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lavoro pubblicato mercoledì 23 maggio 2012
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

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IL CAPITANO E IL SUO REVERZO

di gartibani. Letto 593 volte. Dallo scaffale Fantasia

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO CAPITOLO NONO Adesso il Capitano riprende i sensi, la sua testa è doppia, catene montuose e mari, nelle sue innu...

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO

CAPITOLO NONO

Adesso il Capitano riprende i sensi, la sua testa è doppia, catene montuose e mari, nelle sue innumerevoli fughe, dove detesta il mondo e scontra nei notevoli inciampi delle nuvole. Lui interpreta un ruolo importante, concentrazione e gioia assoluta, in quella distesa di spazzatura che gli uomini producono giornalmente, si avviluppa di nuovo nel suo contrario, scorre suntuoso, languido e denso il suo ReverZo, metabolismo invisibile e animale deceduto, si incontrano in questo riposizionamento, ripiegando il triangolo della vita, come areoplanini di carta nell’improvviso colorarsi della pelle. A malincuore si stacca da quel corpo, produce nuova adrenalina, perché l’aria scorre nella cavità nasali e sostiene la sua faccia contro il vetro che si scioglie indistinta, è il momento peggiore, un bacio nell’incavo delizioso del collo, come uno squisito rituale, il destino geometrico dell’uno nell’altro, funanboli dei gusti e del disturbo di esistere. Il Capitano è già a Toronto e poi a Montreal, sui binari morti le margherite riaffiorano, la terra dei Moicani è come un foro al centro del petto che brucia. Non appena in aereoporto, a Dorval, viene derubato di tutto e rimane nudo al telefono nei suoi occhi freddi, fortuna una macchina lo porta a destinazione verso le Laurentine, a St. Dominique, trova una piccola casa immersa nel verde, dove sul lato i cavalli scelgono i loro travestimenti. Fuori nevica, il cuore è affamato, la proprietaria è come una bambola trafitta, le apre la porta e lo fa accomodare, le mostra la casa, il battente picchia nel vento , devono averle derubato i capelli perché la donna non si riconosce nel trucco del viso, i suoi capezzoli sono saponosi e le sue labbra si muovono senza farsi sentire, non si capisce proprio cosa stia dicendo. Il Capitano dorme per due notti di seguito, poi si sveglia all’improvviso, tra i giocattoli in soffitta, in quel centro unico del cielo stellato e spettacolare che gli toglie la nausea e si prende cura del suo imprevedibile futuro. E’ grandioso quel cambiamento dell’asse terrestre, i lacci delle scarpe legati tra loro, l’alito si allunga oltre le distese di alberi multicolori e di laghi senza una curva, balbettio sconclusionato di volatili ignoti, un angelo viene sacrificato per non perdere il bagnato delle piogge e si estingue facendo all’amore con le ragazze delle riviste, le persone parlano sommessamente, moria di deltaplani e di gesti lenti in quell’ombra di accusa dei suoi occhi, lei racconta la su storia rubata chissà dove, il marito che l’ha tradita con un uomo e l’amore impallidisce, poi la su carnagione si accende nel delicato spacco del vestito. Il Capitano pensa seriamente di rimanere in quel paese così anomalo, con quella farfalla schiantata contro la finestra nel gennaio che si sgretola, fissando spostamenti e mutamenti dei pensieri, il Canada è un grande paese e lei nasconde i suoi fianchi e i suoi turbamenti, si lascia scivolare, quasi a lasciarsi morire su di un campo minato. Forse è solo la sua immaginazione. Dovrà inventarsi un lavoro, ormai lo ha fatto tante volte, ha sempre concluso che il lavoro non si cerca e non si può mai dire che non si trova, s’inventa e l’anima si conficca nella lingua agitata da battiti d’ali. Qui dove crollano le ordinarie convinzioni diventa maestro di Coaching, fatiche nuove sul miele rimasto in fondo alla tazzina, uscirà alla ricerca di qualcuno con cui impazzire, così si scaglierà nell’immensità, oltre le finestre e i gigli che tremuli segnano le rive. Bruciano i ponti.

Comincia a studiare le persone, ottenuto quel Master e pronto a diffondere il suo insegnamento, motivare e spronare gli individui a raggiungere i loro obiettivi, scaccia l’infetta portatrice del passato e di fronte a quella platea di uomini e donne aperte come boccette di profumo, ingoia le loro generazioni luminose ed improvvisa, è un grande oratore, il suo carisma in un attimo decompone la maglia dell’aria e penetra nei cuori, il corso dura undici mesi, due volte alla settimana e poi ci sono delle performance in luoghi particolari, alberghi remoti, le cascate del Niagara, i freddi boschi del nord, le spiagge recise di Vancouver; è un successo ! Ne parlano i giornali, lo intervistano, lo invitano nelle televisioni locali, ormai è un frutto maturo che precipita nell’acqua, magnifico e desolato come la sua nave abbandonata, tempo per sentire il freddo di nuovo lontano e lasciarsi il domani per un'altra città, l’oro dei gabbiani che squaglia i cieli australi, forse a cadere, seminascosto in una vita normale, recondita malattia del mare, flanella bianca che lo avvolge incompleto. Durerà lo spostamento di un fluido, dovrebbe accettare il tono più dolce e più gentile per decidere di vivere normalmente, come un uomo qualunque, tutto dedito al lavoro e alla famiglia, lasciando che l’aria fredda gli sciacqui il corpo, con la visione di un antilope appena ucciso, ma quando l’amico Ferdinant lo porta in elicottero nelle terre interne, oltre i grandi laghi, a caccia dell’Alce, nel suo riflesso, a separarsi nei segnali delle ore, stringe fra le mani le due metà convergenti di un desiderio e capisce che non fa per lui. In quel lago ghiacciato che luccica delle righe dei pattinatori, il Capitano ritrova quella sete d’avventura che aveva lasciato tra la porta e il pianerottolo, sicuro che fosse soltanto un fiammifero acceso, invece è un incendio! L’orchestra ingoia le nostre generazioni opache a correre contro la neve che è come morire e rimanere per sempre intrappolato, il Capitano fugge nel risveglio insopportabile del suo maschile animale, non ha più con se la chiave che custodiva, trafitto il pupazzo di pezza, il denaro che spende, l’ignominia della gloria. Ci sono mille ragioni per ripartire, possono essere distrutte una volta per tutte con un solo gesto, ma il corpo si contorce sotto l’ineluttabile incapacità di indossare qualcosa che gli doni. Il capitano non potendo prendere parte alla festa, può solo riferirne gli avvenimenti, ReverZo lo chiama dall’altra stanza e lo invita a chiudere la porta e la porta rimane chiusa per sempre.

anche tu adesso che il Re è andato via, vendi fiori di carta e non ti curi delle fanciulle delle fiabe, che aspettano il principe azzurro, eppure verrà un giorno in cui qualcosa d’insolito accadrà, mentre lasci la bambina sola in mezzo al salone a giocare con la palla … “

Magda era a Vienna, quella Vienna tremula e rovistata dal fato, Walter, l’amico Walter, nobile napoletano decaduto, eppure fiero di esserlo, guidava una vecchia Jaguar, lo aveva fatto per tutta la notte, in tempo per arrivare al Prater di Vienna a vedere la partita dell’Italia, finalmente una vittoria 2 a 0, gol di Mazzola, ma a Gigi Riva gli avevano spezzato una gamba, i due si erano ubriacati di birra per festeggiare e poi erano andati a cercare Magda, un’amica di Walter di vecchia data, che insisteva per far conoscere a Reverzo, entrati perché la porta era aperta, Walter l’aveva chiamata a gran voce, dove gli armadi e le pareti accatastavano ricordi, ma solo la bambina in quell’immenso salone dal pavimento di legno incerato era la sola presenza accanto alla palla. Del Re si parlò e dentro il Re si visse. Magda era pronta a suicidarsi, la intravide sulla balaustra del terrazzino che si sporgeva nel vuoto, appena in tempo; appena sentì il suo nome si voltò e riconobbe Walter e come se niente fosse rientro nella sua intimità ritrovata e lo abbracciò, gli fece grandi effusioni e lo riempì di baci, scambiati baci e abbracci e presentazioni si vestì in fretta, chiamò un amica che tenesse la bambina, chiamò l’altra amica Brigitte e uscirono tutti e quattro come se niente fosse. Brigitte era un pensiero nel giusto del cuore, con i capelli neri lunghissimi, il corpo di un pallore indecifrabile, alta, arrampicata sul melo fiorito dei suoi giovani anni, era uno schianto di ragazza, poi era un’artista, amava fare incisioni e realizzare gioielli. Reverzo ne fu subito attratto, dopo la cena e la musica andarono nel centro di Vienna a casa di Brigitte, la casa era piena di candele, di tutte le forme, lei sembrava camminarci sopra, in punta di piedi, subito nuda con il destino sconvolto e dibattuto nella sua interminabile origine di donna vera, le candele accese davano il senso del principio del mondo. Walter andò a dormire da Magda e ReverZo rimase ospite di Brigitte. Erano entrambi avvinti da quella strana atmosfera, non la finiva più di parlare, delle tecniche artistiche, della filosofia del mondo, dei loro desideri e speranze; fù come l’accendersi di un fuoco fatuo, il deliquio delle carezze e dei baci, la tenerezza delle mani che s’incrociavano sui loro corpi disegnando flebili tracciati di schiume, il corpo di lei nel suo pallore ancestrale a mescolarsi in quello di lui brunito dall’intemperie di battaglie epocali, fu una lunga e interminabile notte di passione e di amore profondo e lei capì che era quello l’uomo della sua vita, era la creazione terminale del suo desiderio artistico e l’indicazione del futuro. Lasciò tutto, chiuse la piccola casa del centro e indossato uno strano cappellino demodè e una sacca dove alla rinfusa aveva messo il necessario, l’indomani partì insieme a loro per l’Italia. Roma era ancora una città ridente, piena di vitalità italica, di storia e di profumi, di valori concatenati ed evidenti, lasciati a vegliare le vestigia del passato, ReverZo gli trovò uno spazio da amici in Via dei Banchi Vecchi, lei non aveva denaro e lui la riforniva del necessario, gli faceva la spesa, stava sempre in sua compagnia, anche per vederla incidere e lavorare ai suoi gioielli, noncurante di sua moglie e di cosa potesse accadere, alla fine le fece conoscere Cristina, la moglie; le due donne non si trovarono, erano troppo differenti e distanti, poi Cristina intuì subito che qualcosa era accaduta e quando ReverZo la ospitò in casa a Ostia, perché gli amici non potevano più tenerla, quell’intuito femminile divenne realtà. In casa a Piazza Anco Marzio, ReverZo aveva un grande letto tondo di 2,5 metri di diametro, collocato al centro della stanza da letto, sopra il quale troneggiava un candelabro spettacolare di murano, alto per il soffitto ed in fondo un quadro di Walter che simboleggiava il genitale femminile; dormivano in tre. La casa era u n rifugio aperto a tutti, erano i tempi del post 68, delle comuni e delle trasgressioni. In casa di ReverZo venivano e andavano in tanti, giovani hyppies, artisti, amanti del fumo e della musica pop, era uno spettacolo instancabile di giorno e di notte, in quel letto si consumavano amori di gruppo, menage a trois, sinfonie di sesso e le donne erano padrone di loro stesse e delle loro scelte in amore, si diceva: - io ti amo, però desidero anche lui, amo te ma non posso fare a meno di lui…- l’intensità di quel rapporto così costruito richiedeva un equilibrio ed una maturità che non era facile mantenere, bisognava abbandonare il concetto di possesso e capire scacciando la gelosia che ogni atto era fine a se stesso e nel libero amore tutto era possibile e non previsto. Brigitte era un anfora termica, sprigionava calore e desiderio illimitato, non poneva barriere, amava gli uomini come le donne e faceva sesso indistinto, anzi godeva a stuzzicarti e a portarti verso la follia, il suo istinto animale compiacente e lussurioso la ponevano al di sopra delle altre, si scatenava e di regalava un godimento feroce. Cristina divenne ben presto gelosa e per vendetta una notte fuggì in macchina con due sconosciuti, ritornò solo tre giorni dopo, i vestiti laceri e l’aria distrutta, ma pronta ad inveire contro ReverZo; le cose non potevano continuare così, ReverZo non seppe trovare una soluzione, era combattuto, non voleva lasciare la moglie che si seppe aspettava un bambino, ma tantomeno voleva allontanare Brigitte che lo ammagliava e lo intrigava sempre di più, tipico dell’uomo che spera di mantenere un privilegio. In quella fredda sera d’inverno, dove il vento la faceva da padrone e il camino del salone raccoglieva tutti gli ospiti accanto alla musica e al vino, sera di scandagli e di bussole impazzite, dove in lontananza il mare inferocito sbatteva ripetutamente contro il pontile, Brigitte compì un gesto inaspettato quanto imprevedibile, si alzò , nuda come sempre, ritornò dalla cucina con un coltello in mano, si misurò, ergendosi davanti a ReverZo, nel folto nero del triangolo dell’inguine e scrutandolo da cima a fondo, gli urlò con atteggiamento teatrale, quasi il dramma costruito nel teatro della vita;

- Ttu non hai capito niente, adesso ti dimostro quanto è grande il mio amore per te !-

Stringendo il coltello che aveva nella mano destra lo conficcò in un attimo veloce nel palmo della mano sinistra facendo penetrare la lama fino al manico, la mano tesa davanti ai suoi occhi ed il sangue ribollente che usciva a fiumi, gettarono tutti nel panico, ReverZo rimase impietrito, sconvolto, sconcertato, non ebbe la prontezza di spirito di fare nulla, muto e disperato. Walter invece si alzò e prendendo un asciugamano avvolse la mano di Brigitte senza estrarre il coltello, poi gli mise addosso una vestaglia – bisogna portarla in ospedale subito, anzi la portiamo alla clinica Americana, dove ho amici, altrimenti mi chiederanno spiegazioni sull’accaduto e faranno rapporto alla polizia. – Scesero di corsa le scale e salirono in macchina, il tragitto era interminabile, Brigitte non proferiva parola, ma era sempre più pallida, anche se era molto difficile distinguere il suo abituale pallore da questo, ReverZo gli sedeva accanto e gli teneva la mano dal braccio, mano che era sempre protesa e lontana dal corpo, Walter guidava come un demente. Arrivati in clinica, Walter sistemò ogni cosa, ReverZo se ne stava seduto su di una panca nell’atrio spento come un cerino bagnato, dopo un’ora circa uscirono Walter e Brigitte appoggiata a lui, con la mano tutta fasciata. Passarono tutta quella settimana a casa di Walter, accanto a Brigitte che non proferiva parola e controllandola continuamente temendo che potesse fare altre sciocchezze, la mattina del Sabato, Brigitte si alzò di buon mattino, sempre nuda come al solito, accese la radio e ascoltava una stazione di musica classica, quando più tardi Walter e ReverZo si alzarono anche loro, la incrociarono in cucina, lei sorrise a entrambi, poi rivolta a ReverZo con voce bassa ma decisa e guardandolo con dolcezza, gli disse : - domani ritorno a Vienna, grazie di tutto, sei stato molto caro con me, ma devo ripartire; è giunto il momento di andare.- Il silenzio complice accumunò i tre.

Due anni dopo, ReverZo era il testimone di Walter e Brigitte che avevano deciso di sposarsi a Fleres, in un piccolo paesino della Valle dell’Isarco, nel Sud Tirolo.

Altro non videro, ne dissero al Capitano, le lucciole infrante sulla tolda della nave, smarrito il cammino nei fortunali accecanti, urlanti di splendore insano, mentre tagliavano le vene della nave, sempre più interrata in quel mare di alghe verdi e maleodoranti. Il Capitano si compiacque rivisitando i dettagli seducenti dell’infanzia; Scuola Italiana, Vittorio Montiglio, quinta elementare. Il pomeriggio è pieno di cose disseminate, Volpe il suo più caro amico le mostra la sua collezione di soldatini di piombo, straordinari , nel rovescio desolante di un'altra estate, scacciati i pensieri tristi degli inverni lunghissimi. Volpe li ha dipinti tutti a mano, le armate Napoleoniche, i fanti, la cavalleria, i cannoni e i tamburi, una magnificenza ! potranno misurarsi con la distanza simmetrica delle stelle nel cielo, quando vengono posizionati e schierati, i battaglioni a rivisitare una famosa battaglia dove si materializza quell’apparenza di graffiti e suoni di tromba e persino la polvere si alza in un turbinio immateriale. Volpe è bravissimo a riprodurre, a copiare nel dipingere, uniformi, nei minimi dettagli, i bottoni, le mostrine, con una veridicità storica precisa. Così gli viene l’idea, gli dice: - domani faremo uno scherzo alla professoressa di Storia, vedrai che smacco, sarò fantastico, mi presenterò in alta uniforme.- La professoressa di Storia è una donna sulla cinquantina, di origine polacca, che ha avuto i genitori e un fratello uccisi nei campi di concentramento, ci parla spesso a scuola della seconda guerra mondiale, anche se ancora non è materia di studio, ma lei ci tiene a farci conoscere gli orrori della guerra. Allora il suo sguardo si fa triste, nel profumo liquoroso delle paste appena sfornate.

Nel cortile della scuola, ogni mattina si procede all’alza bandiera, al centro c’è la lupa del campidoglio, in bronzo, che allatta Romolo e Remo e durante l’alza bandiera si canta tutti in coro l’inno nazionale. Sogno ogni giorno quell’angoscia dello stare immobile, ma nello stesso tempo ritrovo l’armonia e l’orgoglio dell’amor patrio, probabilmente non è importante, ma per noi migranti che viviamo all’estero, quel vento del mattino che ci scompiglia ci stupisce ogni volta, quasi ci contiamo per sapere se siamo ancora tutti, come quando si va a salti a curiosare ad una vetrina di giocattoli.

Olga piange nel suo trucco distratto, è la mia compagna di banco. Penso di amarla da sempre, fin dalla nascita, magnifico e crudele sapore del suo spazio e della sua profondità, sono timido, quanto il Capitano e la non volontà ti cancella la coscienza del vivere. La scuola mi è rimasta nel cuore, quell’antico edificio, oggi andato distrutto, demolito, al suo posto una nuova scuola immensa e moderna ( foto) con tutti i confort. Ma quella palazzina era come un pianoforte in una zona deserta, descrizione di note metafisiche, le aule grandi, con i soffitti alti decorati di stucchi, le porte in legno con quei piccoli vetri liberty dipinti a mano e piombati, la sala da pranzo, dove si andava a mensa, senza più gabbia protettiva, il patio dove si giocava a pallone, fra le ombre sapienti dei tigli. Sembrava un giorno come tanti altri, mentre nel chiacchiericcio si entrava in aula, tutti in piedi, aspettando la professoressa di Storia che aveva la prima ora, lei entrò, fece l’appello, poi si sedette, aprì il cassetto della scrivania e ripose il registro e prese un libro, sicuramente per la lezione del giorno. Io mi accorsi che Volpe non c’era, strano era sempre tra i primi e lo dissi a Olga; ma in quel mentre Volpe apparve sulla porta, era vestito come un soldato delle SS naziste, perfetto, in quel nero incolore, con gli stivali e ogni particolare, si presentò in un attimo, dritto, davanti al banco della professoressa, di fronte al suo sguardo e fece il saluto nazista. L’acqua ci ripuliva finalmente l’anima a voler togliere quella puzza di carogna. La professoressa impallidì, barcollò, indietreggiò , rimase immobile e atterrita e si pisciò addosso; mentre ai suoi piedi si formava una macchia di liquido caldo, ci fu un silenzio impenetrabile. Le rose non hanno silenzio ne morte, sono solo una semplice idea. Volpe, capiva di averla fatta troppo grossa, ma ormai non c’era rimedio, guardarlo era come sfiorarlo e pensare a ciò che non è stato. La professoressa proferì un urlo straziante, arrivò il bidello che entrò e riuscì a tenerla prima che cadesse al suolo, la mise a sedere, ritornò con della segatura, i monti della finestra dissolti in tutta la loro vecchiezza. Volpe andò via, tutti venimmo avanti e circondammo la scrivania, come a voler togliere quel puzzo d’uomo, ci stringemmo a lei, qualcuno la accarezzò e altri la baciarono, lei dopo alcuni minuti si alzò mestamente e lasciò l’aula salutandoci con un cenno del capo. Subito dopo arrivò il Preside, cercava con lo sguardo minaccioso il colpevole, ma Volpe non c’era più, era scappato a casa. Non si parlò d’altro per tutto il mese, dai cappelli ingigantiti agli anni seguenti lunghi e sbiaditi, fu parte dello storico, ed è rimasto lì per sempre, nella tasca del mio impermeabile. Volpe anni dopo partì per il Perù, a Lima e non ci vedemmo più. Ci scrivemmo per un paio d’anni, poi niente.

Eravamo soliti andare a caccia di tarantole che poi conservavamo nella ghiacciaia.



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