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lavoro pubblicato martedì 5 giugno 2012
ultima lettura sabato 16 marzo 2019

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IL MONTE GRAGNO

di HPLovecraft96. Letto 1132 volte. Dallo scaffale Fantascienza

 Era chiamato “Monte Gragno”, e da sempre sovrastava il paese con la sua forma grottesca, quasi bulbosa, ma che a molti suggeriva l'immagine di una colossale piovra sovrappeso, mollemente fossilizzatasi lì, in quella posizione, ...

Era chiamato “Monte Gragno”, e da sempre sovrastava il paese con la sua forma grottesca, quasi bulbosa, ma che a molti suggeriva l'immagine di una colossale piovra sovrappeso, mollemente fossilizzatasi lì, in quella posizione, a dominare l'abitato. Secco e aspro nella stagione invernale, costringeva gli abitanti ad accendere le luci già nel primo pomeriggio, nascondendo infatti il Sole con la sua mole, era invece ingentilito e reso meno innocuo nella stagione estiva da un manto verde scuro di boscaglia e prati, in cui però ancora si potevano distinguere le asperità rocciose, che spiccavano fra tutto quel verdume selvatico come croste di una ferita. Scrutandolo nelle giornate più assolate si potevano vedere le numerose zone d'ombra create dalle escrescenze rocciose, le rare zone libere dagli alberi, le rupi rocciose e i precipizi franosi. I paesani più anziani, discendenti di coloro che avevano dato vita al paese, costruendo la Fabbrica Metallurgica intorno alla quale era sorto poi il nucleo dell'abitato, conservavano ancora una sorta di timore reverenziale nei confronti del monte, timore a cui nessuno sapeva dare una spiegazione. Era certo, però, che chiunque, del paese o di fuori, osservando il Gragno si sentisse pervaso da un'opprimente sensazione d'angoscia, o comunque di profondo turbamento del tutto immotivato. Non era un montagna su cui gravavano leggende oscure, non vi erano mai stati strani fenomeni riconducibili ad essa, né nessuno vi aveva trovato la morte esplorandola, per il semplice fatto che nessuno aveva mai avuto il coraggio di avventurarsi sui suoi pendii incolti. Gli abitanti del paese odiavano il monte, e al tempo stesso lo temevano. Fin dal giorno in cui nascevano, quando tutte le mattine si recavano in fabbrica a lavorare, durante il monotono trascorrere di ogni loro singola giornata, scandita dal lamentoso e greve lamento della sirena della metallurgica, ad ogni minuto, ad ogni ora, ad ogni Messa, non mancavano di rivolgere un pensiero malevolo al loro guardiano, magari gettando un'occhiata disgustata alle sue pareti aspre e incolte, per poi subito distoglierne lo sguardo, quasi pentiti di aver osato tanto,e spesso facendosi un fugace segno della croce. Gli abitanti erano infatti molto devoti, e il loro isolamento quasi totale dal resto del mondo aveva accentuato ancor di più il loro fanatismo religioso. Tutti andavano alla Messa almeno due volte a settimana, il parroco era la figura più importante del paese, dopo il sindaco, e le famiglie erano fortemente patriarcali. Questa loro particolare condizione li aveva portati progressivamente ad escludersi dal resto del mondo, e a chiudersi sempre più nelle loro superstizioni, preghiere e, soprattutto, paure.

Quel monte li atterriva in maniera inspiegabile, e tuttavia non riuscivano a non andarsene da quel posto, trascorrendovi l'intera vita in maniera a dir poco terribile: sotto ogni cosa bella, ogni festa, ogni evento, ogni sagra si sentiva questo retrogusto amaro emergere sempre di più, come a preannunciare che una fine, una terribile ma pur sempre sperata fine, ci sarebbe stata.

E alla fine, in una molle ma ventosa giornata d'inizio maggio, l'abissale e insondabile malvagità nascosta dietro alla tozza e deforme sagoma della montagna si rivelò in tutta la sua terribile e devastante realtà.

Quella mattina Giuliano Satti cantava a pieni polmoni la lunga “e” iniziale dell'organa a quattro voci “Sederunt Principes” nella Chiesa Maggiore del paese col resto del coro, accompagnato da un violoncello. Faceva parte infatti del Coro Gregoriano Cattolico del paese, che cantava alle Messe che si svolgevano giornalmente nella Chiesa.

Giuliano era un ragazzo di diciott' anni, nato e cresciuto all'ombra del Gragno, e come tutti nutriva gli stessi sentimenti di morboso disprezzo nei confronti del monte, ma quando una profonda e viscerale vibrazione lo interruppe nel pieno del gioioso gorgheggio finale che preannunciava l'inizio della “u” facendo tremare le vetrate della Chiesa e oscillare i lampadari non pensò nemmeno per un attimo che lo strano fenomeno fosse legato ad esso, come del resto i fedeli riuniti in preghiera. L'anziano prete s'alzò in piedi. Dopo un attimo di assoluto silenzio, ad un cenno del parroco, i cantori e il violoncello ripresero a riempire la lunga navata della Chiesa con il loro canto, ma lo strano fenomeno si era lasciato dietro un pesante senso d'angoscia che rendeva l'aria quasi elettrica. Nessuno all'improvviso si sentì più tranquillo. Terminata la Messa, Giuliano si recò col resto del Coro e col parroco a pranzare in un vicino ristorante. Dopo di che fece ritorno a casa, incespicando nella lunga toga nera necessaria per le funzioni. Giunto a casa gettò su una sedia dell'ingresso la tonaca, si sistemò il nodo della cravatta azzurra e le pieghe dei pantaloni specchiandosi nel grande specchio proprio alla sinistra della porta e, entrato in salotto, si gettò sulla poltrona più vicina. Gli austeri ritratti del trisnonno Erastus e del bisnonno Ezechiele lo fissarono torvi dal muro di fronte. La casa in cui abitava era una delle più grandi del paese (gli antenati di Giuliano erano annoverati fra i fondatori del paese e il nonno di Giuliano era un pezzo grosso nella dirigenza della Fabbrica) e, purtroppo, una fra le più vicine all'odiato monte. All'improvviso, mentre stava quasi per assopirsi sprofondato nella soffice poltrona, una vibrazione del tutto simile a quella che aveva disturbato la Messa quella mattina, se non più forte, squassò l'aria, e si propagò come un'onda invisibile per il paese assopito nel torpore del primo pomeriggio. Giuliano balzò in piedi all'istante, turbato, e corse ad affacciarsi alla finestra. Nulla. Tutto sembrava essere normale. Si volse quindi verso la stanza, pensieroso.

In quello stesso istante un altro sordo brontolio percorse l'aria, stavolta facendo vibrare forte i vetri della sala.

Il brontolio si trasformò in un gemito profondo e crepuscolare, del quale non si riusciva a stabilire un'origine, e che si faceva sempre più acuto.

Tutto iniziò a tremare, come in un terremoto.

Giuliano, terrorizzato, cadde a terra, e iniziò a strisciare verso la porta dell'ingresso, mentre i ritratti si staccavano dalle pareti, sfracellandosi a terra, e i mobili ondeggiavano paurosamente. Una crepa percorse scricchiolando il soffitto, e il ragazzo fu investito da una pioggia di polvere d'intonaco.

Al culmine della scossa, si udì come uno schiocco, e, in maniera rapida e improvvisa, una terribile onda d'urto si sprigionò dalle pendici del Gragno e investì il paese per l'intera sua estensione.

Le finestre della stanza da dove Giuliano cercava di uscire implosero con una violenza quasi surreale, mentre profonde crepe si aprivano nelle pareti dell'abitazione. Giuliano dedusse che una sorte analoga era accaduta alle altre case del paese, dati gli schianti provenienti dall'esterno e le rare grida che si potevano udire.

All'improvviso fu silenzio.

Giuliano si rimise in piedi, tremante, scrollandosi la polvere dell'intonaco che gli si era accumulata sulla testa. Come in un sogno si accorse di essere stato ferito di striscio ad una guancia dai vetri della finestra esplosa. Nell'incredibile silenzio, si potevano udire soltanto alcuni allarmi di auto che stridevano al nulla da qualche parte del paese e il gocciolio del sangue che dalla ferita sulla guancia ticchettava sul parquet impolverato.

E poi, di colpo, la sirena posta sulla Torre della Sirena, un'alta costruzione cilindrica in cemento che spiccava nel profilo del paese come una guglia gotica, suonò. Suonò come non suonava più dai tempi dei bombardamenti aerei sulla fabbrica: suonò l'allarme.

Il suo cupo e angosciante lamento riempì l'abitato, riscuotendo Giuliano, che, asciugatosi dal sangue con la manica, subito uscì dalla casa.

I gemiti della sirena proseguivano, uno dopo l'altro, come una richiesta d'aiuto, in maniera monotona ma a suo modo inquietante.

In breve tempo le strade del paese furono piene di gente vociante e spaventata. Tutti fissavano il monte, e quando Giuliano li imitò, fu colto dal terrore più assoluto: la parete rocciosa più in alto, proprio sotto la cima, si muoveva.

La roccia era in una sorta di fermentazione: si sgretolava, si crepava, si muoveva come una superficie melmosa.

“Ma che diavolo....!” esclamò il ragazzo, sbalordito.

La gente per strada era nel panico più assoluto: chi correva verso non si sa dove, chi fissava come inebetito lo strano fenomeno, chi pregava, chi piangeva. Le campane della Chiesa Maggiore presero a suonare.

Si levarono inni religiosi, in molti s'inginocchiavano a terra e pregavano: il loro terrore più nascosto stava prendendo vita. Un uomo vestito da operaio con in braccio una bambina mezza addormentata urtò Giuliano correndo, gridando a squarciagola, come un invasato “E' la fine dei giorni! La montagna! Aaah, l'orribile montagna!”. Alle sue urla ne fecero eco altre, ben più numerosi e altrettanto isteriche. Da qualche parte sì udì uno stridio di freni e uno schianto. Un coro di grida femminili si levò da una villetta poco lontana.

Dopo pochi istanti, la parete rocciosa franò. Nonostante i pianti della sirena, si udì chiaramente il rimbombare del crollo. Macigni e enormi zolle di terra si staccarono dal pendio e rotolarono lungo le pendici del monte, frammentandosi, sradicando alberi e spezzando i grumi di roccia che sporgevano dalla boscaglia. Una nuvola di polvere si levò in alto, ben oltre la cima del monte. Diradatasi che fu, tutti poterono vedere con orrore che al posto di quella che, poco prima, era la parete di roccia nuda più estesa della montagna, vi era ora una scura voragine, simile ad una grotta, ma molto più estesa e larga. Il muro di roccia si era sgretolato come un guscio di sabbia secca.

Come in un sogno Giuliano osservava quella nera bocca maledetta.

Improvvisamente un tremendo boato scosse il paese, gettando a terra gli abitanti terrorizzati, e sovrastando addirittura la sirena che, imperterrita, continuava il suo lugubre cantico.

E, in una maniera che a tutti parve davvero surreale, la voragine nera vomitò.

Da essa proruppe infatti un enorme getto marrone di quello che, in quei pochi secondi che rimase sospeso nell'aria, parve a tutti fango misto a pietre e alberi.

L'immonda colata fu costretta dalla forza di gravità ad interrompere il suo percorso quasi orizzontale e a spiaccicarsi lungo il pendio del Gragno, colando velocemente verso valle, verso il paese, trascinando con se ogni cosa.

La folla fu presa dal panico.

Lottando per non essere trascinato via dalla calca indescrivibile, gli venne in mente come avrebbe potuto mettersi in salvo: conosceva infatti un colle che sovrastava il paese proprio di fronte al monte. Il problema era arrivarci.

Giuliano avanzò a spintoni fra le persone che correvano in ogni direzione, scavalcò un uomo che giaceva apparentemente svenuto a terra e si diresse verso la parte vecchia del paese. Una sirena, quasi certamente di una volante della polizia, prese a suonare. Vi fu un tremendo botto, e la sirena si spense mugolando.

Arrivare lassù era tutt'altro che facile: il paese intero si era riversato in strada, tutti cercavano di mettersi in salvo, e non senza metodi anche poco cristiani. La jeep del signor Treggiata, vicesindaco, si fece largo aprendosi un varco nella turba di gente, a folle velocità, sbalzando via i poveri sventurati che non facevano in tempo a scansarsi. Nell'aria echeggiarono diversi colpi di pistola. Giuliano fu gettato più volte a terra da persone urlanti che lo urtavano fuggendo verso non si sa dove. Un uomo in completo color magenta uscì da una casa carico di scatole di cartone. Una donna che correva nella direzione opposta lo urtò, facendolo finire gambe all'aria con le sue scatole. Diversi pezzi d'argenteria si sparsero tintinnando sul marciapiede. L'uomo e la donna si guardarono a vicenda per alcuni istanti, poi guardarono l'argenteria, e, di colpo, vi si gettarono entrambi, litigandosela. Un'ulteriore vibrazione sconquassò l'aria, seguita da un forte schiocco, e i due abbandonarono immediatamente il tesoro, per darsela a gambe.

Giunto in prossimità della Chiesa Maggiore, Giuliano incrociò alcuni dei membri del Coro Gregoriano Cattolico, che tranquillamente, vestiti con le toghe nere indossate durante le funzioni, si stavano apprestando a entrare nel tempio, guidati dall'anziano parroco, Don Giuseppe.

Giuliano si parò loro davanti, trafelato: “Presto, che fate? Venite con me, conosco un posto sicuro, sulla cima di quel colle!” gridò loro, indicando la direzione verso la quale stava andando.

Don Giuseppe, per nulla turbato, lo guardò negli occhi: “Figliolo, non c'è scampo all'ira del Signore! Come Lui distrusse Sodoma e Gomorra con fuoco e zolfo, senza che nessuno potesse mettersi in salvo, distruggerà questo nido di peccato con acqua e fango, senza che nessuno possa salvarsi. E adesso, scegli una morte santa e pia unendoti a noi nella preghiera di questi ultimi istanti, non fuggendo come un agnello spaventato! Salire lassù non farà che prolungare la tua agonia.”

Giuliano inorridito si volse verso i suoi colleghi del Coro: “Ma non volete nemmeno tentare? Non volete nemmeno.....Vi prego, venite con me!”

“Abbiamo deciso di restare a morire. Del resto, anche se ci mettessimo in salvo, avremmo certamente perso tutto, e tutti...che senso avrebbe quindi vivere?” fece Taddeo, il figlio più grande del sindaco.

“Voi siete matti! Per favore, ragionate!” riprese quest'ultimo.

“Giuliano...forse non hai capito....non riuscirai a salvarti....moriremo tutti! Tutto è perduto!” gli disse Bartolomeo, un ragazzone di vent'anni, che accompagnava i cantori col suo violoncello, con una nota quasi isterica nella voce, stringendosi convulsamente al suo strumento.

“No! Voi siete matti! Se volete morire come topi chiusi in quella Chiesa, fate pure! Io mi salverò!” gridò loro Giuliano, arretrando. I loro sguardi che quasi lo biasimavano lo riempirono di orrore. Un profondo boato li fece tutti sussultare. Il ragazzo si voltò e riprese la sua fuga.

Non si era allontanato che di pochi passi quando gli giunse alle orecchie la voce di Don Giuseppe, squillante, infervorata da una vena di fanatismo, riconoscibilissima anche in mezzo a tutto quel caos di urla: “Figliuolo! Unisciti a noi! Torna qui! Nessuno sfugge all'ira dell'Onnipotente!”.

Reprimendo le lacrime, il ragazzo si affrettò su per una stradina laterale, deserta. Un terribile fetore che ricordava i liquami di una discarica sotto il sole d'agosto mischiati a litri d'ammoniaca prese a farsi sentire sempre più forte.

Già si riuscivano ad udire i rimbombi delle prime case colpite dalla marea avanzante e il terribile fragore di questa quando Giuliano giunse sulla cima del colle. Era questo una sorta di cocuzzolo diviso in terrazzamenti, utilizzato un tempo per una vigna, di cui restavano ora alcuni tralci inselvatichiti. L'erba vi cresceva alta e solo da qualche anno gli alberi avevano iniziato a riappropriarsene. Con un ultimo sforzo, i piedi doloranti calzati in eleganti, ma inadatte alla corsa, oxford ormai non più tanto lucide, giunse ansimante al terrazzamento più alto, spoglio di alberi e battuto da forte vento, denso dell'odore mefitico della brodaglia assassina.

Là si accorse, non senza una certa sorpresa, che avevano trovato rifugio sul colle anche Amedeo, un giovane seminarista suo conoscente e coetaneo, Gebedia, trentenne proprietario di una piccola gelateria, il signor Cosacchi, suo padre, e, incredibilmente, il suo grande amico, il figlio del vicedirettore della Metallurgica, Antonino De Ivres.

Quest'ultimo, che se ne stava seduto in disparte addossato ad un vecchio ceppo marcio, alla vista dell'amico, balzò in piedi e corse ad abbracciarlo.

“Giuliano! Giuliano! Oh, Dio del Cielo, Ti ringrazio! Almeno tu! Oh, Dio, almeno tu...!” gridava, abbracciando il compagno, che come inebetito si lasciava stringere, ancora profondamente turbato per la sorte dei suoi compagni coristi.

Da lassù si riusciva ad avere un'incredibile panoramica del paese e del Gragno. La voragine scura continuava intanto a rigurgitare un'orribile valanga di fango e terra, che non sembrava dar cenno di diminuire. La colata aveva intanto già invaso gran parte del paese. La densa ondata travolgeva le abitazioni e sommergeva le strade, dove le persone ancora cercavano di mettersi in salvo. Le loro urla erano chiaramente udibili fin sopra il colle. La sirena della fabbrica continuava intanto a suonare lugubre, accompagnata dal rintocco squillante delle campane della Chiesa.

Dalla montagna giunse un ulteriore boato, seguito da uno schiocco secco e assordante, e il getto di liquame aumentò notevolmente. La densa marea avanzava con un'incredibile velocità.

Giuliano si accorse con orrore che altri pozzi si stavano aprendo nei fianchi del monte, e questi nuovi orifizi prendevano a loro volta a defecare quell'immonda sostanza fangosa.

Le case venivano investite dalla pesante e densa sostanza, che ne sfasciava porte, finestre e tetti, penetrava fin nelle strutture più interne e trascinava con se le fondamenta, sradicando le abitazioni e facendole crollare miseramente. Le persone finivano invece sepolte dall'inaffrontabile ondata, e restavano schiacciate e soffocate in maniera orribile, incapaci di poter fuggire o affrontare l'incessante flusso. Dal colle Giuliano e i suoi compagni di sventura osservarono agghiacciati alcune persone arrampicarsi sul campanile della Chiesa Maggiore, udivano le loro preghiere e le loro urla. Anche da lassù Giuliano riuscì a scorgere con orrore la sagoma della tonaca bianca e viola di Don Giuseppe ritto in piedi sulla sommità del tetto piatto del Campanile, le braccia aperte verso l'alto, e numerose figure in nero inginocchiate attorno a lui, miste a varie altre persone. Il vento gli portò un eco di Dies Irae, e qualche nota di violoncello che lo accompagnava, e il suo cuore parve fermarsi. L'ondata marrone colpì la torre campanaria e vi si strinse attorno, trascinandola via in pochi secondi, soffocando lo squillare delle campane, e con sé le disperate suppliche e i canti. Subito dopo invase la Chiesa Maggiore. Le solide pareti in cemento armato ressero all'impatto, ma quando la forte corrente marrone sfondo le grandi vetrate colorate e si insinuò all'interno, l'intera, slanciata struttura parve avere un fremito. In pochi istanti restò visibile solo parte della facciata anteriore, ondeggiante nel flusso distruttore. La marea assassina giunse quindi alla fabbrica, turbinando e ribollendo, e la distrusse, fra i vapori provocati dal contatto delle fonderie ardenti con la fanghiglia. I capannoni venivano schiacciati come scatole di fiammiferi, le ciminiere e i silos ribaltati, distrutti e sommersi. La ciminiera più alta, verniciata a strisce rosse e bianche, e simbolo del paese, franò su se stessa, senza la minima resistenza, l'esile struttura in mattoni e ferro sfaldata dallo tsunami denso di macerie, pietre e pesante fanghiglia. Accartocciandosi su se stessa colpì esattamente al centro l'Edificio Amministrativo della fabbrica, aprendovi un lungo squarcio verticale, prima di essere entrambi trascinati via in macerie dagli scuri flutti.

Antonino trattenne il fiato e si porto le mani alla bocca: suo padre era sicuramente rimasto nell'ufficio al secondo piano dell'Edificio Amministrativo.

Giuliano gli strinse la mano, e i due amici proseguirono così uniti a guardare la distruzione del paese dove avevano trascorso la loro breve vita.

Solo per un attimo Giuliano si accorse che i suoi genitori erano probabilmente già morti, e con loro i nonni, e la sorella. Non li aveva nemmeno visti prima del disastro. Si stupì di non provare pressoché nulla. La scena che gli si parava davanti bastava a raggrumare tutte le sue emozioni in un unico pensiero.

La Torre della Sirena fu una delle strutture distrutte per ultime. Fino all'ultimo continuò ad emettere incessante il suo pianto disperato. Il flusso mefitico ne circondò la base, e prese ad accumularvisi intorno, man mano che il livello della fanghiglia si alzava. Giunto che fu fin quasi al tetto in rame della Torre, ne penetrò le fondamenta e gli interni. Il cantico di morte della sirena proseguì fino a che non fu visibile solo parte del tetto con la trombetta sulla sommità. Dopo pochi istanti la torre dovette cedere, spezzandosi, poiché si vide la cima del tetto piegarsi di lato per poi scomparire al di sotto dell'ondata con un ultimo, lugubre muggito ed essere trascinata via in macerie.

Il paese ora era del tutto sommerso. Forti vibrazioni continuavano a susseguirsi ogni pochi secondi. Giuliano osservava orripilato il rigurgito aumentare ancora e ancora, i pozzi che si aprivano sempre più numerosi, gli schiocchi che si susseguivano sempre più frequenti.....fino a che l'intero monte si disgregò in tanti brandelli rocciosi, sotto cui ribolliva un'enorme polla di fanghiglia ribollente e maleodorante, che pareva fuoriuscire da un'immensa voragine sotterranea, innalzandosi per la stessa altezza che era stata del monte, spiccando curiosamente nitida ma irreale contro l'azzurro cielo primaverile.

Il fragore era assordante.

Il ragazzo strinse con più vigore la mano di Antonino.

L'ondata si spandeva ormai per ogni dove, salendo vertiginosamente di livello. In poco tempo arrivò a lambire la cima del colle su cui Giuliano si era rifugiato, e in poco tempo il ragazzo si rese conto che il parroco e i coristi avevano ragione: non si sarebbero salvati. Erano circondati, bloccati su un cocuzzolo erboso che si rimpiccioliva sempre di più.

Ovunque si poteva guardare, non si vedeva altro che una distesa marrone ribollente, costellata da chiazze oleose simili a crateri lunari, densa di macerie, cadaveri irriconoscibili, vetture, alberi e ogni sorta di oggetti o resti di essi, da cui spuntavano le cime dei monti più alti come isole in un mare.

Il signor Cosacchi gemette “Siamo perduti!” e si strinse al figlio, che fissava stravolto la fine avvicinarsi.

Amedeo, le mani giunte, gli occhi serrati, mormorava sottovoce quella che sembrava una lunga preghiera in latino.

Giuliano guardò negli occhi Antonino, che piangeva in silenzio, e tentò di sorridergli in modo rassicurante.

“Tranquillo” gli disse “Andrà tutto bene...”

“Quanto vorrei fosse vero, amico mio” gli rispose fra le lacrime Antonino.

“Amici, diciamo una preghiera!” esclamò solenne Amedeo e iniziò ad intonare la versione cantata del Padre Nostro. Giuliano e gli altri si unirono al canto.

E finalmente, come a porre fine una volta per tutte all'orribile disastro, da sotto i litri e litri di fanghiglia scura proruppe una sorta di bolla di gas maleodorante, che esplose in superficie ammorbando l'aria e provocando un enorme ondata di rigurgito fangoso, che si ampliò per ogni dove.

Giuliano fece appena in tempo a farsi il segno della croce e a stringere più forte che poteva la mano di Antonino.



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