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lavoro pubblicato venerdì 11 maggio 2012
ultima lettura lunedì 18 marzo 2019

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IL CAPITANO E IL SUO REVERZO

di gartibani. Letto 645 volte. Dallo scaffale Fantasia

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO CAPITOLO SESTO La delegazione Cubana alloggiava nella città Universitaria ed il Capitano ne fu subito attratto, ...

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO

CAPITOLO SESTO

La delegazione Cubana alloggiava nella città Universitaria ed il Capitano ne fu subito attratto, sopravvivendo a quella musica allegra e all’indolenza dei suoi giovani anni si sentì rapito dal fascino e dal carisma di quell’uomo e tutto il bello e il brutto della sua vita di allora gli era sembrato inutile se non lo dedicasse alla causa. Partì per la grande raccolta della canna da zucchero come volontario, nella sua anima cucita con l’ago la scritta CUBA, tutto gli appariva convincente, i volumi ed i colori, la capitale in fermento, l’operosità e l’entusiasmo, i grandi murales, dove si esprimeva il senso collettivo, sembrava che gli scritti di Jose Marti, padre della patria cubana, avessero ritrovato il vero significato. La rivoluzione lo sorvegliava con tutti i suoi sensi, non c’era sudore ne fatica in cui non potesse cimentarsi e anche se il tempo inclemente di quel periodo, non smetteva di piovere, lo appendeva alle grucce delle nuvole e lo sorprendeva ad accendere angoli, l’intrisa pioggia si confondeva con il sudore delle sue membra colpite da quella forza che sprigionava contro i fasci di canne, nella debolezza transitoria della sera. Conobbe Amapola, una giovane argentina, che si trovava seduta dove non doveva essere, sopra quella polveriera di sentimenti e ragioni che distinguevano la sua vita di quel momento. Si piacquero subito, un pomeriggio a bere del mate e i suoi occhi cambiarono posto, mai come allora desiderò quella minuta figura che gli suscitò di colpo tutto il languore di cui disponeva quando sprofondò nel suo amore compassionevole e smisurato e ne fu rapito. Alla conclusione di ogni giornata di lavoro si ritrovavano a parlare seduti nel rabbrividire di quel cielo stupendamente stellato. Era la donna più tenera e dolce che fosse esistita e i suoi sguardi esprimevano la volontà di quell’amore, il sesso era come un pentimento tardivo, ogni volta consumato e rimpianto, dove quasi aveva paura di stropicciarla nel timore irrazionale di procurarle danno. Lei non chiedeva niente, nel suo sangue sconosciuto, allo schioccare delle ore trascorse insieme, s’insinuava la perfezione.

L’unica domanda, ogni volta che arrivava una disposizione o un proclama da parte del governo centrale dell’Avana e veniva affisso nella bacheca del campo, lei leggeva, per poi ripetere, - si pero èl CHE que dice ? – nell’incredulità chiaroveggente di quello che avrebbe riservato il futuro di Cuba e del Che. Le cose erano diverse, partita per altro incarico e sempre più distante, adesso si scrivevano, ma la posta veniva consegnata con molto ritardo, era già trascorso più di un anno, esattamente sedici mesi dalla loro relazione e l’istante tanto anelato e mille volte rimandato per incontrarsi di nuovo non avvenne, si diedero appuntamento a Santiago de Cuba tra due mesi, lei non gli disse mai che era rimasta incinta e che portava in grembo la sua sopportazione con tutto l’affetto possibile. Quel pomeriggio, che giunto finalmente a Santiago , chiese di lei all’ufficio matricola generale, si senti rispondere di tornare il giorno dopo, ebbe come un presentimento, come quando adolescente fu colpito da grande dolore per la scomparsa del cane. Il giorno dopo sempre più impaziente di avere notizie, ritornò, l’attesa si prolungò per ore, aveva in mano una tazzina di caffè, con il tronco ormai diviso in due, neanche la voce di chi le dava spiegazioni, gli giunse contenuta in un soffio, come ovattata, - Amapola è morta in un incidente, - Amapola era morta, uomini che si scambiano coltelli, invece il bambino era vivo, suo figlio, ma erano venuti i genitori di lei e lo avevano portato via, in Argentina, insieme al corpo della madre. Si scrollò di dosso di colpo il rosso, impotenza, rabbia e dolore, occupò il piano delle battaglie, potere del fresco ambito personale, immaginò suo figlio, che spesso indistinto riemerge improvviso ancora oggi, ma non ebbe modo di vederlo, anzi gli fu del tutto impedito, con ogni mezzo. Di fatto non aveva diritti da accampare, nei termini fisici dello svolgersi dell’esistenza e di fronte alla legge, lo perse definitivamente. Di solito a quest’ora rinviene il pensiero con molta dolcezza e dopo tanti anni il vuoto rimane incolmabile, quell’assenza lo accompagna e perdura nel tempo a viaggiare con lui nel sottile intreccio delle strade erranti. Quegli anni non furono più gli stessi, lo slancio della rivoluzione si esauriva, gli avvenimenti lo avevano marcato inesorabilmente, non più irreali stranezze ne la gioia di ottenere un successo, ma la torbida melanconia di qualcosa di mancante che non si può riprodurre ne ripetere. Oggi nella casa che galleggia, ormai nei tre minuti di sospiri e sogni rimasti inesplorati e dispersi, il Capitano prefigurava un giorno nuovo, senza confini ne aspettative, tutto ormai gli è insignificante ed il tempo opprimente non offre soluzione. Ci sarebbe voluto un altro importante avvenimento per distruggere per sempre questa incrostazione di ricordi.

Adesso rinchiuso tra estranei, a sentire questi uomini parlare delle loro colpe, storie individuali di reati che si susseguono gli uni agli altri, di persone che si rivedono perché si erano già incontrati nel carcere, stranieri che imprecano al loro destino, sentire come una condanna è il risultato di un'altra e di un'altra ancora, nei mille rivoli delle decisioni di giudici inclementi, giudicanti di verbali e carte, nella disparità delle pene. Vederli che mesti brancolano nel buio, in questo penitenziario di transito, dove sembra sempre di attendere che accada qualcosa, nell’inconsapevole incoscienza, che ti chiedono di compilargli una istanza, di scrivere una domanda, di sperare di essere accettati in una comunità, nel miraggio di una pena alternativa. Fingersi malati cronici, alcolisti all’ultimo stadio, tossici persi, ti offre l’esatta dimensione dell’inutilità del regime carcerario per cambiare le loro vite e trasformarli di nuovo in attivi attori dell’automatismo sociale organizzato. Tutte quelle persone che fingono attenzione e ascolto, che individuano soluzioni seguendo criteri collaudati; spostamenti di cella, indirizzo al lavoro interno perché lo richiede una esigenza della struttura, ti porta a pensare, come dopo trent’anni di lotte e utopie, di teorie e apprezzate filosofie, ci si accorge come il mondo sia notevolmente conservatore e sclerotizzato, incapace di modificare nel profondo la concezione del bene e del male, il vincolo materiale ultimo che lega gli uomini alle loro storie di vita. Sicuramente tutti i progressi ottenuti a quei diritti dati per acquisiti, alle belle parole roboanti per le quali si sono consumati fiumi d’inchiostro, si sono redatte carte dei diritti, regolamenti, si è dato vita ad organismi di tutela, cozzano amaramente con l’incapacità dell’insieme di attuarle e di renderle efficaci anche se opinabili. Sei poi tutto dipende, come di fatto, nel piccolo da altri uomini, armati di grande buona volontà, ma di fatto deficitari e inefficaci, che gestiscono il potere fino agli strati più alti, senza controlli, dove i controllori sono parte dei controllati, si danno vita alle caste, che si perpetuano di generazione in generazione durature. Altro che rivoluzioni, sarebbe stato necessario azzerarlo il mondo, cancellare ogni traccia della storia e del costrutto umano, dei popoli e delle nazioni, rifondando il tutto per poter ripartire da zero, ignavi e desiderosi di ridiscutere l’intero degli eventi e delle relazioni, visto che l’uomo fin dai codici antichi ad oggi ha bleffato, ha elargito una quantità incommensurabile di leggi, regole, editti, procedure, spesso in contrasto tra loro, intasando la società umana. Ormai questa stratificazione è impossibile da sbrogliare, perche gestita non solo con criteri discutibili, da soggetti spesso impreparati, che si trincerano sotto la copertura delle leggi, dello Stato, dei valori, della fede, ma perché ormai talmente avvinghiata su se stessa e perciò inestricabile. Se più comunemente si fosse messo in discussione direttamente la decisionalità e gli sviluppi degli indirizzi che l’umanità e costretta a seguire, invece che soffermarsi nei particolari, senza mai affrontare la questione di fondo, che è quella del senso della vita e di cosa debba essere garantito comunque all’essere umano per svolgerla e quale sia il fine ultimo da raggiungere, per il bene comune, avremmo forse potuto beneficiare di trasformazione verso un vero e autentico progresso. Non invece disparità, discrepanze, divisioni, soprusi, lotte intestine volte all’affermazione di pseudo valori che diventano tangibili solo attraverso il possesso materiale. Forse è proprio il concetto di proprietà che ha introdotto questa dolorosa incrinatura che poi nel tempo ha determinato scelte settoriali e antagoniste, cosa fare allora nel proprio individuale ? rimane l’atto della negazione, l’abbandono di tutto questo, concepire la propria vita e quella del proprio nucleo familiare come una esperienza diversa e nuova, spoglia da tutti questi orpelli, educare i figli alla sapienza e alla conoscenza e non al possesso e al consumo, non più attirati dagli effimeri luccichii di un mondo ormai decaduto, che viaggia incontrollato verso l’autodistruzione.

Dipende da come ti giri, se questa riflessione, cattura l’immagine nel suo fascino indiscusso.

Il Capitano era ormai soltanto un manifesto, un poster sui muri delle stazioni, si trovava in Chile per un servizio fotografico, paese sconosciuto, in cui aveva vissuto a lungo in giovinezza e compiuto gli studi. Ora il popolo era tutto con il nuovo presidente Allende e si viveva in un grande fermento, il tentativo di coniugare una diversa via verso il socialismo. I suoi contatti con il M.I.R ( movimento isquierda revolucionaria) erano stretti ma non tali da permettergli di avvantaggiarsi sul piano della fotografia e non aveva potuto ancora fare alcuni scatti che gli sarebbe piaciuto inserire nel servizio. Quella mattina aveva un appuntamento a Las Condes, quartiere bene di Santiago, per poi partire verso il canale di Beagles nell’isola di CHILOE , la donna che si presentò all’appuntamento gli diede un biglietto dove erano scritte le istruzioni per il viaggio. Decise questa volta di andarci in aereo, prenoto un volo interno della Lan Chile, l’aereo tardò ore a partire perché non c’era nessuno in grado di far funzionare le pompe per il carburante, fino a ieri gestite dai tecnici Americani e ora lasciate incustodite. Il volo fu regolare e senza ulteriori problemi. Arrivato a terra a Puerto Aisen prese il battello per attraversare il canale, il mare era grosso ed il piccolo natante veniva continuamente sommerso dalle onde. L’incontro si svolse nell’area del mercato, mercato del pesce, dove i banchi con il pesce disseccato ( fotografia) costituivano una superficie sparsa e disordinata; cadeva una fitta pioggia sottile. I due del M.I.R lo invitarono a sedersi e le loro mani si scaldavano tenendo una grande tazza con la scritta Nescafè ancora fumante, la loro principale preoccupazione era quella di provare a convincere il Presidente che il popolo andava armato, una milizia armata; dicevano che lo sciopero dei trasportatori, tutti padroncini, avrebbe paralizzato il paese e sarebbe stato preso a pretesto per un golpe, anche se i militari erano divisi. Non si poteva credere ad una simile prospettiva, il paese non aveva mai subito situazioni del genere, i militari non erano mai intervenuti nelle questioni politiche, ma la nazionalizzazione delle miniere di rame e le azioni compiute dal governo contro gli interesse stranieri, in particolare americani, certamente erano mal sopportate. Chiedevano che nel servizio si parlasse di loro non come antagonisti del governo Allende, ma come protettori del popolo e con una visione non solo militaristica nel processo di transizione verso il socialismo, ma più vicina agli interessi delle “ poblaciones” e dei “ campesinos”. Inutile dire loro che si trattava di un servizio fotografico, assolutamente non permisero di scattare alcuna fotografia e si congedarono dileguandosi, bucando la nebbia formatosi dalle nuvole basse. Il Capitano si accontentò di scattare alcune fotografie limitandosi al mercato e ad una donna che vendeva del pan” amasado”, dentro una cesta, coperto con un fazzoletto, si consolò con quel sapore di pane, comune a tutti i popoli contadini, dai berberi agli araucani, pane che aveva in sé tutta la felicità di un popolo indomito, fiero e combattivo, che aveva resistito fino allo sterminio agli spagnoli e che sperava fortemente oggi in un futuro migliore e più giusto, nelle parole del loro Presidente che voleva cambiare la storia. Ormai si era spinto a sud e non era quello l’ostacolo a proseguire, mangiato un brodo caldo, la “ Cazuela”, si attardò ad ammirare un porticato di begonie e riprese la strada verso il venir meno di quel pomeriggio piovoso, dove in lontananza una sottile linea di rosso e arancione striava il cielo plumbeo e scaricava a terra due manciate di luce come palline di naftalina. Il Capitano era soddisfatto di se stesso, non vedeva l’ora di sviluppare le fotografie e vedere i risultati ottenuti.

“ porque estas llorando, si èl dìa cobre su hermosura y tus manos se comprimen de esta luz liquida, èl tiempo te muestra la sangre de los hermanos, culpables solo de anelar la libertàd “

Il governo Allende era caduto, il Presidente era stato assassinato, lo stadio di santiago diventato un lager, pieno del popolo imprigionato, le strade presidiate dai carri armati. L’esercito e i carabineros avevano tradito il Presidente e il popolo sovrano. Le ultime parole del Presidente dalla Casa della Moneda erano state commoventi, un testamento umano e politico, da non dimenticare mai. Invece la tendenza alla dimenticanza è caratteristica consueta, gli uomini dimenticano spesso le tragedie dei popoli, le guerre, i genocidi, le torture, la pulizia etnica, sembra quasi che l’istinto di conservazioni li porti a voler cancellare il dolore e a viverlo come uno spettacolo del momento per andare oltre e ripetere ancora gli stessi danni ed orrori, come se la storia non avesse trasmesso alcun insegnamento. Prima di lasciare definitivamente il Chile, che rischiava di diventare pericoloso per lui, andò oltre Santo Domingo a Isla Negra, dove c’era la casa di Pablo Neruda, il grande poeta, amore della sua adolescenza di sonetti, per il quale aveva scritto nella rivista Zig Zag, non ebbe la fortuna di trovarlo, era già partito, lo avrebbe rivisto volentieri; si soffermò a lungo davanti la casa, nel mistero di quelle onde disuguali che ingigantite sbramavano di spuma, davanti ai due pali incrociati che contenevano una campana, quella campana che il vento a seconda della provenienza e dell’intensità trasformava in mille suoni argentei e inumani, che conteneva tutto il grande amore del Poeta per il suo paese.

In una notte d’incertezza, quando arrivavano notizie frammentarie e segnali sovrapposti, crosta del legno impressa nei volti degli scomparsi per sempre, scacciando zanzare ed insetti di ogni genere, in quel tugurio di albergo a Rio, il Capitano era sotto la doccia, avanzando in senso contrario alla realtà, sfinito da quell’imprecisione che alimentava le sue giornate spaventosamente vuote. Mi chiedo se non ricevesse più i segnali che man mano gli arrivavano dall’esterno, un passo dopo l’altro, in quel terreno di domande e incertezze nell’avvicinarsi alla spaventosa lista di nomi di persone scomparse, a leggere quei nomi, di amici e compagni di scuola, cancellati nel fiore degli anni, il Capitano morì mille volte, ripetutamente.

Siamo forse noi quelli che abbiamo studiato, pensato, lottato, inclinato fortemente il battello e tentato di cambiare qualcosa, nel bene e nel male ( poesia) Siamo noi i colpevoli, la generazione dell’emancipazione sessuale, della ricerca spasmodica della libertà ad ogni costo; oggi banchieri, classe politica, impiegati rispettabili e così via, nell’ozio del benessere. Bisognava rimanere vigili, perché ogni occasione era buona per le caste, le lobbies , le dittature, la corruzione e il mal affare, per ripristinare i vecchi privilegi, cancellare le conquiste e le riforme, sempre con altre riforme, limitare la libertà e usare le leggi e la tecnologia a proprio vantaggio. Azzerare quelle conquiste che sembravano intoccabili, le ragioni e le motivazioni sono sempre molto credibili; la crisi economica, la guerra, la religione, il fantasma della paura, l’inquinamento, nobili cause sotto le quali si celano azioni discriminatorie e mendaci. S è vero come è vero che dopo millenni non è scomparsa la povertà, la fame, la mancanza di lavoro, sicuramente c’è un percorso vizioso che perdura nel tempo e si perpetua e che si nasconde al di là dei regimi totalitari, sotto mille vesti, anche nella democrazia e nelle condotte che la guidano. Abbiamo raggiunto un tempo in cui ogni cosa, cioè tutto, deve essere ridiscusso, anche ciò che fino ad oggi ha regolato la società umana così come è stata concepita. La globalizzazione del mondo, le migrazioni dei popoli, il miscelarsi delle classi sociali, impone una revisione profonda al fine di ricostruire un percorso nuovo e veramente democratico, che rinnovi gli strumenti di espressione delle masse, delle loro volontà e delle forme di governo, la rete è lo strumento della democrazia diretta, e questa sarà la grande rivoluzione dell’umanità, che si gioca sull’invenzione di organismi rappresentativi sovrannazionali , capaci non solo di discutere e risolvere il quotidiano, ma di indicare percorsi etici e di sviluppo tesi a migliorare le condizioni dell’uomo e del pianeta, indicando gli obiettivi che l’umanità deve perseguire per aspirare alla pace, alla prosperità e all’uguaglianza, come obiettivo ultimo la felicità !



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