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lavoro pubblicato martedì 1 maggio 2012
ultima lettura lunedì 6 aprile 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Nel cuore per sempre

di lfabrizio59. Letto 906 volte. Dallo scaffale Amore

Era una bella mattina di primavera piena di sole. Alla guida della mia BMW viaggiavo lungo il viale alberato. Il profumo d'erba appena tagliata penetrava all'interno dell'abitacolo attraverso il finestrino aperto, portato dall'aria tiepida e sbarazzina.....

Era una bella mattina di primavera piena di sole. Alla guida della mia BMW viaggiavo lungo il viale alberato. Il profumo d'erba appena tagliata penetrava all'interno dell'abitacolo attraverso il finestrino aperto, portato dall'aria tiepida e sbarazzina, quando squillò il telefono.

"Pronto!"

"Buongiorno. Sono Marina del laboratorio medico Pierdominici. Parlo con il Sig. Francesco Leonardi?"

"Sì. Sono io. Dica pure".

Ecco! Cominciò tutto così. Nonostante siano passati undici anni ricordo benissimo quel momento. Penso sia stato nello stesso istante che ascoltai quella voce che m'innamorai di Marina. Ci sentimmo telefonicamente per diversi mesi prima che potemmo conoscerci personalmente.

Ero rappresentate di attrezzature high-tech per laboratori medici e quel giorno avevo appuntamento con il dott. Pierdominici per la presentazione di un nuovo macchinario. Alle dieci e trenta bussai alla porta degli uffici del laboratorio e venni accolto da quella voce che così bene ormai conoscevo e, inconsciamente, mi affascinava e turbava, obbligando la mia mente a fantasticare su quale potesse essere l'aspetto fisico della persona cui la stessa apparteneva. Sarà bionda? Avrà gli occhi verdi?

"Buongiorno."

"Buongiorno. Sono Francesco Leonardi. Lei deve essere Marina."

"Sì. Molto piacere. Si accomodi il dott. Pierdominici sarà qui a breve. Posso offrirle un caffè?"

"La ringrazio, ma solitamente non bevo caffè. Magari un succo d'arancia, se non le è di troppo disturbo".

E così, come sempre accade quando ci s'immagina una persona che non si conosce, Marina non era né bionda né aveva gli occhi verdi. Marina era mora con gli occhi neri, con un fascino che non sono mai riuscito a definire ma che mi rapì immediatamente.

Da quel giorno in poi ogni scusa era buona per telefonare o
recarmi al laboratorio. Marina era per me una vera calamita. Solare, espansiva.
Sempre pronta alla battuta. Ormai eravamo in piena sintonia. C'era una forte
attrazione e complicità tra noi.

La prima volta che uscimmo insieme pranzammo sulla terrazza di un ristorantino sulla spiaggia di Sabaudia. Il tetto era formato da cannucciato e foglie intrecciate, e il sole filtrava attraverso le strette fessure illuminando ora sì, ora no, il suo viso. La brezza marina le sollevava la frangetta sbarazzina che portava come una bambina. I suoi occhi erano luminosi.
Il suo sorriso coinvolgente come sempre. Mangiammo a base di pesce lasciando al cameriere il piacere di scegliere le portate per noi. Poi camminammo mano nella mano sino al tramonto. A piedi nudi sul bagnasciuga, con lo sciabordio delle onde come sottofondo alle nostre chiacchiere, alle nostre risate. Lei era meravigliosa, sorridente e socievole come sempre. Fu allora che ci baciammo per la prima volta.

Sposata con Dario, con seri problemi di convivenza,
Marina trascinava la sua vita coniugale camminando sull'orlo del baratro della
separazione, senza però che nessuno potesse sospettare o immaginare nulla.

Io, invece, avevo trascorso gli ultimi anni della mia vita matrimoniale con Virginia nella più totale monotonia. Sì, ci volevamo bene, ma certo non era più amore struggente. Abbiamo un figlio, Michele, allora quattordicenne.
E' lui che ci univa e appagava.

Nell'estate del 2001, Marina ed io, riuscimmo a trascorrere una settimana insieme approfittando di un viaggio di lavoro del marito, e della contemporanea partenza di Virginia che andava a trascorrere il solito periodo di vacanze dai suoi genitori con Michele.

In quel periodo fummo travolti da un immenso stato d'innamoramento adolescenziale. Non riuscivo a resistere un solo minuto senza lei. Avevo bisogno di poterla toccare, accarezzare, baciare, ascoltare la sua voce. Nei momenti di lontananza trascorrevamo ore e ore al telefono, ci scambiavamo decine e decine di messaggi. Nella mia mente solo lei. Marina.

Pochi mesi più tardi la sua relazione con Dario era giunta al capolinea.

"Domani vado via da casa. Lascio Dario. Non ci lega più niente ed è una sofferenza per entrambi restare insieme."

"E dove andrai?"

"Ho già trovato una sistemazione. Sai il dott. Pierdominici ha un piccolo appartamentino ammobiliato. Dice che per il momento posso utilizzarlo, che non devo preoccuparmi. Poi vedrò."

"Ascolta, io adesso non me la sento di lasciare Virginia. Sai il padre è molto anziano e malato. Non penso che ne abbia ancora per molto e..."

"Non ti sto chiedendo di venire a vivere con me, e ora non lo voglio. Ho bisogno di restare sola per un po' di tempo. Devo riflettere, guardarmi dentro. Devo capire che cosa cerco e cosa voglio a questo punto della mia vita."

"Vuoi dire che non vuoi più vedermi? Io sono comunque con te. Ti sono vicino, ti amo. Ho paura di poterti perdere e non potrei sopportarlo."

"No! Non sto dicendo nulla di tutto questo. E' solamente che per un po' vorrei stare da sola. Ti amo anch'io. Credimi, e non voglio perderti. Ora, però, ho bisogno di stare sola. Non cercarmi. Mi farò sentire io".

Mi baciò e se ne andò. Non la sentii per più di un mese. Stavo diventando matto. Non dormivo, non mangiavo, non riuscivo a lavorare. Ero assalito da continue crisi di nervi. In casa non parlavo e bastava un niente per avere lunghe e interminabili discussioni con Virginia, mentre Michele avvertiva che qualcosa era cambiato. Percepiva la mancanza di armonia e mi chiedeva che cosa stesse accadendo. Non sapevo cosa rispondere. Non potevo certo dirgli che amavo un'altra donna e che avrei voluto fuggire da casa. E che era quell'altra donna che adesso mi faceva soffrire. Perché non c'era, perché aveva deciso di tenermi fuori dalla sua vita. Non rispondeva alle mie telefonate, ai miei messaggi. Soffrivo.

Poi un pomeriggio squillò il cellulare: chiama sconosciuto. Avrei voluto non rispondere, invece: "Ciao".

La sua voce. Non dissi una sola parola. Mi ritrovai a piangere come un bambino. Una gioia immensa mi travolse. Piangevo e ridevo. Poi riuscii a dire semplicemente: "Ti amo. Finalmente."

"Vieni, ti aspetto".

Il padre di Virginia si spense i primi giorni dell'autunno del 2003. Fu un duro colpo per lei. Ed in fondo anche per me. Volevo bene a quell'uomo. In quel periodo gli incontri con Marina furono molto fugaci. Mi sentivo in colpa con Virginia e cercavo di starle il più vicino possibile senza rendermi conto, però, che stavo inconsciamente allontanandomi da Marina.

La vigilia ed il giorno di Natale li trascorsi in casa con Virginia, Michele, mia suocera, Giulia e Luca, sorella e marito di Virginia, e Dario, loro figlio. Non feci neanche una telefonata a Marina e lei non mi cercò. Le telefonai l'ultimo giorno dell'anno: "Scusa se mi faccio sentire solamente ora. Ma sai Virginia..."

"Non mi devi alcuna spiegazione. E' giusto che sia così. Lei è tua moglie. Loro sono la tua famiglia. Io, in fondo, chi sono? Sei entrato nella mia vita come un uragano. Mi hai dato amore e te ne sono riconoscente... ma ora penso sia finita. Devi stare accanto a Virginia in questi momenti. E poi c'è Michele. Lui ti adora."

"Non dire stupidaggini. Non posso vivere senza te. Michele non centra. E' un'altra storia. In questo stesso momento capisco che scemo sia stato. Non ti ho cercato in questi giorni e solamente adesso comprendo di averti fatto soffrire. Mi prenderei a schiaffi. Che idiota! Mi sono comportato come un bambino viziato. Senza rispetto per niente e per nessuno. Ho offeso te che mi ami e non mi chiedi nulla. Ho offeso mia moglie alla quale voglio bene, ma non penso di volerle restare accanto per il resto della vita. E non ho il coraggio di confessarglielo. Ti amo Marina. Ti amo e non voglio perderti."

"Ho molto riflettuto su tutto ciò che ci è accaduto dal primo momento del nostro incontro. Ti ho amato da subito, e ti amo più di allora. Ma tu non sei mio. Tu appartieni a Virginia e a tuo figlio. Non puoi farli soffrire. Non sarebbe giusto".

Parole che mi colpirono come pugni allo stomaco, che mi lasciarono senza respiro. Avrei voluto gridarle tutta la mia sofferenza, supplicarla, scongiurarla. Ma non seppi reagire. Un nodo in gola mi impediva di parlare. Piansi.

"Francesco è stato meraviglioso conoscerti. Sei la persona che più ho apprezzato nella mia vita. Ti amo e solo Dio sa la sofferenza che provo adesso. Solo Dio sa quanto mi costa questa decisione. Ho lasciato il lavoro al laboratorio. Mi trasferisco in un'altra città. Per favore non chiedermi quale. Non chiedermi nulla. Però prima di lasciarci vorrei sentirti dire per l'ultima volta che mi ami."

"Ti amo, ti amo, ti amo. Non puoi andartene così. Non puoi farmi questo. Ti amo. Ascoltami! Preparo una valigia e ti raggiungo. Subito."

"No Francesco. Ormai ho preso la mia decisione. Non posso e non voglio tornare indietro. Addio".

Sono passati undici anni da quel trentun dicembre. Non ho più saputo nulla di Marina. Mi è rimasta una profonda ferita dentro il cuore e ancor di più nell'anima.

Non vivo più con Virginia. Ci siamo separati poco tempo dopo la partenza di Marina. Michele si è laureato a pieni voti e ora vive un'esperienza lavorativa negli Stati Uniti, a Boston. Io ho lasciato il mio lavoro di rappresentante. Non riuscivo più a vendere nulla. Ora gestisco quel piccolo ristorante sulla spiaggia di Sabaudia. Sono stato fortunato a poterlo rilevare. Sapete come si chiama ora? E già! Proprio così: Ristorante "la Marina". Pochi tavoli per pochi intimi. La mattina, appena arrivo, mi siedo a quel tavolo che ci ospitò al nostro primo incontro, e con la mente torno indietro nel tempo. Ricordo quel giorno in cui ci trovavamo a passeggio per il centro di Roma. Come sempre mano nella mano, schiavi del nostro amore. Eravamo solo noi in mezzo ad un mare di gente. Venne a piovere ma non cercammo riparo da nessuna parte. Solo noi, l'uno di fronte all'altra, mani nelle mani, persi nei nostri reciproci sguardi. Ci abbracciammo e baciammo teneramente. Non so per quanto tempo restammo così immobili sotto la pioggia. Continuavamo ad essere soli con tutta la gente che ci passava accanto e ci osservava. Chissà cosa pensavano di noi quelle persone. Probabilmente che eravamo due matti. Finalmente, quando riuscimmo a tornare in noi, ci rendemmo conto di essere bagnati fradici dalla testa ai piedi e ridendo a crepa pelle corremmo via.

Anche oggi, come sempre, preparo i tavoli personalmente. Sono un patito della precisione. Ho sei prenotazioni ed è quasi l'ora di pranzo.

Dalla scalinata di legno dell'entrata lato spiaggia vedo salire una donna con un ampio cappello di paglia. Di quelli stile anni '60, o forse '70, che indossavano le attrici come Grace Kelly. Il viso nascosto da un grande paio di occhiali da sole. Il mio cuore sussulta. Il battito accelera e quasi mi sento mancare. E' lei. Marina. Si ferma. Mi guarda e si toglie gli occhiali. Quello stesso gesto che ricordavo perfettamente. In quello stesso momento dietro di lei sento giungere una voce di bimba: "Mamma, mamma, mammina. Ho vinto io. Papà non ce la fa più a
correre. Guarda! È rimasto indietro."

Non è lei. Per un attimo ho creduto di poterla rivedere. Di poterle parlare, dirle che sono sempre, e sempre sarò, innamorato di lei.

La donna, il compagno e la bimba, siedono al nostro tavolo.
Pranzano allegramente. Le loro risa e i loro giochi rendono gaio l'ambiente ed
anche gli altri commensali oggi paiono essere più felici.

Verso le quattro lasciano il locale discendendo le scale verso la spiaggia. La bambina corre avanti. Si ferma, e dopo aver raccolto una canna, la impugna a mo' di spada fingendo un immaginario duello. L'uomo e la donna, camminando abbracciati, seguono la scena sorridendo. Ora sono lontani, diretti verso il sole che pian piano, all'orizzonte, si sta tuffando in mare.

Resto lì ad osservarli finché ormai sono solo dei puntini.
Resto lì con i miei pensieri. Resto lì con lei che ormai non c'è più. In attesa che un giorno, chissà, possa sentirmi chiamare: "Francesco..." voltarmi e vedere quegli occhi e quei capelli neri. Il viso affascinante di Marina.

"Copyright ©2012 lfabrizio59"





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