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lavoro pubblicato mercoledì 9 maggio 2012
ultima lettura venerdì 15 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Pomeriggio al Cuba Café

di piterpanic. Letto 703 volte. Dallo scaffale Pulp

(...)Trangugiò il bicchiere, versandosi addosso metà contenuto e fissando la barista con l’unico occhio rimasto. Vidi un gigno in quel poco che restava della sua faccia, mentre la sua mano avanzava verso il seno prosperoso. Fu in quel momento.....

Il bar era silenzioso e puzzava di sudore. L’impressione che dava al “viaggiatore solitario che capitava dentro per ristorarsi” era quella di un quadro di infimo ordine, dai pastelli spenti, abbandonato in qualche soffitta da un pittore fallito morto suicida. I clienti erano dei morti viventi, zombie cirrotici pieni di frustrazioni cronicizzate e assorbite dal gonfiore della pancia. Si impregnavano di vino, campari, campari con il prosecco e prosecco. Mangiavano bocconcini di pesce, interiora di maiale o sfilacci di cavallo. La barista aveva un culo e delle tette enormi. Era divorata dagli sguardi vogliosi dei clienti e non le dispiaceva. Riusciva a nascondere bene l’imminente decadenza fisica. Era ad un passo dell’inizio della fine per una donna, ma solo ad un passo. Lei ne era consapevole e la sua psiche ne risentiva, al di là delle stronzate che potevano dire riviste tipo Donna Moderna per cercare di accomodare la situazione. Aveva passato i trent’anni già da un pezzo e molti li aveva sprecati in quel bar di periferia. Per questo era andata a Cuba lo scorso inverno; doveva cambiar aria per un po’, per non impazzire, per dimostrare a se stessa che aveva ancora energia. Aveva litigato con suo marito ed era partita, da sola. Tre mesi ai Caraibi, una storia indimenticabile con un giovane cubano e poi di nuovo a casa. Adesso era li, dentro al bar, con le sue tette alte, grosse e sode, il suo culo perfetto e la sua aria da bambolona. Sapeva di sudore, di cucina e di sesso. Aveva portato un tocco di novità da Cuba, arredando il bar con colori tipici dell’isola e mettendo insistentemente musica cubana. Suo marito aveva accettato il cambiamento, suo malgrado.
A me non interessava molto la musica, la ascoltavo distrattamente. La mia missione era quella di arrivare a sera completamente ubriaco. Il bar mi andava bene perché era popolato da gente che non ti faceva mai i conti in tasca. Io e il mio amico Elio, “famoso artista della zona”, che oscillava tra il mistico e lo schizoide, chiamavamo il bar “Cuba Cafè”. A quel tempo eravamo entrambi pazzi e geniali, aggrappati ad alienazioni improbabili e sicuri che non ci sarebbe successo niente di eccezionale quel pomeriggio. Eravamo convinti che qualche forza oscura controllasse le nostre esistenze e ci rubasse i pensieri. Ci sentivamo cronisti dell’assurdo in un mondo che non eravamo sicuri aver digerito. Davamo tempo al tempo. Elio di solito leggeva freneticamente il giornale, dalla prima all’ultima riga, e a volte mi recitava con enfasi interi articoli ad alta voce. Io lo ascoltavo, disinteressato, con il bicchiere in mano e lo sguardo appiccicato al culo della barista. Era questo che stavamo facendo quel pomeriggio, pensando che non sarebbe successo niente, quando, improvvisamente sentimmo un rumore violentissimo fuori del bar. Il botto, seguito da un urlo disumano, risvegliò tutti gli avventori dal torpore alcolico in cui erano immersi.
Uscimmo tutti in strada e quello che vedemmo fu una scena a metà tra il grottesco ed il tragico. Un furgone bianco, con una scritta verde che recitava “Veneta Service”, aveva centrato in pieno un cavallo marrone, sbucato sulla strada statale 401 da chissà dove. L’animale aveva fatto un balzo di una decina di metri, centrando in pieno una Vespa Piaggio, “modello anni 70, cilindrata 50 cavalli fiscali”. Il conducente della Vespa, a causa dell’urto violento, era finito con la faccia sugli scalini del bar. Il cavallo intanto stava agonizzando ed emetteva uno stridulo e angosciante pianto di morte e di dolore. Dalla bocca gli usciva una schiuma biancastra e uno squarcio nel ventre mostrava la carne viva. Il sangue doveva ancora uscire. Un fermo immagine.
Assorbimmo tutta la scena, restando a bocca aperta sugli scalini del bar, tutti con il proprio bicchiere in mano, a parte la barista che aveva il vassoio. Poi, improvvisamente, tutto si mosse velocemente. Il sangue cominciò a sgorgare dal ventre del cavallo e il suo grido si fece più acuto. Ci accorgemmo che aveva il manubrio della Vespa infilato nella pancia. Una donna con la divisa dello stesso colore e con la stessa scritta del furgone, scese dall’abitacolo gridando frasi sconnesse relative a qualche polizza assicurativa. Era in evidente stato di shock e si aggirava confusa avanti e indietro per la strada. Il tipo della Vespa, che era finito disteso per terra, nel frattempo si era alzato. Aveva lasciato metà faccia sugli scalini. Per terra si potevano vedere frammenti di denti e di cuoio capelluto impiastricciati con grumi di sangue. Aveva scostato la gente con indifferenza ed entrando nel bar aveva chiesto alla barista qualcosa. Riuscii ad afferrare le parole che uscivano da quella bocca gonfia e tumefatta. Era una cosa tipo “dmmi nnn …osso”. Stava chiedendo da bere, vino rosso. La barista mosse le sue tette e il suo culo e glielo diede, disgustata. Il tipo aveva lasciato tracce di sangue dappertutto, nel locale. Trangugiò il bicchiere, versandosi addosso metà contenuto e fissando la barista con l’unico occhio rimasto.
Vidi un gigno in quel poco che restava della sua faccia, mentre la sua mano avanzava verso il seno prosperoso. Fu in quel momento che il mio sguardo incrociò quello della barista. Lei mi guardava come implorando aiuto, cercando disperata qualcuno che la portasse lontano da tutto, magari a Cuba. Ma io le sorrisi semplicemente, immaginandomi “un rapporto carnale con lei”, in camera, madidi di sudore. Una scopata selvaggia sul suo letto, con le finestre chiuse e il ventilatore acceso sopra di noi. Tutto attorno nessuno parlava, nessuno si muoveva. Lo strazio del cavallo e le grida deliranti della tipa del furgone erano diventati rumori di sottofondo. La musica cubana avvolgeva l’atmosfera, con il suo carico di allegria mista a rassegnazione. Buttai giù il mio Campari.



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