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lavoro pubblicato sabato 16 giugno 2012
ultima lettura mercoledì 18 settembre 2019

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la fata del lago

di vinicio. Letto 441 volte. Dallo scaffale Generico

Erano buie le notti, grilli cantavano disperati all’ombra della luna,i demoni sorseggiavano un buon vino.Zampillavano come sangue i lap...

Erano buie le notti, grilli cantavano disperati all’ombra della luna,

i demoni sorseggiavano un buon vino.

Zampillavano come sangue i lapilli del focolare, una nube scura di fumo era padrona del cielo.

La fata del lago era ormai stanca, inerme, il demone del caos nero s’incoronò monarca.
Incubi e lamenti accompagnavano le notti delle creature del villaggio.
Paura, inquietudine, mal d’essere.
Tante erano le emozioni che invadevano gli animi della povera gente.
Una solitudine devastante, abbracciava le strade del vecchio paese.
Era ormai morto il suo ardore.
Si spensero i lumi, il fuoco non brillava, i gemiti delle calde notti di passione, divennero
tremolii impauriti, di ratti sporchi e dilaniati dalla cruda peste del tempo arido.
Nel silenzio della notte si senti un fracasso di vetro,
il vecchio Roland, guardiano del lago, ruppe per disprezzo la brocca del suo vino.
Con le schegge trafisse bramoso, le ormai esili vene del suo polso.
Come una lugubre forza del male, si avventò su se stesso,

assetato del suo sangue, si abbeverò di una ormai stremata anima.
Macchiò il pavimento, fiotti di liquido rosso annegavano le affamate formiche.
Il suo sangue percorse inarrestabile le sottili venature delle mattonelle bianche della casa.
Cadde al suolo, il suo prosciugato corpo emise un rumore flebile,
assordante solo per le ormai sature formiche.
Le sue labbra, divenute violacee esalarono un suono raccapricciante,
un soffio, l’ultimo sospiro del suo cuore.
Il vento soffiava forte, il cielo si tinse di un colore scarlatto,
si era spenta un’anima, immersa in una pozza color rubino.
Nessuno ebbe il coraggio di lasciare la propria casa,
il terrore era dominatore.
Un gufo, losco animale notturno, ruppe il silenzio.
Una folata del sospiro di madre natura, anch’essa ormai avvolta tra le tenebre,
aiutò il verso del gufo ad echeggiare tra i rovi della funerea foresta.
Il tempo aveva perso il suo arbitrio sull’uomo.
La caligine entrò ingorda nella case dei peccatori,
l’uomo perse il lume della ragione,uccise, conquistò, violentò, impiccò, commise atrocità,
si trovò avvolto nel tenero abbraccio soffocante delle tenebre.
Morì straziata l’ormai anziana fata del lago.

Impiccato era il suo capo, a vene aperte il suo splendente collo.
I demoni divennero padroni, l’humus della terra si tinse di nero,
il male iniziò a scrivere la sua affascinante storia.
Io mi persi in lui.
Peccatore.



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