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lavoro pubblicato martedì 22 maggio 2012
ultima lettura lunedì 26 ottobre 2020

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Il bacio della morte

di AmelieDeNoirr. Letto 2085 volte. Dallo scaffale Amore

E' un pomeriggio flebile, stanco, grigio, il cielo è coperto da nuvole che piegano l'orizzonte in due, spezzando la monotonia. Mi chiamo Amelie, ho 17 anni, abito in un paese tranquillo dove l'avanzamento culturale è rimasto al degrado, s...

E' un pomeriggio flebile, stanco, grigio, il cielo è coperto da nuvole che piegano l'orizzonte in due, spezzando la monotonia. Mi chiamo Amelie, ho 17 anni, abito in un paese tranquillo dove l'avanzamento culturale è rimasto al degrado, studio, o per meglio dire cerco di seguire delle lezioni, amo mia madre, amo i miei amici; non so rispondere alla domanda che mi perseguita da sempre, “sei felice?”, infondo che prezzo ha la felicità? Cos'è che la felicità? Chi siamo noi per darle un significato? Mi sono sempre chiesta se la felicità, infondo, non fosse solo un derivato della tristezza. Vedo il mondo in un'astratta concezione di bene e di male. Mi sdraio nel divano ascoltando qualche canzone, mi riaffiorano ricordi lontani, ricordi vicini, ricordi che sono ancora realtà; penso a mio padre, a quanto ho sofferto, a quanto lui mi abbia reso fragile, mi arrabbio, piango, voglio urlare ma le corde vocali si spezzano a metà. Ero piccola quando iniziò il mio tormento più grande; non ho mai avuto un padre esemplare però gli volevo bene, lo vedevo cosi autoritario ma cosi bambino; avevo 6 anni, quando per la prima volta mi misi davanti a mia madre per difenderla dalle parole accusatorie di mio padre mosse solo dal vino, dalle canne, dalla rabbia repressa, dal lavoro, dalla mancanza di soldi; la difendevo con le mie piccole mani, con le mie piccole grida che si disperdevano nell'aria messe a tacere da quella voce decisa, forte, maligna. Questa condizione durò fino ai miei 13 anni, un prendi e lascia di amore, di odio,mio padre era la mia paura piu grande ma allo stesso tempo la mia spalla; Trovatosi in una situazione dove io ero ormai diventata un' adolescente che non accettava i no, prese l'abitudine ed il vizio di essere mio amico, non più mio padre; Insieme fumavamo, bevevamo, ridevamo come matti, mia madre odiava quella situazione ma avrebbe fatto di tutto per rendere la mia famiglia simile a quella del mulino bianco; Intanto io avevo abbandonato la retta via e avevo intrapreso una montagna piena di trappole, di intrighi, di decisioni e persone sbagliate, ero entrata nel vortice della droga, restando solo alla base, le canne erano diventate sigarette ed il vino, dell'acqua. Il giorno del mio compleanno mio padre fece lo sbaglio più grande che poteva commettere, mi regalò della droga, non più erba, ma la famosa polvere bianca; ero spaventata, non volevo, ma mi fidavo di lui, un padre non può far male alla propria figlia,no? cosi accettai, ed iniziai a prendere il suo esempio, infondo, è nella normale vita quotidiana seguire il modello dei genitori. Passarono i mesi, mi vedevo stanca, pallida, mi sentivo come un computer che stà per distruggere tutti i file. Litigai fortemente con mio padre, odiandolo ogni giorno sempre con piu insistenza e giurando sul mio onore di maledirlo ogni istante, mi promisi di non vederlo piu, gli urlai che poteva anche dimenticarsi il mio volto. Passarono alcuni anni ed io piano piano ritrovai me stessa, smisi di bere, smisi di assumere qualsiasi tipo di droga, mi ripresi la mia vita, la mia vera vita; stavo molto meglio, mi sentivo realizzata, mi sentivo completa, eppure mancava sempre un tassello in me, non riuscii più ad avere un legame duraturo con il genere maschile, mettevo le barriere per non soffrire più, ero diventata gelida, ero diventata un pezzo di ghiaccio. “Provo a difendermi, difendermi da chi? Inutile suonare, non abito piu qui. Nessun indizio, niente, sto diventando trasparente.”[provo a difendermi- Negrita] questa frase mi riportò al mondo reale, era passata mezz'ora ed io mi ero incastrata nei miei pensieri. Mi alzo di scatto e mi accendo una sigaretta, azzittendo le voci nella mia testa, canto a squarciagola, “basta con questa merda” dico arrabbiata, dando colpa ad una canzone che ha il solo difetto di rappresentare la mia realtà. Squilla il telefono, mi giro velocemente per vedere chi è, Filomena, una delle mie amiche piu care, è una di quelle persone che ti sfumano la vita, che con un solo tocco ti rimbombano l'anima riempiendola; “Non fare la morta a casa, andiamo a farci un giro” riattacco senza dire una parola, mi alzo e vado in quella camera ormai desolata dove solo i vestiti trovano un posto, apro l'armadio con fare scocciato mentre scelgo cosa mettere non posso far a meno di pensare che la confusione degli abiti rispecchia la mia anima. Mi spoglio e guardandomi ripeto a me stessa che odio il mio corpo, mi tocco schifata come se volessi strappare via la pelle, cerco di intrattenermi con altri pensieri; mi trucco e mi spazzolo i capelli lengandoli in una coda abbastanza alta. Esco e trovo lei alla fine delle scale, mi sorride con amore e per un momento mi sento libera, “dove vogliamo andare?” chiedo io mentre accendo una sigaretta, “c'è una sorpresa per te”, non so se avere paura ma anche questa volta la mia curiosità supera ogni barriera. Saliamo in macchina e cantiamo, lei preme l'accelleratore come se con quella spinta stesse dando una scossa alla sua vita, guardo fuori dal finestrino e allargando la mano sento il vento che si intrinseca nelle mie dita, un brivido mi percorre la schiena e mi dà la carica di sorridere e aumentare il tono alla mia voce, “Mi renderò partecipe e farò ciò che è indispensabile, destinati a perdersi in spazi troppo piccoli” ancora una volta i Negrita, chiudo gli occhi e si forma nella mia mente l'immagine di lui, l'uomo che mi tormenta il giorno e che mi culla la notte, l'uomo che mai potrò avere; mi riporta alla realtà la voce di Filomena “siamo arrivate bella addormentata” dice con tono sarcastico, quasi pungente, apro gli occhi e mi ritrovo davanti ad uno stabilimento dove si organizzano feste, anniversari e quant'altro, “oggi non è il mio compleanno” rido mettendo su un aria strafottente, sento una mano che mi copre gli occhi e mi spinge a camminare in avanti, rimango immobile poi mi lascio andare e mi faccio trasportare da lei. Non vedo nulla, il buio mi fa compagnia, ritrovo in quei gesti una particolare familiarità, eppure sono tranquilla, la mia mente è libera stranamente, ad un tratto la luce mi stropiccia gli occhi, davanti a me un proiettore e due poltrone, nient'altro. “Ma cos'è!? Se me lo dicevi portavo dei pop corn” mi giro e noto l'espressione di Filomena, è agitata ma allo stesso tempo terribilmente rilassata, “siediti e non fare troppe storie” mi indica la poltrona con modi autoritari, faccio come mi dice e mi siedo scomposta, emetto uno strano respiro pesante, parte un filmato stile anni 60, la prima cosa che mi salta agli occhi è l'atmosfera che si era creata, lei vicino a me che mi stendeva una mano, la temperatura calda che abbracciava il mio corpo. Di colpo un'immagine, poi un'altra, un'altra ancora, ero io, era lei, era il mondo, era l'amore, era l'odio, era la mia eterna vita registrata su un nastro, piccoli spezzoni racchiudevano sorrisi amichevoli, sentii una lacrima bagnare la mia guancia ed arrivare alle labbra, le mie mani iniziarono a tremare, una di esse coprì la mia bocca, mi giro e guardo il suo volto impaziente di vedere il mio, piango ancor di più sentendo tutto l'amore che c'era. “The End”, buio; ci alziamo insieme e ci abbracciamo talmente forte da scambiarci l'anima, non trovo le parole per descrivere come mi sento, vorrei ringraziarla, vorrei far uscire le mie emozioni, ma un abbraccio cosi, non si era mai visto; “perchè tutto questo?” le parole sono uscite da sole, erano incontrollate, “per farti capire quanto conti per me, per dare una scossa alla tua vita, per stravolgerti, per non abbatterti”, restiamo cosi, abbracciate, le do un bacio sulla guancia bagnandola co le stesse lacrime che lei aveva raccolto, “non è finita, aspetta qui” mi dice allontanandosi, rimasi paralizzata per un'istante, sa bene che ho paura del buio, perchè lasciarmi cosi? Cos'altro mi dovevo aspettare? Ormai ogni domanda era inutile, seguii le sue istruzioni e rimasi imbambolata lì, senza muovermi d'un passo, avendo paura anche di respirare. Gioco con le mie dita intrecciandole, unendole, stirandole, sono passati pochi secondi che a me sembrano ore, inizia ad assalirmi l'ansia, mia nemica da sempre. Una voce calda mi stravolge, so bene si chi si tratta, ma non voglio ancora crederci; mi volto per avere una conferma che so, mi distruggerà; davanti a me mio padre, che mi sorride con un velo pesante di paura, faccio un passo indietro come se davanti a me ci fosse un fantasma, un demone, il mio demone. “Cosa ci fai tu qui, cosa vuoi?” la mia figura da ragazza dura era uscita fuori, questa volta violentemente, “Amelie, ti prego, ascoltami”, inizio a piangere, a singhiozzare, mi manca il respiro, devo scappare, devo uscire, devo andarmene. “Io ti odio, non ti voglio vedere, non ti voglio sentire, hai rovinato la mia vita” sento un'aria pesante tartassarmi il collo, sento una voce tremante, vedo delle lacrime sul suo volto, “Sò che non ho nessun diritto per chiederti di perdonarmi, ma io lo faccio lo stesso sperando che tu possa capirmi, che tu possa accettarmi, ho fatto molte cazzate nella mia vita, ma tu sei l'unica cosa che mi è uscita bene, ti prego non privarmi ancora di te”, quelle parole mi stavano uccidendo, sentivo una pugnalata al petto ad ogni pausa, se avessi avuto l'opportunità di strapparmi il cuore, l'avrei fatto senza alcun ritegno, non sapevo cosa dire, non sapevo cosa fare, ero andata in tilt, non riuscivo a spiccicare una parola, l'unica cosa che mi venne spontanea fù mettermi le mani davanti agli occhi, forse per non guardare, forse per paura. Quand'ecco che una mano si posa sulla mia spalla, mi sento trascinare verso un corpo che ormai avevo dimenticato, mi sento stretta in una morsa d'amore, di rancore, di dolore, di tutto o forse di niente, alzai gli occhi per cercare i suoi, il suo sguardo puntato sul mio, sorrisi con malinconia e mi sentii in pace, per un solo istante. Un urlo di gioia interruppe quel momento “Lo sapevo che andava a finire cosi!” Filomena batteva le mani felicemente, soddisfatta del proprio lavoro. “Devo andare, ci vediamo dopo a casa”, ci vediamo dopo a casa, pensai che era la frase più bella del mondo, in quel frangente, “Occhei papà” un'ultima stretta e poi libera, viva, viva davvero. “Sei una stronza lo sai!?” risi nervosamente “la tua stronza preferita!” disse con un ghigno perfido. Tornammo in macchina, la cintura era rimasta lì, la radio era bassa, non riuscivo a capire che canzone ci fosse, “ora andiamo al mare, per 5 giorni sei tutta mia, ci penso io a rimetterti a nuovo!” rimasi sbigottita “dillo tu a mia madre” dissi sarcasticamente, la botta del freno mi fece sobbalzare in avanti, “mai sfidarmi, lo sai” prese il telefono e chiamò mamma “Ciao Anna, tutto occhei, il nostro piano ha riscosso successo, però ora devo annunciarti uno stato interessante” dall'altra parte del telefono sentivo mia madre esclamare “no Filomena, non mi dire che sei incinta” ridemmo insieme e pensai a quanto mia madre potesse essere la migliore, “Io e Amelie vogliamo andare ad Alba Adriatica, a casa vostra!” momento di silenzio che sembrò durare una vita “sei fantastica, ti saluta la bestiolina, un bacio” non so se arrabbiarmi per il termine con cui mi chiamavano o essere felice di staccare la spina e pensare solo a svagarmi, scelsi la seconda.“Sei pronta baby?” mi fece l'occhiolino “sono nata pronta” risposi alla sfida. Il viaggio non poteva che annunciare dei giorni strepitosi; durante le pause negli autogrill ballavamo nei parcheggi, salutavamo passanti estranei che però accolsero con molto piacere le nostre attenzioni, mi sentivo una bambina che sta per entrare nelle montagne russe, era tutto così perfetto che temevo fosse un sogno, per la prima volta provai cosa volesse dire essere felici. Arrivammo a destinazione, aprii la porta di casa e mi venne in mente che non avevo una valigia, non avevo un soldo, non avevo niente se non il cellulare e le sigarette “Cazzo, non ho nulla!” lei aprii il bagagliaio e tirò fuori il mio trolley “pensi veramente che io sia cosi stupida e sprovvista!?” adoravo quella donna, l'adoravo in ogni senso, lei è l'amica che vorrebbero tutte, l'amica perfetta, perfetta per me. I giorni volarono cosi in fretta che avrei voluto fermare il tempo o riavviare il rullino per tornare indietro, ma i nostri impegni ci richiamavano alla vita di sempre,cosi, armate di allegria unita ad una lieve tristezza ci riavviammo verso la nostra routine.Tornai a casa, quell'odore familiare, annunciava i pasti che mia nonna era stanca di inventare, salutai mia madre notando il suo volto incuriosito e impaziente di sapere, feci finta di niente, non volevo parlare, per qualche minuto volevo concedermi il tasto “standby”, era venerdì sera, le ore seguenti preannunciavano le solite ore noiose passate davanti alla tv che cercava sempre più di inculcare stereotipi stupidi, davanti al mondo virtuale che tutti chiamano pc, ero annoiata alla sola idea d'annoiarmi, finì la cena e mi misi in sala sapendo che mia madre sarebbe arrivata subito a chiedermi, a farmi mille domande, a intraprendere un discorso troppo serio per quell'istante. Un'altra volta suona il telefono, pensai subito che fosse Filomena, perciò neanche guardai lo schermo “hei” dissi con tono stanco, con il tono di sempre, “ciao chicca” sbarrai gli occhi e feci uno scatto per alzarmi come se qualcuno mi stesse inaspettatamente spiando, era lui, l'uomo che non avrei mai avuto, “Claudio!” cercai di trattenere l'entusiasmo, senza nessun risultato “Ti và di uscire un po? Domani non ho l'università” avrei voluto fare la stronza io per una volta, ma il mio istinto superò la mia intelligenza “ci vediamo in piazza” mi pentii subito della risposta, “sbrigati” commentò con il suo solito fare da superiore. Mi controllai e sistemai, cercando di essere impeccabile, cercando di farmi notare da lui, non come la sua cara amica, ma come qualcosa di più; mi sbrigai a scendere le scale, lui odia aspettare, lui odia aspettarmi; scesi e lo trovai li, con la sua sigaretta in bocca, era affascinante come sempre, ha sempre avuto il potere di tranquillizzarmi, di farmi sentire protetta, sapevo che lui non avrebbe mai potuto farmi del male, ma come mi disse una volta Filomena, non avevo paura di lui perchè non c'era un legame specifico. Io e lui siamo sempre stati molto complici l'uno dell'altro, sapevo che mi voleva bene anche se non lo dimostrava ed ogni sua piccola attenzione per me era incantevole, siamo andati a letto una volta, forse due, occhei tre, ma la questione era morta lì, nessun degrado, nessun miglioramento; c'è sempre stato uno scambio di opinioni con doppi fini, con doppi sensi riguardanti il nostro rapporto, ma ho sempre avuto paura che tutti quei “doppi” in realtà non esistevano, come se li vedessi solo io, come se lui intendeva tutt'altra cosa che naturalmente escludeva me, un po' di volte ha esternato il suo interesse anche se minimo ai miei occhi, ma i dubbi rimanevano nella mia testa echeggiando una sorta di abbattimento morale. Mi avvicinai a lui cercando di essere affascinante, ci salutammo dandoci due baci ed io gli sorrisi con tutto l'amore che era possibile “mi sei mancata tanto” ero molto imbarazzata “anche tu” misi un broncio da cane bastonato che sembrava quasi una presa in giro, “ma io dico sul serio, lo stavo dicendo prima che si sente la tua assenza quando non ci sei” gli sorrisi, non sapendo cosa dire, il mio cuore iniziava a battere più velocemente ma diedi la colpa alla tachicardia, sono troppo orgogliosa per ammettere determinate cose. Rimanemmo li a chiacchierare per un po', lui mi parlava del suo stress, delle sue preoccupazioni, ed io non riuscivo a pensare ad altro, quasi non sentivo il vento della sera sulla mia pelle, ero li, ero con lui, il resto contava poco, ero immersa e presa dalle sue parole “vieni qui” mi strinse a se e io non potei resistergli, mi appoggiai con la testa alla sua spalla, sentendo il suo odore travolgermi, “mi ci metterei davvero con te, ma sai com'è, siamo amici da sempre, ho paura che poi si possa rovinare il rapporto” quelle parole mi fecero diventare una bestia, ma non riuscii ad esprimere nulla,”eh si lo so, hai ragione” dissi fingendo un'approvazione, poco dopo arrivarono i nostri amici, uno per uno, decidemmo di andare nel nostro solito posto, almeno stavamo al caldo e potevamo sbizzarrirci senza aver paura di fare confusione. Tutto sembrava normale, chi giocava a carte, chi parlava segretamente, chi rideva, chi beveva, eravamo i stessi di sempre anche con il passare degli anni; andai verso la mia borsa per prendere l'accendino quando mi trovai Claudio davanti “certo che ho proprio un bel fisico” feci una faccia come se volessi prenderlo in giro, è sempre stato un vanitoso, un egocentrico, un narcisista “lo sò” risposi sarcastica mentre accennavo un sorriso “non mi fai mai i complimenti” sorrise rimproverandomi “neanche tu a me, perchè dovrei farteli io” la sfida era aperta, e lui stava perdendo, fin quando non si avvicino a me e mi strinse cosi forte da levarmi l'aria “ma se ti ho detto che mi sei mancata” rimasi muta, avendo paura di rispondere, accettai la sconfitta e tornai insieme agli altri. Dopo poche ore andammo ognuno a casa sua ed io condivisi su facebook una canzone dei negrita, scrivendo sopra la frase ripresa da un pezzo “ma amo il sole dei tuoi occhi neri, più del nero opaco dei miei pensieri, appassisce lentamente la coscienza della gente” era ovviamente dedicata a lui ed ai suoi occhi che mi rapiscono, non so se lui l'ha mai visto, ma in cuor mio so che il suo silenzio vale più di mille parole. Ancora oggi non trovo il coraggio di dichiararmi, anche se lui sa dei miei sentimenti che ormai durano da anni; ho paura delle sue risposte che sono sicura di sapere, ho paura dei cambiamenti probabile che si possano andare a creare, ho paura di lui, per una volta. E' una giornata di Maggio, la scuola sta quasi finendo e quindi di conseguenza anche le mie agonie e angosce, in quell'ambiente sono un fantasma, nessuno mi considera, nessuno è interessato a cos'ho da dire, a cos'ho da dimostrare; gli insegnanti sono i soliti, c'è quella che se ne frega degli alunni, quella che cerca di sistemare tutto, quella che, data la giovane età si fa trasportare dalle mie compagne di classe, che naturalmente, mi odiano. E' come se trovassero un piacere perverso nell'isolarmi non comprendendo quanto male mi stiano facendo, ci metto impegno, cerco di essere gentile, cerco di attenermi ai loro caratteri anche quando le sento beffeggiarmi, anche quando vedo i loro sguardi puntati su di me, come fossi un pagliaccio a cui tirare palloncini pieni d'acqua, se non pomodori. Voglio uscire da li, voglio levarmi tutta l'ansia che hanno aumentato in me, non voglio vedere più nessuna persona che sta li dentro, fortunatamente la mia agonia è quasi finita, devo resistere ancora un po' e poi posso finalmente buttarmi tutto alle spalle, cosciente del fatto che loro abbiano aumentato quella cattiveria e quel menefreghismo che avevo abbattuto tempo fa. I giorni passarono, cosi anche gli anni, ormai quella ragazza diciassettenne era lontana, finii la scuola e decisi di andare ad abitare a Roma continuando i miei studi, vivevo con Filomena che frequentava l'università, non mancava occasione di riandare nel nostro piccolo paese per stare con i genitori, con gli amici; ormai Claudio era diventato un avvocato e aveva trovato lavoro a Bologna, non lo vedevo da molto, la sua immagine era rimasta a quella di un ragazzo, non sapevo come renderlo reale nella mia mente; sarei stata molto curiosa di incontrarlo, di uscirci, di ritrovare quella sintonia ormai persa, ma quei pensieri furono interrotti dalla voce di mia madre che mi disse di accompagnarla a fare la spesa. In macchina, mentre guidavo, parlavamo del piu e del meno, era cosi bello stare con lei, era cosi bello parlarci, ridere, rimarrà sempre l'unica persona per cui sarei pronta a donarle la mia vita. “quando riparti?” disse con tono triste “rimarrò per altre due settimane” al posto dei suoi occhi ora c'erano due stelle luminose, continuammo il tragitto e io non riuscivo a togliermi lui dalla testa, “mamma, hai più visto Claudio?” dissi trattenendo la mia curiosità “viene domani” rispose tranquilla, mentre io, invece, premevo il freno di botto, ripresi la guida “non te l'aspettavi, immagino” rise, passò la giornata e una volta arrivata a letto pensai a come sarebbe stato bello l'indomani riabbracciarlo, presi coraggio e gli inviai un sms, sperando che lui non avesse cambiato numero “sò che domani torni, io sono a casa, quando hai tempo chiamami, usciamo un po' core a core” aggiunsi uno smile sorridente, proprio come la mia faccia in quel momento, la sua risposta non si fece attendere “a domani chicca”, chiusi gli occhi con il cuore che mi batteva all'impazzata. Il giorno dopo attesi, attesi e attesi ancora, finchè non mi squillo il cellulare “sono Claudio, ti aspetto in piazza” riattaccai, presi la borsa e uscii nervosamente, scesi le scale e mi trovai lui lì, proprio come 8 anni fa, con una sigaretta in bocca; cazzo, è magnifico, fù il primo pensiero, i suoi occhi neri erano più intensi, lo trovai quasi uguale, se non per i capelli che aveva quasi perso, mi avvicinai e gli toccai la testa, la prima cosa che dissi fù “allora le tue previsioni da giovane,si sono risultate veritiere” risi e lui mi mandò a quel paese, decidemmo di andare al lago, parlammo cosi tanto che mi si prosciugò la saliva. Era ormai sera, stavamo per andare via quando lui mi trascinò per il braccio portandomi vicino a sé, eravamo cosi vicini, mi mise una mano nei capelli per spostarmeli “ti ricordi il giorno in cui ti dissi che un giorno ti avrei spiegato tutto?” l'aria mi mancò “si” la mia voce si spezzò, si avvicino con le sue labbra alle mie e mi baciò, per me fù incredibile, si era fermato il mondo, facemmo l'amore in quel giardino desolato con la luna che schiariva i nostri volti e i nostri corpi nudi, tornammo a casa ed io non ero mai stata cosi bene, cosi felice, pensai che se sarebbe crollato il mondo mi sarei spostata un po' più in là, citando una famosa canzone. Passarono alcuni giorni e ogni ora fù spesa tra le braccia di Claudio che mi trattenevano e mi stropicciavano ogni minuto; la sera sarei dovuta andare a cena con mia madre e decisi di raccontarle i fatti avvenuti, cosi fù, arrivammo al ristorante e iniziai a introdurre il discorso, fino ad arrivare al sodo; vidi negli occhi di mia madre un velo nero, “cos'hai? Non sei felice per me? Era una vita che aspettavo questo momento” lei si strinse le mani e con voce flebile mi rispose “Amelie, Claudio si sposerà tra 3 mesi” mi andò di traverso il cibo, per un attimo mi sono sentita mancare, finì la cena trattenendo le lacrime, trattenendo quell'odio, quella tristezza, quella delusione, mia madre si preoccupò ogni momento sempre più, tornammo a casa, non riuscivo a dormire, squillo il telefono, Claudio, “ti penso, non vedo l'ora che sia domani” mi assali una collera ormai dimenticata, risposi dicendogli di venire sotto casa mia,non aggiunsi altro; scesi le scale con una furia indescrivibile, lo vidi davanti a me mentre allargava le braccia e sorrideva, gli arrivai davanti e gli diedi uno schiaffo cosi forte che si stamparono immediatamente le mie dita sulla sua guancia, rimase zitto, “lo hai saputo, ti giuro non volevo che lo venissi a scoprire cosi, te lo avrei detto” con le lacrime che scendevano risalii le scale sentendo il cuore sgretolarsi. L'indomani chiamai Filomena dicendole che io sarei riandata a Roma la mattina stessa, mi rispose che mi avrebbe raggiunto a breve, ignara di tutto; ripartii subito, non so come feci a non sbandare, era come se i miei occhi fosse opachi, arrivai a casa e mi stesi subito sul letto piangendo e imprecando il suo nome, le ore erano il mio tormento, i minuti la mia maledizione, arrivò sera cosi velocemente che non ebbi neanche tempo di realizzare. Scrissi una lettera dove dicevo che sarei stata via per alcuni giorni, forse un mese, pregai di non cercarmi spiegai quel che era successo e promisi che sarei tornata nuova, migliore. Feci le valigie e aspettai il giorno dopo per andare in agenzia a prenotare qualsiasi volo, qualsiasi destinazione, scelsi Praga, che infondo, era la città dei miei sogni, pregai la signorina davanti a me di farmi avere il volo il giorno stesso, lei notando la mia disperazione fece il piu possibile e mi diede l'opportunità di prendere l'aereo la notte. Aspettai tutto il giorno, girando da metro a metro, guardando quella città eterna che ora sentivo troppo stretta, squillò il telefono, era Claudio, spensi subito e il dolore si fece risentire, ansimante e deciso, non volevo ascoltare le sue stupide scuse, le sue stupide parole. Squillò ancora, all'inizio lo ignorai, poi decisi di rispondere ma notai che il numero era di una mia amica d'infanzia, Chiara, che ancora sentivo, lei passava sempre l'estate da me, nella mia città, eravamo molte unite, poi con il tempo il rapporto si divise, non avevo avuto piu sue notizie se non pochi mesi fa, mi disse le solite stronzate, che era fidanzata felicemente, che voleva rivedermi, che le mancavo, accettai un'invito a casa sua che era il giorno stesso in cui sarei dovuta partire; le stavo rispondendo a malincuore ma la linea o il destino fecero cedere la conversazione prima che iniziasse. Arrivò notte ed io arrivai all'aereoporto,sali quella passerella sperando di sentire le sua voce fermarmi, ma non fù cosi, amareggiata salii sull'aereo che mi avrebbe portato via da quel posto maledetto. Il viaggio fù lungo e la tristezza aumentava, atterrai la mattina tardi, presi il taxi e andai nell'hotel in cui avevo prenotato la stanza per alcune settimane, il tempo trascorreva e il dolore diminuiva poco a volta, sentivo Filomena e mia madre ogni giorno, mancavo ad entrambe, mi consolarono talmente bene che iniziai a non pensare più, chiesi a loro di non nominarmi Claudio, sarebbe stato solo inutile, superfluo, doloroso. Era l'ultima settimana in cui soggiornavo li, avevo incontrato molte persone nuove, fatto conoscenze incantevoli, aumentato il mio carisma e la mia voglia di vivere, stavo tornando nuova, stavo tornando la donna di sempre, purtroppo come quasi tutte le cose belle, il giorno del ritorno era arrivato, non sentivo alcun' angoscia ormai, mi sentivo leggera, sollevata; un amico conosciuto lì fu cosi gentile da riaccompagnarmi all'aereoporto, tra noi era nato un certo feeling e mi promise che mi sarebbe venuto a trovare appena poteva, veniva spesso in Italia dato che la sua famiglia è della Sicilia, ero molto contenta e soddisfatta, presi le mie valigie e scesi dalla macchina, lo convinsi ad andare via senza alcuna preoccupazione. Feci un grande sospiro e mi incamminai verso la sala d'aspetto, quel giorno c'era un'aria strana, molto calda, quasi afosa, sembrava tutto andare a rilento, era quasi l'ora di imbarcarsi, presi tutte le valigie che ormai stra bordavano di pensierini e ricordi, sentii una piccola scossa e cadde un trolley, mentre ero chinata per raccogliere i vestiti a terra usciti dalla botta, sentii una voce dirmi “eccoti finalmente” rimasi chinata, era la voce di Claudio, si avvicino per aiutarmi e mise la mano sopra la mia, lo guardai quasi shoccata, per l'ennesima volta non sapevo che dire ma lui fù cosi abile da riempire i silenzi “Amelie io ti amo, in queste settimane ho sofferto terribilmente, Dio solo sa cos'ho fatto per farmi dire dov'eri, ho lasciato Chiara mandando tutto a monte, ho pensato sempre a te, non potevo farne a meno, ti prego perdonami, io ti amo.” piansi di gioia e mi buttai sulle sue braccia baciandolo con passione “ti amo anche io” alla fine dell'ultima vocale una scossa fece tremare tutto, un'aereo si schianto dentro le stanze provocando molti morti, molte vittime; quando il telegiornale trasmesse la terribile notizia e le povere persone private della vita, dissero anche i loro nomi, provocando nelle famiglie di Claudio e Amelie, un dispiacere immenso, la telegiornalista raccontò di due giovani amanti ritrovati con le labbra l'uno sopra all'altro,quello, fù rinominato il bacio della morte.




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