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lavoro pubblicato giovedì 24 maggio 2012
ultima lettura giovedì 28 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Zenith. Versione beta I capitolo.

di Saccinto. Letto 512 volte. Dallo scaffale Fantasia

I Le stradine sono sacre, mostrano gli scenari nascosti alla percezione ordinaria. Correvo nella notte tra l'ignoto e la realtà. La ...

I


Le stradine sono sacre,

mostrano gli scenari nascosti

alla percezione ordinaria.


Correvo nella notte tra l'ignoto e la realtà. La realtà era rappresentata dall'asfalto di una stradina bagnata che si snodava sotto il debole faro della mia moto. L'ignoto da una presenza indefinibile che strisciava come un rettile lungo i muri delle case alle mie spalle.

Le mani erano impietrite dal freddo, le labbra squarciate, la fronte dolente, mentre, dagli occhi, lacrime ghiacciate si diramavano lungo il viso. Continuavo a voltare il capo e affondare il mento nella spalla, nel tentativo di comprendere che cosa mi stesse davvero inseguendo. Nel contempo non riuscivo a non sentire la gelida irrorazione del sangue nelle vene. Una felpa nera, un paio di jeans e degli scarponi pesanti non erano bastati a difendermi dal freddo di quella atipica serata d’estate.

Le ruote della moto slittavano con poca aderenza sull’asfalto mentre tendevo l’acceleratore fino al limite. Avrei voluto solamente togliermi di dosso quella malsana umidità, calarmi sotto le mie calde coperte e nascondermi in profondità. Avrei voluto che fosse possibile fuggire da quella inconcepibile giornata e rimandare ogni cosa a un domani differente. Soltanto una svolta mi separava da quella che continuavo assurdamente a credere la mia improbabile salvezza.


* * *


Il cielo era iniziato a venir giù fin dal pomeriggio presto. Gocce grosse così di pioggia che avevano dato l’impressione di tessere il classico temporale estivo, avevano continuato a battere la città per tutto il tempo.

Le strade erano state invase da fiumi d’acqua che si rigiravano contro gli spigoli dei marciapiedi, fluendo a valle. Lo scrosciare di centinaia di fontane echeggiava lungo i canali e le vie quasi fosse diventato un sottofondo mentale dal quale non c'era modo di distrarsi.

Mi ero messo fermo dietro un vetro a osservare il cielo di luglio riversarsi sulle terrazze delle case e colare giù per le ruvide facciate, rivestendo le strade, gli alberi e tutto quanto di un velo di piombo liquefatto che sembrava riflettere oscurità.

Una sensazione di morte aveva preso a iniettarsi attraverso la vista, l'udito e l'olfatto, facendo tornare a galla il sospetto dell'inutilità dell’esistenza che spesso sentivo. Lo chiamavo: tristezza spasmodica. Era una sensazione che quasi potevo vedere concretizzarsi intorno a me, amorfa come nebbia e profondamente complessa, che mi spingeva sadicamente verso un corridoio mentale dietro le cui porte si innalzavano lapidarie risposte per qualsiasi importante domanda sulla vita e sulle sue capillari ramificazioni.

Diradare quella nebbia era sempre stato molto difficile, ma quella volta parve presentarsi densa come non lo era mai stata.

Ripensai al mio giovane amore perduto, all’aridità che avevano spesso i rapporti che avevo con i miei simili e all’incertezza che mi spingeva verso mete che non sarebbero state mai in grado di appagarmi.

I miei amici mi avrebbero raggiunto quella sera a casa dei miei nonni per la semifinale del mondiale dell'allora millenovecentonovantotto. Croazia contro Francia. Neppure la certezza che la mia solitudine sarebbe presto terminata riuscì a rilassare le mie labbra serrate.

La casa dei miei nonni era una casa vecchia, umida, dalle pareti screpolate e fatta di una pessima qualità di tufi a pianterreno. Spesso mi chiedevo come era mai stato possibile che, diverse decine d'anni prima, una famiglia grande come quella di mia madre fosse riuscita a viverci. Era una casa lugubre, completamente priva di finestre, con una pavimentazione tendente a luride sfumature di nero, una mobilia che richiamava la foggia e la laccatura delle bare e con un piccolo altare votivo ai cari estinti posto in un angolo del muro sopra il letto.

Un cero, che mia madre continuava a sostituire e tenere acceso nonostante ormai i miei nonni non ci abitassero più, illuminava gli inquietanti volti in foto di quattro giovani in bianco e nero scomparsi diverso tempo prima.

A volte, quando rimanevo solo nella casa, mi soffermavo a contemplare i loro occhi accesi dalla piccola fiammella chiedendomi chi fossero e perché mai il destino li avesse così macabramente sacrificati sul piccolo altare. Le inquietanti porte mentali del corridoio si aprivano cigolando prima che uscissi fuori dalla casa a rullare una sigaretta, sbattendole per richiuderle.

Da quando i miei nonni si erano trasferiti da noi, nella casa non ci abitava più nessuno. L'odore di vecchio e chiuso che aveva sempre avuto aveva ormai impregnato qualsiasi cosa al suo interno e ogni volta che ci andavo con i miei amici, mia madre, soltanto annusandomi, riusciva a sapere che ci ero stato.

La serata passò senza che quasi me ne fossi accorto e senza dissolvere i feroci chiaroscuri del corridoio all'interno della mia mente. Cosimo aveva continuato a cambiare posizione per tutto il tempo, tenendosi strette le ginocchia al petto. Lamentava di avere freddo.

La casa era provvista di una stufa a legna, ma, per mancanza di combustibile, non eravamo riusciti ad accenderla.

Raffaele invece inveiva contro la televisione perché perdeva di continuo il segnale e bestemmiava per la carenza di un livello audio perfettamente comprensibile. Invano avevo tentato di bilanciare alti e bassi all'inizio della serata, gli altoparlanti ormai erano andati.

E poi c'era Daniele che, nei momenti salienti dell'azione, prendeva a far cigolare la sua sedia, sghignazzando per gli sguardi d'odio che Raffaele gli lanciava. Il segnale video vacillava nuovamente e tutti alzavamo le braccia in segno di rivolta contro un dio eccessivamente sarcastico.

La partita non era andata come avremmo voluto. Tifare Croazia era stato un azzardo conforme alla lugubre serata di quel lugubre giorno. Uscimmo con il capo chino in fila indiana, il fumo delle ultime sigarette volteggiava ancora verso l'alto quando staccai la corrente.

Nebbia. Niente altro. Era tutto quello che rimaneva di una serata tra amici.

Ci salutammo senza dirci altro. Aveva smesso da poco di piovere, ci rimandammo al giorno successivo. Osservai le code delle due moto avviarsi nella notte e scomparire dietro la prima curva.

Sospirai, osservando la vecchia porta di legno attraverso le cui ante il buio filtrava con tutti i suoi inaccessibili segreti. Tirai a me la maniglia e presi ad armeggiare contro la marcia serratura.

Dopo diversi tentativi di sfilarne la chiave, mi ritrovai a digrignare i denti premendo più forte che potevo la suola della mia scarpa contro il legno sofferente mentre le mie dita tiravano con altrettanta ostinazione. Mi fermai alzando di scatto la testa quando una strana ombra mi parve essersi mossa proprio sopra di me.

La ringhiera del terrazzo si affacciava silenziosa sullo sfondo degli oscuri abissi del cielo ancora appesantito da gigantesche masse livide che si spostavano lentamente sopra il mondo. Nonostante non piovesse più, il carico di nubi non accennava a dissolversi.

Mi ritrovai la piccola chiave nel palmo della mano. La riposi in una tasca dei jeans e saltai sullo scooter. Affondai il mento nel collo della felpa e misi in moto. Mi avviai tremando per il freddo sulla nuca.

O per l’ombra che ti è sembrata scivolare lungo le ferite del tumefatto intonaco?

Mantenni un’andatura lenta nel percorrere la stradina cupamente sezionata dalla luce di pochi lampioni e tenni a buona distanza le inquietanti vie laterali che affluivano improvvisamente dalla tetra campagna.

La scheletrica silhouette di un albero di fico che si innalzava oltre un muro periferico non smise di affilare i suoi artigli nel cielo notturno fino a che non scomparve completamente dalla vista. Tenni a distanza anche la sua ombra.

Continuavo a voltare il capo, all'inizio con calma, poi sempre più freneticamente, incerto se mantenere vivo quello stato di apprensione o cercare di rilassarmi per la mancanza di un vero motivo che giustificasse l'irrigidirsi dei miei peli lungo la schiena.

Presi a farmi domande terribili alle quali neppure osavo tentare di rispondere. Una di queste riguardava la provenienza di quell’ombra che, con la coda dell’occhio, continuavo a scorgere scivolare sui muri per poi dileguarsi d’improvviso appena mi voltavo per esaminarla. Era forse il freddo, forse la notte, forse che mi stesse veramente seguendo qualcosa di innominabile per quelle strade contorte?

Accelerai con un brivido l'andatura quando il taglio della rassicurante strada principale si delineò nello spazio tra due vecchie case che si guardavano come oscuri e giganteschi demoni guardiani. Superai lo stretto varco e mi immisi nel lungo viale deserto.

Mi accorsi di essere completamente solo. Né un rumore di auto solcava le strade, né l'incedere lamentoso di un cane sopraggiungeva, soltanto lo scrosciare perpetuo delle acque sotto i marciapiedi si innalzava, non più prorompente come era stato per tutto il pomeriggio, ma flebile. Al di là di esso c’era un irreale silenzio, appiccicato ai muri, quasi visivamente pulsante, quasi fosse in grado di contenere tutti i rumori d’intorno e racchiuderli in quel ritmico ondeggiare ovattato, disinnescandoli.

Mi guardavo attorno con curiosità e apprensione. Tutto era strano, quella notte. Superai il lungo viale illuminato e imboccai in modo automatico un nuovo reticolo di stradine abbandonando le strade principali. Quando me ne resi conto ero ormai a due sole svolte dall'ultima strada che mi avrebbe infine condotto a casa. Mi fermai, misi un piede giù dalla moto per tenerla in equilibrio e osservai in avanti.

La bocca del primo svincolo a sinistra emanava un buio denso quasi fosse luce. L'illuminazione della strada sembrava essere saltata. L'idea di passare al buio di fianco allo scheletro abbandonato di un'abitazione e all'antico convento di suore, dal cui porticato i volti inquietanti delle statue a grandezza naturale mi avrebbero guardato per tutto il percorso, mi fece salire i brividi. Pensai di tornare indietro per seguire un'altra strada.

Inclinai la moto e accelerai con parsimonia. Ma non appena ebbi effettuato un giro a centottanta gradi, una violenta scossa mi frustò la schiena, paralizzandomi nel tossire dello scooter nuovamente fermo.

Questa volta avevo chiaramente visto qualcosa muoversi sotto l'occhio cieco di una finestra dalle serrande abbassate, al centro della parete di una abitazione poco lontana. Qualunque cosa fosse, aveva svoltato l'angolo della casa rintanandosi nella via accanto, dinanzi alla quale sarei dovuto passare per tornare indietro. La notte ne era chiara testimone.

Spensi la moto, la sola idea di produrre rumore mi terrorizzò di colpo. Gli occhi presero a lacrimare per la violenza con cui il freddo li aveva fino ad allora schiaffeggiati.

Per paura.

No, non per paura, per… per…

Certo, ti stai quasi pisciando addosso sempre per il freddo, coincide perfettamente.

Cercai di respirare per riemergere dalla marea di voci che si erano affollate in un attimo nella mente, ognuna proponendo una soluzione diversa e inaccettabile per superare quell'assurdo momento della mia vita.

Non riuscivo più a concentrarmi sulla realtà. Tutto mi sembrò assurdo, dall'esistenza in poi. Caddi in una confusione completa su chi fossi e perché mi trovassi a quell'ora della notte incastrato tra il buio di due innocue stradine di un piccolo paese. La tristezza spasmodica aveva mutato i contorni delle cose reali facendomi perdere ogni certezza acquisita negli anni. Ma quello che avevo visto mi era sembrato appartenere alla realtà almeno quanto me.

I lunghi minuti di attesa immobile ricacciarono negli abissi dell'ignoto quell'idea. Con il passare del tempo mi sembrò di essermi sbagliato, di aver avuto un'allucinazione o qualcosa di simile.

Riuscii a distendere lentamente i nervi. Girai la chiave e schiacciai il pulsante d’accensione accelerando nello stesso momento. La mano scivolò sulla manopola facendo sobbalzare la moto. Aggiustai la rotta riprendendo il controllo del manubrio, ruotai su me stesso e inforcai il buio vivo della stradina del convento.

Adesso, finalmente, soltanto una svolta mi separava dalla salvezza.


* * *


Calai le sopracciglia sugli occhi, affinando la sguardo, cercando di penetrare il buio.

Continuavo a voltarmi indietro mentre le gomme della moto mangiavano più asfalto possibile. Alle mie spalle il fondo della strada per un attimo non fu più visibile, qualcosa aveva coperto la luce proveniente dagli ultimi lampioni accesi e lontani.

Il cuore prese a martellarmi il petto quasi volendo disintegrare la spessa coltre di gelo che l’aveva ricoperto nella folle corsa. I muri e gli spigoli dei marciapiedi lucidati da piccole ondate di acqua fluente correvano via a una velocità allucinante, definendo i contorni di una realtà imprecisa che emergeva a strato a strato dal buio. Lo pneumatico anteriore seguitava a fare aquaplaning, la ruota stava girando troppo velocemente, avrei dovuto rallentare evitando di usare i freni.

Ti spalmerai la faccia a terra.

Silenzio!

Mancava soltanto qualche centinaio di metri all’ingresso della nuova via, ma quelle maledette stradine non terminavano mai. Tutte svolte dentro svolte come in un gioco di scatole cinesi, mai che si arrivasse alla fine. Deglutii cercando di contenere l'angoscia che sentivo avanzare alle mie spalle. Qualcosa di inspiegabile continuava a inseguirmi senza tregua.

Le stradine sono sacre, mostrano gli scenari nascosti alla percezione ordinaria.

Mi voltai ancora una volta, decine e decine di metri prima di prendere l’ultima deviazione. Nonostante il terrore, non riuscivo a trattenere la curiosità di ritrovarmi faccia a faccia con il mio inseguitore.

Si era mosso con così tanto accanimento nei miei confronti da farmi sentire eccezionalmente vivo. Aveva, a suo modo, aggiunto valore alla mia essenza, portandomi a elaborare domande sulla mia natura, sul senso della mia esistenza, sul perché stesse cercando di raggiungere proprio me che non avevo nulla di desiderabile in quanto non ero altro che un semplice essere umano capace solo di cose umane.

Come ad esempio spalancare progressivamente le labbra e radere al suolo ogni mia volontà adesso che, roteando gli occhi quasi oltre le mie possibilità, mi devastò il cervello la visione di un essere di forma e dimensioni vagamente umanoidi strisciante nel buio alle mie spalle che allungava scure protuberanze verso di me.

Striscia sull'asfalto, striscia sui muri, striscia sulle ombre e sulla luce e...

Cancellava il mondo alle mie spalle.

L'accecante nero del nulla, immenso, al galoppo sfrenato nella mia direzione e oramai a pochi balzi da me annientò la mia vista scuotendomi le braccia come in un delirio muscolare incontrollabile. Rischiai di perdere il controllo della moto.

Mi voltai. Dinanzi a me il mondo esisteva ancora. Deglutii il residuo di saliva che mi restava, imponendomi di non guardare mai più alle mie spalle.

Che cos'è? È qualcosa di assurdo, porta il vuoto attorno a sé, un vuoto che divora la materia e la dissolve.

Mi irrigidii sentendo le mie carni gelide come non erano mai state e il sangue defluire via dal mio volto.

Sentii il folle dolore sulle nocche della mano destra soltanto quando mi resi conto che stringevo involontariamente la manopola con tanta forza che le unghie stavano scorticando la gomma di cui era composta.

Lo stesso assurdo dolore si diramò lungo la nuca quando mi accorsi che avevo il collo letteralmente incassato nelle spalle, lasciando sporgere il pomo d'Adamo senza più riuscire a tenere sotto controllo l'asfalto. Tutto questo non accadeva senza una nuova, inquietante, ragione: dietro di me, nonostante la velocità sostenuta, un susseguirsi frenetico di passi in corsa sembrava avermi quasi raggiunto.

L'ennesimo violento brivido si ramificò attraverso i miei nervi ed esplose, come la scarica di un'ampia scossa, lungo tutta la schiena. Fui spazzato giù dalla moto come un foglio di carta investito da una tempesta, in avanti, per il solo spostamento d’aria prodotto dall’incedere ruggente dell’ombra. Volai anticipando il mezzo di almeno tre o quattro metri.

Che cosa sta accadendo... te lo chiedi? L'assurdo in persona si è introdotto nelle tue strade. Adesso è così vicino! Ma tu l'avevi sentito arrivare.

Durante i lunghi secondi del volo sentii ancora precipitare la temperatura del mio sangue quando il chiaro riflesso di uno sguardo emerse dall'aria dinanzi a me e parve scrutarmi, seguendomi per tutta la durata della caduta.

Come corroso da un acido dall'effetto istantaneo, sentii il mio volto deformarsi e accartocciarsi per l'orrore. Poi atterrai. Di faccia a terra. Strisciando la guancia sinistra, l’orecchio e la tempia sull’asfalto umido della svolta che avrebbe dovuto condurmi alla salvezza.

Ti sei spalmato la faccia a terra. Non avevo dubbi.

Tu… tu lo sapevi.

Certo e non solo.

E ti sei preso gioco di me, come sempre.

Beata gratitudine!

Lentamente presero a risvegliarsi tutta una serie di immagini che ormai credevo di aver dimenticato per sempre.

Si avvicendarono dinanzi al mio occhio spalancato mentre il corpo giaceva immobile sul tetro asfalto. La cosa aveva cancellato il mondo alle mie spalle. Io tentavo di ricrearlo in un ultimo spasimo attraverso i miei ricordi.

Mi tornò alla mente la prima volta che avevo scoperto, da bambino, il pulviscolo atmosferico in un fascio di luce nella cucina di mia madre. Avevo tentato di afferrarlo, con delicatezza. Non vi ero riuscito.

Ricordai la sua mano irruvidita dal continuo rigovernare la casa, la mano di mia madre, poggiata sulla mia guancia nei pomeriggi in cui mi portava a dormire, la tenerezza del sonno e di un giaciglio sicuro, tra le sue membra. Com’era bello addormentarsi accanto a lei!

Ricordai di essere stato seduto sulle gambe di mio padre sul divano della nostra vecchia casa, una volta, e poi di quando invece tentò di consolarmi prima di abbandonarmi per andare al lavoro.

Mi sovvenne il profumo della sua camicia bianca e la figura longilinea delineata dalla divisa da cameriere.

Mi vennero in mente tutti i luoghi della mia infanzia, i miei rifugi. La cambusa sotto le lenzuola, la stazione radio nello sgabuzzino, la scalinata segreta sotto il letto, il sottoscala del soppalco di legno che portava al terrazzo. Tutto perduto per sempre in un tempo che non sarebbe mai più tornato.

Apparve dal nulla della mente la piccola e antica orchestra del nostro paese. Rividi Lei, la sua camicia azzurra e i capelli sciolti nella brezza della sera, mi sembrò di sentire ancora la morbidezza dei suoi fianchi sfiorati dalle mie mani.

Poi, di colpo, i suoi lineamenti che cominciavano ad affilarsi di indifferenza, il mento appuntito che si rivolgeva con disprezzo ai miei occhi nell'ultimo periodo e la sua figura che scivolava per le strade anonime, avvolta da un'aura virginea, quando ormai eravamo diventati due estranei.

Mi parve di sentire la carezza appena pronunciata di una lacrima discendere dall’angolo dell’occhio, prima di essere rapito dal proseguire del mio ricordo.

Un ragazzino piccolo e magro fingeva un'assoluta serietà mentre leggevo la contorta calligrafia stesa su una serie di fogli di quaderno. Alzavo la testa a osservarlo, proseguivo la lettura, in piedi, dinanzi a lui. Avevo quattordici anni. Era un racconto descritto attraverso gli occhi di un cane che era stato abbandonato e quel ragazzino era Cosimo, nei giorni in cui ci eravamo conosciuti. Cercavo la sedia con la mano, sedetti dentro un secchio d'acqua da cui provavo a scendere senza riuscirci. Adesso ero un bambino di appena tre anni. La maestra mi allungava le sue braccia sforzandosi di non ridere. Mi tirava su ed ero fermo con il naso verso il cielo e la bocca aperta ad osservare il riccio aperto pendente da un castano. Avevo sei anni anni. Serravo di colpo gli occhi per l'improvviso dolore tra i capelli, mio padre accorreva, cercando freneticamente nelle tasche una moneta da premere sulla puntura. L'ape mi inseguiva senza darmi tregua. Avevo trovato un grosso alveare dentro un mattone forato gettato in mezzo all'erba, lì dove avevo seppellito il canarino giallo di mio nonno. Per bara non ero riuscito a trovare di meglio che un tubo di silicone. Avevo otto anni. Vuoto era il banco accanto al mio quel giorno in cui inspiegabilmente il mio compagno di classe venne a sedersi accanto a me e cominciò a parlarmi di una raccolta di fumetti d'orrore che aveva. Per farmi bello, dissi di averne anch'io, di averne letti molti. In realtà ne avevo il terrore, nonostante avessi già dodici anni. Il ragazzo mi allungò la sua mano, si chiamava Raffaele. Strinsi la mano di Lei distrattamente, osservando altrove mentre pronunciava il suo nome e si ravviava i capelli dietro un orecchio. Era imbarazzata, aveva voluto conoscermi ed io non l'avevo neppure guardata, non mi ero neppure accorto di quanto fosse bella. Dissi che sarei tornato più tardi e me ne andai. Saltai sulla moto al posto di guida e l'accesi, avviandomi ad una velocità folle. Una voce bestemmiava alle mie spalle per la spericolatezza che non riuscivo a contenere. Il vecchio che scendeva con la sua auto da sinistra si assicurò che fosse libero soltanto l'altro lato della strada. Non riuscii a frenare e lui discese a ruota libera. Salimmo sul marciapiedi davanti al bar per evitare di schiantarci, Daniele sobbalzò dietro di me e quando mi voltai a guardarlo aveva perso completamente il colorito del viso. La moto era la sua e aveva visto la morte in faccia.

Avevo visto la morte in faccia. Avevo sedici anni.

Un occhio aperto e uno chiuso, il mio volto restava immobile sull'asfalto a contemplare gli scenari interiori di tutta una vita. Un vortice di gente e luoghi si inseguirono a una velocità sempre minore, definita dal girare della ruota della mia moto, adagiata su un fianco a pochi metri da me, che adesso si fermava, riportando i ricordi al presente, al mio corpo disteso lungo i bordi di una stradina di paese.

Le pareti cadevano a pezzi per l’umidità e scuri squarci di intonaco tumefatto disseminati sulle alte volte costruite almeno sessant’anni prima incombevano sulle nostre giovani teste distratte. Il freddo era penetrato anche all’interno della casa. Il freddo di una atipica giornata di fine luglio che aveva spezzato quell’estate così lineare e così solare, fino ad allora.

I vecchi mobili, gonfi dagli anni che avevano passato a combattere contro l’umidità, nascondevano in parte quelle pareti oscene. Quei mobili e quelle pareti sarebbero state le ultime cose familiari che i miei occhi avrebbero visto. La mia pelle sarebbe rimasta per sempre impregnata dell'odore di vecchio e di chiuso della casa dei miei nonni e mia madre, all'indomani, l'avrebbe scoperto per l'ultima volta, annusandomi.

Uscendo di lì, a soli sedici anni, qualcosa di oscuro mi aveva rincorso lungo la via di casa. Nel tentativo di sfuggirle ero caduto con la mia moto, frantumandomi il cranio contro l’asfalto. Ma tutti avrebbero pensato a un banale incidente.

Splendida fine.





Commenti

pubblicato il 24/05/2012 18.45.02
Saccinto, ha scritto: So che è un po' lungo. E' la versione beta del primo capitolo di un progetto Urban Fantasy che porto avanti da diverso tempo. Mi piacerebbe avere un vostro parere, non tanto sull'aspetto tecnico (riconosco diverse imperfezioni e una certa carenza di pathos) quanto su quello che ispira come storia in sé per sé. Vi ringrazio per l'attenzione, Stefano.
pubblicato il 24/05/2012 18.48.16
Saccinto, ha scritto: P.S. Purtroppo il maledetto editor di Ewriters non riconosce alcune righe in corsivo che servivano a segnalare dei piccoli dialoghi del protagonista con una piccola parte 'ribelle' della sua stessa mente. Nei momenti in cui sembra parlare con qualcuno ma non c'è nessun altro che lui, ecco, fate finta che le risposte di quel qualcuno siano in corsivo.

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