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lavoro pubblicato giovedì 3 maggio 2012
ultima lettura domenica 17 marzo 2019

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IL CAPITANO E IL SUO REVERZO

di gartibani. Letto 490 volte. Dallo scaffale Fantasia

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO CAPITOLO II Il tempo tuttavia non si presta ad altri presagi, il mare scompare risucchiato dalla linea d’ori...

IL CAPITANO E IL SUO REVERZO CAPITOLO II

Il tempo tuttavia non si presta ad altri presagi, il mare scompare risucchiato dalla linea d’orizzonte e la prua della nave impastata di alghe trascina le acque spumeggianti. Il mondo capovolto e illuminato offre altre città di viandanti e i rami penduli degli alberi tracciano nuove rotte per voli di uccelli inesistenti.

Ecco il giorno primo, ancora oltre, prima dell’inizio stesso della vita ( immagine) Il Capitano sul cassero osserva acuto e scruta i tendaggi del cielo, gabbiani pallidi seguono la scia della nave e geme il ferro e l’acciaio dello scafo sempre più scuro, delimitato da spaziosi pontili, appesantiti dalle piogge e dai fortunali. Altro è il luogo della pace, la musica dell’orchestra continua a suonare quell’aria suprema di Verdi e i ballerini danzano avvolti nella luce crepuscolare come sagome sfumate nella nebbia.

Chiesi di ascoltare i rintocchi delle campane, ma la folla immensa degli inascoltati mi colpisce l’udito con quel loro lamento impercettibile e riempie l’atmosfera dei crisantemi che seguono il funerale, la bara scivola verso il mare avvolta in una bandiera e la donna sottile che la segue, che s’impunta nel voler aprire l’ombrello, viene sollevata dal vento e s’invola fino a scomparire. Chiedono del suo nome, l’origine, l’età, ma il paesaggio cambia, l’acqua scolora d’azzurro l’onda e il vento la increspa, cambiano le musiche e si affievolisce il suono, solo il violino mordace domina la scena nel suo lamento. Il Capitano parla con la sua ombra e l’accarezza, i gesti sono lenti, il movimento delle labbra impercettibile, ma l’ombra si scuote e si attorciglia su se stessa, quasi un urlo di agonia. Il Capitano ricorda… l’imboccatura del fiume, lo sciame d’insetti, i capelli neri e lucidi e la morbidezza infinita della pelle lunare che lo avvolge di pallore e fremiti, eppure manca l’essenziale, il gusto della casa nuova, delle mura dipinte di recente e delle lenzuola colorate. Adesso che vuole fermamente ricordare non riesce a trovare una sola idea. L’aria pesante della stanza lo riporta al profumo dei loro corpi, la negligenza del dormire vestito e il folto pube di lei avvinghiato al suo cuore, che riproduce mille volte l’immagine dello specchio. In tutta la sua vita non ha mai avuto una piccola fiamma di curiosità e di pudore, sente fingere la sua maschera e l’insieme della sua anima che muore, congiunzione imperiosa di sangue e lacrime e si sposta verso il giardino con la sua donna disuguale, aspettando che scemi la calura estiva e si alzi la prima brezza della sera e penetri nella porta accanto. Quella lontana somiglianza, quale fascino discreto e immorale, quale dubbio inconscio e terribile, raggelato nella fotografia e irriconoscibile. Nel ponte di poppa ridono sguaiate due ragazzine e si rincorrono e il mare scende fino a metà della gamba appeso allo spillo ricurvo della stella guida. Vorrebbe tornare dentro i dieci minuti precedenti e convincersi di non essere abbastanza intelligente per capire la nostalgia che lo divora. Si sente nell’atmosfera una febbre insolita e l’aleggiare del giorno senza fine, finalmente sta arrivando il carnevale o forse il Natale, che importanza ha ! Chi passa la vita a valutare gli uomini passa inosservato.

Il Capitano è uscito dall’armadio e le duole la testa, il suo animo indugia e le braccia disegnano come si costruisce il pensiero, tutte le passioni e le amarezze, prima di morire ancora vivo, per ingenuità e malizia, crede sinceramente nel futuro, modi di camminare che diano significato al suo destino e gli innumerevoli pensieri che affollano la sua mente, sono l’identificazione del suo orgoglio e potere. La nave s’incunea nella tempesta e il mare violento e perverso la solleva nel suo profondo blu, disegnando una bolina perfetta a pelo d’acqua l’innalza nell’inquietudine riemersa. Ci vuole sangue freddo, ordini precisi e secchi, chiari e perentori, la mano salda sul timone nell’incrocio deformante della bussola impazzita, visione offuscata dell’universo senza superfici dove miriadi di scintillii scorrono sul vetro liquido e disumano e scompaiono nel sole bruciante, dove è impossibile uscire, nel delimitato e vuoto cerchio dell’eternità. Il Capitano potrebbe essere un qualsiasi capitano, esploso nel tremolio dell’aria, nel breve respiro, nella sonnolenza indolente del meriggio. Invece è il Capitano. Illuminato nel nero della febbre guerriera, è colui che sostituirà la parvenza della vita con la vita, il simulacro della morte nella morte.

Era la prima volta che trascorreva il pomeriggio fuori dalla nave, l’odore del caffè era inebriante e le foglie di acacia d’autunno premevano con i loro desideri nascosti contro la vetrata, lungo la riva di quel fiume a lui sconosciuto eppure già attraversato dalla fedele luce del giorno che profumava di rugiada,

- Dovresti metterti a fare qualcosa, - parlava il Capitano e le guardava le gambe.

- Infatti, sto pensando di trasformare questa stanza,prima che la Signora rientri, ma non ne sono convinta, non trovo la soluzione migliore, - - ho bagnato le piante…-

Il Capitano quest’anno è apparso lontano e impaziente, per la prima volta non ha fatto le sue consuete passeggiate e neanche ha tenuto una vera conversazione. Si direbbe che la sua vita privata non lo riguarda più, neppure quello spirito di avventura tanto caro ai suoi racconti serali.

- Sono le cinque, -

Aveva finito per addormentarsi travolto dalla grata di calura, quasi a strangolare la sua collera, che aveva nascosto per tutto il mese, era convinto che lei gli avesse mentito. Poi allungò la mano ed il contatto con il pelo tutto arruffato sotto il lenzuolo dominò i suoi occhi e i suoi compromessi fino a raggiungere l’Africa in lontananza e farsi appendere al cielo ancora un po’ stordito, - Mi hai mentito,- Strinse il primo anello di quella valanga di sale e sabbia e corse verso il mare a riprendersi il dolore di esistere e di essere sempre e comunque il Capitano.

Mercoledì 10 ottobre.

La nave prese il largo, nella cruda luce di ponente con tutta la cattiveria dell’altra umanità, incontrò l’onda lunga del pacifico e andando dietro ai morti, incrostati di bronzi e leggerezza, fino a cancellare i colpi secchi dei tiratori veloci e l’impressione d’ombra provocata da un aereo in volo radente.

- Gliene sarei grato…-

- Subito, - disse il secondo e abbandonò il ponte in tutta fretta, attraversò un mucchio di rotte e carte nautiche, quasi con difficoltà ad esprimersi, la linea appena percettibile della nuova rotta, un paese intero inghiottito da una frana e la luce fredda e derisoria del tramonto, vuoti di memoria e spavento e nel labbro il ghigno di smalto. Il Capitano era nuovamente convinto che era vissuto da marito fedele e si specchiava nudo come un verme nello specchio del quadrato. Cinica ferocia e fatalità delle braccia lungo il corpo, l’obliqua luce andava incontro alla sua virilità e la maiolica del ventre rigonfio conteneva altre contraddizioni e in ciò giocava anche una certa vanità di uomo piacente nel silenzio dell’amore. Si era inceppata la serratura. Andò verso l’armadio a muro della cabina, l’aprì e tiro fuori la spada d’ordinanza. Erano già passati tre giorni d’isolamento e i fuochi d’artificio consumavano il ponte principale scintillando sul piano del mare invaghito, la spada si era fatta pesante come la scena di un film, come le fotografie appese alla parete ( registrazione, musica) dell’inverno scorso, intorno a loro aleggiava un silenzio delicato ed inodore, così tenue da escludere ogni pensiero, ogni angoscia. Il Capitano la brandiva all’altezza del viso, con la fronte incollata al vetro dell’oblò e soltanto l’incrinatura della pioggia battente avrebbe potuto semplificare l’orrore di quel gesto, gli prese la testa, ferma quasi per forza, con quel suo occhio aperto e tutto il residuo rancore, le labbra che pronunciavano parole ed erano incollate all’orecchio.

- - sei sicuro di non amarla più ? –

Si irrigidì ancora, in quella solitudine tremula e danzante ed intonò quel breve ritornello, banale e nello stesso tempo eterno, con la voce grave e profonda. Tutta la città era inondata di profumi e pioggia, di grigio scuro, di venature i colori, la paura atroce di perderla lo colpì dritto nell’anima, fu allora; la spada scese veloce e la decapitò ! Il fazzoletto giallo e sgualcito rassicurò l’insieme dei fatti e avvolse le macchie di sangue fino a prosciugarle, ancora quel vago malessere, quella sottile infermità, quella insicurezza dei vestiti e delle scarpe rimaste nell’armadio. Il Capitano alzò le spalle e percorse il corridoio fino alla sala imperiale, si raggomitolò nell’orologio, il piglio nervoso e la sua impazienza erano evidenti, cercava di ricostruire nella sua memoria il perché di tutto ciò e stringeva le mani, l’idea del vuoto era così intollerabile che si guardava bene dal confessare quanti anni avesse, certo lo aveva anche ammesso del resto qualche volta e continuava a mentire, le tracce dietro di se e l’intralcio della vita conclusa. Ora la presenza e l’insieme del respiro erano di nuovo complicanze dell’acqua che scorre e scivola nel lavandino, lavatosi le mani nel fondo del sincero mattino.



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