato passando dal garage. Confusamente pensò che avrebbero dovuto fare più attenzione... era troppo facile entrare in casa non visti! E lui non voleva certo che gli accadesse qualcosa di brutto. Non era così malvagio, in fin dei conti!

La piccola chiave d'ottone era nuovamente al suo posto, impassibile, come se non si fosse mai mossa di lì. Mise un po' d'acqua nel bollitore e poi prese una busta di tè dalla dispensa.

Con un gemito di sollievo, mise le mani intirizzite sopra il coperchio del pentolino, lasciando che il vapore gliele scaldasse.

Sapeva che era un errore, il vapore acqueo gli avrebbe bagnato le mani, e poi avrebbe sentito ancora di più il freddo, ma non importava... era così piacevole!

Con un sussulto, il giovane si riscosse. Il coperchio di latta vibrava e faceva un gran baccano. Versò l'acqua bollente in una tazza; con un cucchiaino, schiacciò la bustina sul fondo, perché a contatto col liquido caldo si era gonfiata, e ora galleggiava pigramente in superficie.

Attese qualche minuto, quindi, dopo avere aggiunto un po' di zucchero, si appoggiò al termosifone sotto la finestra, osservando pensosamente il giardino sottostante e il lento viavai della strada. Il mondo si stava risvegliando.

Frugò nella dispensa, cercando qualcosa da mettere sotto i denti e trovò un pacco di frollini, deliziosi e unti. Ne sgranocchiò qualcuno, senza fare caso al sapore.

Il cibo non era importante... stava riflettendo su quanto poche fossero le cose rilevanti nella sua vita, quando sua nonna entrò a sorpresa nella cucina. Non si aspettava certo di trovarvi il nipote, e lanciò un grido di sorpresa. “Anton! Sei qui!”

Il giovane sussultò, preso alla sprovvista e un po' della bevanda che stava sorseggiando si rovesciò sui suoi pantaloni, scottandogli la pelle sotto la ruvida stoffa di jeans.

Ciao nonna... scusami, sono entrato dal garage... non dovreste lasciare la porta aperta, a proposito” rispose lui, abbassando gli occhi.

Contrariamente a ogni sua previsione, la donna sorrise. “Certo che non avrei dovuto, l'ho fatto proprio perché tu avessi la possibilità di entrare!”

Ah sì? Beh... grazie allora...” sussurrò il ragazzo, imbarazzato. La gentilezza della nonna era davvero disarmante. Suo nonno, entrato subito dopo la moglie, gli

lanciò un'occhiataccia, e lui si sentì arrossire, sotto il peso di quello sguardo, ma fu solo un momento.

L'anziano gli sorrise gentilmente, ma con fare distaccato, prima di rivolgersi alla moglie. “Come stai, cara? Hai dormito bene?”

Sì, benissimo!” gli sorrise lei di rimando.

Quanti sorrisi! Pensò Anton, osservandoli attentamente. D'un tratto si sentì fuori luogo, i dialoghi dei due anziani gli parvero fittizi e forzati e lui capì di essere di troppo.

Adesso vado...” disse. Sua nonna lo fissò allarmata “Non resti almeno a pranzo?”

azzardò, lanciando un'occhiata al marito.

No, grazie, non c'è problema... tanto non ho molta fame” mentì lui, sperando che non gli venissero fatte altre domande. Adesso, l'unica cosa che desiderava era andarsene.

Senza una parola si diresse verso l'uscita. Nessuno lo accompagnò, fortunatamente e passando davanti alla credenza nel salotto, ne approfittò per infilare una mano nel vaso di porcellana posto sul centrino di pizzo, giusto sotto il ripiano che ospitava la collezione di modellini di vascelli del nonno.

Dentro c'erano dei soldi, proprio come aveva sperato. Nascose in fretta il bottino nella tasca del cappotto sgualcito e uscì in strada.

Si sentiva male, non solo per il freddo e il male alla testa, i soldi gli pesavano in tasca per quanto facesse finta di non pensarci.

Accidenti... devo smetterla di farmi tutti questi problemi! I soldi mi servono, e i vecchi non me li avrebbero certo dati se io glieli avessi chiesti!” borbottò stizzito, scostandosi una ciocca di capelli dalla fronte. Una signora lo guardò male, passandogli accanto.

Il giovane sorrise, sapeva di avere un aspetto orribile, e parlare da solo certo non migliorava la situazione! Ma lo faceva sentire meno solo.

Capitava spesso, in verità, che egli si intrattenesse chiacchierando con sé stesso.

Si raccontava delle favole, a volte; oppure faceva delle considerazioni su ciò che aveva visto e vissuto durante il giorno. Era un'occupazione utile, perché lo aiutava a mantenere il contatto con la realtà e con la sua persona.

Non aveva voglia di tornare nel suo buco puzzolente. Aveva bisogno di stare in mezzo alla gente, almeno per un po'.

Gironzolò per alcune ore, senza una meta, fermandosi ogni tanto ad osservare ciò che gli stava attorno e domandandosi come mai tutto gli sembrasse così irreale. Gli venne in mente il film “Matrix”... la sensazione che provava doveva essere uguale a quella di Neo la prima volta che esce nel mondo, dopo che tutti gli incantesimi della realtà illusoria sono crollati, e lui sa che quello che i suoi occhi vedono è solo un'illusione creata da qualcun' altro.

All'una, il suo stomaco gli ricordò che era ora di trovare un po' di cibo.

Entrò in un Mc Donald's, strascicando i piedi. I ragazzi in fila davanti alle casse gli lanciarono occhiate preoccupate e lui li fissò a sua volta, ostentatamente, fino a che non furono costretti a distogliere lo sguardo e si fecero da parte, lasciandolo passare per primo.

Sbocconcellò il suo toast seduto al tavolo, pescando ogni tanto una patatina molliccia dal sacchettino sul vassoio. La coca era sgasata, ma era comunque una delizia. Avrebbe voluto una birra, ma non era sicuro che ci fossero da Mc Donald's, e poi, la coca era così buona... dolce, con la fetta di limone che cedeva un po' di acidità... il ragazzo si passò una mano sul viso stanco. Ma a quante cazzate pensava!

Era orribile, se ci rifletteva con più attenzione, la foga e l'amore con cui aveva pensato a quel bicchiere di coca-cola... ma davvero non aveva nient'altro a cui aggrapparsi. “Che tristezza!” esclamò alla fine, rendendosi conto troppo tardi di avere un'altra volta parlato a voce alta. Decisamente doveva fare più attenzione... “Oh! Ma che diavolo me ne frega! Che la gente pensi pure quello che vuole!” sbuffò, senza prendersi nemmeno la briga di guardarsi attorno, ma sentendo comunque di avere gli occhi di tutti puntati addosso. Se ne vergognò, e la cosa lo fece imbestialire ancora di più.

Bevve un sorso della bevanda marrone che era stata la causa di tutto quello scompiglio. Contemporaneamente, sollevò gli occhi, per accorgersi che nessuno lo stava più guardando.

Si chiese se per caso, tra le altre cose, non fosse persino diventato paranoico... tanto, già che c'era, disgrazia più, disgrazia meno... nel frattempo aveva finito il suo toast e le patatine; bevve d'un sorso il resto della coca e fu pronto per andarsene.

Si ritrovò sul marciapiede, qualche secondo più tardi e non aveva idea di cosa fare o dove andare.

Girovagare senza meta era fuori discussione. Contrariamente a ogni logica, il clima si era sempre più raffreddato, mano a mano che passavano le ore.

Lanciò un'occhiata all'enorme termometro sul palazzo dall' altro lato della strada. zero gradi... “Splendido!” sospirò il giovane “Adesso manca solo che si metta a nevicare...”

Sapeva che con le temperature che si facevano sempre più rigide, le cose sarebbero diventate molto più complicate, per lui.

Era certo che sua nonna sarebbe stata felice di averlo a casa per tutto

l'inverno, e nemmeno suo nonno avrebbe opposto molta resistenza... se fosse tornato. Ma lui non ne aveva l'intenzione. Non sarebbe riuscito a sopportare l' affettuosa noncuranza dei nonni... un paio di giorni sì, andava bene, ma l'inverno era lungo. Lungo e gelido.

Anton si incamminò lungo la via principale, diretto... dove? Non lo sapeva con esattezza, ma aveva bisogno di riflettere, per quanto odiasse farlo, gli era necessario. Doveva chiarire la situazione.

Il tramonto lo sorprese seduto su una panchina di marmo, davanti a una chiesetta che ormai fungeva solo da sparti traffico. Era una cosa molto triste, si disse il ragazzo, perché era una costruzione davvero bella... sembrava art nouveau... era unica nel suo genere. D' impulso, decise di entrare a dare un' occhiata.

L' interno era in rovina, sulle pareti si scorgevano ancora le figure degli antichi dipinti, ma ormai erano quasi del tutto cancellate dal tempo e dai graffiti. L'altare era sparito e al suo posto c' era solo un enorme spazio vuoto. Vivere lì dentro, riflettè il giovane, non sarebbe stato tanto male... almeno non avrebbe dovuto seppellirsi sotto terra, come un orribile ratto! “Ma che razza di idee...!” sbottò.

Alla fine, girò i tacchi e uscì di nuovo in strada.

Una folata di vento gelido e pesante di neve gli diede il ben venuto nel mondo reale.

A testa bassa, Anton si diresse verso la periferia.

L' ingresso al tunnel abbandonato era come sempre sbarrato. Il giovane strisciò sotto le assi di legno e finalmente trasse un sospiro di sollievo.

Lì sotto almeno non c' era vento! Anton si strinse nel cappotto, tirandosi su la sciarpa di lana per coprire la bocca e il naso ormai insensibile.

Aveva bisogno di soldi... se ne rese conto appena arrivato nel suo rifugio. Aveva freddo, e avrebbe tanto voluto un sorso di liquore, almeno.

Ci penserò domani” sospirò alla fine, sentendosi assalire dalla stanchezza.

Si rannicchiò su sé stesso, cercando di scaldarsi come poteva. Alla fine, il sonno ebbe il sopravvento sul freddo e lui si addormentò.


Si svegliò che era già giorno fatto, anche se lui non poteva saperlo, sepolto

com'era sotto al città. “Sepolto vivo...” sussurrò con un brivido involontario. “Accidenti a te! Esci da questo buco e va a fare qualcosa di utile!” esclamò aggrottando le sopracciglia e imitando il tono burbero del nonno, quando si rivolgeva a lui, il suo disgraziato nipote.

Si alzò in piedi, e la polvere lo fece starnutire ripetutamente. Non poteva andare avanti cosi... ma del resto, che altro poteva fare? “Beh, se hai un'idea migliore, dimmela! Dimmi cosa dovrei fare... perché io non lo so!” Anton sussultò nel sentire la sua voce, come se si aspettasse che fosse stato qualcun altro a parlare. “Dannazione! Sto impazzendo” esclamò poi, cercando di sorridere, ma senza riuscirci.


Più in basso di così non poteva scendere.

Non aveva intenzione di tornare indietro, non l'avrebbe mai fatto!

Anton sospirò. Era difficile e il gelo non gli rendeva certo le cose più semplici, ma rimase immobile, ad aspettare.

Una macchina accostò appena più avanti di dove era lui, era bella, elegante, nera e lucida. L'autista doveva avere cinquant'anni, più o meno, calcolò il giovane senza scomporsi, era un bell'uomo a conti fatti, coi capelli brizzolati e gli occhi marroni. Era un po' sovrappeso, non tanto, giusto qualche chilo... la pancia sporgeva dalla cintura di pelle, notò con un sorrisetto, e le guance erano leggermente cadenti, come quelle di un cane.

L'uomo gli si avvicinò, guardandolo fisso e lui sostenne il suo sguardo. Gli fece cenno di salire in macchina e lui ubbidì. Non voleva pensare alle conseguenze, non voleva pensare a niente.

Dopo una decina di minuti la macchina si fermò e Anton sentì il suo compagno muoversi, sul sedile davanti a lui. Strinse le labbra, mentre un fremito involontario lo scuoteva. Sapeva cosa lo aspettava, e forse quello era il peggio. Lo aveva già provato, anni prima, quando era solo un ragazzino. Adesso era un uomo fatto, a ventun anni si è uomini.

Prese un respiro, cercando di calmarsi e costringendosi a smettere di tremare, l'uomo venne a sedersi accanto a lui e Anton sapeva perfettamente cosa voleva, sapeva quello che doveva fare.


Non ricordava che fosse così doloroso, né così avvilente.

Il giovane appoggiò la testa al finestrino, socchiudendo gli occhi. Nel pugno stringeva venti euro... una ben misera somma, per la sua umanità. Ma quale umanità? Scosse la testa, quella era persa già da molto... solo che prima non se ne era accorto, occupato come era a fare finta di esistere. Ecco il motivo per il quale si sentiva sempre tanto inadatto a ciò che lo circondava! Non era nemmeno più un oggetto, era molto meno. Era peggio. E la cosa orribile era che non gli importava! Non si aspettava niente dalle persone. Nemmeno di essere maltrattato.

Decise di smettere con la droga. Non ne era mai stato veramente dipendente, e questo gli semplificava le cose. Non l'aveva fatto per benevolenza verso sé stesso, no.

Ma sapeva che aspetto hanno i drogati, e non gli piaceva. Oltretutto, i clienti non si fidano di uno che si buca, e comunque pagano meno.

Adesso era quasi sempre ubriaco, e questo non importava a nessuno.

In quello stato, qualsiasi cosa andava bene. Non si faceva problemi, non aveva pudore perché quelle erano cose che appartenevano al mondo reale, del quale lui non faceva più parte.

Quando non era ubriaco, dormiva. Non si faceva mai domande sul futuro, non si chiedeva che ne sarebbe stato di lui, quelli erano quesiti pericolosi, perché esigevano risposte, risposte che lui non poteva e non voleva dare.

Ora sapeva che c'era qualcosa di peggio di una vita sprecata, ed era la non vita.

Poco a poco perse qualsiasi interesse verso sé stesso e verso ciò che lo circondava, ormai non provava più dolore fisico quando stava con un' altro uomo, non sentiva niente, stava immobile e apatico, lasciando agli altri l'onere di agire e muovendosi solo quando un cliente glielo chiedeva espressamente.

Aveva sempre bisogno di soldi, ma un giorno si sorprese a chiedersi se lo facesse davvero solo per quello o se ci fossero altre motivazioni, ben più profonde e spaventose. Rinunciò a dare una risposta anche a questa domanda.

Non era più tornato a casa. Di solito dormiva nelle stanze dei motel nei quali lo portavano i suoi clienti, spesso si trattava di edifici sporchi e cadenti, ma a volte gli capitava di andare anche in hotel lussuosi, con la vasca da bagno incassata nel pavimento, le tende in seta dorata e velluto pesante e il mini bar sempre pieno. in questi ultimi, cercava di restarci il più possibile, fino a che non arrivavano i portieri a buttarlo fuori. Quando succedeva, Anton sopportava in silenzio gli sguardi orripilati di quelle persone, persone reali, che lo rifuggivano come un mostro.

Perse il conto del tempo che passava, non si guardò mai più allo specchio, per paura di quello che vi avrebbe visto, nonostante gli uomini con cui andava continuassero a ripetergli quanto fosse bello, come fossero setosi e lunghi i suoi capelli e grandi e disarmanti gli occhi grigi.

Era sempre affamato e insonnolito, ma non dormiva più tanto spesso. La sua occupazione più ricorrente era quella di non pensare a niente, fissava lo sguardo su un punto qualsiasi, non aveva importanza cosa fosse, poteva essere un oggetto oppure una persona, era indifferente, e poi apriva la mente a tutto, lasciava che i pensieri scivolassero nella sua testa, senza prestarvi attenzione.

Solitamente i clienti erano gentili con lui, o per lo meno indifferenti, ma ce ne erano anche di violenti e sadici. Lui non implorava mai di smettere, non faceva cenni supplichevoli, non apriva bocca, restava immobile, fino a che non avevano preso da lui quello che volevano.

Questa tipologia però era più difficile da trattare. Se vedevano che lui restava immobile, si scoraggiavano e assumevano un' aria delusa e di conseguenza pagavano meno. Imparò così ad assecondarli, se volevano che urlasse, lui urlava, se volevano che gemesse, lui gemeva, se volevano che implorasse pietà, li accontentava. E quando vedevano che lui stava al gioco, si impegnavano ancora di più.

Tutto questo non lo spaventava, quelle persone pagavano, esattamente come le altre.

Ormai non faceva altro, passava incessantemente da un cliente all'altro, osservando apaticamente quante tipologie di persone esistessero... c'erano quelli che lo ignoravano completamente e che non gli rivolgevano mai neanche un cenno, e questi erano quelli che preferiva, ma c'erano anche gli sdolcinati, quelli che non facevano che dire frasi fatte, patetiche e romantiche e parlavano con lui come se si conoscessero da sempre, questi non li sopportava.

Un paio di volte gli capitò di andare con dei preti. Questi lo guardavano come se si trattasse del Diavolo in persona e gli parlavano con un misto di desiderio e timore che lo faceva sorridere. Non erano tutti così, ovviamente, alcuni sapevano cosa fare, e non avevano vergogna né paura.

C'erano anche quelli che volevano che ballasse o cantasse per loro, non era difficile, era intonato e aveva una voce calda e vellutata, con un registro tenorile abbastanza ampio. Amava cantare, comunque, e la cosa non gli dispiaceva.

In quanto agli altri uomini e donne come lui, per lo più lo ignoravano, oppure si limitavano a sibilargli insulti quando gli passavano accanto, ma non sempre.

Una notte gli si avvicinarono, era un gruppo omogeneo di uomini e donne, più o meno di tutte le età. Lo guardavano con odio, avevano sentito parlare fin troppo

dell'angelo biondo che rubava loro tutti i clienti. Il primo pugno arrivò inaspettato e Anton si piegò su sé stesso, boccheggiando. Fu solo il primo di molti. Ad un tratto un uomo poco più vecchio di lui estrasse un coltellino da una tasca.

Alcune persone si preoccuparono di tenerlo fermo, mentre l'uomo si avvicinava, ghignando con la bocca spaventosamente sdentata per un uomo così giovane.

Adesso vedremo, bell'angelo mio, se ti vorranno ancora!” disse, estraendo la lama.

Il dolore al viso lo raggiunse come uno schiaffo, sottile e atroce. Anton sentì il sangue colargli dal taglio, troppo scioccato per poter pensare in modo lucido.

La lama affilata si fermò però presto e gli uomini che lo tenevano lo lasciarono andare prima di allontanarsi di corsa.
“Sparisci, o verremo a terminare l'opera!” sibilò l'uomo col coltello, poi se la diede a gambe, seguendo i compagni.

Anton rimase sdraiato a terra, sull'asfalto freddo. Aveva il respiro accelerato e gli occhi sbarrati.

Alzò una mano tremante ed esplorò il suo viso trovando la striscia umida di sangue, appena sotto all'occhio destro. Era un taglio lungo non più di tre centimetri, e nemmeno tanto profondo.


Non ti resterà neanche un segnetto!” esclamò allegramente il medico del carcere, Il giovane sollevò gli occhi, il bel viso era stanco e tirato, nonostante l'espressione di totale indifferenza. Alzò le spalle in un gesto vago, mentre l'uomo lo osservava incuriosito.

Anton non aveva neanche la volontà per irritarsi o al contrario provare simpatia per quell'uomo dallo sguardo allegro e sinceramente interessato, che stranamente, almeno così gli parve, non mostrava di avere secondi fini.

Passò poco tempo in cella e una settimana più tardi era nuovamente sulla strada.

Non cambiò zona, ovviamente. Potevano fargli quello che volevano, lui non se ne sarebbe andato!

Non sempre però guadagnava abbastanza per poter mangiare, le sue tariffe erano molto basse, e in parte era questo il motivo della sua popolarità, ma i soldi non gli importavano, ormai era insensibile a tutto, non sentiva il freddo, né la fame né la sete.

Alla fine arrivò il giorno in cui decise di non farsi più pagare per le sue prestazioni. Andassero tutti al Diavolo, lui non voleva saperne più niente! Si faceva dare quel tanto che bastava per comprarsi un panino e una birra ogni tanto, e poi ovviamente

c' era l'alcool, e quello costava.

Cominciò a mendicare per le strade, passava anche sui treni della metropolitana, guardando la gente dritta negli occhi, osservando il loro imbarazzo, mentre distoglievano lo sguardo, cercando di ignorarlo. Oppure gli davano una monetina con fare altezzoso e stizzito, lamentandosi. “Dovrebbe cercarsi un lavoro, invece di stare qua a vuotare le tasche agli altri!” brontolavano, lanciandogli occhiate sprezzanti.

lui non commentava, non ringraziava, sollevava appena lo sguardo e poi passava alla carrozza successiva, e lo schema si ripeteva.

Un giorno se ne stava seduto sulla solita panchina di marmo, davanti alla chiesa liberty.

Come al solito, una miriade di pensieri, riflessioni e giudizi gli stavano attraversando la testa, mentre osservava distrattamente l'elaborata facciata dell'edificio, col suo profilo sinuoso ed elegante.

E' proprio bella, non sei d'accodo? E' un vero peccato che nessuno se ne curi!”

disse una voce allegra accanto a lui. Anton sobbalzò. La voce apparteneva ad un giovane più o meno della sua età. Aveva i capelli lunghi e lisci, color miele, mentre gli occhi grandi e sognanti erano verde acqua. Aveva i lineamenti delicati, che gli conferivano un'aria fanciullesca. Indossava un bel cappotto nero, di lana morbida e pesante, e un basco marrone scuro messo di sghembo sulla chioma folta, alla moda degli artisti francesi, mentre le sue mani erano infilate in un paio di guanti di pelle, dall'aspetto comodo e caldo.

Io mi chiamo Marc, comunque!”, Anton lo fissava, sbigottito. Si guardò intorno, cercando di capire se ci fossero altre persone nei paraggi. “Ma stai parlando con me?”

domandò alla fine, incredulo.

Beh, sì, certo! E con chi altri sennò?” domandò l'altro ridendo.

Anton grugnì qualcosa e il suo compagno lo fissò interrogativamente. “Come hai detto?” chiese, sollevando le sopracciglia arcuate.

Ho detto che mi chiamo Anton” rispose lui, sgarbatamente. Non aveva nessuna intenzione di stare a discutere con quel damerino! Diamine, ma non aveva nient'altro da fare che importunare sconosciuti? Si chiese scocciato.

Piacere di conoscerti allora!” esclamò Marc, ignorando il suo tono brusco, poi arrossì appena, quasi intuendo il pensiero dell'altro. Anton ne rimase incantato: era molto tempo che non vedeva una persona arrossire.

Dove abiti?” chiese Marc, tornando a posare lo sguardo sulla chiesa.

Ehm... io...” cominciò, sentendosi in imbarazzo. Come poteva dirgli che viveva nei tunnel della vecchia metro? Lo avrebbe preso per pazzo! Istantaneamente, comprese quanto gli fosse mancata la compagnia delle altre persone e non voleva assolutamente fare passi falsi. Voleva che quel ragazzo continuasse a parlargli, voleva fingere per un po' di essere una persona reale, come non faceva da mesi.

Ti ho visto nella metropolitana, un paio di volte” riprese poi Marc, infrangendo d'un colpo solo tutte le sue illusioni. Ma nella sua voce non c'era affatto spregio, né derisione, sembrava solo una constatazione, notò il giovane, soffocando a stento un sospiro di timido e provvisorio sollievo.

Ad un tratto, il viso di Marc s'illuminò.

Vieni con me!”

Dove?” Anton lo guardò senza capire.

Sul campanile! Dai sbrigati!” rispose l'altro, sempre più eccitato.

Ma è tutto in rovina... potrebbe crollare e...” Marc lo guardò con un sorriso birichino e lui inaspettatamente sorrise. “Andiamo!” esclamò in fine.

I due giovani salirono cautamente le scale di legno, che scricchiolavano penosamente ad ogni passo. “Ti rendi conto che sono almeno cento anni che nessuno sale questi gradini?” sussurrò Marc, solennemente. Per tutta risposta Anton aggrottò le sopracciglia e fece una smorfia, scatenando l'ilarità del suo compagno.

Arrivarono sulla cima del campanile. Era una stanzetta minuscola, dalla forma quadrata, i muri erano bianchi di calce e il pavimento pieno di segni lasciati dagli uccelli di passaggio.

Da quel punto si vedeva quasi tutta la città, perché la chiesa era posta sulla cima di un leggero rialzamento del terreno.

Fantastico!” esclamò Marc, mentre Anton lo guardava sconcertato.

Cosa è fantastico? Io vedo solo condomini!” rispose quindi, scettico. L'altro scosse la testa con fare indignato. “Non vedi i Giardini Pubblici? Guarda come il sole del tramonto si specchia sul ghiaccio nella fontana, sembra fuoco!”

Anton dovette ammettere che in effetti era molto bello.

Come mai c'è il ghiaccio? D'inverno dovrebbero chiudere i rubinetti delle fontane!” considerò quindi.

Marc lo guardò incredulo. “Oh, come sei pragmatico!” lo prese in giro poi, scoppiando a ridere, “Non puoi limitarti ad ammirarne la bellezza? E' una fortuna che se ne siano dimenticati!”

Ma il marmo potrebbe scoppiare! Gelandosi l'acqua aumenta di volume e...”

Marc cominciò a ridere ancora più forte, “Va bene, professore! Mi arrendo!”

Anton abbassò lo sguardo, era imbarazzato. Cominciava a provare simpatia per quel ragazzo bizzarro, e la cosa lo terrorizzava.

Dovresti venire a cena da me sta sera” propose Marc improvvisamente.

Anton scosse la testa, “Ma no, figurati...”

Perché no?”

Ma non mi conosci neanche!” obiettò il giovane.

E allora? Ci conosceremo!... Non sei un serial killer vero?” Indagò Marc.

Ma no, ovviamente!” sbuffò Anton, lanciandogli un'occhiata incuriosita.

Molto bene, allora è deciso! E ovviamente ti fermerai per la notte.”

concluse, imponendo il silenzio con un gesto regale della mano, quando vide che

l'altro cercava di ribattere.

Marc decise che prima di tutto, Anton doveva farsi una doccia e cambiarsi i vestiti, così lo accompagnò a casa, per permettergli di prendere il necessario.

Per fortuna, la casa era completamente vuota, così poté fare le cose con calma, senza tema dei rimbrotti del nonno o degli sguardi colmi di languida compassione della nonna.

Quando si ritenne soddisfatto, Marc prese a braccetto il compagno e insieme si allontanarono lungo la strada, che nonostante il freddo, era allegra e animata.

Anton camminava trasognato, attaccato al braccio dell'amico. Osservava a bocca aperta i bambini imbacuccati nei loro piumini dai colori allegri e sgargianti, che camminavano tenendo per mano i genitori, oppure che correvano in giro, gridando e ridendo, mentre gli adulti li redaguivano bonariamente, conversando allegramente tra loro.

Marc non diceva niente, ma di tanto in tanto lanciava un'occhiata incuriosita al ragazzo accanto a lui.

Il Natale si avvicina!” cantilenò ad un tratto, con un mezzo sorriso rivolto ad Anton, che si volse a guardarlo.

Non sapeva cosa dire. Avrebbe voluto essere arrabbiato con Marc, perché lo costringeva ad ammettere quanto disperata e insulsa fosse la sua vita, ma non riusciva a non provare simpatia per lui. Era un ragazzo emotivo, e non riusciva ad affrontare la situazione nel modo distaccato che avrebbe voluto e sentiva che quella precaria amicizia appena nata, era potenzialmente distruttiva per lui. Tuttavia, il momento era troppo dolce e lusinghiero per poter essere rifiutato. Era l'invito ad una vita migliore, quello che Marc gli stava facendo, e lui non aveva né la forza né la volontà per accettarlo.

Ma se avesse finto, per una notte soltanto di essere una persona concreta? Certo, lo scotto da pagare sarebbe stato alto, questo lo sapeva bene... ma ci avrebbe pensato più tardi.


La casa di Marc era enorme, una splendida villa rinascimentale, nel centro della città e tuttavia isolata, immersa in un grande parco ben tenuto. Le piante che costeggiavano il viale erano ovviamente spoglie, perché era inverno, ma non comunicavano affatto tristezza... anzi! Sembrava che riposassero, in attesa di rinascere a nuova vita, all'arrivo della primavera.

Ovunque regnava la quiete... e proprio in quel momento, cominciò a nevicare.

I fiocchi erano grossi, compatti e leggeri, Anton chiuse gli occhi, sentendo la neve sfiorargli il viso, si sentiva in pace con sé stesso, come non succedeva ormai da anni.

Mi hai fatto un incantesimo? ” sussurrò rivolto a Marc, che stava immobile accanto a lui e sembrava rapito dalla luna, che si scorgeva dietro le nuvole bianche, cariche di neve. Il giovane sorrise, ma non rispose.

Passò qualche minuto Anton infine si riscosse. Tremando leggermente per il freddo e l'intensa emozione, fece cenno a Marc che era ora di andare.

All'interno c'era un enorme camino semi spento e le braci che brillavano nel buio, gli diedero un brivido, ma durò solo un attimo perché Marc premette sull'interruttore, e una calda luce dorata cominciò a spandersi dal lampadario d'ottone.

C'era profumo, come di spezie indefinite, di legna bruciata e di fiori secchi. Inspirò lentamente, sentendo che tutte le sue sofferenze svanivano, portate via dalla notte e dalla neve, o forse da quell'incanto imprecisato che sembrava avvolgere tutta la casa.

Allora... ordiniamo una pizza?” domandò Marc, spezzando il silenzio e lui rise, per la prima volta, liberamente. “Vada per la pizza!”


Era notte fonda, quando si svegliò. Era raggomitolato sotto le coperte, al caldo.

Era tutto dannatamente perfetto! D'impulso si chiese se per caso stesse sognando, ma, a dirla tutta, non gli interessava saperlo. Se si trattava di un sogno... ebbene, che durasse il più a lungo possibile!

Si sollevò su un gomito, guardando verso il divano sul quale dormiva Marc. Ma lui non c'era.

Si alzò, infilando i piedi nelle morbide pantofole di lana che gli erano gentilmente state messe a disposizione e uscì dalla stanza.

Piano piano, socchiuse la porta d'ingresso, e là, in mezzo allo spiazzo coperto di neve, c'era Marc. Era scalzo, considerò Anton con un sussulto e aveva lo sguardo assorto, perso nel vuoto. I lunghi capelli erano sciolti sulle spalle minute e la camicia da notte ondeggiava lievemente nella brezza notturna, la vestaglia di velluto gli era scivolata dalle spalle e giaceva a terra.

Il giovane ebbe un tremito involontario, poi scosse la testa e tornò a letto.


Fu il profumo della cioccolata a svegliarlo.

Marc gli fece un gran sorriso, inginocchiandoglisi accanto per posare sul piumone il vassoio. Era tornato sé stesso, notò con sollievo Anton, ma poi si sorprese a domandarsi quale fosse il vero Marc... era la persona che gli stava davanti in quel momento, o era piuttosto l'essere strano ed etereo che aveva visto quella notte? Stordito, contemplò tutto quel ben di Dio; c'era una caraffa di cioccolata calda, sulla cui superficie galleggiavano scorzette d'arancia e cannella e un piatto di paste soffici e imbottite di crema, oltre a un bricco di latte e uno di tè forte e bollente.

Il giovane si lasciò sfuggire un sospiro che fece sorridere l'amico, il quale gli servì una tazza di cioccolata, prima di versarsene una per sé.

Anton addentò con soddisfazione uno degli enormi pasticcini, e sorseggiò la bevanda densa e dolce, forse un po' troppo velocemente, scottandosi la lingua.

Dopo una mezzora, il vassoio era completamente vuoto.

Il ragazzo si sdraiò, soddisfatto. Il suo sguardo prese a vagare per il soffitto, osservando come in quella casa fosse tutto ben curato e in ordine. Le pareti erano di un tenue giallo, solare e luminoso, le tende bianche erano di seta lucida, e valorizzavano la luce lattiginosa che illuminava il cielo.

Marc aprì la bocca, ma invece di parlare, emise un sonoro starnuto e Anton lo guardò di sottecchi.

Sarebbe meglio evitarle certe passeggiate notturne, sai?” sentenziò allusivamente.

Marc lo guardò stupito, quindi sorrise serenamente, appoggiando la testa sul materasso, proprio accanto alla mano dell'amico.


Anton sollevò le palpebre, gli occhi gli bruciavano a causa della polvere; ma poi, perché non poteva tenerli chiusi? Tanto non cambiava niente, tale era l'oscurità nella galleria.

Cercò di proiettare sul lenzuolo nero che si stendeva tutto intorno a lui le immagini di Marc, con la mente provò a rievocare la sensazione di pace che aveva provato a casa dell'amico, ma era tutto così sfuggevole... il sogno miracoloso svaniva, lasciandogli in bocca il sapore amaro e disgustoso della bile, che scacciava il delizioso ricordo della cioccolata densa e della crema dolce.

Solo un sogno fugace, pensò il giovane, ma le forze lo stavano abbandonando. Che cosa poteva fare lui, chi lo avrebbe salvato, questa volta? Nessuno. Vacillò, stremato. Ma aveva davvero sperato che le cose avessero potuto cambiare? Che stupido... crollò sulle macerie, urtando con la fronte il margine seghettato di un masso; senza pensare, abbassò la testa e il bordo del sasso gli grattò il viso, dolorosamente.

Anton strinse i pugni, e le unghie stridettero contro la pietra, spezzandosi e cominciando a sanguinare.

Non aveva più rivisto Marc, evitava di andare alla piccola chiesa, per paura di incontrarlo, ma aveva ripreso i suoi giri sui treni della metropolitana.

Camminava zoppicando lungo i vagoni, cantilenando le sue suppliche, enfatizzando la musicalità e il ritmo monotono delle parole, per far sì che suonassero il più patetiche possibile.

Quando era stanco, si rannicchiava in un angolo del vagone, aggrappandosi a una delle numerose sbarre di ferro e appoggiava la testa sulle braccia, lasciando che i capelli gli ricadessero intorno al viso, nascondendolo in una tenue penombra intima e accogliente. Piano piano, il respiro rallentava e una sorta di vellutata sonnolenza invadeva i suoi arti, mentre si concentrava sul ritmo del suo cuore, lasciandosi avvolgere da quel battito profondo e rimbombante, finché esso non inghiottiva qualsiasi altro suono, e più nient'altro esisteva.

Si sentiva sempre più debole, aveva smesso di parlare da solo. Era come se stesse scomparendo, o al contrario, espandendosi, perdendo la consapevolezza di sé e dei contorni del suo corpo.

Forse è questa la morte! pensava speranzoso, ma non ci credeva. Capiva che non era il suo corpo a morire, ma la sua mente e il suo spirito, presto sarebbe diventato un guscio vuoto. L'idea gli dava una momentanea ilarità, che svaniva però troppo presto. E se avesse dovuto riflettervi, non avrebbe saputo dire perché proprio un' ipotesi tanto distruttiva scatenava in lui il riso.

Ma che freddo! E che buio!

...Uno sconosciuto nero muove le fronde, si nasconde... come per farci spavento. È il vento, non è vero mammina? È il vento...” bisbigliava, al buio del cunicolo che era la sua casa, e quello stesso verso veniva ripetuto all'infinito, nelle lunghe notti insonni e agitate.

Non sarebbe durato molto. Questo lo capiva.

Gemette, stringendosi le tempie tra le mani. Aveva la febbre e una travolgente voglia di piangere. Ma non lo faceva. Non ne era più capace. Tutte le lacrime del mondo non sarebbero bastate ad alleviare il suo dolore, un dolore auto inflitto, comunque.

Perché non trovava il coraggio di andare a cercare Marc? Lui lo avrebbe certamente aiutato e capito. Non lo avrebbe giudicato per le sue scelte.

Sì, Marc... trovare Marc.

Avrebbe dovuto mangiare qualcosa, ma era troppo debole per pensare di andare a

comprare del cibo. Eppure doveva alzarsi! “Il parco delle ville...” mormorò, il viso premuto contro il braccio. “È lì che abita lui”.

Cercò di alzarsi, ma sembrava che i suoi arti non rispondessero più e gli girava la testa.

Sospirò profondamente, quindi fece forza sulle braccia doloranti e si costrinse ad alzarsi in piedi. Ma com'era difficile mettere un piede davanti all'altro per camminare!

Attraversò la città addormentata, trascinandosi avanti solo per inerzia.

Ad un tratto si fermò, sconcertato. Non aveva la minima idea di dove si trovasse, attorno a lui, solo palazzi. Rabbrividì sotto il cappotto, non sapeva cosa fare e in un attimo di allucinata pazzia, prese in considerazione l'idea di andare casa per casa, supplicando ospitalità; fece in tempo a suonare il citofono di un condominio, rispose una voce assonnata.

...Dolcetto o scherzetto!” esclamò Anton, non sapendo che altro dire.

L'uomo cominciò a strillare, era infuriato, e anche leggermente spaventato, pensò il ragazzo. Ma che ore erano? Doveva essere molto tardi... una risata gutturale gli salì alle labbra, rovesciò la testa all'indietro e continuò a ridere, mentre l'uomo al citofono balbettava minacce con voce stentorea e adesso veramente terrorizzata. Improvvisamente non capì più cosa ci fosse di tanto divertente.

Sconsolato, si avviò per la strada, il cui ciglio era ingombro di macchine posteggiate e alberi. Ebbe paura.

Ma le piante... sono come belve accovacciate! un'ombra si muove piano piano... dove sei mammina? Prendimi per mano!”


Finalmente era mattina. Il giovane si riscosse dal suo torpore, era accoccolato sulla vetrina di un negozio, il vetro era gelido, ma anche lui lo era. Si alzò con una smorfia, cercando di sciogliere i muscoli irrigiditi. Doveva assolutamente capire dove si trovava; si guardò intorno, con aria irritata. Aveva passato delle ore d'inferno, lì accucciato contro quel maledetto negozio.

Vide il campanile di una chiesa... no, una cappella... di mattoni? trasse un sospiro di sollievo nel riconoscere la zona; si trovava vicino all'ospedale, in uno dei quartieri meno pittoreschi della città. Scosse la testa, contrariato. Aveva del tutto sbagliato strada, ovviamente le ville borghesi non si trovavano in quel quartiere! Si diresse verso il centro. Lanciò un'occhiata alla porta alla sua sinistra, vernice verde scrostata e sporca. Un edificio cadente, nel quale lui e i suoi compagni andavano a fare educazione fisica, al liceo. Era un'orrore. Un triste orrore.

Arrivato sulla strada principale, capì di non poter più andare avanti, si sentiva davvero troppo debole.

S'inginocchiò svogliatamente sul marciapiede, a testa bassa, le mani aperte sulle cosce. La gente passava, ignorandolo. Solo i bambini sembravano interessati e lo osservavano attentamente, incuriositi, e passandogli accanto, giravano il collo per vederlo meglio. A volte lui alzava la testa per rivolgere loro un sorriso, e i più piccoli lo salutavano con le manine paffute, prima di essere strattonati via dai genitori scandalizzati.

Una di quei bambini osò addirittura sfiorargli la guancia. La bimba lo osservò, seria, come aveva fatto la prima volta che si erano visti. Era successo al parco, qualche mese prima, ricordò Anton. Anche lei lo aveva riconosciuto.

La piccola infilò la manina nel manicotto e tirò fuori una monetina, che posò delicatamente davanti a lui.

Si stava di nuovo assopendo, quando un' altro sconosciuto gli si fermò davanti.

Sollevò lo sguardo, stancamente. No, non era affatto uno sconosciuto.

Ehilà!” lo salutò Marc, sorridendo “Che fine avevi fatto?”

Anton cercò di parlare, ma aveva un nodo in gola.

Io... volevo venire a cercarti ieri sera, ma mi sono perso” mormorò, confuso.

Non capiva, gli riusciva difficile parlare, ma sentiva le lacrime scivolargli sulle guance. Si sentiva nuovamente al sicuro, ed era strano, inginocchiato a terra com'era e coi vestiti sporchi e puzzolenti.

E perché volevi venire da me?” chiese Marc, inarcando le sopracciglia.

Sapeva benissimo la risposta, rifletté Anton, ma allora perché glielo aveva chiesto?

Perché voleva sentirglielo dire, ovviamente.

Anton si schiarì la voce, indeciso.

Ho bisogno di aiuto. Credo di non stare bene e non sapevo dove altro andare...”

disse alla fine, tenendo gli occhi bassi.

Marc annuì. Adesso era serio.

Vieni con me. Non ti farà stare meglio restartene qua immobile al freddo.”

disse, tendendogli una mano per aiutarlo ad alzarsi e storcendo un po' il naso a causa del cattivo odore.

S'incamminarono sotto la neve. Anton barcollava, costringendo l'amico a sorreggerlo, per evitare che cadesse in mezzo alla strada.

Credo di essere pazzo...” bisbigliò, rivolto al compagno, che lo fissò interrogativamente, piegandosi verso di lui per sentirlo.

Starai meglio. Non preoccuparti” rispose Marc, ignorando le sue parole.

Entrarono nell'immenso parco che circondava le ville. Ma le piante non erano più mostri minacciosi, erano solo piante, spoglie e coperte di neve.

Marc gli preparò il bagno.

Chiama, se hai bisogno” disse, prima di andarsene.

Rimasto solo, Anton si sedette sul bordo della vasca. L'acqua era coperta di schiuma bianca ed era una tentazione, ma lui si sentì morire all'idea di doversi togliere gli abiti, e poi, una volta pulito avrebbe dovuto asciugarsi e rivestirsi. Tutto questo gli sembrava impossibile, non credeva di avere le energie necessarie.

Tuttavia si spogliò, ma l'acqua... l'acqua era ancora meglio di come aveva sperato! E profumava di limone, mentre il bagnoschiuma nella boccetta di vetro... sapeva di cioccolato! Il giovane ridacchiò, pensando che dopo avrebbe profumato di cibo.

Si stese nell'acqua bollente, con un brivido di piacere.

Come un lampo, un ricordo prese forma nella sua mente. Un piccolo ricordo, insignificante e splendido.

Risaliva a molti anni prima, quando lui era solo un bambino.

Anche allora stava facendo il bagno, e seduta accanto alla vasca c'era sua madre. Doveva essere molto piccolo, perché lei gli stava sorridendo gentilmente, e negli occhi, non ancora sconvolti dalla pazzia, aveva una tenerezza infinita, aveva lo sguardo di una madre che osserva il suo bambino.

Lui stava giocando con un vascello di plastica, fingeva di essere il terribile Barbarossa, e la sua nave stava affondando nel vasto oceano della vasca. Ma dagli abissi marini, ecco spuntare un gigante... oh! Ma è il suo peluche preferito che giunge in aiuto del prode pirata!

Anton scoppiò a ridere, preso alla sprovvista da quel dolce ricordo e gli venne in mente che anche quel giorno entrando nella vasca aveva tremato, e sua madre gli si era accostata subito, per controllare che l'acqua fosse calda.

Hai freddo?” gli aveva chiesto, e lui, sorridendo le aveva risposto di no.

Sono solo i soliti 'brividi di caldo', mamma!” aveva esclamato, facendola ridere.

Indossò i vestiti che Marc gli aveva dato. Un maglione a collo alto di cachemire rosso scuro e un paio di pantaloni di felpa neri. Il tutto gli andava leggermente stretto, perché Marc aveva un fisico molto più minuto del suo, ma nel complesso andavano bene, e soprattutto, erano caldi.

La casa sembrava ancora incantata. La legna nel camino del salotto scoppiettava allegramente e su un basso tavolino dalle gambe vezzosamente ricurve, in un vaso di terra cotta, c' era una magnifica stella di natale.

Marc lo chiamò in sala da pranzo, dove la tavola era stata apparecchiata con cura e la stufetta di ghisa emanava un delizioso tepore.

Mi scuso in anticipo se hai freddo, il fatto è che in questa casa così antica, far mettere il riscaldamento mi sembrava un' affronto, senza contare che i lavori necessari avrebbero inevitabilmente modificato o rovinato qualcosa...” disse Marc arrossendo leggermente.

Non ho freddo, è più bello così. Non credo che sarebbe la stessa cosa, coi caloriferi.”

lo rassicurò Anton.

Sembra che tu stia meglio! Ne sono felice!” commentò l'amico, dopo averlo osservato attentamente.

Forse!.. sinceramente non lo so, è come se avessi una doppia personalità... la cosa ti spaventa?”

Non esattamente... mi intriga, piuttosto!” rise Marc, ammiccando.

Beh, dovrebbe farlo invece. Dovresti sapere chi ti porti in casa. Non sono

un' individuo... ehm... raccomandabile” rifletté Anton, distogliendo lo sguardo.

Mmm... dopo mi racconterai la tua storia, allora. Ma adesso mangiamo, sembra che tu ne abbia un gran bisogno”.


Molto bene. Adesso raccontami un po' questi tuoi terribili segreti.” decise Marc, in tono volutamente intimorito.

Anton si riscosse. Si era immobilizzato ad osservare le fiamme che danzavano nel camino, a bocca aperta, come un imbecille.

Sembra che io non abbia mai visto un fuoco! Accidenti.” sorrise, poi si sistemò sulla poltrona e spostò lo sguardo sul ragazzo davanti a lui.

Veramente preferirei raccontarteli domani. Così se mi cacci via almeno avrò meno possibilità di congelare...” commentò cupamente.

L'altro giovane fece un gesto vago con la mano, per rassicurarlo.

Non ti caccerò via, non preoccuparti”

Aspetta, vedi... quando ti ho detto che non sono un killer non ho detto tutta la verità”

aggiunse, guardando l'amico negli occhi, ma Marc non disse niente. Accavallò elegantemente le gambe e appoggiò il mento sulle dita incrociate, ricambiando il suo sguardo.

Con un sospiro, Anton cominciò a raccontare.

Sono nato in Francia,i miei genitori erano lì per lavoro. Stavano bene insieme, erano una coppia molto affiatata.

Quando ero piccolo, la gente diceva sempre che ero uguale a mia madre, ma crescendo, credo di essere diventato più simile a mio padre... a parte per il carattere, ovviamente.” disse ridacchiando, ma senza allegria.

Comunque... non c'è molto da dire sulla mia infanzia. È stata uguale a quella di tutti i bambini, avevo due genitori che mi amavano e che si amavano, uno Schnauzer gigante nero che si chiamava 'Petit' e una gattina siamese che si divertiva a tirare i baffi al cane e a farsi le unghie sui divani.

Eravamo sempre in giro. Non avevamo una sistemazione stabile perché mio padre faceva lo stewart sugli aerei di linea, e noi lo seguivamo nei suoi viaggi.

Avevo un insegnante privato, che si preoccupava dei miei studi, perciò non frequentavo le scuole pubbliche; però non sentivo la mancanza del contatto diretto con altri bambini, sono sempre stato un po' particolare e comunque facevo amicizia abbastanza facilmente.

Quando andavamo al parco, riuscivo sempre a conoscere due o tre bambini, che poi erano i miei compagni fidati per tutto il tempo che ci fermavamo lì, poi ripartivamo e io ricominciavo daccapo. Non mi dispiaceva, pensavo anzi che fosse una vera fortuna per me, così avrei presto avuto un sacco di amici sparsi in tutto il mondo! mi sembrava meraviglioso.” Anton sorrise, perso nei ricordi.

Non so di preciso quando le cose cominciarono ad andare male.

Forse non ce ne accorgemmo perché fu un cambiamento troppo lento e costante e ce ne rendemmo conto quando ormai era troppo tardi per rimediare, non lo so... ma mia madre divenne sempre più gelosa e irascibile.

Pensava che mio padre avesse un'amante, ma io sapevo che non poteva essere vero. Qualunque uomo sarebbe stato disposto a tutto, pur di farla felice, sai... lei era così bella, fragile e gentile... risvegliava l'ancestrale istinto di protezione, immagino, e lui l' amava moltissimo.

Ma mi faceva strane domande. si era convinta che mio padre abusasse di me.

Non so per quale motivo lo pensasse... forse era solo la sua pazzia ossessiva, comunque mi spaventava.

Alla fine, una sera perse il controllo.

Io avevo il morbillo. Quando stavo male, mio papà aveva l' abitudine di sdraiarsi con me e leggermi un libro, era una cosa che adoravo. La sua voce era calda e profonda, riusciva sempre a tranquillizzarmi.

Quando lei lo vide lì con me, non capì più niente.

Lo fece alzare, e aveva una faccia così inespressiva... mi ricordava la maschera

dell'assassino del film Valentine. Era la maschera di Eros, il dio dell'amore, sai? Con i riccioli biondi e le guance rosa...” gli si spezzò la voce e dovette farsi forza per continuare.

Marc non disse una parola, ma intuì che l' amico era in difficoltà, e gli fece un sorriso incoraggiante.

Anton parve rincuorato e ricominciò a parlare. Ma sentiva che le lacrime erano di nuovo lì, in agguato, pronte a eruttare in tutta la loro devastante violenza.

Cominciò a picchiarlo, lui non sapeva come comportarsi, non poteva mostrare un atteggiamento minaccioso, non ne sarebbe stato capace. Perse l' equilibrio e cadendo picchiò la testa contro lo spigolo del tavolo. Quando lo vide a terra, lei riacquistò un po' di lucidità e si accorse di me. Ero sulla porta, avevo sentito le urla e mi ero alzato per vedere cosa stesse succedendo. Ero un bambino, capisci? E pensai che mio padre fosse morto.

Invece era solo in coma... ma non si è più risvegliato.

Io piangevo e mia madre se ne stava lì impalata, senza fare niente, a fissare il sangue sul pavimento e il corpo immobile di suo marito... fu la signora dell'appartamento accanto che chiamò l' ambulanza; era stata messa in allarme dagli strilli di mia madre prima, e poi dal mio pianto.

In quelle case si sentiva tutto... mio padre diceva sempre che era come avere una finestrella aperta sulle vite altrui...”

Anton s' interruppe, sospirando. Si passò nervosamente una mano tra i capelli e cominciò a giocherellare con un lembo della fodera di un cuscino.

Lei fu internata in un ospedale psichiatrico. Lentamente regredì sempre di più, avevo tredici anni quando andai a trovarla e per la prima volta lei non mi riconobbe.

Pensò che fossi un teppista, mi gridò dietro... ci rimasi così male!

Invece mio padre ovviamente non diceva mai niente. Per un po' di tempo andai a trovarlo regolarmente all'ospedale, mi dicevo che adesso ero io a dovermi prendere cura di lui, gli leggevo le storie che lui aveva sempre letto a me. Passavo ore in quella stanza che cercavo con tutte le mie forze di rendere allegra e accogliente.

Portavo fiori di tutti i tipi, spesso c'erano così tanti vasi che non si riusciva a camminare! Le infermiere sbuffavano sempre e io facevo il broncio. Li gettavano via, ma io non demordevo, e il giorno dopo era ancora tutto uguale.

Nel frattempo vivevo coi miei nonni. Sono davvero due brave persone e mi spiace un po' per loro.

Capirono subito che c'era qualcosa che non andava, quando conobbi Todd.

Era ripetente. Mi avevano iscritto alla scuola pubblica, perché le cure dei miei genitori costavano. Todd era il mio compagno di banco.

Era un tipo forte, fumava e faceva il bullo con le ragazzine. Da noi era considerato il massimo, gli insegnanti pensavano che fosse un pericolo.

Gli giurai eterna fedeltà quando prese le mie parti in una zuffa nel cortile della scuola; non avrei mai pensato che un ragazzino potesse picchiare così duro... ero il suo braccio destro, o forse sarebbe più corretto dire che ero il suo schiavetto. Mi obbligò ad andare in palestra. 'Devi avere muscoli, se vuoi far strada nella vita!' diceva sempre, mentre mi teneva i piedi e io facevo gli addominali.

Non sarebbe giusto dire che non mi ha salvato, in un certo senso. L'esercizio fisico mi aiutava a non pensare. Odiavo pensare... lo odio ancora.

Era bello stare con lui, mi dava una sensazione di forza e stabilità che in realtà non possedevo.

A conti fatti, tra i due probabilmente la persona peggiore sono io... ma non so cosa abbia poi fatto o quali strade abbia preso... adorava fare scherzi crudeli e piccoli furti, come il giorno in cui durante l' intervallo mi portò in aula, e mi convinse a gettare tutti gli astucci fuori dalle finestre, sulla scala antincendio.

Pensa... tutte quelle penne rovesciate sull'asfalto, rovinate! Ridevamo come pazzi.

Lui però era più furbo, e fece sparire anche il suo, di astuccio, ma non mi avvertì, così alla fine la colpa ricadde tutta su di me. Non ci fu neanche bisogno di indagare, perché ovviamente il mio era il solo astuccio rimasto in tutta la classe.

Incollavamo anche le pagine dei diari e dei libri con le gomme da masticare, oppure strappavamo i compiti dai quaderni, o li cancellavamo scarabocchiandoci sopra con la penna.

Poi c'era Lucas, il mio vicino di casa...”

Anton si raggomitolò sulla poltrona, improvvisamente aveva freddo. Con la bocca spalancata per lo stupore, guardò Marc, il quale si alzò subito, per portargli una coperta di lana che gli avvolse intorno alle spalle tremanti, prima di aggiungere un ceppo sul fuoco.

Lucas, dicevo...” riprese Anton.

Era un bel ragazzino, simpatico, a modo suo, ma un po' stupido. Era il capitano della sua squadra di calcio, educato e gentile con tutti, molto popolare e sempre elegante.

I miei nonni insistevano perché lo frequentassi e io volevo davvero farlo... se solo lui non fosse stato così ingenuo, nella sua malignità e io così...”

Dovette interrompersi di nuovo. Marc provò ad avvicinarsi a lui, ma Anton si ritrasse ringhiando, e il giovane tornò al suo posto, aspettando tranquillamente.

Ci volle qualche minuto perché Anton riprendesse il controllo di sé, ma alla fine, trasse un respiro tremante e riprese il suo racconto.

Era autunno, il bosco era pieno di funghi... mi piacciono i funghi... non c' era nessun' altro nei dintorni. Non ricordo di preciso di cosa stavamo parlando, so solo che Lucas fece un commento riguardo me e Todd, insinuò che la nostra fosse più di una semplice amicizia. 'Ma non c'è niente di male, sai Anton? Non è una brutta cosa!' diceva; io continuavo a ripetergli che non era vero, che era solo una sua idea... ma Lucas continuava, imperterrito con la sua predica buonista sui gay... e io non sapevo nemmeno bene che volesse dire! Cioè, avevo un' idea, ma era tutto molto vago, e, detto tra noi, l' argomento davvero non mi interessava. Ma capivo che Lucas mi stava prendendo in giro, anche se in modo molto sottile e ben mascherato.

Credo che persi il controllo. Lo presi a pugni e a calci, fino a che non cadde a terra.

Stava lì, tra le foglie secche e i ricci di castagna, coperto di sangue e io pensai a mio padre, non respirava.... fui colto dal panico, e lo gettai nel fiumicello che correva lì vicino.

Poi corsi a casa. Urlavo, piangevo... ero fuori di me. Raccontai tutto a mio nonno e chiamammo la polizia.

Li condussi nel bosco, dove era cominciato tutto. Trovarono subito il corpo. E i suoi polmoni erano pieni d' acqua. Era annegato, perché era ancora vivo quando l'avevo gettato nell'acqua!... Oh mio Dio!... era ancora vivo, capisci?” Anton scoppiò in lacrime. Scese dalla poltrona, e si rannicchiò a terra, le ginocchia strette al petto.

Non riusciva a respirare, rantolava, ma non osava guardare Marc. Se l'avesse fatto, probabilmente sarebbe morto.

Passò mezz'ora, più o meno. Nella stanza non c' erano altri suoni, esclusi i singhiozzi del giovane a terra e gli scoppiettii della legna nel camino.

Ehm... scusami. Se vado avanti così, domani mattina saremo ancora qua.” balbettò Anton, riprendendosi. Si rimise a sedere al suo posto stringendosi la coperta attorno al corpo.

Mi internarono in un carcere minorile. Avevo confessato tutto, comunque, non avevo tralasciato neanche il più piccolo particolare. Credo sia stato grazie alla mia sincerità, se non sono ancora chiuso in prigione.

Furono anni d' inferno. Sai... i ragazzi posso essere davvero crudeli, ben più degli adulti, a volte.

Avevo diciassette anni quando uscii. Ovviamente, in seguito a quanto era successo a mio padre, la prima cosa che cercarono di chiarire, fu la mia sanità mentale.

Lo psicologo disse che ero perfettamente in grado di ragionare, e così nessuno riuscì a spiegarsi i terribili fatti che avevano avuto luogo quell'autunno e sai quale fu la cosa che mi fece più male? La benevolenza dei miei nonni, la loro compassione. Per tutti gli anni che passai in carcere, vennero a trovarmi tutti i giorni. Parlavano di tutto e di niente... di quello che facevano o non facevano il cane e il gatto, mi chiedevano come andavano i miei studi... studiavo tanto, sai? Beh... non che avessi molto altro da fare...

Todd non venne mai. Era l'unica persona che desideravo vedere, invece sparì. Non

l'ho più rivisto. Non che mi aspettassi di vederlo arrivare... sapevo che non l'avrebbe fatto, eppure la cosa mi ferì.

Non dovevo essere molto lucido, davvero.

Quando mi rilasciarono, trovai la casa completamente vuota.

'un nuovo inizio', disse mia nonna. Ero terribilmente stanco e frustrato. Mi avevano riportato a casa a sera tardi, dopo cena, sperando di evitare i vicini, ma non fu così. Mi stavano aspettando... alcuni ragazzi in tuta cominciarono a tirare sassi contro la macchina... gli amici di Lucas, immagino. Mio nonno uscì imprecando, col bastone in mano, la punta d' argento minacciosamente sollevata. Credo che per un momento persi la ragione. Scesi dalla macchina, senza dire una parola, e mi fermai davanti alla piccola folla vociante, li guardai uno a uno, implorandoli di lasciarmi andare, o al contrario, di fare giustizia. Un sasso mi colpì al viso. Non mi mossi, ero pronto, non lo ero mai stato tanto, e avevo il coraggio necessario.

Ma la gente si ritrasse. Lentamente, ognuno tornò alla propria casa, alla propria vita.

Il mattino dopo partimmo che ancora non albeggiava.

Non sono mai riuscito a cominciare una 'nuova vita', sto ancora vivendo

l'altra.”

Anton si zittì, sbattendo le palpebre. Aveva sonno, il tepore del fuoco era dolce e i rintocchi dell'orologio a pendolo così ipnotici...

per un intervallo di tempo infinito nessuno dei due aprì bocca. Si sentì inquieto; aveva parlato così a lungo che adesso il silenzio gli sembrava opprimente, sbagliato.

Dove sono i tuoi genitori adesso?” chiese all'improvviso Marc, facendolo sobbalzare. “Sono qua anche loro, ci hanno seguiti nel 'nuovo inizio'. Beh, sarebbe

più giusto dire che ce li siamo portati dietro, in realtà”.

Si rese conto che per tutto il tempo aveva continuato a tormentare l'estremità del cuscino e aveva finito per scucirne la fodera. La lasciò andare come se scottasse, arrossendo.

Marc fece un sorrisetto e lui si accorse che l'amico lo aveva sempre tenuto d'occhio, osservando le sue reazioni.

Va bene. Avevi ragione, era giusto che tu mi raccontassi la tua storia” rifletté Marc, quasi parlando a sé stesso. .

Anton lo guardò con gli occhi spalancati, ricominciando a tremare. Marc se ne accorse e gli fece un sorriso conciliante. “Perdonami, hai frainteso. Non sto per buttarti fuori di casa nella tormenta. E non lo farò nemmeno domani, né dopodomani” affermò, ridendo nel vedere il sollievo sul viso del compagno.

Anton temette di ricominciare a piangere, ma per la felicità, questa volta. Non seppe trattenersi e scuotendosi di dosso la coperta, corse ad abbracciare l'amico, affondando il viso nel suo maglione e inzuppando la lana con le sue lacrime.

Ehi! Così me lo infeltrisci!” commentò allegramente Marc, lisciandogli i capelli.

Va tutto bene, Anton... da questo momento andrà tutto bene”.

Lo allontanò con delicatezza, tenendolo per le spalle. “Calmati adesso!” sussurrò all'amico che sembrava inconsolabile.

Era già sera, constatò con stupore il giovane. Il suo racconto aveva occupato tutta a giornata, e adesso si sentiva spossato, svuotato.

Marc lo costrinse a mangiare qualcosa, prima di permettergli di andare a letto.

Lo fissò con finto terrore, quando aprì l'armadio e lui si mise a ridere.

Ho anche dei pigiami, sai? Non ti obbligherò a indossare una camicia da notte!”

Dormì profondamente tutta la notte, e per la prima volta da anni, il suo sonno non fu turbato da incubi di nessun genere.


Dimmi un po'... ma hai dei servi invisibili, come i principi delle fiabe?” domandò Anton la mattina dopo, notando che la cucina e la sala da pranzo erano perfettamente pulite e in ordine, senza traccia del pranzo o della cena del giorno prima. Marc, come al suo solito rimase zitto, ostentando un sorriso misterioso che lo fece ridere.

Allora ti faccio una proposta, visto che a quanto pare hai deciso di tenermi in ostaggio, potresti assumermi come cameriere, cuoco... uomo delle pulizie... quello che vuoi!”

Uomo delle pulizie?” chiese Marc inarcando le sopracciglia. “Sarebbe un'idea! Perché tu non accetterai mai di fermarti qui come mio ospite stabile, vero?” continuò speranzoso.“Ma forse hai ragione, tutti dobbiamo fare qualcosa di utile per mantenerci!... Tutti... a parte me, ovviamente!” esclamò, alzando il mento e arricciando il naso, in una smorfia comicamente snob. “Va bene. Però prima tu devi rimetterti in forze. Hai un' aria da spiritato...”

Anton sospirò, scuotendo la testa, ma c' era un mezzo sorriso, sospeso sulle sue labbra, Marc se ne accorse e ne fu rincuorato.

Hai la febbre, forse dovresti tornare a letto” commentò poi, osservando il compagno con sguardo critico.

E perdermi tutta la giornata?” domandò Anton sconsolato. “Mai!”

Fuori il sole splendeva, ma l'aria era gelida. Accettò con gratitudine il cappotto scuro e la sciarpa di lana cremisi che l'amico gli tendeva, indossò un paio di pesanti scarponi da neve e uscì di casa, sentendosi meravigliosamente bene, nonostante i dolori dovuti alla febbre e alla stanchezza.

Rimase fermo sotto gli alberi, nel parco circostante la villa, mentre aspettava Marc, e quando vide l'amico uscire, scoprì di avere le lacrime agli occhi. Ebbe un intenso moto d'amore per tutto il creato, la neve scintillava sotto un sole incredibilmente luminoso, come succede solo in alcune particolari giornate invernali e l'aria cristallina sembrava aver inghiottito tutto lo smog. Trasse un lungo respiro, rabbrividendo per il freddo, ma non aveva importanza.

Il centro città era affollato e i due amici facevano fatica a camminare fianco a fianco, specie sotto i portici in Piazza del Mercato. Il porfido con cui erano lastricate le vie della zona pedonale era scivoloso a causa del fango dovuto al continuo passaggio della gente e i giovani dovevano procedere a con cautela, per evitare di scivolare.

Anton non faceva caso alla strada. Seguiva l'amico, fiduciosamente, così non si trovò preparato, quando giunsero al portico d'ingresso dei Giardini Pubblici.

Sembrava che uno scultore di soprannaturale maestria si fosse adoperato per creare un paesaggio di alberi e cespugli scolpiti nel cristallo più puro. Nessuno dei due sapeva cosa dire, mai nella sua vita Anton aveva visto cosa più bella.

Passeggiarono con calma per i viali tra le aiuole, dentro le quali i bambini correvano felici, lanciandosi palle di neve e mandando gridolini eccitati.

Lì, dove l'erba era incredibilmente soffice, durante l'anno non era permesso camminare, ma adesso che erano coperte dalla neve, nessuno faceva più caso ai discreti cartelli di divieto.

Salirono su per le ripide scalette di sasso, fino ad arrivare in cima alla collinetta che dominava il giardino. Là sopra, altri bambini scendevano con le slitte dalla ripida discesa che collegava i giardini a un altro piccolo parco pubblico.

Anton li guardava e rideva estasiato, sembrava così felice che Marc non seppe trattenersi, corse da uno di quei bambini e lo pregò di pestargli la slitta.

Per un'ora non fecero altro che scivolare sulla neve, rotolando a terra alla fine della corsa, quando la slitta era ancora in movimento.

Alla fine, bagnati e allegri, si diressero nuovamente verso il centro. Passando davanti a una sala da tè, si fermarono a osservare gli eleganti tavoli coperti dalle tovagliette dorate, Marc prese l'amico per un braccio e lo portò all'interno. Si sedettero a un tavolo nell'angolo, accanto alla finestra che dava direttamente sulla via pedonale, e ordinarono due cioccolate al rum.

Temo che sta sera avrai la febbre alta...” disse Marc mortificato.

Anton fece spallucce. “Non ha importanza, passerà. Davvero non so come ringraziarti, per tutto quanto” .

Col cucchiaino mischiò la panna, disegnando una spirale bianca nella bevanda densa e scura.

Sarà meglio che vada a casa. I miei nonni devono sapere che sto bene” sospirò poi.

Marc annuì. “Certamente, avrei dovuto pensarci, scusami. Vuoi che venga con te?”

Sì, per favore. Non sono sicuro che sia la cosa giusta, ma non voglio andare da solo”.

Anton sollevò la testa di scatto, colpito da un pensiero improvviso. “Marc... io non posso dipendere in questo modo da te!” esclamò disperatamente. Aveva parlato a voce alta e molte persone guardarono nella loro direzione. “Scusami” bisbigliò, rosso in viso.

Marc rimase zitto, le sue sopracciglia erano corrugate, lo sguardo assorto.

Resta con me per un po', poi, quando sarai pronto, potrai fare quello che vorrai”.


Anton si sentiva male. Pareva di trovarsi in un universo a sé, anche a casa di Marc provava la stessa sensazione, ma quello era un universo dolce, accogliente. Non che la casa dei nonni non lo fosse, ma si sentiva fuori luogo. Lì regnava un'ordine freddo, distaccato; probabilmente era dovuto ai nuovi mobili moderni in acciaio, che avevano sostituito le credenze di mogano dorato a cui era abituato.

Era una casa poco adatta a due persone anziane... scosse la testa, come per schiarirsi le idee.

Comunque la casa era vuota.

Trovò un foglietto colorato, di quelli che si usano per i pro-memoria e scrisse un messaggio ai nonni.

Marc aveva aspettato educatamente accanto alla porta d'ingresso. Anton gli si avvicinò e lo spinse fuori, poi richiuse la porta alle sue spalle. Per un attimo rimase immobile, passò un braccio attorno alla vita dell'amico e si incamminò per le scale.

Se qualcuno glielo avesse chiesto, non avrebbe saputo dire a cosa fosse dovuto il suo disagio. Aveva la sensazione che quella casa un tempo conosciuta gli fosse ora estranea, ed era qualcosa di più che dei mobili nuovi e lucenti...

Stai bene?” sussurrò Marc.

Il giovane annuì distrattamente, senza guardarlo. “Portami a casa, adesso” mormorò. Non si accorse di aver parlato della casa dell'amico come se fosse la sua, ma Marc lo aveva notato e lo strinse un po' più forte.


Anton inspirò il solito profumo che aleggiava nella vecchia villa, sentendosi subito meglio. “Non so chi tu sia, ma mi fai bene”. Disse a Marc. Il ragazzo gli fece un sorriso aperto e sincero, prima di rispondere. “Sono chi vuoi che io sia. Ma attento, chi troppo vuol sapere invecchia prima!”

Anton lo guardò stupito “Allora non chiederò più niente... nonnina”.

Marc rise, divertito da quello strano scambio di battute. “Mia madre è russa... sono cresciuto ascoltando la fiaba della Bella Vassilissa”

E' la mia preferita” rispose Anton, “Ma non la conosce quasi nessuno.

Sono abbastanza convinto che la vecchia strega sia buona, alla fine. Però quel maledetto teschio infuocato mi ha sempre fatto una gran paura... anche se neanche lui è cattivo”

Mangiarono un po' di zucca al forno, insaporita col rosmarino e una fetta della torta allo zucchero di canna che avevano comprato in pasticceria.

Dopo pranzo, Anton cominciò a sparecchiare, ma Marc non glielo permise e gli consigliò di andare a riposare.

Il giovane ubbidì, ma passando accanto alla tavola in disordine non poté fare a meno di ripensare alla fiaba della Baba-Jaga e ai suoi servi invisibili.

Sciocchezze...” mormorò prima di addormentarsi.

Si svegliò che il sole era già tramontato, tingendo l'orizzonte di rosso, porpora e oro. Simili colori erano inusuali in inverno e perciò doppiamente splendidi.

Marc lo accolse con un sorriso che gli scaldò il cuore e, premurosamente, gli porse una tazza di tè.

Aveva l'impressione di non essere più ancorato a terra, ma di stare fluttuando nell'aria. L'amico notò il suo spaesamento e alzò le spalle. “La febbre. Bevi il tè, ti farà stare meglio”.

Com'era buona quella bevanda! E come lo riscaldava la compagnia dell'amico!

Ma ora più che mai aveva l'impressione di essere sotto incantesimo.

Osservò Marc, socchiudendo appena gli occhi, per non lasciarsi sfuggire niente.

Che cosa mi stai facendo?” domandò pensosamente, quasi senza accorgersene, ma poi arrossì, sentendosi un'idiota. “Scusa, temo di essere un po' impressionabile in questo periodo” disse, cercando di mascherare l'imbarazzo.

Marc non si scompose. Con calma, gli si avvicinò e gli prese una mano, intrecciando le sue dita a quelle dell'amico, poi sollevò le loro mani, come a voler dimostrare qualcosa, ma Anton non riusciva davvero a capire cosa.

E così tu sei russo?” domandò, per spezzare la tensione emotiva.

Mia madre lo è, ma mio padre è francese” rispose Marc, ma non aggiunse altro.

Va bene, a quanto pare dovrò farti un interrogatorio, se voglio sapere qualcosa di te!” sbuffò Anton leggermente irritato.

Che vuoi sapere? La mia vita non è interessante, solo normale”

Ma non capisci? E' proprio la normalità che la rende interessante...” sussurrò Anton, l'amico annuì mestamente “Certo, scusami”


Doveva assolutamente parlare coi suoi nonni. Era giusto che lo facesse, perché non sapevano niente di quanto gli era successo. Aveva lasciato loro quel breve messaggio, è vero, ma se avessero voluto raggiungerlo, non avrebbero saputo come fare, e in fin dei conti, quelli erano i suoi nonni.

Così, in un gelido pomeriggio di inizio dicembre, si costrinse a uscire dalla calda villetta dell'amico per dirigersi ancora una volta verso la casa nella quale era cresciuto.

Arrivato davanti al portone d' ingresso, si bloccò. Aveva una strana sensazione, un malessere non definito che lo innervosiva. Averebbe voluto che ci fosse Marc con lui, ma questa volta non c'era. Aveva fatto uno sforzo di volontà per andare in quel posto da solo.

Prima non ci aveva mai fatto caso, ma pareva che la ritrovata compagnia di un essere umano lo avesse in qualche modo indebolito, o meglio, rammollito. Si accorse con sgomento di essere molto più sensibile a tutto ciò che lo circondava, al vento freddo che gli sferzava il viso, al dolce tepore del sole nei rari momenti di quiete, allo scricchiolio della neve sotto i suoi scarponi, alle voci delle persone attorno a lui... e non era sicuro che la cosa gli piacesse.

Si sentiva terribilmente vulnerabile, stava via via perdendo tutte le sue difese e non ci sarebbe voluto un ariete medievale per distruggerlo.

Suonò il campanello, ma nessuno venne ad aprire.

La strana sensazione si faceva ogni attimo più prepotente, e fu proprio quando fece per inserire la sua chiave nella serratura, che la bomba scoppiò.

Perché, sebbene la chiave fosse entrata senza problemi nella toppa, i minuscoli ingranaggi non giravano. Avevano cambiato la serratura.

Anton rimase davanti alla porta, senza sapere che fare, le braccia abbandonate lungo i fianchi e gli occhi sbarrati.

D'un tratto, la rabbia diventò incontenibile. Cominciò a tirare calci e pugni al legno massiccio. Con la mente annebbiata, l'unica cosa a cui riusciva a pensare era che doveva entrare.

Cominciò a sudare, e ringhiando come una bestia folle prese a tirare spallate alla porta, che scricchiolava penosamente.

Sentì uno strillo acuto alle sue spalle, e nello stesso istante, uno stridio assordante lacerò l'aria, così sconvolgente che il ragazzo strinse i pugni sulle orecchie.

Credeva di stare per morire, oppure era solo la ragione che lo abbandonava definitivamente? Si girò di scatto, per trovarsi faccia a faccia con la vicina.

La donna lo guardava atterrita, continuando a strillare, e afferrando la borsetta per i manici, cominciò a mulinarla nell'aria, cercando di colpire il giovane intruso.

Anton non capiva più niente, sapeva solo che doveva andare via di lì, il prima possibile. Senza ragionare un attimo di più, sferrò un pugno al marito della donna, attirato dalle grida della moglie e dal rumore dell'antifurto, colpendolo al viso. Il poverino ammutolì per lo shock mentre il sangue gli schizzava dal naso rotto.

Un angolo della borsetta di pelle lo colpì allo zigomo e Anton gemette per il dolore e lo spavento, poi, in preda all'ira, la strappò di mano alla sua padrona e corse via, mentre il fischio dell'allarme lo inseguiva per la strada, correndo assieme a lui tra i passanti spaventati e confusi. Scivolò tre volte sulla neve ghiacciata, prima di arrivare all'ufficio della polizia.

Nel locale la temperatura era troppo alta e nel momento in cui entrò, Anton si sentì mancare il respiro. Gli occhi di tutti erano puntati su di lui e il giovane fece due o tre passi in avanti, reggendosi a stento in piedi e tenendo la borsetta rubata lontano da sé, le braccia tese in avanti e il capo abbassato.

Una donnina di mezza età, con l'espressione dura tipica delle persone deboli che hanno imparato troppo tardi a farsi rispettare, gli si avvicinò, guardandolo da sotto in su.

Lui non cercò nemmeno per un momento di incontrare il suo sguardo, ma le mise la refurtiva tra le mani aperte, poi, gettando uno sguardo attorno, si voltò e scappò.

L'aria gelida lo travolse come una valanga, dopo il caldo opprimente dell'ufficio di polizia, Anton barcollò, ma riuscì a non perdere l'equilibrio. Sapeva che lo stavano inseguendo e cercò di correre più forte, infilandosi nelle vie più strette e nascoste. In fine, dopo un tempo che gli parve un'eternità, si fermò.

Gli faceva male il petto e a ogni respiro ansante, pareva che dei coltelli arroventati gli stessero trapassando i polmoni e la testa.

Si piegò su sé stesso, gemendo.

Tutto per una dannata porta chiusa...” pensò incredulo, rannicchiandosi contro un muro e affondando il viso nella sciarpa.

Passarono molte ore, o forse poche, non avrebbe saputo dirlo, ma quando rialzò gli occhi il pallido sole invernale era già scomparso. Voleva tornare a casa di Marc, aveva bisogno del suo balsamo magico, ma sentiva un gran torpore invadergli le membra, e non faceva più tanto freddo. Aveva sonno. “Se dormo solo un po', poi sarò più in forze, e potrò tornare da Marc” pensò il giovane, cercando di mettersi comodo, per quanto era possibile, ma scoprì con disappunto che non riusciva più a muoversi. Adesso che ci pensava, non percepiva più il suo corpo... sussultò, quando capì cosa significava. Stava morendo, per il freddo. Sospirò rassegnato. Forse era meglio così, in fin dei conti... d'un tratto, sentì due mani gentili che lo scuotevano.

Sollevò appena le palpebre, ma in quel buio proprio non riusciva a vedere niente; un respiro caldo gli sfiorò il viso, piccole mani tiepide gli toccarono le guance e si strinsero sulle sue, ormai gelate.

Come ti chiami?” sussurrò il giovane alla bambina, la stessa che aveva già visto in precedenza, quella che l'ultima volta gli aveva dato una monetina, quando lui stava mendicando, inginocchiato nella neve sulla strada.

Maria” rispose lei con la sua vocetta infantile, talmente gentile che Anton sentì le lacrime scivolargli sulle guance, calde, almeno quelle.

Maria continuava a sfregargli il corpo, nel disperato tentativo di rianimarlo, ma Anton non era sicuro di volerlo. In fondo, il calore che aveva provato solo pochi istanti prima era così piacevole... e adesso invece aveva di nuovo freddo. Le lacrime gli si erano ghiacciate sulle guance e pizzicavano fastidiosamente.

Sollevò lo sguardo, il cielo notturno era terso per via del vento, e le stelle brillavano lievemente nell'aria rossastra dei lampioni.

Le stelle sono lontane lontane... sembrano carovane, perdute nell'oscurità... e si cercano invano! Di là da le stelle, che ci sarà? Mammina, prendimi per mano” sussurrò, lo sguardo assente. Maria si era fermata, e come lui stava guardando il cielo, ma fu solo un attimo. La bambina riabbassò lo sguardo, e passandosi il braccio del ragazzo sulle spalle, fece forza sulle gambette magre, cercando di sollevarlo.

Anton sorrise di quel piccolo gesto inutile, amava già quella piccola sventata che gironzolava da sola a sera tarda e non aveva paura di aiutare chi era in difficoltà.

Con un sospiro, si aggrappò alla parete, e si sollevò lentamente, perché il mondo pareva continuare a girare sottosopra e poi a tornare al suo posto. Fece un gesto rassicurante alla piccola, che si era subito fatta avanti per sorreggerlo e si passò nervosamente una mano tra i capelli.

Ma tu perché sei in giro da sola a quest'ora?” domandò, cercando inutilmente di pulire il cappotto preso in prestito dalla polvere e dal fango. La bambina si strinse nelle spalle con noncuranza. “So badare a me stessa” disse, raddrizzando le spalle, Anton non replicò, ma lo stesso si offerse di riaccompagnarla a casa.

La prese per mano e con lei si diresse di nuovo verso il centro città. Camminarono per una decina di minuti e nessuno dei due parlava, poi Maria gli strinse una mano e Anton si fermò.

Si trovavano di fronte a una casetta bassa e larga, simile a una scatola da scarpe. Sulla porta d'ingresso era appesa una coroncina di Natale argentata e le finestre erano illuminate da una calda luce dorata. Maria gli sorrise con gratitudine e corse lungo il vialetto. Arrivata a metà strada, però si voltò.

E tu come ti chiami?” chiese incuriosita.

Anton” le rispose il giovane “Io mi chiamo Anton”. La bambina tornò in dietro, verso di lui e quando gli fu vicina, gli porse un oggettino minuscolo. Il giovane allungò la mano lo afferrò.

Me la regalò la mia mamma, ti proteggerà” disse velocemente, poi s'incamminò svelta verso il portone, per poi sparire, inghiottita dal buio.

Adesso era di nuovo solo. Senza farvi caso, mise l'oggetto datogli da Maria nella tasca del cappotto e tornò nella direzione dalla quale era venuto.

La città sembrava morta. La anomala ondata di gelo aveva spinto tutti a rinchiudersi nel caldo delle loro abitazioni e per le strade deserte, solo il vento sollevava spruzzi di fanghiglia e strappava i rami più deboli degli alberi.

Camminava curvo, le mani sotto le ascelle e la testa avvolta nella spessa sciarpa. Finalmente arrivò nei pressi del parco.

Con sollievo entrò nel fitto bosco, nel quale neanche il vento riusciva a penetrare, e accelerando il passo, camminò verso la villa di Marc.

poiché procedeva a testa bassa, non si accorse subito che qualcosa non andava.

Aggrottò le sopracciglia. Era sconcertato. Non c'era dubbio, quella era proprio la villa in cui abitava il suo amico... ma questo non era possibile! Perché la costruzione fatiscente che vedeva davanti a sé era sicuramente rimasta disabitata per anni; non c'erano vetri alle finestre, i muri di pietra erano sgretolati in più punti e in una parte dell'edificio mancava del tutto il tetto.

Ma quelle bifore in terracotta al secondo piano, e quei colombi di granito sul cornicione erano identici a...

Anton fece un passo indietro, tremando. Era spaventato a morte e il vento ululava forte tra gli alberi che non riuscivano più a fare da scudo. Fu costretto a socchiudere gli occhi quando una manciata di neve gli volò in viso, quasi accecandolo.

Nel tentativo di fuggire, inciampò su un tronco marcio e cadde.

Imprecò, tossendo e sputando, cercando di rimettersi in piedi, ma le sue mani affondavano nella neve impietosa, e ogni volta che provava a rialzarsi, questa lo faceva crollare nuovamente a terra.

Faticosamente, riuscì a rimettersi in piedi e barcollando corse da dove era venuto, incespicando a ogni passo.

Non sapeva bene dove stava andando, ma era terrorizzato, e voleva allontanarsi da quella foresta incantata il più in fretta possibile. Gli pareva che gli alberi fossero diventati degli orribili giganti, che allungando le loro dita ossute cercavano di ghermirlo e intrappolarlo.

Non riusciva più a vedere niente. Ovunque c'era buio, una vastissima oscurità, come un pozzo senza fondo, si sentì intrappolato. Un frenetico sbattere d'ali lo fece sussultare... un gufo? E cosa diavolo ci faceva in un bosco nel pieno dell'inverno? Corse a perdifiato, fino a non poterne più, solo quando arrivò alla strada asfaltata si fermò, ansante e sconvolto. Com'era possibile? Eppure ne era sicuro! Quella era la villa di Marc! O almeno... quello che ne restava...

Continuò a camminare, sfinito e depresso. Non gli piacevano i misteri, le cose inspiegabili... doveva esserci una spiegazione! Ma quale? Se solo qualcuno fosse stato lì... ma le strade erano vuote, non c'era un rumore, nemmeno il più piccolo, che lo aiutasse ad uscire da quella dimensione onirica nella quale era imprigionato.

Senza accorgersene, uscì dalla città. Procedeva come un automa, sul ciglio della superstrada, a testa bassa.

Improvvisamente si sentì afferrare. Gridò terrorizzato, quando quattro paia di braccia lo circondarono, quasi soffocandolo.

Ti avevo avvertito!” sussurrò la voce sgradevole accanto al suo orecchio, investendolo con il suo odore di putrefazione.

Anton s'immobilizzò, chiudendo gli occhi. Erano troppi, non poteva fare niente.

Lo gettarono a terra, prendendolo a calci mentre lui si rannicchiava, tentando inutilmente di proteggersi almeno il viso.

Ti sei vestito bene per noi?” chiese una donna ridendo e altre risate si unirono

all'orribile coro derisorio.

Un uomo si chinò su di lui e cominciò a strappargli i vestiti di dosso.

Non aveva il minimo dubbio su quello che intendevano fargli, ma non riusciva a trovare la volontà per ribellarsi.

Oh! Che scherzo crudele era quello! Solo un' attimo prima aveva ardentemente desiderato la presenza di esseri viventi, e ora l'aveva ottenuta, non era forse così? Urlò di dolore quando il primo uomo lo penetrò, mentre con l'aiuto degli altri lo teneva fermo, e con una mano continuava a percuoterlo, con sistematica crudeltà.

Quando fu soddisfatto, si ritirò con un sospiro appagato e il giovane aprì gli occhi, ricominciando a respirare. Ma la pausa durò troppo poco, e qualcun' altro gli montò sopra e il tormento ricominciò, solo un po' più crudele di prima, perché anche se lui se lo aspettava, in cuor suo aveva sperato che fosse finita.

Il tempo passava, ma loro non gli davano tregua e il ragazzo desiderò ardentemente di essere morto. Pensò a Marc e alle sue incomprensibili bugie, pensò a sua madre, pazza e violenta, ai suoi nonni, incapaci di capire... ma una gentile interferenza si frappose tra tutti questi volti odiati e amati. Si trattava del viso di una bambina, un viso dolce, comprensivo. Ma non riusciva a ricordare quale fosse il suo nome. Aveva a che fare con qualcosa di sacro, legato alla religione... Maria?

Che bel nome... Maria...” mormorò, abbandonandosi definitivamente alla sofferenza, e nell'esatto momento in cui lui le tese le braccia, questa diminuì d'intensità, anche se gli uomini continuavano ad alternarsi sopra di lui e le donne ridevano, schernendolo.

Cadde in una sorta di stato di semi veglia, abbracciando il dolore fisico e facendone il suo unico compagno in quella strana solitudine, creandosi attorno una specie di “sotto vuoto”, nel quale solo loro due potevano trattenersi.

Perse il conto dei minuti, ma alla fine gli uomini si fermarono.

Quando lo sollevarono, appoggiandolo ad un albero, lui si rifiutò ostinatamente di riaprire gli occhi, e rimase al sicuro, avvolto dal suo tormento. Non sentiva più niente, immaginò di trovarsi in un luogo acusticamente isolato, ma ovviamente non era così, perché il suo regno di ovatta si dissolse in un istante, nel momento in cui qualcuno gli accostò un pugno di neve al viso, trascinandolo nuovamente nella realtà.

Gli avevano rimesso addosso il cappotto, ma gli atri vestiti erano troppo malconci per poter essere ancora indossati. Non aveva importanza, non sentiva freddo, anche se era sicuro che la cosa non sarebbe durata per molto.

Riconobbe l'uomo che gli si era inginocchiato davanti. Era lo stesso che gli aveva parlato all'orecchio e che lo aveva violentato per primo e capì che la tortura non era ancora finita, ma non riuscì a preoccuparsene, nemmeno quando quello estrasse il suo coltello a serramanico, avvicinandoglielo al viso.

E lui sapeva quello che stava per succedere! Tuttavia non non si mosse, non cercò di scappare o di fermarlo, ma lo stesso sussultò, quando la lama fredda gli incise la pelle sul lato sinistro della fronte, appena sotto l'attaccatura dei capelli.

L'acciaio affilato procedeva con snervante lentezza, diminuendo e aumentando alternativamente la pressione, come se stesse affettando una bistecca. L'idea lo fece sorridere, ma fortunatamente il suo aguzzino non se se accorse, concentrato com'era sul lavoro.

Il coltello passò nell'incavo tra gli occhi, mancando di pochissimo il suo occhio destro, per poi proseguire lungo lo zigomo e infine arrivando all'estremità della mandibola, dove si fermò.

L'uomo si allontanò da lui, sogghignando e gli tirò un ultimo calcio, prima di allontanarsi, sputandogli addosso.

Imitandolo, anche gli altri si allontanarono, lasciandolo semi svenuto nella neve.

Rimase immobile, sentendo di nuovo quel delizioso tepore che lo avvolgeva, ma il dolore al viso era troppo forte, e in qualche modo lo scosse, facendogli rifuggire l'idea della morte.

Con ostinazione affondò le unghie nel suo braccio, rifiutandosi di cedere a quell'ambiguo calore che tale non era e digrignando i denti riuscì a sollevarsi prima sulle ginocchia, e poi in piedi.

Scoprì che gli riusciva difficile camminare e che ogni passo e ogni respiro gli causavano una tale sofferenza che rischiava di farlo impazzire. Si piegò su sé stesso, lo stomaco dolorosamente contratto e dalla bocca gli uscì un fiotto di sangue e bile che lo fece inorridire. Tentando di riprendere il controllo di sé, avanzò strascicando i piedi nella neve, e appoggiandosi ogni tanto a un albero per riprendere fiato.

Passò come un fantasma attraverso le vie che riconducevano alla città, sperando questa volta di non incontrare nessuno.

Ma dove sto andando?” si chiese ad un tratto, confuso.

Da Marc, naturalmente... se riesco a trovarlo!” sospirò stancamente.

Non aveva idea di cosa averebbe fatto o di quello che avrebbe detto, ma doveva assolutamente trovare un posto in cui riposarsi e sarebbe impazzito se, invece della bella villa dell'amico si fosse di nuovo trovato davanti la costruzione diroccata.

Ma doveva fare in fretta, perché il sole era già sorto ed entro poco tempo le strade cittadine si sarebbero popolate di allegri esseri viventi, che sarebbero certo rimasti sconvolti da lui e per qualche motivo l'idea lo mise in agitazione. Non tanto per le domande alle quali sicuramente avrebbe dovuto rispondere, quanto perché non voleva turbare la felicità di nessuno.

Per fortuna, niente di quello che temeva accadde. Solo dopo un paio d'ore, si ritrovò nel parco che conosceva bene, e la splendida villa rinascimentale era davanti a lui, gloriosa e intatta con le sue veneziane di legno naturale e la porta con l'antiquato batacchio ad anello.

Gli ci volle qualche istante per riprendersi dalla sorpresa, era così sicuro di non trovarla! Eppure eccola lì. Il giovane appoggiò il palmo di una mano contro il muro di pietra intonacata e lo sentì freddo, solido, tangibile e concreto.

Era confuso, tuttavia sentiva di non avere molto tempo perché le ginocchia gli tremavano, dandogli una fastidiosa sensazione di instabilità e non c'era punto in tutto il corpo che non gli dolesse.

Prese un respiro profondo, cercando di farsi coraggio e poi spinse la porta d'ingresso, che con sua enorme sorpresa si aprì docilmente: Marc doveva averla lasciata aperta in attesa del suo ritorno.

Entrò in punta di piedi, sfilandosi le scarpe e le calze bagnate e lasciandole

nell'ingresso, notando con disappunto che il solo gesto di piegarsi gli causava una sofferenza quasi insopportabile.

Passando davanti al salotto vide l'amico accoccolato su una poltrona davanti al camino, con un libro aperto sulle ginocchia, la testa delicatamente reclinata coi capelli sciolti lunghi fino alla vita che cadevano attorno al viso tranquillo.

Anton strinse le labbra sentendosi invadere da una furia silenziosa e senza controllo. Sussultò per il dolore, quando entrando con passo malfermo urtò col piede nudo la gamba del tavolino, Marc si svegliò di soprassalto, volgendo lo sguardo confuso e assonnato sul compagno, che era rimasto fermo sul tappeto, in mezzo alla stanza e ora stringeva nella mano un paio di forbici, puntate verso di lui.

Anton non sapeva cosa stava facendo ma voleva delle risposte, e questa volta non si sarebbe lasciato incantare.

Tuttavia, quando parlò la voce gli uscì flebile e tremante. “Ma chi diavolo sei tu?!” sussurrò.

Marc lo guardava immobile, senza ombra di timore nello sguardo limpido e sincero. Lentamente si alzò dalla poltrona, tendendo le mani verso di lui e avvicinandoglisi cautamente.

Quando gli fu accanto, Anton si sentì avvolgere in un tenero abbraccio e le forbici gli sfuggirono di mano, cadendo con un tonfo sordo sul tappeto.

Scoppiò in singhiozzi disperati accasciandosi a terra e l'amico si inginocchiò con lui, rifiutandosi di lasciarlo andare. “Ma cosa ti è successo?!” chiese a bassa voce, stringendolo a sé e cercando di calmarlo, ma la disperazione lo stava lentamente contagiando.

Accese una lampada, era una di quelle regolabili, notò Anton, e fece in modo che il flusso luminoso non fosse troppo forte, quindi cominciò a studiarlo e quello che vide lo spaventò, perché impallidì, sfiorandogli il volto.

Passarono i minuti, ma i due ragazzi rimanevano sempre lì, accoccolati sul tappeto e stretti l'uno nelle braccia dell'altro.

Dopo molto tempo, Marc rialzò la testa e cercò di convincerlo a seguirlo a letto.

Il giovane lo fisso stancamente, ma ubbidì e si lasciò docilmente condurre nell'altra stanza, dove c'era il suo solito materasso, morbido e caldo.

Dopo essersi assicurato che non avesse freddo, Marc fece per alzarsi, ma Anton gli afferrò un braccio, terrorizzato all'idea di restare solo. Aveva sempre davanti agli occhi la villa fatiscente nel mezzo del bosco e temeva che se gli avesse permesso di allontanarsi, l'amico sarebbe sparito come un principe di fiaba.

Marc gli prese la mano gentilmente “Vado solo a prendere qualcosa per curarti questa ferita, arrivo subito” lo rassicurò. Lui annuì lasciandolo andare, ma rimase con gli occhi sbarrati fino a che non lo vide tornare con un catino d'acqua tiepida e un fazzoletto pulito, col quale gli pulì il viso e il corpo dal grosso dello sporco, poi lo coprì col pesante piumone e gli si sedette accanto, stringendogli la mano.

Dopo mi racconti tutto, ma adesso dormi” mormorò sfiorandogli la fronte rovente; Anton si sentì avvolgere da una ristorante frescura e finalmente abbassò tutte le difese e si arrese alla stanchezza.


Davvero ti hanno fatto questo?” chiese Marc incredulo, bloccando a mezz'aria la mano con cui teneva la teiera. Anton non rispose, ma gli lanciò uno sguardo carico di risentimento. Era perfettamente consapevole di non avere la minima giustificazione per essere infuriato con l'amico, ma non riusciva a farne a meno. Non poteva impedirsi di pensare che se Marc fosse stato con lui, tutto sarebbe andato liscio, ma sapeva che in realtà era semplicemente più facile prendersela con qualcun altro, perché se c'era una cosa di cui era sicuro, era che non aveva scusanti per il suo comportamento. Aveva malmenato e derubato due persone anziane e quando era tornato, lo aveva fatto con l'intenzione di fare del male all'unico amico che possedeva; anzi, era davvero stupito che Marc non lo avesse ancora rimproverato per quel vile atto.

Il giovane gli si avvicinò per controllare ancora una volta l'orribile ferita che gli sfregiava il viso mentre gemendo lui si sistemava su cuscini, cercando di trovare una posizione che non procurasse troppo fastidio al suo corpo martoriato. sussultò quando Marc arrivò alle sue spalle e dovette fare forza su sé stesso per non allontanarsi di scatto, cercando di tenere a mente che la persona che gli stava massaggiando le spalle indolenzite era Marc, e non gli avrebbe fatto del male.

Aveva raccontato tutto quello che era successo con un realismo e una accuratezza che gli avevano spezzato il cuore e i nervi, e adesso era davvero a un passo dalla follia, ma l'amico sembrava averlo intuito, e continuava a prendersi cura di lui con un'estrema gentilezza, sfiorandolo appena con le sue mani delicate. Non si era mai sentito così vulnerabile, nemmeno quando si trovava nell'istituto di correzione. Aveva l'impressione di stare camminando su un ponte di legno marcio, e non c'era il parapetto a proteggerlo dallo spaventoso vuoto sotto di lui.

Si chiese quanto potesse sopportare una persona, prima di crollare. Ma in fin dei conti, forse sarebbe stato meglio arrendersi alla follia, se questo lo avesse fatto stare meglio. Non si accorse di stare piangendo finché non sentì le morbide labbra di Marc sulla guancia.

Perché sei venuto da me?” chiese, senza però aspettarsi una risposta. Quindi fu sorpreso nel sentire la voce dell'amico rispondere, “Perché avevi bisogno di un amico” Marc sfogliò distrattamente le pagine del libro che teneva davanti a sé, ma dopo aver parlato, lo guardò negli occhi e gli fece un sorriso luminoso.

Non m'importa più di sapere chi sei... ma io sono davvero pazzo, lo hai visto, hai sentito il mio racconto... dovresti starmi lontano, dannazione...” Il giovane impallidì, era turbato, e c'era qualcosa che doveva dire, qualcosa di terribilmente importante, che aveva a che fare col buio e con la notte... “NON FARLO! DIO MIO NO!” gridò disperato, stringendo il compagno per le spalle talmente forte da farlo gemere. Quindi lo lasciò andare, e ricadde sui cuscini, esausto. Marc sospirò con un'espressione rassegnata sul volto, “E perché sarebbe una cosa negativa se tu fossi un folle?” disse, sdraiandoglisi accanto, passandogli un braccio intorno al petto e sentendolo abbassarsi e alzarsi al ritmo del suo respiro.

Come fai a sapere di esistere davvero?” chiese Anton, aveva gli occhi chiusi e parlava come se stesse sognando, come se non avesse l'intenzione di farlo davvero. Marc lo osservava attentamente, con le sopracciglia sollevate e le labbra increspate. Rimase in silenzio per qualche secondo, poi parlò. “Io non credo che abbia importanza. Voglio dire... tu ogni giorno respiri, mangi, pensi, fai delle scelte... non è abbastanza? Anche se è solo un'illusione, io credo che convenga viverla al meglio. E comunque non ci rimetti niente a farlo” concluse. Poi appoggiò la testa sul cuscino e vide Anton sorridere, “Voglio avere coraggio, d'ora in poi. E comportarmi degnamente... non sono forse il principe perduto nel bosco?” mormorò, Marc sorrise e annuì.


Quando si svegliò, il sole non era ancora sorto. Cercando di non svegliare il compagno addormentato, Anton scostò le coperte, rabbrividendo per il distacco dalla calda protezione delle coperte e del corpo dell'amico.

Per prima cosa, riempì il camino di legna e perse un po' di tempo ad accendere tutte le stufe che riuscì a trovare. Faticava a muoversi e doveva stare attento a non fare gesti bruschi, per non scatenare il dolore, ma era risoluto a non lasciarsi più abbattere. Era stanco di crogiolarsi nella sofferenza e adesso intendeva riprendere in mano la sua vita. Era in una brutta posizione e non sarebbe stato facile uscirne, lo sapeva, ma sapeva anche che ce l'avrebbe fatta, doveva solo averne la volontà.

Riempì la vasca da bagno di acqua bollente, quindi richiuse la porta e si svestì.

Per prima cosa, doveva affrontare la verità dello specchio e quella sarebbe stata la prima prova del fuoco. Credeva di essere preparato, ma ebbe un cedimento, davanti al riflesso sul vetro liscio; non furono le chiazze violacee sparse in tutto il corpo a rischiare di farlo crollare, e nemmeno le occhiaie scure o gli occhi resi rossi a causa della mancanza di riposo, tutto quello sarebbe sparito, magari ci sarebbe voluto del tempo, ma prima o poi se ne sarebbero andate, ma la lacerazione rosso scuro che gli attraversava il viso era troppo profonda, non tanto da essere pericolosa, ma abbastanza da rimanere; una prova indelebile del suo passato, con la quale avrebbe dovuto imparare a convivere. Nonostante lo shock del momento, si costrinse a non distogliere lo sguardo. Sperava solo che cicatrizzandosi, quel taglio non gli avrebbe deformato i lineamenti, perché quello sarebbe stato troppo.

Rimase alcuni secondi davanti allo specchio, osservandosi nei minimi particolari, finché il momentaneo stordimento non fu passato, lasciandolo calmo e sereno, per quanto gli permetteva la situazione.

Comunque aveva fatto un passo importante e si sentì fiero di sé, compiacendosi del precario benessere che ne derivava.

Quando la vasca fu colma, vi entrò cautamente, godendosi i soliti piccoli brividi di piacere; quella sensazione era insuperabile; mai, nemmeno nel pieno dell'estate avrebbe potuto rinunciare a un bagno caldo, ne era sicuro.

La schiuma densa si raccolse intorno al suo corpo, profumata e leggera.

Anton passò ripetutamente una mano sotto il rubinetto ancora aperto e sollevando lo sguardo quasi gridò per la meraviglia: il sole nascente colpiva le goccioline d'acqua che schizzavano dappertutto, rendendole simili a minuscoli diamanti, che brillavano per un istante per poi cadere, confondendosi gli uni agli altri nella vasca.

Era davvero incredibile, pensò, come si sentisse bene nonostante le spiacevoli esperienze avute, era un benessere psicologico, una sensazione di pace. Probabilmente era dovuta alla sua buona disposizione, al fatto che per la prima volta non stava guardando la sua vita dall'esterno, passivamente, ma l'aveva affrontata di petto, accettando senza riserve tutti i rischi e le prove che dovevano ancora arrivare. Non sapeva se sarebbe riuscito ad essere abbastanza forte, ma giurò a sé stesso che avrebbe fatto il possibile per esserlo.

Si lavò minuziosamente, muovendosi lentamente nel vapore denso, cercando di non fare caso al dolore fisico che provava, certo che presto sarebbe passato. Così, quando infine aprì la porta, Marc, svegliatosi da poco, lo vide emergere dal biancore umido e perlaceo con un asciugamano attorno alla vita e un'espressione fiera sul volto. Sembrava un antico gladiatore vittorioso, e il giovane non poté fare a meno di andare ad abbracciarlo, non fu un abbraccio protettivo o compassionevole, solo fraterno e Anton rispose a quel gesto nello stesso modo, senza ombra dell'antica disperazione, ma con una fermezza che stupì egli stesso. Aveva detto “basta”, e nell'esatto momento in cui lo aveva fatto, tutto gli era sembrato più chiaro. Adesso vedeva distintamente gli errori passati e le debolezze che lo avevano condotto a quel punto, ma quella era la sua storia e non la avrebbe mai rinnegata, avrebbe imparato da essa, per evitare di sbagliare ancora


C'erano molte cose da fare, prima tra tutte, mettersi in contatto con ciò che rimaneva della sua famiglia.

Tuttavia non s'illudeva, sapeva che, passata quella momentanea euforia, avrebbe dovuto lottare duramente per non lasciarsi imprigionare ancora una volta dalla depressione, e sarebbe stato solo, perché Marc non poteva aiutarlo a combattere le sue battaglie interiori, ma nonostante tutto, continuava ad essere ottimista. Alla fine, averebbe vinto lui.

Fecero colazione con tè dolce e pane imburrato, Anton non parlava e Marc rispettava il suo silenzio. Sapeva che l'amico stava attraversando una fase importante, doveva essere preparato alle difficoltà che presto sarebbero arrivate.

Dopo mangiato, Anton andò in salotto, osservando l'imponente libreria e prese un grosso libro sul confronto tra Junge e Freud nell'interpretazione dei sogni.

Tu pensi che potrei studiare psicologia?” chiese, sfogliando le pagine lucide e bianche.

Perché no?” rispose Marc facendo spallucce, Anton si sedette sulla dormeuse davanti al camino e si drappeggiò un plaid attorno al corpo, perché nonostante la meravigliosa sensazione che provava, si sentiva anche molto debole e leggermente inferddolito. Marc gli porse un barattolo di vetro dall'odore pungente e uno specchietto da borsa, “Mettila sulla ferita, la aiuterà a cicatrizzarsi ed eviterà le infezioni”. Anton annuì, ma il pensiero della cicatrice lo aveva rattristato.

Appena sarà guarita, la potrai togliete col laser, se vorrai”

Sì, e il mio bellissimo viso sarà nuovamente perfetto!” scherzò lui, togliendo il tappo dal barattolo per estrarre una discreta quantità di sostanza gelatinosa che distribuì sulla lacerazione. Era fresca, e dopo pochi minuti l'intensità del dolore era già diminuita.

All'improvviso si ricordò di Maria. Gli aveva dato qualcosa, ma non ricordava cosa fosse, ma adesso che ci pensava, forse non l'aveva mai saputo; si avvicinò all'attaccapanni, al quale era ancora appeso il cappotto che aveva indossato il giorno prima. Era sporco di fango e terriccio e gli riportò alla mente l'angoscia che aveva provato, e ebbe voglia di tornare nel salotto, avvolto dal calore del fuoco e dell'amicizia, ma doveva vedere.

Infilò una mano nella tasca, non c'era niente. Guardò nell'altra e tirò un sospiro di sollievo quando le sue dita trovarono qualcosa di morbido e setoso.

Riaprì la mano, per scoprire che si trattava di una bambolina. Una minuscola bambola di stoffa, imbottita di lana e vestita con un abitino di maglia rossa, come rosso era il berrettino a punta che copriva i capelli biondi.

Rimase a bocca aperta, non riuscendo a distogliere lo sguardo da quel pegno, che era una benedizione e dei versi gli salirono alle labbra. “Ogni volta che sarai in difficoltà, preparale un buon pasto e parla con lei, dopo che avrà mangiato, ti aiuterà”.

Tornò in salotto con una nuova determinazione e quasi sorridendo.


Erano solo le otto del mattino, ma non si era mai sentito così stanco. Tuttavia, non se ne dispiacque. Era una sensazione dolce, molto diversa dal torpore gelido che aveva provato in città, così si sdraiò sul soffice tappeto persiano dai colori caldi, stringendosi la bambolina al petto.

C'era però qualcosa che lo teneva sveglio, impedendogli di addormentarsi. D'impulso strisciò di lato, appoggiando la schiena contro al muro. Non era una posizione molto comoda, ma così si sentiva più protetto, meno vulnerabile, e finalmente riuscì a rilassarsi.

Dopo pochi minuti, o almeno così gli parve, sentì le mani di Marc sulle spalle. Confuso, si sollevò sul gomito e l'amico ne approfittò per frapporre due grandi cuscini tra lui e il muro freddo; Anton gli fece un cenno di ringraziamento poi, cullato dalla voce dell'amico che aveva intonato una melodia bassa e cantilenante, si lasciò trascinare dal sonno. Dormì tutta la giornata e sognò boschi, sagge streghe a cavallo di mortai e cavalieri rossi, neri e bianchi, ma niente di tutto questo era più spaventoso, perché, adesso che aveva ritrovato sé stesso, non aveva più ragione di avere paura.


Anton si piazzò davanti allo specchio, osservando il proprio viso riflesso.

Era bellissimo, come era sempre stato, ma c'era qualcosa che non andava. Era come un'imperfezione sottilissima, troppo vaga per poter essere identificata, ma bastava a turbarne la vista, o almeno così gli parve.

Sei uno splendore” lo rassicurò Marc, entrando nella stanza e lui gli lanciò

un'occhiata indagatrice attraverso lo specchio.

Le cicatrici ci ricordano i luoghi dove siamo stati, non devono determinare dove andremo” continuò Marc, passando la punta del dito sul viso dell'amico, seguendo la linea leggermente traslucida che nemmeno la magia del chirurgo era riuscita a eliminare del tutto.

Anton sorrise. “Tu e le tue maledette citazioni! Guardi troppa televisione” .

Il giovane scoppiò a ridere e gli strizzò un' occhio, posandogli le mani sulle spalle, con fare protettivo.

Anton sentì il suo corpo rilassarsi istantaneamente, stupendosi come sempre della calma che il solo tocco dell'amico riusciva a infondergli.

Si appoggiò fiduciosamente a Marc, chiudendo gli occhi; la piccola bambola di pezza occhieggiava dalla sua scatoletta di vimini, sempre in attesa, calma e sicura.

Il ragazzo sorrise. Ora sapeva di avere una possibilità.




Per capire.

La fiaba della Bella Vassilissa



C'era una volta un ricco mercante che aveva una bambina molto bella, di nome Vassilissa.

Un giorno, sua moglie si ammalò gravemente e quando capì che la sua ora si avvicinava, chiamò la figlioletta e le disse: “Oltre alla mia benedizione, voglio darti questa bambolina. Abbine cura e non farla vedere a nessuno. Quando sarai in difficoltà, preparale un buon pranzetto, dopo che avrà mangiato, ti darà ascolto e ti consiglierà”.

Poiché il mercante era spesso lontano da casa, perché Vassilissa non dovesse soffrire troppo, decise di risposarsi con una donna che aveva due figlie.

Ma essa non volevano bene a Vassilissa, anzi, la maltrattava, facendole svolgere tutti i lavori più umili.

Una sera, le tre ragazze stavano cucendo quando la candela mandò un guizzo, quindi si spense.

Adesso dovremo andare a prendere dell'altro fuoco!” si lamentarono, e cominciarono a litigare su chi sarebbe toccato.

Io ci vedo benissimo! La luna si riflette sui miei ferri, quindi non ho bisogno di altra luce!” strillò la maggiore. “Nemmeno io ne ho bisogno, perché

disse la seconda. “Devi proprio andare tu, Vassilissa!” esclamarono le perfide sorelle.

La povera fanciulla non sapeva che fare. Sapeva che per avere il fuoco sarebbe dovuta andare a casa della Baba-Jaga, che era una strega molto cattiva, e si diceva che divorasse gli sfortunati che, dopo essersi perduti nel bosco, avevano l'ardire di domandare ospitalità a lei.

La bambina scoppiò a piangere e si nascose in un angolo, dove diede da mangiare alla bambolina, dicendole “Mangia piccola bambola, e ascolta la mia pena! Vogliono che io vada dalla Baba-Jaga a chiederle del fuoco, ma io ho paura... mi mangerà!”

la bambolina mangiò con gusto e poi le disse “Va tranquilla, bella Vassilissa, portami con te, e nessuno potrà farti del male!”.

A queste parole, la bambina si fece coraggio e s'incamminò nel bosco.

Camminava già da parecchie ore quando arrivò un cavaliere tutto bianco, su un cavallo anch'esso bianco, e spuntò l'alba.

Continuò ad inoltrarsi nel bosco, finché vide un altro cavaliere dall'armatura rossa, che montava un cavallo rosso, e il sole era alto nel cielo. Poi ne giunse un terzo, nero, su un cavallo dello stesso colore, e fu notte.

Nello stesso istante, Vassilissa s'accorse di avere trovato la casa della Baba-Jaga. Era una isba fatta solo di ossa umane, i pali del recinto erano tibie, la serratura una bocca dentata e sparsi un po' ovunque c'erano teschi umani, dentro ai quali brillava il fuoco.

Si sentì un rombo assordante, e arrivò la strega, a cavallo di un mortaio, mentre con una scopa fatta di capelli, cancellava la scia del suo volo.

Appena arrivata, la vecchia annusò l'aria storcendo il naso “Chi viene a disturbarmi?” domandò imperiosamente. A queste parole, Vassilissa fece un passo avanti “Io, nonnina. Vorrei del fuoco”

Va bene, bambina. Io te lo darò, ma prima tu dovrai servirmi e se non riuscirai a portare a termine i compiti che ti darò, ti mangerò. Adesso prendi tutto ciò che c'è nel forno e mettilo in tavola perché ho fame!”

mangiò tutto, lasciando solo qualche piccola crosta alla fanciulla.

La mattina dopo, la strega prese da parte Vassilissa e le disse “Riordina la casa, preparami la cena e spazza il giardino, se per questa sera non avrai finito, ti divorerò!” poi salì a cavallo del suo mortaio e se ne volò via.

La fanciulla scoppiò a piangere disperata, certa che non sarebbe mai riuscita a portare a termine la prova.

Vassilissa diede da mangiare alla sua bambolina e le disse “Mangia a sazietà e ascolta il mio problema! Se non finisco tutti i miei lavori in tempo la strega mi divorerà!”

dopo che ebbe mangiato, essa le disse “Non preoccuparti, tu va a dormire che la notte porta consiglio!”.

Lei ubbidì, e quale non fu la sua sorpresa quando, al suo risveglio, vide che la casa era già tutta in ordine e il cortile spazzato. Le rimaneva solo di preparare la cena.

Quando la Baba-Jaga fece ritorno, rimase molto stupita di come fossero ordinati e puliti la casa e il giardino e di quanto la cena fosse gustosa. Chiamò quindi i suoi servi perché macinassero il grano. Comparvero allora tre paia di mani, che pestarono e raschiarono il frumento.

Poi la vecchia si sedette a mangiare.

Quando ebbe finito, indicò a Vassilissa un mucchio di sporcizia nel mezzo della stanza. “Per quando torno, voglio che tu separi il grano buono dalla polvere, che spazzi il giardino e la casa, che faccia il bucato e che mi prepari la cena, e bada bene che per quando torno tutto sia fatto a dovere!”

rimasta sola, Vassilissa diede alla bambolina gli avanzi che la vecchia aveva lasciato sul tavolo, e ancora la supplicò “Mangia bene piccola bambola, e ascoltami! Se non separo il grano buono dalla polvere, se non spazzo il giardino, pulisco la casa e preparo la cena la Baba-Jaga mi mangerà!”

Non preoccuparti, piccina, tu riposati che la notte porta consiglio!” le rispose la bambola e la bambina ubbidì.

Al suo risveglio, scoprì che doveva solo preparare la cena.

Quando la strega tornò, si guardò bene intorno, ma non riuscì a trovare niente da rimproverarle. Chiamò così i suoi servi perché spremessero i semi di papavero per farne dell'olio, poi si sedette a mangiare.

Perché non parli mai?” domandò infine a Vassilissa, che si era accucciata in un angolino.

E' che non oso, ma se voi me ne date il permesso, nonnina, vorrei farvi una domanda”

Chiedi pure, ma ricorda che se chiederai troppo, forse sarai più saggia, ma invecchierai prima!”

Ecco, mi chiedevo...” cominciò la bambina “Chi è quel cavaliere bianco che ho visto mentre venivo qui?”

E' la mia aurora” rispose la Baba-Jaga

E quello rosso?”

Il mio sole!”

E quello nero?”

Ma è la mia notte, bambina!” rispose la vecchia strega, poi con fare suadente aggiunse “C'è ancora qualcosa che vorresti sapere?”

No nonnina... l'hai detto tu stessa, chi troppo sa, invecchia prima, io ne so abbastanza”

Sei molto saggia, bella Vassilissa, ma adesso permetti a me di farti una domanda”

Chiedete pure!”

Come fai a portare a termine tutti i compiti che ti impongo?”

Grazie alla benedizione della mia mamma!” rispose la fanciulla.

A queste parole la Baba-Jaga s'nfuriò, il suo viso divenne rosso per la collera e urlò:

Fuori da casa mia figlia benedetta!” poi strappò da terra uno dei bastoni su cui era piantato un teschio col fuoco e lo porse a Vassilissa.

Ecco, tieni il fuoco! Vai a casa e non tornare mai più!”

La ragazza scappò via terrorizzata, ma camminando nella foresta buia, gli occhi del cranio brillavano sinistramente e le facevano paura. Ma nel momento in cui decise di gettarlo via, una voce parlò, e pareva proprio venire dal teschio!

Non farlo, bella fanciulla! Io sono qua per aiutarti!” così Vassilissa proseguì lungo il sentiero, finché non vide gli alberi diradarsi, e finalmente scorse i tetti della sua città.

Quando la videro arrivare, le sorellastre e la matrigna tirarono un sospiro di sollievo, perché, anche se avevano sperato con tutto il cure che la ragazza fosse ormai morta, nessuno, in tutto quel tempo era riuscito a riaccendere il fuoco.

Così Vassilissa portò il teschio dentro casa, ed esso cominciò a brillare sempre di più, mentre la matrigna cattiva e le sue brutte figlie non riuscivano a distogliere lo sguardo da tutto quel fulgore, finché di loro rimasero solo tre mucchietti di cenere, che la fanciulla seppellì, assieme al teschio ormai spento.

Poi andò a chiedere ospitalità a una vecchia vicina.

Dopo qualche giorno, però cominciò ad annoiarsi.

Cara nonna, potreste comprarmi della seta? Vorrei tessere!”

la vecchia andò al mercato, e trovò la più bella seta che si fosse mai vista, ma era così sottile e delicata che nessun filatoio poteva filarlo. Allora Vassilissa preparò da mangiare per la sua bambola, ed essa filò per lei un tessuto magnifico, talmente fine che poteva passare per la cruna di un ago. Quando lo vide, la vecchia pensò che un tessuto tanto bello poteva solo essere indossato dallo zar, così il giorno dopo lo portò a corte.

Cominciò quindi a passeggiare sotto le finestre dello zar e quando questi la vide, la invitò a entrare.

Cosa volete, buona nonnina?”

Vengo a portare questa magnifica stoffa per Sua Maestà”

il sovrano contemplò ammirato la bella seta “E quanto volete per questa meraviglia?” domandò allora.

Niente, mio Signore” rispose la vecchia “Una stoffa così non ha prezzo!”

Lo zar decise di usare la seta tessuta da Vassilissa per farne delle camicie per sé, ma nessun sarto riuscì a lavorare quella stoffa così preziosa. Mandò quindi a chiamare la vecchia, e le disse:”Se siete stata capace di filare una seta così, saprete senz'altro farne delle camicie!”

la donna portò a casa la stoffa e la diede a vassilissa, riferendole le parole dello zar.

La fanciulla si chiuse in camera, e per tre giorni lavorò senza sosta, per confezionare sette camicie meravigliose che affidò alla vecchia, con l'incarico di portarle a corte.

Quando arrivò al cospetto dello zar, tutti i cortigiani spalancarono gli occhi, perché mai avevano visto camicie così delicate e ben fatte.

Come avete fatto, nonnina?” chiese lo zar, non riuscendo a credere ai suoi occhi.

Per la verità” rispose lei “Non le ho fatte io queste camicie, ma la mia nipote adottiva, Vassilissa”

a queste parole, lo zar decise che doveva assolutamente vedere la fanciulla che era riuscita a creare quelle bellezze; fece sellare il suo cavallo, e scortato dal suo seguito andò a casa della vecchia.

La donna arrivò appena prima del sovrano e corse subito ad avvertire Vassilissa, ma la fanciulla era già lavata e vestita col suo abito migliore.

Sapevo che sarebbe venuto!” esclamò, mentre apriva la porta per accogliere il suo signore.

Quando la vide, lo zar se ne innamorò a prima vista, e ordinò che le nozze fossero celebrate quello stesso giorno, in gran pompa.

Vassilissa la Bella andò quindi a vivere a corte, con la vecchia e suo padre, che nel frattempo era tornato dal suo viaggio, e per tutta la sua lunga vita portò sempre nella tasca la sua bambolina.


















































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































































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