ewriters

scrivere per essere letti
Siamo 8.522 ewriters e abbiamo pubblicato 74.968 lavori, che sono stati letti 49.897.012 volte e commentati 55.651 volte. Online dal 3 Gennaio 2000.
 
 



Seguici


Scaffali


lavoro pubblicato sabato 5 maggio 2012
ultima lettura venerdì 11 ottobre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO

di gartibani. Letto 725 volte. Dallo scaffale Fantasia

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO CAPITOLO QUARTO Il Capitano era rinchiuso in quell’ambiente angusto, pareti bianche, il bagno alla turca, una bra...

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO

CAPITOLO QUARTO

Il Capitano era rinchiuso in quell’ambiente angusto, pareti bianche, il bagno alla turca, una branda di ferro, la sua sofferenza era destinata ad allargarsi, curiosa circostanza, nella condizione esistenziale del più debole, il Capitano era un detenuto, minacciato nell’abbandono di se stesso, coabitato dai fantasmi dell’impotenza e nell’insistente ricerca di una ragione di vita. La dura disciplina contrastava con il suo spirito libero, la fedeltà al dato e all’oggetto non gli permettevano ancora la creazione di uno spazio virtuale distante nel tempo, dove poter migrare per alcune ore. Quel mondo dove era costretto appariva come una immensa latrina, rifugio di una umanità disagiata che attanagliava la sua mente, nella fragilità dolorosa dell’uomo imprigionato. Forse condannato a lunghissima morte, forse libero in una frazione di secondo, scoperchiato il funzionamento di quello strano meccanismo. Dopo molte perplessità si decise, riempì i cassetti della memoria a seguire il moto della nave e una carica di energia del suo opposto lo investì in pieno, si soffermò sull’ingiustizia del momento e quella voce inconsueta che martellante ripeteva all’infinito questo non senso lo avvolse. Non appena fu giorno il profumo del caffè trasmise la sua essenza di delicatezze tra quei terrestri che si temono tra loro e non si fidano più, ognuno con il suo scopo, lo scandalo di vivere e morire in ugual misura nella stessa cella, slabbrata la settimana che sta per finire in attesa del colloquio che non ci sarà.

“ elejiste èl sabor dell’alma, perdurar de tu destino ùnico y desierto, entregandote a las formas invencibles del viento, “

Nel quadrato di quella memoria la specie umana assomiglia ad altre specie animali; caratteristiche sono, l’odore, il sudore, quei strani rumori del corpo e l’agitarsi continuo dei movimenti accompagnati dall’uso della voce. A guardarlo con distacco, dall’esterno, l’essere umano è minimo; ha l’alito puzzolente, il corpo poco elegante, i gesti scoordinati e volgari, irrompe nella scena noncurante delle conseguenze che provoca intorno; calpesta, deride, distrugge, domina, possiede e mal si accompagna con il resto del creato, eppure è l’interlocutore principale, per superbia, arroganza, violenza, supponenza. E’ capace di grandi slanci di tenerezza, di amore, ma allo stesso tempo , di rabbia e odio, di vendetta e crudeltà, vive attraverso una serie infinita di regole e si vanta della sua organizzazione sociale, delle sue città e istituzioni, delle sue forme di governo, delle leggi che ha promulgato. Tutto ciò per nascondere la propria iniquità e debolezza, il tarlo eterno che si porta dentro, che non gli permetterà mai di vivere in pace, in armonia con il resto del creato. Eppure allo stesso tempo si dimostra povero di spirito, fragile, limitato, molto spesso inutile, disprezzabile e vuoto. Poi chiuso in un recinto, nella limitata libertà, mostra tutta la sua incongruenza, la sua pochezza d’animo, il suo tentativo inconsulto di relazionarsi, compresso tra i bisogni primari e l’utopia.

“ elejiste èl infinito temblar de las raices, las orillas de los rìos que quiebran èl encanto, y dejaste encerrado en el tiempo el azul de las esperansas, “

Nei giorni che seguirono, non appena poteva il Capitano, rimaneva da solo, il ronzio incessante delle mosche che si posavano in ogni luogo rompevano la sua fissazione del buio, risucchiato nelle ore, chiazzate da quella luce intermittente del neon, se ne stava immobile a ricostruire avvenimenti. La terra solforosa ormai si insinuava nei campi, dove altro marciume e spazzatura debordavano dalla discarica. In quell’attimo, in due scesero da una macchina veloci, liquidi nella luce verticale e si avvicinarono ad un uomo che era intento a bere, gli scaricarono addosso l’intero caricatore, stramazzò nel piombo nero dell’impasto nefasto dell’azione estrema e definitiva della sua morte, poi rimase immobile nel sepolcro puzzolente della sua morte. I due risalirono in macchina come se niente fosse. Quella scena vissuta e rivissuta dal Capitano, riaffiorava nella memoria come una scia di meteore e segreti, tra il greto del fiume e la piazza del Carmen, a Panama, dove i tetti sembravano litigare con il sole, dentro le camere anguste di quelle case ripetute all’infinito. Era un segnale di nuove rotte, verso un destino parallelo, nel recondito dell’anima ancora infantile, verso l’eternità del mondo. Il Capitano sentendosi non accolto, percepì tali frequentazioni come citazioni matematiche che gli ruotavano intorno, dove aleggiava ancora il profumo di infinite praterie e innumerevoli figure umane, in un angolo, in fondo alla costola sinistra del corpo, dove il resto del sangue bolle in tutte le sfumature del rosso. Ritenne indispensabile riporre i suoi numerosi desideri. Era capace ancora di tanta tenerezza, mentre gli scorrevano tra le dita le fotografie del suo trascorso e tuttavia, gonfio di odio e rabbia si scagliava contro tutto e tutti, in quel tripudio di travi e smerigliati amori, incline al rancore e travolto dai cari affetti, incolpevoli nell’assenza.

Risvegliargli l’anima, invenzione del tempo ormai trascorso e inesorabilmente perduto, la stupenda chiarezza dell’alba appena disegnata eppure sempre più distante e irraggiungibile: - donde està èl lugar de tu vida, my Capitàn piden a gran voz sus hombres ,- Le cose che ti appartengono hanno una vita propria, esplodono nell’angusta solennità del gesto. Sono parecchi giorni che la sua ombra non si muove più, è rimasta fissa, senza saper decidersi, sulla parete, come ad osservarlo, quasi a sembrar di conoscere l’altro lato dell’esistenza. Una tazzina di caffè, il tabacco, la certezza che fosse il principio di una grande amicizia e tutto l’odore del mondo racchiuso in un’ora d’aria. Così il Capitano lanciò quei trenta dobloni, contro i passi del loro rumore assordante e tentò di staccarsi da questo emisfero e proiettarsi oltre il limite sopportabile. Restaurata giovinezza, l’involucro prodigioso dove aveva abitato nel tempo teso a raggiungere il fiume e a posizionare case e tracciare nuove strade, la sua rotta si era di colpo interrotta, brandelli squallidi di memorie assopite e una sottile velatura d’occhi, la nave era immobile, ancorata in un ambito proprio, contro le abitudini degli uccelli che le volteggiava intorno. Nulla l’avrebbe aiutata a muoversi, nel suo ingombrante fardello, di fronte agli schermi dei televisori che ripetevano all’infinito le stesse immagini senza sosta, il rumore molesto della battitura mattutina e il cambio delle lenzuola o i panni da lavare in fondo al secchio, quel parlottio continuo di frasi inconcludenti, fermamente incastrati nella mente, esplorando sempre lo stesso territorio, giorno dopo giorno, fino alla fine.

Dopo alcune settimane trascorse in quello stato di allucinante lucidità, Il Capitano tentò di ricostruire gli avvenimenti nella sequenza in cui erano realmente avvenuti, fu il colore dello stipite della finestra che lo ricondusse a ritrovare i ricordi, mattino o pomeriggio, non importa, gli appari chiara l’iscrizione ed il titolo, anche la decisione che prese, quella di tornare dall’estero e costituirsi, nonostante il reato fosse prescrivibile in molti paesi, visto il tempo che era trascorso, lo riportò nella dimenticanza. Aveva una valigia ricolma di immagini e fotografie, dalla quale sbucava un antico cannocchiale imbrunito dal tempo, le sue mani sembravano dubitare delle braccia e annaspavano colpendo l’aria con movimenti inconsulti. Ricordò l’ultimo saluto con la moglie, l’abbraccio di quel corpo che scivolava lento verso l’apparenza dell’abbandono e la figura sfinita lambendo gli angoli della mente fino a scomparire come inghiottita da un uragano, poi il suo corpo nudo, ispezionato dai guanti di plastica trasparente, come premonizione ultima del suo destino. Non sarebbe stato più libero, a cavalcioni del tempo ancora sconosciuto, senza più avvenimenti da divulgare, privo di itinerari, a languire e basta. Tormentato dal pudore e dal fascino di potersi liberare definitivamente da quell’idea, non si accorse dell’ispezione, fu condotto dentro il vano doccia insieme ad altri tre, ad attendere un tempo interminabile, mentre si frugava tra le sue cose e ogni oggetto o vestiario che veniva toccato, le provocava una fitta pungente. La pelle disfatta nella luminosità del mezzogiorno, spenta la luce, si contrasse nel dormire.

“ Lo fundamental està invisible a los ojos “

Quasi un pensiero estraneo, distrutto l’incantesimo, nell’istante in cui l’immagine diveniva sfocata e si aggrovigliavano gli stucchi, questo respirare inutile e dannoso nel tempo trascorso imperturbabile ad affezionarsi alle persone e alle cose, era necessario cercare una soluzione, determinare oltre ogni limite l’oggetto del desiderio, sperare in un trasferimento altrove, dove fosse possibile ristabilire la quiete e l’equilibrio dell’anima. Compilò il modello per la richiesta e lo imbuco nella cassetta lungo il corridoio. Si ricordò del suo io, mentre rovistava nei cassetti, quando cercava il suo profumo tra la biancheria pulita, nel quadrifoglio del tempio dorato, mentre guardando lo stipetto di concerto con gli altri detenuti, si attardava sul pene fino a scoppiare di sperma, immaginandosi a rincorrere l’impazienza. La finestra sembrò aprirsi e filtrare un rivolo di luce liquefatta sulla parete, un rubinetto di stelle diviso in due, dove l’acqua scompariva profonda, vide i suoi figli sparsi ovunque a vagare nel vuoto, chiusi nel viaggio di meteore, cercando di agguantarli per stringerli e baciarli e salire ai piani superiori. La porta era accostata nell’improvvisa felicità che si trasmette, la vita costava meno per questo, nel gioco dei gesti e delle mani che si cercavano. L’impossibilità di stringerla a sé, misurando l’assenza, il vuoto incolmabile che aveva dentro nel ventre pieno di sottigliezze immateriali. Capitano incastonato nel fascio d’alberi che lo portano altrove, nel sonno riparatore, negli infiniti rumori del mondo rivisitati e stanchi, una gamba senza piede, un braccio senza mano, un odore che non ha sapore e si sparge nell’aria con la sua presenza di cannibalismo. Sono sempre più corti i giorni, i mesi delle messi, l’arsura del desiderio, la sabbia che sfugge dalle mani e ti lascia nel fascino del nulla.



Commenti

Non ci sono commenti disponibili al momento.


Lascia un commento a questo lavoro:

per lasciare un commento devi effettuare il login: