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lavoro pubblicato venerdì 1 giugno 2012
ultima lettura sabato 20 aprile 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Il vampiro Christopher Hancock, le origini.

di Kartika. Letto 655 volte. Dallo scaffale Fantasia

Mi chiamo Christopher Hancock, ho vent'anni da trecentosessantacinque anni, esattamente dal 26 settembre 1665. Sono nato nel 1645 a Eyam, un tranquillo e isolato villaggio nella contea dello Derbyshire. Di mio padre George ricordo le sue grandi mani da...

Mi chiamo Christopher Hancock, ho vent'anni da trecentosessantacinque anni, esattamente dal 26 settembre 1665.
Sono nato nel 1645 a Eyam, un tranquillo e isolato villaggio nella contea dello Derbyshire.
Di mio padre George ricordo le sue grandi mani da instancabile lavoratore; arrotino durante il giorno, la sera si reinventava artista costruendo oggetti d'arredamento in ferro battuto, ogni due fine settimana si recava a Londra per rivendere le sue opere. Grazie al doppio lavoro non è mai mancato il cibo sulla nostra tavola. Mia madre Elizabeth era una donna dagli occhi profondi e la voce timida, allevò premurosamente me e i miei quattro fratelli: Joseph, Ann, Manfred e Agnes.
Io ero il maggiore dei cinque, il loro punto di riferimento dopo mamma e papà.
Eravamo una famiglia unita, vivevamo in modo semplice nel nostro piccolo cottage circondati dal verde della campagna. Gli anni trascorsero sereni senza troppi sconvolgimenti fino l'estate del 1665.

In giugno si diffuse una terribile epidemia di peste bubbonica a Londra, decimando (così crede la gente) la popolazione. Mia madre implorò mio padre di non recarsi più nella capitale, convincendolo che era meglio accontentarsi dei suoi introiti d'arrotino piuttosto che mettere a repentaglio la sua vita, quella della famiglia e dell'intera comunità.
Ci fu qualcun altro, però, a portare l'orribile morbo della peste a Eyam.
Nel settembre dello stesso anno, il sarto del paese, il signor Viccars, aprì un pacco di stoffa umida acquistata a Londra e la mise ad asciugare vicino al fuoco.
Fu l'inizio della fine.
Fummo una delle prime famiglie ad ammalarsi, partendo dalla piccola Agnes, il cui esile corpicino venne martoriato da bubboni da cui fuoriusciva il pus. Era uno strazio indicibile vederla ridotta in quello stato. La mamma, pur avvertendo lei stessa i primi sintomi della malattia, non l'abbandonò un solo istante, accarezzando con amore il suo viso fino all'ultimo alito di vita. Pochi giorni dopo morì anche lei devastata dal morbo.
Mio padre, nel giro di una settimana e mezza sembrò invecchiato di vent'anni.
La perdita dell'amata consorte e della figlia più piccola lo distrusse.
Una settimana dopo averle sepolte la peste colpì anche lui e quasi contemporaneamente Joseph, Ann e Manfred.
Ero l'unico ad essere ancora sano. Trascorsi quattro giorni senza mangiare nè dormire, mio padre e i miei fratelli vomitavano in continuazione delirando, tentai di accudirli standogli vicino e rinfrescando con dei panni bagnati le loro fronti bollenti.
Ma era tutto inutile, io mi sentivo inutile, incapace d'alleviare le loro sofferenze.
Recitai il Padre Nostro ma mi fermai al punto in cui si dice - sia fatta la tua volontà - no, no, che volontà è mai questa? Prendersela con degli innocenti.

Perchè Dio mi ha fatto questo, perché si è preso tutta la mia famiglia e crudelmente mi ha lasciato in vita ad assistere a questo orrore?
La misericordia di Dio non è che una menzogna, lui si burla di noi poveri esseri umani.
Sottostiamo al suo volere senza alcuna possibilità di ribellione. Siamo solo burattini manovrati dalle sue capricciose mani.
Padre Nostro che sei nei cieli, non vedo amore nel tuo insensato agire, ma ti prego, fa sì che la morte sopraggiunga presto anche per me.

Sembrò voler ascoltare la mia richiesta, riconobbi da subito i primi sintomi di nausea e debolezza, poco dopo i primi bubboni iniziarono a rigonfiarsi sul mio corpo. Di ora in ora peggioravo. Ero solo, senza alcun desiderio di continuare a vivere, steso nel mio letto e madido di sudore.
Volevo raggiungere la mia famiglia nel regno dei cieli, loro stavano sicuramente là ma io probabilmente non ne ero degno.
L'emicrania era talmente forte da dare la sensazione che da un momento all'altro mi si frantumasse il cranio, la nausea insopportabile, dal mio stomaco ormai vuoto iniziai a vomitare la bile.
Completamente sfinito, non mi era rimasta nemmeno la forza di sbattere le palpebre. La febbre era sicuramente altissima, entrai in uno stato di semincoscienza in cui vidi una bellissima donna dagli occhi di ghiaccio e lunghi capelli neri.
"Andrà tutto bene, starai meglio".
Mi disse piano accarezzandomi la testa con le sue gelide mani affusolate.
Eccola, la signora morte, finalmente si era ricordata di me ed era venuta a prendermi.
Ero sereno, chiusi gli occhi ripensando a un pomeriggio d'inverno in cui l'intero villaggio venne ricoperto da candida neve, io e tutta la mia famiglia giocavamo, cantavamo, ridevamo mentre i nostri passi venivano attutiti dal soffice manto bianco.
Ero pronto.
La morte era china su di me e i suoi capelli corvini coprirono il mio volto.
"Farà un po' male".
Ero stremato, impossibile stare peggio di così.
Mi sbagliavo.
Signora morte affondò i suoi acuminati canini nell'unico punto del mio collo senza bubboni.
Il dolore provato fino un attimo prima non era niente al confronto.
Fu come ardere in mezzo a rovi spinosi; le fiamme dell'inferno si contorcevano furiose al mio interno, iniziai a dimenarmi impazzito in preda alle convulsioni. Mentre bruciavo sentivo i miei organi vitali liquefarsi. Ogni fibra del mio corpo fu assalita da feroci demoni, pensai fosse una punizione inferta da Dio per averlo criticato.
Vidi signora morte recidersi le vene e invitarmi a bere, avvicinò il polso sanguinante alle mie labbra livide. Pensai fosse un'allucinazione e con sforzo immane, senza capire cosa stessi facendo, bevvi quel fluido rosso.

Bevvi dal calice della morte.
Il fuoco s'intensificò ulteriormente, migliaia d'incendi divamparono in ogni parte del mio essere.
Nonostante io rimanessi intatto, ogni cellula del mio organismo esplose.
Morii e mi risvegliai condannato a vivere l'eternità nell'oscurità della notte.
Fu così che divenni un vampiro, era il 26 settembre del 1665.
Il mio corpo in apparenza era lo stesso ma totalmente cambiato, i sensi si acuirono notevolmente; rendendo possibile udire bisbigli a distanza di chilometri e vedere altrettanto lontano. Avvertii di possedere una forza sovrumana.
Ma il risveglio fu accompagnato anche da un'altra sensazione, terribile e bruciante; la sensazione che mi accompagna ogni giorno dandomi l'eterno tormento: l'insaziabile sete di sangue umano.

"Ottima scelta, ho creato uno splendido immortale".
Disse soddisfatta la donna dagli occhi di ghiaccio.
"Non avevi nessun diritto di farlo, dovevi lasciarmi crepare".
Mi resi conto di aver perso per sempre la possibilità di ricongiungermi ai miei familiari. La mia anima è stata dannata per sempre, rinnegato da Dio.
Sentii crescere in me rabbia e disperazione, ma più di tutto sentivo la sete infiammarmi la gola.
"Non essere in collera, quando ti ho visto ho subito capito che saresti stato perfetto... e poi mi ricordi tanto mio figlio, il mio povero Constant. Non potevo permettere che diventassi cibo per i vermi".
"Che diavolo vuoi da me? Nessuno ti ha chiesto di strapparmi alla morte, ho un tremendo bisogno di... non lo so cos'è... mi brucia la gola".
"Ti devi nutrire, andiamo".
Uscimmo, così facendo lasciai per sempre la casa in cui sono cresciuto e con essa lasciai anche la mia vita precedente, da allora non sono più voluto tornare a Eyam.

Quella notte aveva assunto un aspetto funebre, le stelle erano nascoste sotto un pesante cielo nero e uno strano odore di morte aleggiava nell'aria, inaspettatamente mi sentii parte di quella cupa atmosfera, ero perfettamente a mio agio e mi sentivo forte e indistruttibile.
Fu la notte del mio primo pasto, uccisi il mio primo essere umano guidato dall'istinto. Era una prostituta che si aggirava ubriaca in un sudicio vicolo. Conobbi per la prima volta l'eccitazione scatenata dall'odore del sangue caldo pulsare nelle vene. Non ricordo d'aver mai sentito un profumo tanto intenso e delizioso. Le fui addosso in un secondo, povera sciagurata, non ebbe nemmeno il tempo di reagire, ma se anche l'avesse avuto, niente avrebbe potuto contro la mia superiorità.
L'assalii alla giugulare, sentii il suo fluido vitale scivolarmi sinuosamente nella gola e riempirmi lo stomaco donandomi un sollievo indescrivibile.
Uccidere è semplice.
Scoprii che bere da un mortale è paragonabile al provare mille orgasmi contemporaneamente, infinite ondate di piacere che si propagano al mio interno gettandomi tra le rassicuranti braccia dell'oblio.
È quello che viene dopo ad essere difficile.
Vidi l'orrore da me compiuto, il corpo esanime della prostituta e i suoi occhi spenti riversi all'indietro. La macabra immagine della mia prima vittima mi accompagnò per le successive ore.
Poco prima ero furioso con la mia creatrice per avermi donato la vita eterna, quale diritto aveva di scegliere per me? E io, invece, che diritto avevo di uccidere quella derelitta?
Le briciole della mia parte umana si domandavano:
Soddisfare la mia implacabile voglia di sangue umano valeva più della sua miserabile vita?
I miei demoni replicavano:
Sono un efferato assassino ma uccido unicamente per nutrirmi, perché ora è questa la mia natura. Dio invece perché ha ucciso la mia famiglia con quell'orrenda malattia? Perché ha permesso che morisse tutta quella gente? Dio è molto più crudele di me.
Questa lotta interna può essere riassunta in una sola parola: dannazione.

La signora morte, mia creatrice, in realtà si chiamava Catherine, a sua volta è stata trasformata in vampira nel 1367, nel periodo in cui la peste nera fece strage in mezza Europa. All'epoca aveva un marito e cinque figli i quali morirono a causa del morbo. Dopo trecento anni di solitudine decise d'approfittare della nuova ondata della malattia per salvare (o condannare a seconda del punto di vista) sei esseri umani il più possibile somiglianti al marito e ai figli.
Inizialmente trasformò un ricco conte londinese ormai moribondo, promettendogli la vita eterna in cambio di un matrimonio e della condivisione dei suoi averi. Non fece nessun accordo con i quattro ragazzi che scelse dopo, dannò la loro anima e basta, senza chiedere alcun permesso, così come fece con me. Tre se ne andarono di casa dopo un paio di mesi, le rimase solo Sophie che stravedeva per lei e il conte William Harvey. Mi unii a loro, vivevamo in una splendida tenuta signorile. Tutto quello sfarzo non era però sufficiente a coprire la miseria che albergava nel mio animo.

Presto mi accorsi del potere seduttivo che esercitavo sulle donne. Bastava entrassi in una stanza ed erano tutte ai miei piedi, si sarebbero fatte calpestare, frustare, maltrattare pur di stare con me. Leggo il desiderio nei loro sguardi lussuriosi, mentre mi guardano spogliandomi con gli occhi, riesco a sentire il calore che divampa tra le loro cosce vogliose. Mi vogliono per il fascino magnetico della mia immortale bellezza, è tutto ciò che riescono a percepire queste ignobili sgualdrine, sono così accecate dalla mia avvenenza da farmi persino pena.
Il loro desiderio nei miei confronti le annebbia; non sono in grado di vedere il mostro che è in me, il gelo del mio buio, la mia crudele oscurità.
Le detesto perché ho bisogno di loro, le desidero, desidero avidamente tutte quelle donne, bramo le morbide linee del loro fragile collo. Adoro godere di quei corpi nudi e ansimanti prima di sfamarmi con la loro rossa linfa vitale, il sangue ha un sapore decisamente migliore dopo il sesso.
Andavo a letto con una gran quantità donne; prima di bere il loro succulento sangue caldo le soddisfavo, perciò non mi sentivo in colpa, dopotutto offrivo loro una dolce morte tra le mie braccia. Potrei definirmi un angelo nero insanguinato.
Odiavo sentir parlare dell'amore e dei suoi incanti, mi faceva soffrire quel sentimento a me sconosciuto, nella mia non-esistenza non poteva esserci spazio per qualcosa di così nobile.
L'amore è vita, luce e bellezza.
Io sono un abisso di dolore e distruzione.
Sono solo un vampiro dalla malinconica non-vita, la nostalgia di tutto ciò che mai vivrò divora la mia anima maledetta.



Commenti

pubblicato il 01/06/2012 17.33.59
Inhertitance95, ha scritto: E' a dir poco stupendo questo racconto.. ovviamente per quello che vale il mio giudizio, comunque complimenti a me piace tantissimo! Mi ricorda tanto il romanzo che ho letto "Finché non cala il buio" , ancora complimenti.
pubblicato il 15/02/2015 14.03.39
Alchimistabianco, ha scritto: Bello...trito e ritrito. Parole tue...forse. trama di migliaia di scrittorucoli senza anima...sempre le stesse cose. Inventa, non copiare. Puoi fare di meglio ciao Al

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