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lavoro pubblicato martedì 15 maggio 2012
ultima lettura sabato 2 novembre 2019

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IL CAPITANO E IL SUO REVERZO

di gartibani. Letto 704 volte. Dallo scaffale Fantasia

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO CAPITOLO OTTAVO Aprì l’ufficio il Capitano e ci veniva tutte le mattine a piedi, assunse i dipendenti t...

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO

CAPITOLO OTTAVO

Aprì l’ufficio il Capitano e ci veniva tutte le mattine a piedi, assunse i dipendenti tra i cittadini Tunisini, scelse una divisa con giacca blu e pantaloni grigi e nella giacca lo stemma della società ricamato a mano e venuto direttamente da Londra. L’ufficio era imponente, arredato con mobilia antica, tipica del Marocco, mobili di madreperla fatti a mano da sapienti artigiani, specchi in lamina d’oro ed il grande tavolo nero della sala riunioni, c’era anche una bellissima piscina e un campo da tennis immerso nel verde, all’ingresso le aste con le bandiere, quella degli Stati Uniti perché la società era di diritto americano, quella della Tunisia per rispetto del paese dove si trovava, quella delle Antille Olandesi perche la holding era posizionata là e quella Italiana perche sua moglie era italiana. C’era quel profumo mite ed intenso delle serate del sud, speziate e ardenti, dove ritrovare il cerchio di ogni primavera e l’aroma di menta del the sempre pronto. Ma appena aperte le finestre tutto sembra sgretolarsi, il fiume di denaro del fatturato annuo, i numerosi clienti venuti da tutto il mondo che l’autista andava a prendere all’aeroporto per ospitarli nei migliori alberghi finche i contratti non erano firmati. Questo male senza rimedio che vive la scienza islamica, qualcosa che tu vedi e nessuno vede, perche incolore e stantia, ma costruita sulla bugia delle danzatrici del ventre, che si perdono nei veli e negli stampi di rame dei soux. Fu Shamira, una donna bruna, che il Capitano serbò antica, nello specchio dell’acqua, simulacro di libellula, la socia scelta da sua moglie per il Centro Benessere. Si presentò un tardo pomeriggio nel suo ufficio, bellissima, in una immensità mistica e dolente, portatrice di un profumo inebriante di sandalo, mentre il cielo si incorniciava di azzurro, le parlò del marito morente, ammalato di tumore, dei suoi problemi economici e del volume delle ginocchia e della cupidigia del sedere mentre sedeva accavallando le gambe, come un raro veliero che si erge nell’ombra, lo invitò all’amore, le si avvicinò come una selva di papaveri avvolgenti, naturale archibugio del desiderio, ma il Capitano ebbe a rifiutare, con gentilezza gli fece capire che non era possibile, arrugginito il sapore del tradimento nel corpo che langue. Fu una scena spiacevole, annegata tra lattine e sacchetti di plastica, lei lasciò l’ufficio sdegnata, irritata, come un grillo legato ad un filo di cotone. Mai rifiutare una donna, mai dire di no ad una donna che ti offre il corpo e l’amore, sarà tua nemica per sempre, il suo rancore assomiglia ad un deserto di stracci, ti odierà e aspetterà la vendetta fino ai confini della steppa. Non passò molto tempo, appena un anno, gli affari andavano a gonfie vele, il Capitano aveva acquistato una casa molto particolare, con due torrette e un grande terrazzo che guardava il porticciolo e il mare, dove faceva colazione tutte le mattine; mille e cinquecento mq di casa, suntuosi e confortevoli, dove il primo figlio Francesco, aveva imparato il francese e l’arabo e andava a scuola a Sousse, i soci americani erano molto soddisfatti di lui e della sua gestione. Partì per Londra, ad una riunione di lavoro, nella sede di Piccadilly, stette fuori per quasi una settimana, al suo ritorno, appena sceso dalla scaletta dell’aereo, si vide circondato dalla brigade economique ( la finanza) che lo invitò ad andare con loro. Parlavano in arabo, lui non capiva, non aveva un interprete.

Amerò il tesoro del tuo cuore donna, appena aperto, dove la volpe grigia ricusa le tue accuse, dove le notti migliori appaiono rivisitate da quel torto subito e mai dimenticato.

Shamira approfittando di una ingenuità di sua moglie, che aveva trasferito alcune apparecchiature del Centro Benessere, nel garage dell’ufficio, temendo che potessero essere pignorate, visto che la Signora aveva un grosso debito con le banche, lo aveva incolpato e denunziato, sfruttando la sua parentela con il Ministro degli Interni. Ora lei conservava la chiave dello scrigno e sicuramente non lo avrebbe liberato tanto facilmente, ebbe a capire che voleva dei soldi, tanti, quelli necessari per coprire i suoi debiti, ma il Capitano non voleva e non poteva disporre del denaro della società, per cui rifiutò quell’ingiusto compromesso, fiori mescolati all’avena, quel vuoto difficilmente definibile che rimane attaccato all’impressione del momento della nascita. Fu sbattuto in galera, magazzino senza porte, dove un unico camerone racchiudeva decine di detenuti, senza un bagno ne un letto, solo un buco in terra e una cannella arrugginita per l’acqua, c’era gente che viveva questo male senza rimedio, che si negava ad un gesto solidale e che nessuno sapeva fosse lì. – Tu sei forte !- si disse il Capitano, il vento è già più forte di tutto il suo coraggio, acceso in un mazzo di spighe e nell’oblio della vista, fu una vera persecuzione della sua persona, sul molle trifoglio. Il giudice ripeteva, - basta accontentare questa povera donna, - Il Capitano invece voleva vivere altre cinque scelte diverse, favolose di scenari, al suono trito delle termiti, girava per le spiagge il giorno come uomo sandich chiedendo fosse fatta giustizia, finchè non veniva preso e portato in caserma per essere liberato la sera tardi, evitando così di dare nell’occhio e disturbare i turisti, aveva convinto la famiglia a partire evitando così di subire ulteriori ricatti e se ne stava rinchiuso in ufficio, quell’ufficio ormai depredato, dove si erano portati via tutto, gli stessi dipendenti. La sera gli mandavano gruppi di persone che urlavano dal muro di cinta, con quelle loro grida taglienti e senza respiro e gli tiravano sassi per intimorirlo. Le autorità del suo paese erano impotenti e dimenticate sul tavolo dell’Ambasciata giacevano le sue carte, oltre la porta semichiusa dove l’ambasciatore prometteva una soluzione a giorni, ma irrealizzabile. Fu l’amico Yaiashuria, il presidente della Open International University, di cui era membro, che teneva un convegno mensile ogni volta in un paese diverso, che venne in suo aiuto. Inviava dopo ogni congresso un telegramma firmato da tutti i partecipanti, uomini di cultura e scienziati di diversi paesi del mondo, al presidente Ben Alì, chiedendo la sua liberazione e denunziando il governo Tunisino come stato totalitario e contrario ai diritti dell’uomo. In quelle lunghe e interminabili notti trascorse a sperare, un altro episodio toccò la sua vita; una sera, nel sangue ricco del piede scalzo, entrarono tre donne nell’ufficio dove era rifugiato o qualcuno sicuramente le fece entrare, il nero dei loro occhi sullo spartito musicale, torbide, semi nude, nel prodigio dei loro corpi preziosi, quasi distanti da quel gelo che ti ruba la vita, lo provocarono in ogni modo, margherite recise, per indurlo in tentazione e farsi possedere. Se fosse caduto nella trappola del desiderio sarebbe stata la sua fine, una sconfitta bruciante, perché immediatamente accusato di aver violentato delle donne islamiche, amore curioso dei sensi, denso di sussulti e folle. Non ebbe altra scelta, si chiuse nella stanza da letto, a chiave, amore di vetro nel folle accordo, amore fremente su di un geranio vermiglio, sperò che se ne andassero, perché non aveva altre carte da giocare, nel suo angusto prato di velluto, dietro a quella porta, campana squillante di incerte sicurezze, che poteva essere violata comunque. ( registrazione musicale) Finalmente andarono via e lo lasciarono al suo destino. Il giorno dopo fu chiamato dal giudice, che appariva molto innervosito, gli chiedeva dei telegrammi e si chiedeva chi mai fosse questo Capitano, per il quale si era mobilitata così tanta gente importante, alla fine gli restituì il passaporto e lo fece accompagnare a Tunisi per espellerlo dal paese. Era definitivamente libero, pur se aveva perso tutto in quel gioco di forza e di desiderio, in quel tempo di minacce e di abbandoni, lasciava la riva di quel paese ingannevole, ne sazio ne sconfitto, nel profumo disfatto del letto incontaminato dove la fedeltà alla sua donna gli era costata una fortuna. Andava curvo nel vento che spazza infinite camere di albergo, nella sua verità occulta e malferma, dove gli ultimi appunti erano i suoi figli, smarrita la rotta nel bordo dell’acqua. Caricò la sua nave, imbevuto in quella schietta dolcezza venuta ad interrogare la sua isola, nell’incuria dell’ospite inatteso, nel lento passo del legno, nella cassa grigia di una malattia, come un uomo solo che ruba ad altri momenti di secca allegria. Ascoltava il fragore delle macchine, gli spruzzi salini che lo macchiavano in volto, nel brio velenoso dell’incedere della nave che conserva ancora le lettere di quell’incontro mancato, il mare aperto lo accoglieva nuovamente, avvinto alla sua voluttà inesauribile, in quei secoli lontani dove erano passati in due, il Capitano e il suo Reverzo e ora da questa finestra osservatorio, sotto la fresca pelle erano da abbattere quelle minacciose impalcature, le pagine dei vecchi libri e l’involucro di cellophane, per permettere alla ritrovata saggezza di decifrare nuove fantasie parallele alle sabbie mai congiunte del suo peregrinare. La parola non è mai la fine di una avventura e il Capitano come un fotografo osceno si compiaceva di rivisitare i suoi dettagli seducenti, la sua giacca esplosa dentro l’armadio, la nave era scritta in diverse lingue, per mari disgiunti e lontani, perso nei viaggi a scandagliare paesi e cuori, quasi a sbarazzarsene, fino a quella presenza così intima, complice dell’unico istante nel moto argentato del mare nel notturno di luna. Le coperte sono scivolate verso il fondo, è quasi il dormire in una posizione innaturale, l’identità immobile che scende indifferente verso la pioggia, mentre due svagati ciclisti lasciano il porto disegnando linee disseminate nel suolo.

Non ho gelosia alcuna, vorrei trovare il legittimo proprietario di questa storia, tagliare in due con questa lama la cicala impazzita e riscoprire il magnifico e crudele Capitano consumato il delitto degli spettri, mentre mi accosto ad un filo di luce, mi accorgo di popolare questo libro di nuovi personaggi, realtà illusorie delle ore, ai quali bisognerebbe addebitare un autore o delle notizie su di loro, che trepidanti di attese, sperano di essere descritti o di avere finalmente un ruolo, il vento come se avesse capito mi scompiglia le pagine e confina tutti in altre storie ed altri libri, smarrito il sentiero, nel pomeriggio stanco, pieno di roba disseminata. Sento le loro grida d’aiuto, nel crudele sapore dello spazio e delle profondità, esplorando il rovescio desolante di questi dialoghi imparati a memoria e mai recitati e mi addormento . Vita come un trono dove sono in trionfo.

Anna appicca il fuoco ad una città fatta di carta e spezza l’airone nel suo volo indiviso, è come il gesto puro della mente, farfalla all’altezza della sua beatitudine, esprime fino all’ossessione il futuro, è un essere di un'altra razza; i Down sono gente della nuova generazione, antichi nel Dna, sono un salto d’amore della specie, corrono senza percezione e ti compiacciono, sono capaci di amarti profondamente, di coccolarti, di non tradirti mai e di capirti sempre intuendone il profondo, sono una benedizione di Dio. Mentre mi accosto alla porta della sua cameretta e la vedo intenta a “ fare la sua vita “, come dice lei quando glielo chiedi , capisco il suo amore mai pago e mai negativo, quella sfida di violini che percorre tutta la casa quando si sveglia al mattino e si mette a curiosare per scoprire se si dorme ancora. Pretende la colazione e per lei la famiglia è sacra, spazio magnifico dove cimentare le sue insicurezze e trovare riparo nel sentore liquoroso delle paste appena sfornate, la domenica. Lei e lì, sempre pronta a scandagliarti il cuore, a parlarti sotto voce, ad attendere un premio, che non è mai una richiesta, ma un dono del desiderio. Non ha mai bisogno di nulla, non chiede, non pretende, non deve comperare niente, vuole solo essere rassicurata del tuo amore, del fatto che ha un padre e una madre, che appartiene ad una famiglia, che anche i miei figli, di cui diverse madri, sono i suoi fratelli e li difende e li adora fino a perdersi in quelle trepidanti attese per ricederli. Lo ripete all’infinito a scuola e questo da anche fastidio, quasi volessero imporgli di socializzare, cosa di cui non ha bisogno, lei capisce subito il tuo stato d’animo, se nel tuo animo non porti quella bontà che ti rende creatura di Dio, lei se ne accorge subito e ti nega il saluto, ti scansa, non ti vuole vicino, perché capisce la tua malvagità, non sa tradirti, ne odiarti, al massimo può dispiacersi e commiserarti. Adesso la guardo ardere da dietro la tenda con la grave melanconia ed il vento come se avesse capito che mi manca, scompiglia quel mio segreto e lo incendia di rosso, il nostro rosso, così si va lontanissimo rimanendo immobili, noi due, nella distanza che non è mai così grande da farci perdere la nostra appartenenza, in questo nostro rapporto avvincente, gioioso, esotico, simile ad un romanzo, dove sperimentare e rinnovare il nostro legame è un piacere ineguagliabile. Loro i Down, sono speciali, la loro pervicacia e la loro intelligenza è particolare, trovano sempre il lato migliore delle cose e con quella sapiente bontà ti invitano a riscoprire la pazienza e la saggezza, - papà non ti preoccupare, c’è sempre la tua piccolina, con te, -



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