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lavoro pubblicato martedì 15 maggio 2012
ultima lettura martedì 21 maggio 2019

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Sola in una stanza

di Edmea. Letto 698 volte. Dallo scaffale Viaggi

Era diventato un rito ormai il compito in classe d'italiano di giovedì. Avevano quattro ore di tempo per spremersi le meningi, sviluppando tre temi che la professoressa aveva scritto alla lavagna. Per lei non c'erano stati dubbi, visto che era s...

Era diventato un rito ormai il compito in classe d'italiano di giovedì. Avevano quattro ore di tempo per spremersi le meningi, sviluppando tre temi che la professoressa aveva scritto alla lavagna. Per lei non c'erano stati dubbi, visto che era stata ammaliata da un titolo ingombrante, profondo e altrettanto impegnativo: Viviamo in una società che condanna in modo unanime il gesto di chi sceglie di stare solo in una stanza. Per i suoi compagni appariva un pugno allo stomaco. Ma che voleva dire quel titolo da sfigati, se già dovevano spremersi con Don Abbondio e l'ultimo corteo dei gays? Insomma, nessun titolo sembrava chiudere la porta, meno che mai quella specie di invito ai cruciverba mentali, che nessuno aveva capito, né l'insegnante si era cimentata a fornire qualche spiegazione. Fate lavorare il cervello, aveva sentenziato, accesa sostenitrice del lavorio mentale di quegli adolescenti atrofizzati. Per lei invece quel titolo era stata una semplice rivelazione di tante verità nascoste. A 15 anni aveva già fatto i conti con il giudizio della società e altrochè se non aveva capito quanto i coetanei potessero essere brutali. Solo l'anno scorso la compagna di classe più in e candidata al successo, perché estroversa e predestinata dalla vita, l'aveva praticamente ignorata, non invitandola alla sua festa di compleanno. C'erano tutti, tranne lei, che si era sentita esclusa ed ancora una volta diversa. Perché quindi quel titolo doveva sembrarle da sfigati? Forse era il suo titolo. Forse era lei che si rifugiava in una stanza da 15 anni, non per scelta, ma per necessità, che poi era diventata un bisogno liberatore. Le era venuto in mente quel barbone di Piazza Yenne, che le era passato vicino con una radio accesa a tutto volume, biascicando parole senza senso. La sua era una scelta di vita o solo la fuga da una società, che gli aveva sempre e sistematicamente chiuso le porte in faccia? Aveva pensato alla sua vita da qui a qualche anno. Si era vista donna adulta e vecchia, ma non sapeva trovare un volto per queste due fasi successive della sua vita. Oggi era un'adolescente, complicata e semplice al contempo. Una ragazza giudicata diversa per la sua riservatezza, che a volte era diventata una liberazione dal giudizio impenitente degli astanti. Perché la società doveva giudicare chi sceglieva di stare solo in una stanza? Lei si ricordava un pensiero esternato in classe in terza media. Quando aveva commentato una foto di un bambino che correva in un bosco. Cosa significava? Era bello ed intrigante quel bosco però e lei aveva pensato a voce alta, quanto le sarebbe piaciuto immergersi in quella solitudine di pensieri. I compagni l'avevano guardata sghignazzando, perché solo lei poteva parlare in quel modo. La professoressa aveva scosso la testa, perché in conclusione aveva 13 anni e che significava che una ragazzina si volesse rifugiare in un bosco a pensare? Porca miseria se non ci voleva lo psicologo. Ne aveva parlato con sua mamma, che non aveva capito un granchè di tutto quel can can, perché sua figlia amava pensare e fantasticare. Che male c'era in conclusione? E se aveva 13 anni? non pensano i ragazzi di 13 anni? Era molto pratica sua mamma e non si formalizzava molto delle elucubrazioni degli insegnanti, che sapevano trattare con i ragazzi come lei parlava l'arabo insomma. Aveva già riempito un foglio lei, mentre la sua compagna di banco continuava a fissare il vuoto, combattuta tra quell'idiota di don Abbondio e l'ultimo corteo dei gays. Ma che cosa doveva avere da scrivere quella svitata e poi che tema aveva scelto? Manco a dirlo.

Guardate e leggete, prendetemi a calci in culo. Le era venuta in mente la disavventura di prima media, quando le avevano appiccicato quell'odiosissimo foglio sulla schiena, convincendola ad alzarsi a chiedere un'informazione al professore di musica. Era stato terribilmente umiliante. Non si era accorta di quella furberia crudele e si era alzata molto candidamente. Era stata un'altra brutalità della sua adolescenza e l'ennesima dimostrazione di rifiuto, con la conseguente voglia di sparire. Aveva sempre desiderato essere invisibile, così nessuno l'avrebbe più considerata strana e diversa, come sarebbe successo in quel caso che aveva scelto il tema che era stato accolto con i buuuu dei suoi compagni. Lei invece aveva già riempito il secondo foglio. Si, l'autore di quella frase aveva ragione, una ragione da vendere. La nostra è una società volgare, superficiale e vigliacca, capace di giudicare i più deboli e sensibili. Che male c'era nello starsene nella quiete della propria stanza, dove nessuno avrebbe appiccicato biglietti offensivi nella schiena e opportunamente dimenticato di invitare una coetanea alla festa di compleanno, dove tutti erano stati invitati. Ho pensato che tanto non saresti venuta, aveva dichiarato la candidata al successo, convinta di aver fatto cosa buona e giusta. Hai pensato bene, si era scoperta a rispondere, con il viso in fiamme e un leggero tremolio delle gambe, ma la voce era stata ferma e lo sguardo aveva sostenuto quello dell'altra, baciata dal destino. Un pugno sullo stomaco era stata la risposta della compagna, non certo il titolo del tema. Si chiedeva se la vita sceglieva i candidati alla solitudine e al successo, o se ognuno doveva forgiarsela a propria immagine. Non lo sapeva. Si sentiva soffocare però in una società giudice e carnefice, mentre la sua stanza era il custode confortevole e rassicurante dei suoi segreti d'adolescente tradita nelle aspettative verso il prossimo. Così come quel bosco l'avrebbe accolta a braccia aperte, illudendola di essere invisibile agli occhi della maggioranza, ma pur sempre una ragazza come tante, con i suoi sogni, le sue speranze e la sua sconfinata voglia di vivere.

Trovare il proprio posto, ecco quello che le serviva, ma forse lei lo aveva già trovato, perché non era dispiaciuta della sua vita, ma delle persone che il fato le aveva messo davanti e non sentiva di doversi colpevolizzare ancora. Guardate e leggete, prendetemi a calci in culo. Era un insulto e l'accusa di essere una soggetta, eternamente ai margini. Ora si sentiva di doversi ribellare, perché la sua vita non era peggiore di quella degli altri e tanto meno la scelta di rifugiarsi in una stanza, che aveva ascoltato pazientemente gli sfoghi di un'adolescente tradita, che non rinunciava al suo piccolo posto nella società e alla sua fetta di felicità.



Commenti

pubblicato il 15/05/2012 22.07.24
LadyElizsabeth, ha scritto: Siamo tutti soli dentro una stanza; anche chi sembra essere in stanze affollate, non c'è altro che il nulla a circondarli. Ciò che conta è la nostra stanza interiore, sempre colma se vuoi sorridere...
pubblicato il 16/05/2012 8.24.26
Edmea, ha scritto: Hai proprio ragione. Condivido in pieno. L'importante è andare avanti e dare un significato al proprio viaggio

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