ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato martedì 22 maggio 2012
ultima lettura lunedì 18 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

12 ore nella vita di Io

di DanieleCasolino. Letto 3290 volte. Dallo scaffale Fantasia

12 ore sono segnate sul quadrante del mio orologio. Ed io mi sono fidato. Cosí per trentacinque anni ho vissuto il doppio delle giornate di ognuno di voi, quindi sul mio calendario oggi è il mio settantesimo compleanno. Sono nato non so c...

12 ore sono segnate sul quadrante del mio orologio. Ed io mi sono fidato. Cosí per trentacinque anni ho vissuto il doppio delle giornate di ognuno di voi, quindi sul mio calendario oggi è il mio settantesimo compleanno. Sono nato non so come in una stanza senza finestre illuminata da un sole al neon 12 ore su 12. Mia madre non l'ho mai conosciuta. La mia madre genetica, intendo. Sono stato allevato da una cagna di nome Marylin. Aveva appena partorito anche lei il giorno della mia nascita, e uno dei suoi cuccioli era nato morto. Così lei fu per me madre come io le fui figlio. Uno scambio reciproco di vuoti affettivi. Una tv accesa e un orologio alla parete furono il mio contatto con l'esterno; e uno specchio in cui a 14 mesi riconobbi la differenza tra me e i miei fratelli. Mamma Marylin comprese molto prima il mio essere diverso. Il mio svezzamento durò tre o quattro volte più a lungo di quello dei miei fratelli di latte e anche il latte di mamma non mi era bastato. Forse per un complesso di colpa, un suo sentirsi inadeguata alle mie esigenze di figlio, il non riuscire più a darmi quel latte che mi era necessario a vivere, forse per il mio bisogno di essere accudito molto di più dei miei fratelli, che cominciarono presto ad essere gelosi prima e a ignorarmi poi, fatto sta che Marylin ha dedicato tutta la sua vita a me.
Mentre a 7 mesi i miei fratelli si erano già incamminati per le proprie rispettive strade, io legavo indissolubilmente la mia sopravvivenza a mamma. Ogni mattina dopo avermi allenato amorevolmente, stuzzicandomi e rotolandomi, a farmi prendere coscienza del mio corpo a colpi di muso e dolci morsi, Marylin usciva a cercarmi il cibo. Credo non abbia mai compreso il mio rifiuto al sangue e alla carne cruda, ma assecondò senza storie e senza opposizioni la mia tendenza vegana a nutrirmi di frutta e verdura. A 28 mesi ( 800 dei miei giorni dimezzati ma poco più di un anno secondo il vostro contare il tempo) avevo imparato il linguaggio umano attraverso la tv perennemente accesa, mentre con mamma non serviva parlare. Quando compii tre dei vostri anni avevo ben superato la mia formazione elementare per i miei sei. Grazie ai corsi che facevano a giorni alterni, diciamo nei giri pari delle lancette sul quadrante bianco appeso al muro, sapevo comprendere e leggere correntemente l'italiano, il francese, il tedesco, l'inglese e lo spagnolo. L'italiano lo assunsi subito come sistema verbale principale dei miei simili inscatolati, poiché nei giorni dispari quella era l'unica lingua che, come se ci fosse un patto segreto di codici legati allo scorrere del tempo, quelli nella scatola usavano per comunicare.
Quando imparai a camminare come i miei fratelli sulle mie quattro zampe ero ormai troppo grande per uscire dallo sportello che usava mamma quando andava a procurarmi il cibo, quindi crebbi chiuso nella mia stanza fino al giorno in cui non riuscii ad arrivare alla maniglia della porta; secondo il mio calendario, avevo ormai 12 anni e camminavo eretto. Grazie al programma Nettuno che, non so perchè, continuavano a farlo solo nei giorni pari, avevo ormai quattro o cinque lauree, senza averne titolo e senza aver mai letto un libro. Nonostante la mia scienza, il mondo oltre il mio mondo, quello dove mamma andava a caccia e quello dove si erano persi i miei fratelli uno alla volta, tanto tempo fa, come inghiottiti senza ritorno dallo sportellino sulla porta, mi terrorizzava. In realtà avevo intuito la possibilità di uscita già da qualche mese. Ma un panico assurdo e irrefrenabile mi impediva letteralmente di ruotare quella maniglia, fino a quando lo sportellino non inghiottì per sempre anche mamma Marylin. Tre giorni, di respiro alterato e 170 battiti al minuto, ho impiegato per arrivare alla porta dopo la scomparsa di mamma. Ricordo che c'era lezione di meccanica quantistica nella scatola luminosa e il professor De Paolis parlava ma io non l'ascoltavo. Potevo capire cosa si nasconde dietro un equazione di grado N ma non potevo sospettare cosa si aprisse al di la di quella porta, o cosa si chiudesse. Infatti nella mia immaginazione avevo maturato la sensazione che attraverso quella porta si passasse all'interno di scatole simili a quella che illuminava la mia tana, piuttosto che aprirsi verso qualcosa. La prima cosa che ricordo oltre alla sensazione di assoluto dolore e solitudine del mio primo passo nel mondo fu il buio. L'aria umida della città e il forte puzzo di piscio, subito fuori della porta del magazzino dove ero cresciuto.
Un gatto nero inarcò la schiena e mostró zanne e artigli, gli mostrai i miei denti e corse via atterrito. Questo mi diede un pò di coraggio e infuse in me una qualche fiducia nella mia forza canina. Feci pochi passi e l'enorme disco della luna piena scrosciò una doccia di luce sul mio corpo nudo, così potente da farmi increspare la pelle e il mio misero vello. Era una luce assolutamente diversa da quella che avevo veduto fino a quel momento, segregato nella mia tana. Sentivo in essa una energia diversa che istintivamente legai alla parola vita.
"Chi sei bimbo?" una voce alle mie spalle mi fece fuggire dietro il primo riparo disponibile, era tornata la paura e mi ricordai di non conoscere niente pur sapendo tanto. Le discussioni di psicologia della scatola non le avevo mai comprese del tutto; forse per questo erano quelle che mi affascinavano di più. E ora sentivo le mie reazioni, per me nuove, assolutamente nuove e le codificavo improvvisamente in quei concetti poco chiari. Panico, protezione, contrasto, prova, istinto furono le parole che mi arrivavano più dirette a rappresentare la mia situazione. "Dove sei? Non nasconderti, ti ho visto bimbo" Per la prima volta la lingua che avevo imparato a conoscere la sentivo diretta a me come i dolci guaiti di Marilyn. La voce umana l'avevo sempre considerata distante e impersonale. Ma ora sentivo che qualcuno mi stava parlando, stava parlando a me, si rivolgeva a me, e da me aspettava una risposta. "Hai paura? Ti sei perso? Vieni qui, vieni da Nonna". A differenza del soffio spaventato del gatto sentivo qualcosa in quel suono di tranquillo, non affatto minaccioso; un invito, non una sfida. Subito dopo la mia foresta di capelli, che ormai mi coprivano ben oltre le spalle, i miei occhi spalancati vollero mostrarsi a quella voce, sperando e temendo a un tempo che lei mi si mostrasse. Una massa enorme, scura allungava la sua ombra nella luna, in una posa a metà strada tra la mia andatura eretta e quella di Marylin. Così nella luce che solo i giorni pari sapevano avere, mi parve che la sagoma, fra quelle memorizzate nelle immagini catodiche, si confacesse a quella di un'orsa. Avevo visto un documentario proprio il giorno in cui mamma non tornò a casa e piansi difronte alla tenerezza con cui quella grande bestia accudiva i suoi piccoli, giocando e rotolandoli come Marylin faceva con me. Mamma, dove sei?
L'orsa mi ha visto, e si avvicina. Annuso l'aria come facevano i miei fratelli prima di uscire dallo sportello. Non sento odore di pericolo, faccio anch'io un passo verso di lei. Lei allunga la sua grossa zampa verso di me, il suo manto è stranissimo e sembra fatto di cento manti diversi. Poi capisco, dal manto esce una mano, una mano assolutamente sproporzionata alla mole che poco fa fece ombra, alzo gli occhi a cercare quelli dell'animale e incontro occhi simili ai miei, occhi umani. "Chi sei piccolo, vieni da nonna" Mi alzai, andai verso di lei e le risposi "hhuusssss". Nel mio primo vero dialogo mi accorsi che conoscevo cinque lingue ma non sapevo parlare. Le mie corde vocali che non avevano mai avuto bisogno di dire qualcosa, oramai non sapevano più dirla, avevano perso la loro funzionalità attraverso il non utilizzarle durante la mia formazione canina. Al terzo guaito Nonna mi carezzo il viso, che contemporaneamente si copriva di lacrime. Quel calore che riconoscevo simile, mi riporta alla mente il mio obiettivo. Devo ritrovare mamma. Lecco la mano a Nonna e corro via annusando a pieni polmoni. Bastano pochi passi a farmi ritrovare la strada olfattiva, il paesaggio cambia e mi ritrovo in una stanza lunghissima, con un soffitto infinito, fino alla luna, ma illuminato da una interminabile sequenza di altre luci simili a quelle della mia tana. Gli occhi mi bruciano sia per la luce che per l'odore che sa di Marilyn ma non mi convince. Alzo gli occhi e leggo un grande cartello bianco "Via Marsala" so che è qualcosa legata a una guerra dove mille persone si liberarono da qualcos'altro, unendosi in un grosso branco che chiamarono Italia, ma non mi interessa; adesso devo trovare mamma. La stanza è costeggiata da quelle scatole che chiamano macchine, auto, autobus, camion, ma sono come morte mentre in Tv le vedevo muoversi. Grossi animali di metallo su quattro zampe basse e tozze, immobili con gli occhi spenti. Imporvvisamento un latrato fortissimo, faccio un salto indietro ed evito uno di questi mostri che improvvisamente esce da un angolo nascosto correndomi addosso. Lo scarto appena. Tornano le parole pericolo, minaccia e sopravvivenza. Corro in direzione dell'odore che conosco. In mezzo al pavimento nero della lunghissima stanza senza soffitto giace il corpo di mia madre rappreso in una chiazza rossa di sangue. Lo stesso sangue che non riuscivo a mangiare. Mamma non si muove. Non respira. È fredda. Ci metto un'attimo a capire il significato delle parole morte e dolore, che mi arrivano diritte sul muso come l'odore infetto che il corpo di mamma mi rimanda. Lo guardo quel corpo: quasi tranciato in due è stato sicuramente schiacciato dalla zampa nera di una di quelle bestie di ferro che mi circondano fingendo di dormire. Mille parole prendono forma: sacrificio, vendetta, amore, odio, tristezza, lutto appannandomi la vista di lacrime e spingendo invisibili le mie zampe posteriori a riportarmi di corsa nella mia tana.
Poche ore dopo mi sveglio tremante in un giorno dispari. Lo riconosco dai sorrisi idioti delle signorine bionde che litigano nella scatola. Il ricordo delle mille scoperte di ieri mi lascia nessuna energia. Decido di rimanere chiuso nella tana anche se il mio stomaco mi ricorda che questo è il quinto giorno che non mangio. 12 ore dopo sono ancora fuori, la luna sembra più piccola oggi. Cerco subito il contatto con Nonna, l'unico aggancio col mondo reale che non mi faccia sentire minacciato. La trovo a pochi metri da dove l'avevo lasciata l'altro ieri. Dorme accucciata su un tavolo di pietra bianca, ricoperta dai suoi cento manti. Mi avvicino, gli lecco la faccia. Lei si sveglia di scatto urla e si stringe fortissimo al seno una sacca fatta con i resti di un animale morto. La vista di quella borsa mi fa temere ora anche di Nonna, ma il suo sguardo di difesa si trasforma subito in un mansueto sorriso e la sua mano morbida torna a cercare il mio viso. Quel calore, quanto mi serviva quel calore. Qui fuori l'aria si muove continuamente e mi confonde. Mi arrivano constinui stimoli da direzioni lontanissime a cui non so connettere un vocabolo, un'immagine o un'idea.
Nonna mi parla mi chiede di me, ma io non so risponderle. Poi noto un grosso libro sotto il suo grosso culo, lo indico. Lei me lo mostra, c'è scritto Bibbia. A si lo conosco, è la storia di quegli uomini che vanno in giro a cercare Dio, e di qell'altro che muore sulla croce e si trasforma in uccello volando via. Apro le pagine e comincio a individuare le parole. Le indico a una a una. E Nonna mi capisce, ed è lei che può rispondermi. Dice che abitiamo a Stazione Termini, e che i giorni dispari, che lei chiama semplicemente giorno, c'è un sacco di gente che corre. Gente, una parola che riesco a visualizzare male, la unisco ai mille in camicia rossa di Via Marsala.
Mi chiede come mai sono nudo e come mi chiamo. Io non sono nudo io sono così ed io sono Io. Tu invece perchè ti copri del pelo di animali morti? Lei mi spiega dei vestiti e del freddo, ma io già non la ascolto più perchè la sua voce è coperta dai versi del mio stomaco. A quanto pare il mio stomaco sa parlare meglio di me perchè Nonna si fa una grassa risata e mi da un pezzo di pane, una mela, e un contenitore con dell'acqua ma la mia lingua non riesce a entrare a lappare. Nonna allora ne versa nella mano e bevo da lei. Mi ricordo delle mammelle di mamma e l'acqua che riesco ad assumere esce diritta dai miei occhi, senza portar sollievo.
Un guaito fortissimo mi terrorizza imporvvisamente e scappo via a cercar di nuovo casa mentre Nonna mi chiama indietro "Dove vai Bimbo? E' solo un treno." "Io, Nonna io mi chiamo Io" penso e sbatto la porta della cuccia alle mie spalle, finalmente al sicuro.

Il giorno dopo fu il più terribile della mia vita. Il primo giorno dispari. Aprii la porta e fui trafitto dalla luce accecante del sole. Sapevo di lui, ma non lo avevo mai visto. Rimasi sull'uscio per minuti e minuti prima di riuscire ad acquistare la vista necessaria a muovermi. Mi mossi appena in direzione della cuccia di Nonna quando, oltre al sole mi apparve il mondo. Una marea di uomini intrecciavano traiettorie imprevedibili ma decisi a raggiungere il proprio punto di arrivo immaginario, ognuno da una parte diversa. Anche se per alcuni metri sembravano camminare nella stessa direzione, in branco, improvvisamente a due, a tre, a dieci, a cento, prendevano cammini diversi, con un passo che non correva, non fuggiva, ma andava dritto verso l'obiettivo, come quando si sa dove si nasconda la preda. Vengo spinto, urtato più volte, urlo, ringhio ma nessuno mi ascolta, sembra che sia invisibile. Mamma, Nonna, dove siete, dove sono? Lo sguardo di una donna si posa su me e urla. Non so perchè, non ho mostrato il minimo gesto ostile o di sfida o di volontà di proteggere il mio territorio. Ma ora è troppo. Chi siete, cosa fate qui. Comincio a correre e pisciare a tracciare i miei confini. Un vecchio a cui avevo pisciato su una zampa alza un bastone e me lo spara dritto sul dorso "Vai via zingaro schifoso, figlio di un cane". Sale rabbia e istinto, rabbia e istinto. Corro alla ricerca della carcassa di mamma, ho bisogno di qualcosa di familiare o divento pazzo. La gente ora si è accorta di me e io corro più che posso ululando e passando fra le loro gambe, schivando quei corpi sconosciuti, ricoperti di manti diversi. Qualcuno tenta di afferrarmi. Mi braccano. Gli occhi ora puntano tutti su di me, ma sono quasi arrivato a Via Marsala dove ho lasciato mamma. Un enorme animale di metallo sta divorando i suoi resti, io gli corro incontro, con un salto riesco a mordere una zampa di Marylin, ma la macchina inizia a trascinare anche me. Trattengo la presa finchè posso. Qualcuno urla "C'è un bambino!" La mia bocca sbava rabbia e il sapore di madre putrida mi annebbia ogni senso. Il mostro si ferma di scatto e io rimbalzo scagliato sul pavimento nero che scotta sotto il sole. Tutti si chiudono a cerchio intorno a me. Sono circondato. Ringhio, abbaio, mostro i denti ancora sporchi di sangue, sento che hanno paura di me, ma sono troppi. Loro sanno di essere in branco e di essere più forti, più grandi di me, ma io sembro molto più agile. Nel cerchio si apre uno spiraglio, sto per tuffarmici ma un'ombra scura si apre un varco in senso opposto al mio. Riconosco quel manto. Lo chiamano divisa. E riconosco quell'arnese, la chiamano pistola. Li consoco questi bastardi, li ho visti nell'ora di storia, quando ad Auschwitz uccidevano corpi nudi simili al mio, e simili a me ridotti a quattro zampe. Corpi che dopo un rumore, rimanevano immobili, per sempre. E ora ricordo anche il mostro che ha preso mamma, nel documentario spingeva i corpi in grandi fosse a farli divorare dalle mosche. Il mio istinto di sopravvivenza, la mia paura, il mio stordimento, e l'odio che cominciavo a sentire per quegli esseri mostruosi pompava fuori dalle mie narici a mantice. L'uomo nero col cappello e la pistola si avvicina "Vieni bambino, non aver paura". Quasi le stesse parole di Nonna, ma non è Nonna, non fidarti scappa, Io, scappa! Mi guardo intorno ma non trovo uscita e il cerchio è un blocco uniforme intorno a me. Non mi resta che mostrare la mia forza, aspetto che la divisa si avvicini ancora poi gli salto sul muso e lo azzanno sul collo, proprio dove vedo la vena più grossa. L'uomo comincia ad agitarsi mentre il sangue comincia a fiottare rosso proprio sotto l'orecchio destro. Il cerchio perde compattezza, mi arrampico sull'uomo urlante, infilando le dita nell'incavo dei suoi occhi a farmi da appigglio, gli salgo sulle spalle, ringhio mostrando i denti e comincio a saltare da una testa all'atra fra la gente che ora urla e fugge in ogni dove. Nessuno mi sfida, tutti si allontanano e io corro. Corri Io!

Mi risveglio come da un incubo. Vorrei fosse un incubo, ma il sapore disgustoso del sangue e la mia faccia dipinta di rosso allo specchio mi dice che è accaduto davvero. Non so cosa fare, cammino avanti e indietro nella stanza, avanti e indietro senza trovare pace. Ho 12 anni sono un cane adulto. Quello fu l'ultimo giorno dispari in cui misi il muso fuori della mia tana.

Ho aspettato sette lunghi giorni prima di riaprire la porta. Avevo paura di aver perso il senso del tempo e ritrovarmi di nuovo nel mondo sbagliato, nella scatola dei mostri. La fame però ormai era troppa. Aprii la porta lentamente, la luce non era accecante e l'odore di umido e di piscio come la prima sera. Bene il conto è giusto oggi è un giorno pari. Lo conferma anche De Paolis e i suoi quanti. Mi muovo a quattro zampe strisciando sul suolo. Poi la grande orsa mi viene incontro. Mi butto fra le sue braccia e comincio a piangere e uralre. Nonna, Nonna, dove sono stato? Cos'era quell'orrore? Nonna non capisce i miei guaiti ma voglio solo piangere e non ho nessuna voglia di raccontargli una storia così assurda attraverso le parole sulla Bibbia. Mi insinuo col muso sotto i suoi manti, annusando odore di cibo. Una carota, una galletta e il torso di una mela giacciono fra le pieghe delle sue coperte e io immergo la mia bocca direttamente a morderle avido. Nonna si agita e ride "Basta, piccolo scemo mi fai il solletico". Mi tira fuori dalla mia tana fatta delle sue vesti e mi dà da bere, prima con la mano, poi mi insegna a bere dalla bottiglia. Quando mi sono calmato, Nonna fa un gesto che non capisco. Allora prende la mia mano e la stringe fra la sua. "Vieni con me, andiamo a fare un pò di spesa". Così ci avviamo fra i binari vuoti e i treni spenti, dove ad ogni angolo, come quei maghi dei cartoni animati che infilano una mano nel cappello a cilindro per tirar fuori conigli, Nonna infilava la mano in cilindri gialli di plastica o verdi di metallo e tirava fuori cibo. Non era che la magia riuscisse sempre. Tirava fuori spesso anche tante cose disgustose o immangiabili e tanti, tanti giornali. Perchè scrivere tante parole per poi buttarle? Comunque abbiamo trovato abbastanza cibo per sfamarci tutti e due. Nonna prende una pelle vuota di animale morto fra le sue cianfrusagle, la riempie del frutto della caccia e me la porge. Grazie, vorrei dirgli ma non ci riesco, così sorrido e lei capisce.
I miei anni successivi passarono così, uscendo solo nelle 12 ore pare. Nonna mi insegnò a scrivere, o meglio, ad usare la penna e la carta, che la nozione di scrittura già l'avevo. Voleva anche darmi dei vestiti, ma io continuavo a strapparmeli di dosso, così che alla fine rinunciò. Tanto, diceva ridendo, che ero un bel giovanotto, e non facevo certo una brutta figura così nudo e muscoloso. Giorno pari per giorno pari, cominciai a conoscere anche altri uomini, Bruno il mastino (lo chiamavano così per le sue grandi mascelle, il che a me lo rese subito simpatico), Gianna la cantante. Poi Clement il francese, una volta faceva il vino in Provenza ma venne in Italia per seguire il suo amore. Lei se ne andò e a lui non rimase che innamorarsi della bottiglia e per paura di perdere anche lei la teneva sempre in mano e la baciava sempre teneramente "A l'amour, l'amour". Anche i miei amici, i giorni dispari, che loro chiamavano semplicemente giorno, si rintanavano in qualche nascondiglio segreto come me, e ci davamo appuntamento al giorno paro successivo, che anche io imparai a chiamare notte, anche se il tempo rimase sempre scandito per me 12 ore per 12 ore. Un giorno andavo in giro per il mondo e imparavo a lavarmi, a evitare i metronotte, e il giorno dopo studiavo davanti alla TV chimica o filosofie orienatali. A trent'anni Bruno mi prese da una parte e mi disse che era ora di radermi. Tirò fuori un oggetto di metallo lo appoggiò sul lato destro del mio muso. Sentii un dolore immediato e cominciai a sanguinare. Risposi immediato con un morso alla mano di Bruno, facendogli cadere il rasoio. Non mi sono mai più rasato.
Nonna era andata via l'anno prima, e così imparai che i miei amici arrivavano in una notte improvvisa e una notte improvvisa sparivano. Solo di alcuni mi accorsi che erano morti. Capitava quasi sempre in inverno e semplicemente ritrovavo le loro carcasse vuote, senza più i miei amici dentro. A 45 anni, circa 22 dei vostri, mi ero fatto un'idea ababstanza precisa e veritiera di che cosa o chi era Io, ma il trauma del primo giorno dispari non mi ha mai concesso di rientrare in quel mondo ostile. Bastavano 12 ore e la notte mi proteggeva ancora.
L'inverno scorso fece molto più freddo del solito e parecchi amici andarono via nel giro di due sole notti, sparendo come la neve che li aveva uccisi. Fu così che scoprii l'ostello della Caritas. Quasi tutti gli amici rimasti ci andavano. A me non serviva perchè avevo la mia cuccia, ma a volte mi avvicinavo fino alle sbarre del cancello, e Clement mi passava di nascosto della minestra o un pò di pane caldo, non come quello mollo o secco che trovavo nei secchi. E la pasta, ero proprio il figlio di un cane italiano. Dio quanto amavo la pasta!
Un giorno, o, come dite voi una notte, ero ad aspettare la mia razione, che tanto Clement con la sua cirrosi non poteva mangiarla, e la sentii. La prima cosa che appresi di lei fu il suo profumo. Poi il suo pelo fulvo. Le copriva la parte posteriore della testa e scendeva morbido fino al culo. Il suo culo e il mio istinto mi fecero rendere conto che in questi anni non mi ero scelto una compagna. E lei, se ce ne fosse stata mai una per un povero cane come me, lei sarebbe stata perfetta.
Ma lei, Tina, è una paria, un'itoccabile, lei appartiene al mondo dei dispari, e ha un permesso speciale per venire nel nostro mondo, ma rimanendo sempre sulla porta del suo protetta da un cancello. Non potendo avvicinarla cominciai a scriverle poesie, che le favevo trovare al suo arrivo per terra, di fronte al cancello, legate ad un fiore. Dapprima, le buttava semplicemente, pensando forse l'ingenua follia di un vecchio ubriacone. Poi un giorno si soffermò su una in particolare:

Tina il tuo profumo
ed il tuo culo
null'altro so.
Come tu di me
nulla puoi.
Io sono Io dei pari,
tu sei paria dei dispari.
12 ore ci dividono
12 lune
12 anni
cosa cambia
io vivo i minuti pari
tu i dispari
come la luna
e il sole.

La lesse e rilesse più volte. Le avevo scritto copiando Baudelaire, Neruda, Petrarca. Ma lei si fermò solo su quella poesia scritta da cani.
Da quel giorno divenne sospettosa, curiosa, si guardava intorno, voleva capire, scoprire, ma io non avrei mai potuto mostrarmi a lei. Sapevo ciò che ero. Io sono Io.

Clement questa sera tarda, oggi è martedì e c'è pasta al sugo e io ho l'acquolina. Quel dananto beone si sarà addormentato da chi sa quale parte. Ma sento delle grida.
E' Clement che corre e dietro a lui una coppia urla "Al ladro, al ladro".
Te lo dicevo Clement che il tuo amore ti avrebbe portato troppo lontano, sei entrato nel mondo dei paria per non farti mancare la compagna di questa notte, e hai rubato. C'era scritto pure sulla bibbia di Nonna Orsa, non rubare. Lo so anch'io. Mentre passi correndo mi sorridi, vecchio pazzo, poi ti fermi proprio a fianco a me e non sorridi più. Fiuto il pericolo. Mi sporgo e vedo un uomo in divisa, con un pastore tedesco al fianco. L'uomo ti urla di fermarti, Clement. Ho paura Clement, è come quel giorno di tanti anni fa. Clement, vaffanculo. Esco e mi trovo a ringhiare proprio in faccia a uno di quelli che anni fa avrei potuto scambiare per mio fratello. Ma lui non mi riconosce. Mi salta addosso e cominciamo a lottare. L'uomo con la divisa cerca di dividerci ma la rabbia del cane è solo inferiore alla mia rabbia di cane. Non un'altra volta. Non voglio.
L'uomo con la divisa tira via il suo schiavo animale legandolo a un palo, mentre ancora sbava di odio per me. L'uomo mi guarda atterrito "Che cazzo sei? Uomo o bestia?" "Si fermi" urlò Clement "è uno di noi è un nostro amico, ecco la borsa, lui non c'entra niente". L'uomo nero spinge a terra Clement senza ascoltarlo e continua a guardarmi fisso. "Allora esisti, sei quello dell'agente Merosi". Nel frattempo le urla hanno attirato al cancello tutti i miei amici. E anche Tina. Tina mi ha visto. Dovessi giudicare dal suo sguardo, li fra i miei amici ammassati alla ringhiera, l'avrei detta una di noi. La guardo, lei mi guarda. Poi distoglie lo sguardo improvvisa e urla "No!" mi volto ricordandomi dell'uomo nero, che ora ha in mano una pistola. Non un altra volta. Ma io sono istinto e salto.

Mi risveglio su un letto, non mi sento più le zampe e i miei occhi hanno difficoltà a restare aperti, intorno a me è tutto bianco. Credo sia uno di quei posti che chiamano ospedale. Una TV accesa davanti al mio letto. Mia vecchia maestra. Sono nel mondo dispari vero? Un uomo con gli occhiali legge le notizie del giorno, con la sua folta schiera di opinionisti. "Si credeva fosse leggenda e invece i lupi mannari esistono. Proprio questa notte, alla stazione Termini di Roma ne è stato catturato un esemplare, di cui le leggende metropolitane parlavano da anni. Ora è ricoverato gravissimo in un luogo mantenuto segreto" "Sei tu." dice una voce accanto a me, è Tina. Mi tiene la mano, ma non ho nessuna sensibilità. La destra invece a fatica la muovo. Le indico il foglio e la penna sul comodino lì accanto. Lei prende la carta e la penna me la poggia a fianco e scrivo tremante per lo sforzo "Io sono Io". Sento i sensi confusi. Sono vecchio. Ho 35 dei vostri anni. 70 dei miei e duecentoquarantacinque secondo l'età dei cani. Guardo una lacrima uscire dagli occhi di Tina. Piangi? Ma questa è solo la mia favola, i lupi mannari non esistono e nel mio mondo che non esiste tu sei la mia principessa. La principessa della favola si china e mi bacia sulla fronte. Il primo bacio di amore vero da cui io non mi sveglierò mai più.



Commenti

pubblicato il 29/05/2012 0.13.54
chiara, ha scritto: Bellissima,stupenda,commuovente e scritta in maniera Eccellente. Complimenti!!! Ne hai altre di storie così?

Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: