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lavoro pubblicato giovedì 24 maggio 2012
ultima lettura giovedì 10 dicembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

I misteri della clinica

di AmelieDeNoirr. Letto 1301 volte. Dallo scaffale Gialli

Sei ragazze diverse chiuse in un manicomio, ognuna con la sua storia, ognuna con la sua malattia. Una venticinquenne ambiziosa entra nelle loro vite, riportando a galla ogni più oscuro segreto che giaceva nelle loro anime violate.

S.Maria della pietà, ospedale psichiatrico, “Dio, diventerò pazza anch'io qui dentro”. Appena laureata con il massimo dei voti, decisi di intraprendere subito la mia carriera senza alcun rilascio. Armata di ambizione feci domanda ad un manicomio di Roma. Ero impaurita da quello che poteva accadere, non sapevo ancora se ero in grado si reggere e aiutare persone a cui la vita ha giocato un brutto scherzo, ma in cuor mio sapevo che quella era la strada da intraprendere, non avrei voluto essere in un altro posto. Emisi un respiro profondo e mi avviai tra i gradini con la mia valigetta di pelle, la mia mente ricollegò quell'immagine a Mary Poppins, ma a posto di due due bambini, avrei trovato donne malate; bussai cosi forte che mi scrocchiarono le nocche: “Buongiorno sono la nuova psichiatra, sono un po' in anticip..” la voce dell'infermiera tutta d'un pezzo che mi si proiettava davanti mi fermò rapidamente “si accomodi, non abbiamo molto tempo per parlare di formalità, ne discuteremo in pausa pranzo.” impaurita e stranita da quell'anziana cosi dura entrai senza pensarci due volte; la visuale davanti a me si mostrò nuda e cruda, nella mia impassibilità si stava muovendo qualcosa. Nella sala principale c'erano molte donne indaffarate, chi guardava la tv battendo ripetutamente le mani, chi si lasciava uscire un urlo ad ogni scena dove c'era un bacio, chi si grattava ogni lato del corpo e rideva nervosamente. La mia attenzione, però, era stata catturata da 3 ragazze, diverse tra loro. In pochi secondi cercai di memorizzare gli oggetti, le persone, i particolari: “il suo ufficio è al secondo piano, più tardi le darò le chiavi, naturalmente gli orari le sono già stati recapitati, spero lei li abbia letti” la guardai con aria superiore “non sono una sprovvista ne tanto meno una superficiale” feci uscire quelle parole taglienti, “già odio questa stronza” sussurrai pianissimo, “cos'ha detto?” si girò di scatto “ho chiesto se potevo essere lasciata sola, dato che siamo arrivate al mio ufficio” mi ripresi egregiamente. L'infermiera notò la sottile autorità con cui le avevo fatto presente che io mi trovavo un gradino più su di lei, si girò e accettando la sconfitta si allontanò fino a sparire. Scartoffie, fogli, cartelle, libri, era tutto da riordinare, ma in mezza giornata senza nemmeno fare una pausa, sistemai ogni cosa al meglio; “Vediamo con chi abbiamo a che fare” aprì la prima cartella, “ Michela Rossi, schizofrenia, 22 anni: vede la madonna dissanguarsi, delle voci gli suggeriscono che il male è sotto le sue unghie, di conseguenza le stacca con delle pinzette” mi toccai le labbra stringendole mentre pensavo che la precedente psichiatra era molto puntigliosa e precisa, “Michela Rossi, mmm è un nome già sentito” continuai a spremere le meningi ma niente, “vabè” sospirai; misi la cartella nell'apposito scaffale e tornai alla mia scrivania pronta per la prossima paziente “Noemi, disturbo bipolare, 26 anni: durante la sua fase maniacale tende a sedurre gli infermieri girando nuda o compiendo atti erotici; il resto dei giorni dorme raramente, è di poche parole” mi fermai a guardare la foto della ragazza, pensai subito a qualche trauma avuto in passato, ma calmai la sete di scavare ripetendomi che l'avrei scoperto meglio parlando con lei in persona; mi alzai e riposi la cartella nello scaffale affianco a quello di Michela. Tornai all' affollata scrivania, una sensazione di curiosità mi abbracciò in quel momento; stavo per leggere l'ultimo caso, notai subito che le sue prime tre pazienti, erano proprio quelle su cui avevo posato lo sguardo inizialmente, nella sala principale della clinica. “Selene 20 anni: disturbi dell'alimentazione, anoressia. Portata lì in fin di vita dai genitori preoccupati, pochi miglioramenti, molti degradi” sospirai ricordando la mia adolescenza, quel disprezzo per il corpo, fu come riaprire una ferita ricucita mille volte. “Bene” dissi soddisfatta e impaziente di conoscere i segreti che giacevano sulle labbra delle tre rose nere, cosi le avevano rinominate tutti; chiamai un'infermiera chiedendole di portare Michela nel suo ufficio. Dopo pochi attimi bussarono alla porta, appena la vidi ebbi la sensazione di aver vissuto già quella scena, un deja-vu; aveva dei lunghi capelli biondi, occhi color legno, un fisico asciutto, il corpo segnato dal male che si procurava. Le sorrisi come per farla sentire a casa “vieni pure, siediti sulla poltrona” notai che lei si girò alla sua destra “posso?posso?posso? Ti prego fammi sedere, le mie gambe stanno cedendo” mi alzai frettolosamente per raccogliere il corpo di Michela che ormai aveva toccato terra “certo che puoi sederti, andiamo alzati, ti tengo io” la calmai le presi una mano, le sue unghie erano rase al suolo, rimasi un attimo terrorizzata, ma il mio lavoro consisteva anche ad assistere a quelle scene. “sai, sono stata molto cattiva ultimamente, non ho pregato mai, e Dio no, no, no, non può succedere. Io devo tenere lontano il male, è il mio compito” rise sentendosi soddisfatta; intanto mi era messa comoda sulla sua poltrona “ti và di raccontarmi qualcosa della tua infanzia?” Michela si strinse le braccia e iniziò a muovere le mani per scaldarsi “Io da bambina ero molto felice, mio padre mi amava molto e questo rendeva gelosa mamma, però lui mi diceva sempre di non preoccuparmi, che ero al sicuro con lui. Mi piaceva tanto andare a giocare al parco con papà, poi andavamo in chiesa a pregare, ma lui andava sempre in sacrestia lasciandomi sola, avevo tanta paura, ma la madonna mi era vicina e mi accarezzava i capelli” buttò la sua testa su un lato sorridendo “però poi un giorno successe una cosa molto brutt..” sbarrò gli occhi e iniziò a raschiarsi le mani, le unghie. “no,no,no, scusa ti prego.. Atto di dolore, mio Dio mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati” stava avendo una crisi forte, chiamai le infermiere che la portarono nella sua stanza. Ero soddisfatta in parte del lavoro, avevo scoperto tasselli interessanti della vita di Michela, anche se poi, una crisi ha interrotto tutto; riportai le parole su carta, riponendole poi nella sua cartella. Chiamai di nuovo Flavia, l'infermiera con cui sembravo andare più d'accordo; “può gentilmente far venire Noemi?” ero incuriosita di parlare con lei, volevo scavare più affondo. Bussò nuovamente la porta, i stessi rintocchi di Michela, non uno in più, non uno in meno, davanti a me si mostrò una ragazza incantevole, capelli medio lunghi biondo cenere, occhi verdi con sfumature azzurre, carnagione molto chiara, seno prorompente, statura media, fisico robusto ma tonico. “Tu devi essere Noemi, è un piacere incontrarti” le stesi una mano e le indicai la poltrona; Mi accesi una sigaretta e la guardai con penetrazione, “ho molto sonno e non voglio parlare, perciò facciamo in fretta” le parole di Noemi balzarono sui muri, “non ti tratterrò a lungo, voglio sapere qualcosa, raccontami di te, della tua vita, della tua adolescenza” si mise comoda e si avvicino il posacenere. “Che cazzo vuoi che ti dica? sono una ragazza come tutte, ah no è vero, sono rinchiusa in un manicomio” scoppiò a ridere nervosamente, “chi dice che voi non siete persone normali? Chi dice che invece, proprio noi, non siamo i pazzi?” quelle parole la misero a tacere e una sensazione di fiducia la spinse a parlare; prese una sigaretta e l'accese con naturale tranquillità, “sai, non ho molto da dire, forse neanche molto da raccontare, mi piace far eccitare, mi piace sentirmi desiderata, mi piace masturbarmi, mi piace scopare” le mie parole la fermarono “a tutti piace farlo, ma non credi che andare in giro nuda e sedurre gli infermieri sia un tantino esagerato?” Noemi mi guardò come se stessi parlando in arabo, “non ci posso fare nulla, è più forte di me, è come se qualcosa o qualcuno mi spingesse a farlo” per oggi poteva bastare, aveva detto abbastanza, più di quanto mi potessi aspettare, “vabene, puoi andare, ma prima una cosa”, “dimmi” rispose stando sulle sue, “perchè vi chiamano le 3 rose nere?” rise e spense freneticamente la sigaretta, “tu hai mai visto delle rose nere?”, “no, mai” Noemi sorrise e uscì dalla stanza lasciandomi nel dubbio. Ero sempre più curiosa, cosi non feci attendere l'altra paziente che si era già incamminata verso l'ufficio; aprì la porta e vidi Selene, aveva dei capelli molto corti, rasati ad un lato, occhi neri come la pece,ad occhio e croce pesava 40 kg, la vestaglia che indossava poteva contenere dentro anche un'altra persona. “Selene, vedo che mi stavi aspettando” lei sorrise timidamente e si accomodò sulla stessa poltrona dove prima si erano sedute le sue amiche, “allora, raccontami di te” Selene si passava le mani sui fianchi e sulla pancia molte volte, “guardami, il mio corpo è la mia storia” rimase in silenzio mentre quelle parole la riportavano a vecchi tempi, “perchè tutto questo?” chiesi spronandola a parlare, scoppiò in un pianto disperato “ero la zimbella di tutte le mie amiche, mi deridevano dicendomi che ero grassa, che non sarei mai potuta entrare nella scuola di danza, che non sarei mai piaciuta a nessuno, la mia taglia 46 era troppo, non so cosa mi sia successo, mi vedevo sempre più enorme, fino a scoppiare.. ed ora? Ora sono uno stecchino che cammina, non ho più una vita, non ho più niente, ma non posso fare a meno di mettermi due dita nella bocca” Mi si stupì delle sue repentine parole e dichiarazioni, ero sconfortata nel guardare quella povera giovane distruggersi cosi, non trovavo le parole, cosi decisi solo di abbracciarla, la consolai promettendole che ce l'avremmo fatta, insieme. L'accompagnai fino alla sua stanza, tornai in ufficio e presei le mie cose, l'ora di lavoro era finita e a casa una famiglia mi aspettava. Passarono svariati giorni e notai che in quella clinica c'era qualcosa che non andava, qualcosa che mi puzzava, cosi decise di indagare meglio, le ore trascorse a scrutare quelle donne mi avevano portata a scoprire che quello che non andava nella clinica, erano due bande di ragazze pronte a scannarsi. Come c'erano le 3 rose nere, c'erano anche le 3 rose bianche; una sorta di rivalità era salita tra loro, senza nessun motivo apparente. Quel giorno lasciò stare Michela, Noemi e Selene, mi dedicai invece alle altre 3 ragazze; entrai in un ufficio cercando le loro cartelle, le aprì e le misi in fila, orizzontalmente. “ Silvia, 21 anni,istinti omicidi, finita in clinica perchè ritrovata con un'ascia sul letto della sorella, una bambina di 4 anni, fa credere con molta furbizia che ora si sente in pace con il mondo, mentre nella sua stanza sono state ritrovate molte riviste, sfogliandole, c'erano volti mozzati, corpi distrutti” wow, un lavoro duro, pensai. Passai alla seguente ragazza leggendo sempre ad alta voce “Francesca, 18 anni, tossicodipendente, crisi di rilascio da eroina, fà abuso di farmaci dati durante il pranzo o la cena nella clinica” arricciai il naso ed inarcai le sopracciglia; morsi il labbro e continuai a leggere “Martina, 28 anni, suicida, portata anch'essa in clinica dai genitori, dopo dei giorni in ospedale, si era tagliata le vene, la causa è ancora ignota” depressione, brutta bestia. Chiusi le cartelle e le riposi sotto la scrivania, le chiamai una ad una, la prima fu Silvia. Capelli rosso vino, occhi azzurri, fisico altetico, statura media, una bambola a vedersi, un demone a sentirsi. “Tu devi essere Gaia, la strizzacervelli nuova, wow, buona fortuna” per la prima volta era io a sentirmi in analisi; “si, sono io. E tu devi essere Silvia, prego accomodati” si mise su un'altra poltrona, era come se sapeva che le sue rivali si fossero sedute in quella che lei aveva ignorato, “senza che dica niente; si, mi hanno trovato con un'ascia in mano sul letto di mia sorella, ma non l'ho uccisa” ragazza schietta e concisa, mi piace “ lo so, ed io sono qui per scoprirne il motivo” mi interruppe alzando una mano “ è come se alcune volte vorrei ripulire il mondo dalla spazzatura, cosi sono forzata a commettere atti orribili” per ora bastavano quelle poche parole, i giorni seguenti avrei preso tutt'altra via, fino ad arrivare alla verità. “Mi sembri una ragazza sincera, perchè c'è conflitto tra voi e le 3 rose nere?” chiesi curiosa e sicura che sarebbe arrivata una risposta “perchè è la vita, sono sensazioni a pelle. Noi non possiamo vedere loro e loro non possono vedere noi” si alzò e se ne andò, girandosi disse: “faccio entrare Francesca o Martina?” risposi involontariamente “Martina” chiuse la porta e sentii un grido chiamare il nome della persona richiesta. Poco dopo entrò Martina, senza bussare, entrò semplicemente. Capelli legati, nero corvino e gli occhi castano scuro, carnagione olivastra, una bella donna, se non fosse stata cosi trasandata, aveva una pancia gonfia come se fosse incinta, colpa dei psicofarmaci che doveva prendere contro la depressione. “Vieni, vieni, siediti pure” stessa poltrona di Silvia, caso strano. “Dimmi Martina, sono curiosa di sapere di te” lei sospirò con fatica ed abbassò lo sguardo; “ avevo una famiglia, avevo un lavoro.. già.. quel maledetto lavoro, sono stata colta dal mobbing, lei sicuramente saprà cos'è” risposi “persone o gruppi che ci coalizzano verso un individuo per cause di forza maggiore” si mise a piangere lievemente “ho cercato di resistere, ma non ce l'ho fatta, mi hanno ridotto cosi.. avevano ragione, non valgo niente” storsi la bocca “non dire cosi, chi sono gli altri per darti un'etichetta? Sei solo tu che hai il diritto di giudicarti” vidi un sorriso nei suoi occhi, è segno di miglioramento, anche solo un sorriso. “puoi andare tranquilla a cena, potresti mandarmi Francesca?” lei si alzo gentilmente, contenta del fatto che finalmente qualcuno le stava accanto, “certo”. Dopo mezz'ora arrivò Francesca, aprì la porta e sorrise “scusa il ritardo, stavo cenando”; era particolare, aveva molti tatuaggi, due o tre piercing, che però le donavano, non era questo l'importante, i capelli rasati ai lati alzati da una piccola cresta, gli occhi color miele, fisico minuto. “Gaia io non voglio che tu pensi che io sia una sclerata, è che ho fatto errori in passato e ne sto pagando le conseguenze, cerco solo qualcuno che mi capisca davvero e che mi aiuti” non pensai che ci fosse nient'altro da aggiungere cosi le strinsi la mano, “ora ci sono io”, le mi abbracciò e si allontanò tornando dalle altre ragazze. Ormai erano trascorsi due anni e la guerra tra le due bande cessò per mio merito, tutte avevano la mia fiducia e la mia amicizia, mi ripagavano con doni e con sorrisi; Francesca era riuscita a disintossicarsi completamente e non mancava occasione per prenderci un caffè, aveva trovato lavoro e con esso anche la sua vita, ero molto soddisfatta di lei; Martina era diventata un'altra donna, espulse ogni sua sindrome e paura, scaricò la sua ansia e le sue preoccupazioni su dei muffin, era diventata un'ottima pasticcera e nei suoi dolci si poteva sentire l'amore; Selene ora pesava 57 kili, ed era felice del suo corpo, inizò a fare sport, precisamente nuoto, era una vera scheggia in acqua. Infine l'ultima mia grande riuscita fù Noemi, sposata con 4 figli, naturalmente con un infermiere della clinica, ma vabè chiusi un occhio su questo dettaglio! Erano però rimaste Silvia e Michela, decisi di intraprendere l'ultima spiaggia con l'ipnosi, dedicai 1 giorno ad entrambe. La prima ad essere sottoposta fù Michela, era migliorata molto, vedeva raramente la madonna, che ora era in pace con lei, il suo male stava cessando. Era una giornata calda ed afosa di Agosto, lei portava un vestito bianco di pizzo, molto grazioso; Iniziammo la seduta e inizialmente tutto filava lascio, mi raccontò dell'amore che il padre provava nei suoi confronti, in due anni, ogni volta, me lo faceva presente. Ad un tratto iniziò ad avere molti rilasci muscolari, urlava, ed io con la mia voce calma la tranquillizzavo, “Michela dopo la messa sei tornata a casa, tua madre non c'era, come hai appena detto. Ma ora dimmi, cosa vedi? Cosa senti?” iniziò a piangere disperatamente “ papà mi dice che non ho pregato bene, che ora deve punirmi. Ecco, mi ha preso in braccio, mi sta portando in camera noooooo, non voglio! Lasciami andare, io sono buona” ad ogni parola i pezzi del puzzle andavano al proprio posto, “papà mi sta spogliando, inizia a toccarmi tutto il corpo, in mano ha un crocifisso che guarda mentre bestemmia, urla che è un porco, un' adulatore di satana, papà mi lega al letto, papà mi stende le braccia, papà dice di fare silenzio e mi tappa la bocca” era tutto chiaro, Michela fù vittima di un abuso da parte del padre, tutto questo la portò a delle visioni della madonna che il padre, con le sue perverse e frustate voglie le puntava davanti mentre la violentava. Battei le mani e si risvegliò, all'inizio continuava ad essere turbata, poi con il passare delle ore si attenuò il senso di oppressione e sopraggiunse il peso che si era tolta, facendola sentire libera. Tornai a casa shoccata da quel racconto e decisa nei giorni seguenti di denunciare il tutto alla polizia, un individuo del genere dovrebbe stare in clinica, non quella povera creatura. L'indomani avrei dovuto lavorare con Silvia, sottoponendo anche lei all'ipnosi. Entrai in clinica e vidi Michela che stava guardando la televisione insieme a Silvia, ridevano e prendevano in giro degli attori, imitandoli alla perfezione, mi misi a ridere insieme a loro che si girarono guardandomi. Michela si buttò tra le mie braccia e disse che si sentiva nuova, che la notte non aveva avuto bisogno delle pillole per dormire. Ero talmente felice che l'abbracciai il più forte possibile, dicendole in seguito di andare ad aiutare le infermiere a mettere a posto la stanza. Feci un cenno a Silvia che mi seguì fino all'ufficio, la feci stendere sul lettino ed iniziai con la seduta; la riportai al giorno in cui fù trovata con l'ascia in mano. “Una voce, dentro lo specchio. Mi dice di andare in giardino a prendere l'ascia con cui papà taglia la legna; sono impaurita ma faccio come dice, mi minaccia di morte se non eseguo gli ordini. Esco e prendo in mano l'arnese, rimango ferma lì, è molto buio ed io ho molta paura; la voce continua ad entrarmi nella testa, dice che mia sorella è posseduta, dice che mia sorella è la figlia del demonio, dice che mia sorella vuole impadronirsi delle nostre anime. Lei è sempre stata la preferita dai miei genitori, entro in casa e vado verso la sua porta, mi avvicino silenziosamente mentre impugno l'ascia” i suoi respiri emettevano terrore, ma io iniziai a vedere la verità. “Ecco ora mi avvicino e le taglio quella bella gola, è li che dorme il demonio, mi avvicino ancora di più. Ma cosa sto facendo?no,no, non posso farlo, metto l'ascia a terra, sono svenuta” Fermai il nastro mentre lei faceva una pausa lunga, che durò 10 minuti, il tempo effettivo in cui da giovane fu priva di sensi. Ora capisco, ora capisco tutto, da ragazza Silvia soffriva di schizofrenia, ma i genitori non si erano mai accorti del suo disturbo, pensavano che si drogasse, sicuramente; la malattia fù scavalcata e messa a tacere da istinti omicidi. Schioccai le dita e lei si risvegliò ansimante, impaurita. Passarono alcuni giorni e il mio tempo ormai era dedicato a quelle due persone che avevo preso a cuore, troppo a cuore. Le portavo a fare lunghe passeggiate, le portavo in barca, a prendere un gelato. Con il passare dei mesi Silvia e Michela erano migliorate nettamente, cosi furono rimandate a casa, con un lungo abbraccio ci dividemmo, ed io, ero già pronta a intraprendere nuovi casi.



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