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lavoro pubblicato domenica 6 maggio 2012
ultima lettura martedì 5 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO

di gartibani. Letto 627 volte. Dallo scaffale Fantasia

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO CAPITOLO QUINTO Si avvicinava l’estate con i suoi trapianti di luoghi e spostamenti, la musica attualizzata nel r...

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO

CAPITOLO QUINTO

Si avvicinava l’estate con i suoi trapianti di luoghi e spostamenti, la musica attualizzata nel rimbombo d’azzurro, le strade lucenti di acciaio ingombrante. Il Capitano annaspò nel suo pulito individuale, mentre strofinava dentro il secchio i panni da lavare, l’animale ucciso che continuava a palpitare, un tempo infinito e sprezzante. Erano giorni impressi sulle strade di Panama, solcato il canale in quel festino di colori gaudenti disegnati a meraviglia contro le pale del ventilatore, la calura aveva raggiunto limiti insopportabili, altra camicia di lino e la bibita ghiacciata in frigorifero. Mario lo stordì con i colori intensi e permutò quel fiume decomposto con una pillola di Tavor, poi narrò di episodi inquietanti, per paesi desolati, sulla ruggine di persone e volti, parlò di suo figlio, nel sacrificarsi delle cose e lasciò ogni sua energia nel desiderio inespresso di compiere una gesta eroica, quasi a definire nei dettagli un mondo che stava scomparendo ( fotografia), era la trama della polvere imprecisa, portata da fuori, dai giovani leoni emergenti che arraffavano tutto, uccidendo senza scopo, canaglie perdute, rosse di vendetta e rabbia, contro tutto e tutti, a significare quanto di stantio e di opprimente era insito nella società umana. Di Mario sapeva poco o niente, recidivo, era entrato e uscito dalle patrie galere innumerevoli volte, come luce caduta sul mondo, per lui la cocaina era una ragione di vita, allungata nel suo corpo ormai invecchiato, conservava il piglio del capo e le movenze del comando, ogni giorno meticolosamente faceva ginnastica e sapeva bene che avrebbe dovuto trascorrere molto tempo in prigionia. Il Capitano era stretto tra il mare e la terra in quel patto scellerato che si era perso al limite dei suoi piedi, continuava a separare la bellezza nel riquadro profondo dei suoi occhi, nelle pallide regioni dei suoi movimenti, nel fuoco fiorito del continuo passeggiare lungo il corridoio avanti e indietro. Il suo corpo, materia del frumento, ascoltò la linea della schiena e il paese profondo disperso tra minuscole conchiglie, si attardò a ripensare al destino, quello che avvolgente gli era stato predetto in due metà, volando e ascoltando sussurri di antichi portici e colpi sferrati all’impazzata durante una rissa. Si avvicino a quella casetta dipinta nel colore splendido del mare americano, dove si muovevano le onde divise in duplice simmetria, varcò la soglia e sedette. – Sei uno che sa aspettare ,- gli disse il vecchio, cancrena ricolma di presagi, agata del cuore, mentre accendeva la pipa creando un cerchio di fumo, - adesso puoi entrare, ma mi raccomando non la stancare troppo, - Albia neanche lo guardò, era troppo goffa, contenuta in quel corpo traboccante di grasso, dove le pieghe emulavano altre pieghe fino alle caviglie, respirava affannosamente e riusciva a malapena a muovere le mani poggiate sulla superficie del tavolo. – Capitano, ciò che esiste tra le tue pietre, il tuo destino pieno di pericoli, mille volte dovrai ricominciare daccapo e quando ti sembrerà di essere vicino alla meta, sempre un diverso avvenimento ti colpirà e ti sprofonderà nuovamente nel baratro, ma ne uscirai più forte di prima, avendo vissuto pienamente il fascino della vita, assaporandola in tutta la sua pienezza. Amerai intensamente e avrai tanti figli.- Tacque, quasi a restar coagulata nel soffocarsi della voce, - Adesso sono stanca, vai via e non tornare mai più, -

In quel tempo il pozzo era vuoto e le linee rette si intrecciavano tra i filari delle viti, fino ad insegnargli nuovi tracciati per i campi appena arati, i cavalli mai domi, clonati d’azzurro, collegavano tra loro, con le loro scorribande, innumerevoli sotterranei, disegnati verso un tramonto inesistente, le pietre contratte gestivano impagliate fenditure, coincidenze di viaggiatori erranti o di pascoli lasciati a scolorire nella notte, il bestiame marcava il territorio degli angoli remoti, con quella stessa perseveranza e fatica delle bestie dondolanti, che ricostruivano gli ultimi e definitivi percorsi delle mandrie. – Quello che so, l’ho imparato da mio padre, - si ripeteva il Capitano, mentre ripreso il viaggio attendeva lungo la strada polverosa che arrivasse la “Micro”, era lentamente uscito da quell’esilio e dal perlaceo pallore delle innumerevoli notti insonni, dalle paure e dalle spine, da quei labirinti della mente che lo avevano a lungo inchiodato nel vasto territorio dell’assenza, dove imprevedibile il nulla dominava lo spirito. L’impotenza di fronte all’immensità del compito, inadatto alla battaglia che lo attendeva oltre la corrente e la fitta foresta. La “ Micro” lo raggiunse fermandosi appena più avanti, dovette correre per prenderla quasi al volo, salito si sedette nello strapuntino, era piena di gente, animali, pacchi di ogni genere, un lezzo di putrefazione l’avvolgeva. Il conducente assaporava ogni tanto una birra ormai calda e suonava ripetutamente il clapson per allontanare gli ostacoli del percorso.

Mi sono chiesto, come avesse potuto resistere a quell’interminabile viaggio lungo la Panamericana, verso il sud, era un puzzle senza risposte,

Una donna mora, nel serpente del suo corpo sinuoso salì ed in piedi gli stava di fronte, il vestito madido di sudore, appiccicato al corpo, disegnava le sue forme, il seno era tondo e mirabile, il ventre piatto, rappresi i fianchi in una chiazza scura, le gambe tornite e lunghe proiettate nel vertice del pube, protuberanza di luna, gli occhi lo imploravano di farla sedere, alla fine si alzò e le cedette il posto. Adesso la donna lo guardava con gratitudine e con una certa malizia, disegnata nella linea della bocca scossa da correnti telluriche, i suoi occhi grandi e profondi erano un invito sconvolgente e un turbine d’acqua agognata esprimeva l’incontro del suo essere. Nel percorribile istante del fermo, scesero insieme, si erano detti già tutto. Il Capitano neanche sapeva dove fosse e ne perché si trovava in quel luogo, la seguì nel suo misterioso alfabeto preso da un vortice di desiderio. Appena aperta la porta legò il suo corpo pesante a quelle carni in un sigillo di lussuria, le sue mani esplorarono le sue cosce e salirono, la bocca succhiò e morse i capezzoli che erano già turgidi ed in piedi la penetrò abbacinato dal calore del sangue pulsante e corrotto, la sentì nel profondo strappando gemiti e sospiri, lei lo avvolse con la sua anima scimiesca, ruotandogli sopra, nel suo culmine altrimenti incomprensibile e le tolse il calore, lo guidò dentro le viscere fino a farlo esplodere per gustarlo per intero, potente nel getto e incandescente, fino alla quiete. Rimasero avvinghiati a lungo, le lacrime di lei ed il sudore perlato di lui in una miscela di umori, in silenzio, corona linfatica del compiuto, si guardarono in volto e si baciarono, assopiti rimasero in terra, felici di esistere, senza chiedersi nulla, consci delle loro certezze e spossati, prosciugati da quello scambio furente.

Aspettare il passaggio della prossima “Micro” o continuare a piedi e magari sperare in un passaggio di fortuna; era forse la strada tortuosa , tutta salite e curve che da San Giovanni a Piro porta a Scario o la lunga e piatta discesa verso Puerto Mont ? che importanza poteva avere, quella mattina aveva un sapore diverso, ineguagliabile, stormi di gabbiani, ormai uccelli terrestri si radunavano ricorrente ( video ) Il caldo continuava soffocante, Il Capitano fu in grado di trovare una soluzione rapidamente, tagliò due lacci dalle scarpe e misurò la distanza tra lui e le stelle, a quell’ora l’ultimo raggio di sole scompariva in quel preciso punto della mappa, nessuno poteva ormai convincerlo che in quel determinato giorno dell’anno, orientato dai punti cardinali, l’insensatezza del mondo potesse sconvolgere la sua esistenza. Aspettava da tempo quel messaggio, che conteneva le istruzioni per proseguire, non più in territorio sconosciuto, ma nell’intero mondo, spaccato al secondo dai suoi stessi limiti, far ballare un filo di quella tela dentro una forza centrifuga e sperare che un segno indicasse che qualcuno tornava ad occuparsi di noi. La ricostruzione del percorso scelto durò parecchi giorni, ogni tratta fu inserita in una connessione trasversale, al fine di individuare ogni elemento che potesse essere utile ad eliminare ogni ostacolo, tutto era in continua fuga, come se il mondo stesse fuggendo da se stesso, esplodendo e rimandandoti oltre e ad altro, ogni passaggio di quel percorso che stava per intraprendere era una incognita. Puerto Mont si aprì davanti ai suoi occhi, dall’alto dei suoi dossi, proiettati verso il mare, oscuro e profondo, che lo attendeva lucido e imperturbabile. Incontrò l’amico dal barbiere, dietro quel vetro opalino con le scritte rovesciate ( foto) era l’unico ancora vivo tra quel gruppo di amici che da bambini, durante la guerra si divertivano a raccogliere metalli per poi portarli allo smorzo e rivederli per pochi soldi, Giletto ( così si faceva chiamare nel gioco) amico di entrambi e del gruppo era morto dilaniato da uno di quegli ordigni bellici raccolti nei campi, proprio quando aveva deciso di smontarlo per prendere il rame, sull’uscio della palazzina dove abitava. I poveri resti erano stati coperti dai giornali, ancora fumanti ed il sangue schizzato ovunque, accumulate prove collettive di quella materia indebita dell’uomo decomposto, a nulla erano valse le lacrime delle madri, associazioni di pianto e disperazione. Il nostro pensiero si abituava a collegare e scollegare gli avvenimenti a piacimento, come se fossero i soli e unici, per accumulare le prove della vita mettendole in fila per non dimenticarle più. La sera prima, al venir dell’imbrunire i bambini giocavano insieme, travestiti da raccoglitori, costruendo dispetti da abbinare alla logica, fu in quel mentre, attardati a discutere e litigare per il pallone, che intravidero dal fondo del sentiero, dietro i rovi, una intensa luce opalina, quasi trasparente che si diffuse nell’ambiente, passata tra il tempo e l’aria, come un manto di nebbia fugace. Apparve alla luce una Signora, così fu descritta, dolce nel viso, quasi sembrava volasse, tanto era sollevata da terra, la Signora si rivolse a loro, severe ; - andate via e non tornate qui, è molto pericoloso, - I bambini prima increduli, poi spaventati scapparono e cominciarono a correre per chilometri fino alle loro case. Mario rivisse insieme al Capitano quei fatti e come allora lo stesso brivido percorse entrambi. Nessuno aveva voluto ascoltare quell’avvertimento. I giorno dopo tutto era accaduto in fretta e la tragedia si era consumata, come se un calcolo matematico, programmato da tempo, avesse dovuto presagire gli avvenimenti destabilizzando il destino. Mario e il Capitano erano vivi ed in quel luogo sperduto, nel sud del mondo, si erano incontrati ancora una volta per non dimenticare l’accaduto, Ciò che vola nell’aria e non si disperde è certamente la concatenazione di avvenimenti che si era succeduta negli ultimi anni con scarse possibilità per cambiare il corso degli eventi.

Il suo trasferimento a Buenos Aires con la famiglia gli era sembrato naturale e anzi una opportunità per conoscere altri paesi, finita gli studi secondari pensava di iscriversi all’Università, forgiato in lui quello spirito di apprendista della conoscenza, le sue letture non conoscevano limiti, come la pratica delle filosofie orientali, quasi un logorio della mente, bensì qualcosa che gli permetteva di distinguere ciò che concepiva confusamente. Gli anni adesso non erano certo come quelli di prima, sua madre aveva licenziato la cameriera per colpa sua, quando a 14 anni era stato sorpreso nella stanza di lei con le mani sul suo seno, prima ci si metteva molto a crescere e le relazioni sessuali vivevano represse e si agiva in un terreno proibito, adesso invece variegato come un serpente era libero, nel suo ingresso nella maggiore età e lo spessore dell’amore e della passione rendeva denso il cuore, prefigurava allora gli infiniti amori e tradimenti del futuro, dove ben cinque mogli avrebbero segnato la sua vita. Volle andare a Punta dell’Este, nel periodo in cui Kennedy, Presidente degli Stati Uniti D’America, lanciava la sua “ Alleanza per il progresso “ e il Che Guevara, appena vinta la rivoluzione si confrontava nella stessa conferenza mentre Cuba non aveva ancora fatto una scelta definitiva, fu proprio durante quella conferenza che si delineò, sicuramente per la miopia degli Stati uniti, quella di non voler ammettere Cuba tra i paesi latinoamericani interessati agli aiuti economici e di sviluppo, che Guevara nel discorso di risposta altrettanto famoso di quello di Kennedy, evidenzio i limiti di quella politica, indirizzandosi verso altri paesi amici, il blocco sovietico. Il Capitano conserva ancora quella registrazione.



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