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lavoro pubblicato domenica 29 aprile 2012
ultima lettura martedì 8 ottobre 2019

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I SOPRAVVISSUTI

di gartibani. Letto 744 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA” I SOPRAVVISUTI Durante l’alba sembravano voler emergere dalla melma, le radici nere...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

I SOPRAVVISUTI

Durante l’alba sembravano voler emergere dalla melma, le radici nere e contorte con tanti piccoli aculei, scavando e lasciandosi dietro capanne di legni putridi e rozze travi divelte, soffocavano il loro spirito strozzando le anime viventi verso il cielo, buchi di cielo permeati d’ozono, lentamente, arcuando le schiene curve. I loro tronchi hanno dovuto adattarsi a due elementi ostili, il sale dell’acqua marina e l’instabilità del suolo. Hanno fiori piccoli, lucidi e gialli, i semi che questi producono germogliano prima di separarsi dall’albero e danno origine a una plantula a forma di sigaro lunga dai quindici ai trenta centimetri. Quando queste plantule muoiono, alcune mettono radici sotto l’albero che le ha generate e diventano parte integrante della foresta. Ad osservarle ora, logore e ormai inutili, sostenute da radici aeree che s’innnalzano dal suolo con le bocche spalancate come tombe vaganti, producono un effetto grigiastro, vengono ammucchiate nella terra in attesa, spogliate della corteccia e tagliate di netto.

Per tutto il tempo che è durata la loro descrizione avevano cercato di distrarsi e pensare ad altro; Giorgio aveva pensato all’acqua, dove nella notte fonda e nella bruma rossastra il vento immesso nelle superfici piane formava una tenera coperta di crespo argentato, dove si notavano delle macchie più scure e particolari, perfettamente lisce e quasi circolari.

Intanto Esteban si aggirava per la casa.

La loro emozione era sempre la stessa, distinguevano larghe chiazze di giallo, probabilmente dune mobili dove per effetto del sole l’acqua evaporava rapidamente lasciando depositi d’argilla e a nessuno importava quello che facevano. Giorgio puliva il grembiule macchiato d’arcobaleno, Esteban sedeva alla finestra con la luce siderale tra i capelli, Marta aveva le labbra aperte in estasi e il seno si gonfiava di un fremito inconsulto mentre le gambe si lasciavano andare ad un impercettibile tremito e l’aria spumeggiava intorno al capo come una nuvola d’oro. Tiziana era assorta nel buio, quasi in una seria occupazione, creare bianchi e bizzarri disegni con le dita. Il sole aveva prosciugato ogni traccia delle piogge primaverili e attorno alle cime delle dune semilunari, oltre il parapetto della vetrata, il vento continuava a sollevare vortici di sabbia sottile, come pennacchi di fumo da un vulcano addormentato. Tutti loro, in ogni momento, era l’acqua che cercavano di ricordare, acqua silenziosa e ansimante, acqua di frescura, acqua che sanguina nelle depressioni del suolo, che lenta si solleva, furente ricade impercettibile. Qualcuno vedeva anche un cormorano in immersione, come in un sogno, ali grigie, volto bianco e nero, spezzato dal tagliente scudo d’aria. C’era solo l’indistinto suono del silenzio dell’acqua.

Forse sono tutti affascinati dal sapore dolce amaro di quei cibi sconosciuti, dalle storie di tempi remoti che i vecchi non raccontano più. Non ci sono più vecchi. L’ignoto li attira con i suoi orizzonti, i suoi tenui colori sempre mutevoli, la calma del crepuscolo, in quell’attimo in cui l’aria diviene trasparente e fredda nel verdastro mercurio, nello splendore di miriadi di stelle che scivolano nella notte fugaci lumini. Le radici hanno bucato anche le pareti, friabili si rompono di getto, lasciando calcinacci e ferite. L’impetuosa capigliatura di Marta nasconde tempi e corridoi di quelle memorie e le sue dita sottili sono ferme nel folto del pube, l’impercettibile sciabordio di un’onda che si spezza. E’ come un fiore stupendo che il giallo sopprime e assume l’aspetto di una cosa dimenticata. Altre piante hanno invaso la cucina, espongono all’aridità ambientale una superficie ridotta, sviluppano le radici in senso verticale, hanno foglie piccole per ridurre al minimo le perdite d’acqua, tagliano lo spazio in triangoli incompiuti e inciampano l’una contro l’altra e sopra il suolo calpestato lasciano bottoni, fiammiferi spenti, gusci di noccioline, occhi di esseri viventi. Una scarpa smarrita, l’armadio che vomita fuori camicie strappate, permuto dalle bave ricurve dei rami invadenti. Esteban lascia dietro di sé tracce di catrame, affascinanti ornamenti di piume. La radio non trasmette più e si gela nella pena dell’anima, non riesce a spogliarsi, è intrappolato tra i semi e le spore, liane di vanadio che si attorcigliano contro la vita. C’è un aleggiante odore di benzina.

Giorgio aderisce al terreno e il suo cuore ne rimane avvolto.

Tiziana tenta di chiudere la porta, preda di legioni di serpenti e lucertole, prende i liquidi di cui ha bisogno dal sangue delle prede che schiaccia contro lo stipite. Sul versante di una duna capita di vedere una spirale di piante che hanno già invaso il pendio e scendono e risalgono con i loro segnali colorati che spiccano come bandierine, forse sospettano la presenza di intrusi e fiutano l’aria, si seppelliscono nella sabbia con una serie di movimenti laterali dei rami, lasciando soltanto una impercettibile increspatura sulla superficie. Fuori c’è la proprietaria di una pecora. Cercava una stanza vuota e buia, priva di piante dove lasciarla andare, ma in tutto il paese non c’è ne sono. Così rimane ammutolita, la pecora è piena di batteri luminosi e la vecchia piange in modo quasi isterico dalla felicità, le piante la ingoiano e centinaia di volti le volteggiano intorno, si aggrappano ai caldi muscoli, i fianchi, il cranio di pietra, Giorgio urla ma annega nel clamore sordo delle loro voci vegetali. Poi il suo sangue viene misericordiosamente rinfrescato. I pozzi sono profondi, tutti forniscono pochi litri d’acqua al giorno, ma le radici li hanno bucati e aperti annegando nelle loro profondità.

Marta dorme ancora con i suoi sogni a perdurare, il mattino ha una cicatrice impressa sull’orizzonte, là dove incontra una asperità del terreno, un uccello dall’alluminio volando timoroso si schianta contro i suoi occhi. La stella con le sue grida la sveglierà, forse la manderà a morire. Vuole fare all’amore e si convince che il mattino sia ancora lontano, è rimasta sola, indifferente alla stella mattutina, ai guaiti notturni, sospinge granelli di sabbia che si distaccano e spostano altri più grossi, troppo pesanti per essere sollevati, le mani diventano nodose e dure e le radici scendono profonde, si annidano, siedono sulle ginocchia abbandonate e divenute statue di sale. Sono queste discontinuità che rimodellano continuamente le curve del suo corpo ormai dischiuso, forse è una strega, del male e del sacro terrore. Forse termina in una specie di moncherino, la sua bellezza deposta dalle uova di maggio. Così ritorna a lanciare i suoi incantesimi e resuscita i morti, che la gente uccideva per la pelle e i loro sorrisi, per farsi borsette. Ormai le piante divorano tutto, le altre piante, le lucertole, i topi delle sabbie, i gusci vuoti di tartarughe schiacciate e si fissano al suolo con l’impronta indefinita delle loro forme convulse, poi con un agilissimo guizzo , in meno di un secondo, penetrano nelle orecchie di Marta, appena la toccano le abbandonano il cervello ; una meraviglia quando si muove ai loro comandi e ancheggia e apre e chiude le natiche. Prenderà una bottiglia di buon cognac allo spaccio del villaggio. Aprirà le gambe il più possibile per farsi penetrare, dirà che è una buona idea. Lei rimasta unica nello zoo umano, con la pelle molto sensibile e i minuti degli occhi quasi una torcia potente, zucchero della brina.

Quando si muove solleva tutto il corpo e arrotola la coda.



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