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lavoro pubblicato domenica 29 aprile 2012
ultima lettura mercoledì 20 marzo 2019

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L'ISOLA DI PASQUA

di gartibani. Letto 614 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA” L’ISOLA DI PASQUA Nessuno era più entrato nella casa, tra il fuoco e il nien...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

L’ISOLA DI PASQUA

Nessuno era più entrato nella casa, tra il fuoco e il niente, nei vari cantucci e tra i resti delle viole falciate. Ardevano nubi di vapore e la cenere calda brillava nei germi d’aria, lì era come una radura e l’odore denso trasmetteva l’inquietudine, quasi un rituale di magia. Il mare gonfio come un ventre enorme si abbatteva sulle rocce della scogliera, l’onda passava scorrevole a lambire i massi immobili e annegati.

Il delfino venuto a morire milioni di volte nel nervoso riso della rete che lo ha intrappolato, un rivolo di sangue plastico sul muso e il corpo divorato da insetti perforanti, era ormai l’estensione di una vecchia insonnia, l’aprirsi di altri occhi, una puntura acuta nel dolore dell’anima. Che era venuta a fare in quel luogo ? Nel ripetersi delle ciglia, come una minaccia enorme e incombente, ferma sull’orizzonte fisico, restituita al mistero della vita. Entrò e le parve di sentire il rumore di qualcuno che arrivava a cavallo, sbuffante come una macchina a vapore. Continuavano a cantare i grilli e non c’era rumore che somigliasse al silenzio denso della casa. Luigi ricominciava a parlare, non aveva mai smesso, raccontava del Rio della Plata e di qualcuno che non aveva amor proprio, quello sciocco che tutte le notti restava sveglio e si affacciava a guardare il mulino, condannato nelle sue preghiere e a morire nella terra secca.

Non sentì, non lo sentiva più.

La finestra aperta nel taglio della luna contro le minuzie dei campi la sorprese a guardare anche a lei, così completa da durare anni, fisso l’occhio nel compenso perduto del passato, presa nel fascino dell’ambizione, senza che nessuno riuscisse più a trattenerla. I grandi occhi belli si erano addolciti, bagliori su bagliori, fino a scoppiare nel cielo. Nascondeva le mani nelle tasche e il seno eretto gli dava un aspetto brusco ed eccitante fino a lasciare nel suolo l’impronta di un’ombra lunga, quasi una processione di gente giunta lì, nell’atrio della casa come ad un carnevale, tutti piantati in terra come in un disegno. Il silenzio si era fatto solenne. Oltre la facciata della casa, di là dai balconi annaffiati di glicini appassiti appariva un binario angusto, l’erba aveva quasi sommerso, le traversine e la locomotiva nera lucente disseminavano abbandono. La gente la seguì lungo il binario, come spirali di profumo scivolando verso una visione, cumuli di colori veri, vestiti belli e variopinti, stendardi e feste, una musica soave e intensa, quasi adolescente e lustra, nel cuore della pioggia. Le monache non volevano coppie fisse e separavano i viandanti da ospitare.

Cadeva la pioggia dal cielo chiuso e il mondo sembrava convertirsi in un pantano, un mare paurosamente triste, le gru volteggiavano nell’aria abbattendo uccelli e il fumo delle ciminiere lambiva i tetti delle case scoperchiate, lo smog irritava gli occhi e dava un fastidioso prurito in gola. Neanche la coca cola, quasi un altro sbadiglio e un sorriso e un giro delle braccia, davano sollievo a quella calura arrivata dopo il temporale. Ridicoli gli uomini con le loro cravatte e i loro smoking e le donne con i tacchi a spillo, anche i bambini con i loro giocattoli telecomandati che non riuscivano a superare la barriera dell’erba e del fango fino a finire inghiottiti nelle pozze sulfuree. Più in là suonava un’orchestrina, oblique allegrie impossibili di note, tutti si guardavano intorno attenti a che non sopraggiungesse qualcun altro, ma il pensiero non riusciva a materializzarsi e svaniva nell’attimo acuto di quell’allarme che oltre la nebbia si appoggiava alla campagna. Non si capiva bene, non si intuiva oltre. Ma tutto questo non c’era più. Il pavone era nudo e disgustoso e il cane aveva gli occhi fuori dalle orbite, appesi a due vene azzurrognole e insanguinate. Gli alberi robusti si sbriciolavano in un attimo. I tratti dei volti non potevano distinguersi, ancora indifferenziati apparivano delicati e deboli, parvenze incise come fredde malattie nella trasparenza del mattino e il sole non aveva raggio, solo una palla di fuoco riarsa e accesa fino a liquefarsi, rimasto immobile a fissarci. Avrebbero camminato imperturbati, nell’ingenuo servizio di una brama profonda, oltre lo srotolarsi dei grandi serpenti, contro le macchie e le macchine della stanza intiepidita dal loro calore e gli schermi avrebbero perso le loro tracce dove altri globi improvvisi oscillavano. Fù allora che trovo un pretesto per interrompere la musica e la colonna si fermò, mutilata nel bianco dei fiorami, forse impudenza o irritazione e quel sorso di acquavite di melassa che debordava dalla bocca giù nel collo. Seguì una calma ingannevole. La casa cominciò a dormire di colpo, in un luogo o in un altro, sola nei canali dell’oscurità. Scivolò una monetina da dieci centesimi, tutti andarono contro vento, astutamente.

I buoi dormono nelle grandi distese dei prati, il fiume ha cambiato sponda e schiuma irriverente fino a lambire i piedi. Nel colorire dell’aurora si erge un MOAIS maestoso, ha la forma di rumori che nessuno ha mai sentito, a partire dalla spalla, sul petto, si raffreddano tracce di sudore e la schiena si annerisce lentamente. Tutti riprendono a camminare in una sola direzione e il corpo trema astutamente nel fremito dell’aria, come se ogni cosa terminasse in una grande nostalgia, l’unghiare e il rosicchiare di una bestia e il vento che si affaccia al buco tondo del mondo rendendo la notte transitabile. Tira fuori dalla tasca un fazzoletto che presto si trasforma in un aquilone, scrittura nel cielo dove albeggia, ammirazione dell’invidiabile, l’aquilone è come un aereo, che stando alla brezza e ai venti punta verso l’alto con il suo artiglio d’aquila nel suono soffocato. Anche le cose insane e crudeli prendono forma e si arrotolano sui corpi, l’odio è come l’ululare dei lupi sempre più tristi e una cosa informe lo sovrasta trasudando dalle pareti fino a farle crollare. Si entra dentro il ventre dell’aereo quasi senza guardare, in gran fretta accalcandosi, sotto i piedi le foglie secche e i sospiri dei vermi che alitano contro, l’aereo è tutto pieno con la sua falsa gravità, il pilota continua ad incipriarsi il viso. Lo farà partire finche non rimanga nessuno, con quel suo fare impensato e brusco, nel sorriso della sua bocca avida e lo vedrà scomparire nell’onda d’acqua e nella scia luminosa appena impalpabile, tracciata in un fiume che scorre verso il nulla.

Aveva viaggiato ancora, in un camion quasi nuovo, tra nuovi scossoni e la voce della pioggia di marzo, vergogna dosi di averla scoperta. Ora che se n’erano andati tutti era rimasta nella sorpresa di rivedere il MOAIS, piantato al suo posto, chiuso nel suo odore di granturco sgranato, come alla fine di un percorso, nell’abbandono del mondo cattivo. Adesso le cose erano tutte allineate e parlavano a bassa voce come per non ascoltarsi, si confondevano le voci nella sua testa e i colori a sprazzi incatenati alla fiducia del mare come una mancanza. – Ma io non sono triste, è diverso… - ripeteva a se stessa. Riaprì le finestre della casa e lasciò entrare la luce che invade e perturba come una notizia festosa, la luce scivolò in ogni angolo, raggiunse ogni minimo luogo e uscì dall’altro lato perforando la parete come la scia di una cometa, ripulendo le stanze da ogni illusione e ricordo. Sedette nella stanza vuota, immergendo la gonna nella polvere che fluttuava disegnando l’aria, guardò la statua disadorna che dal cappello irradiava un nuovo magnetismo e il mare gli apparve in tutta la sua maestosità. Sarebbe rimasta ad invecchiare nell’emozione del moto e dell’onda intorno all’ovale preciso del volto come un alone di perfezione. Il mondo era ormai inesistente per la sua misura. Sempre più sbalordita dal contatto con il vero.

L’isola come una mezzaluna si muoveva in ogni senso, persi gli alberi e la vegetazione rada assomigliava sempre più ad un deserto. La casa era ormai racchiusa nel ventre della balena con tutte le sue scatole di viveri e i gabbiani volavano radenti quasi sospesi ad un filo, tanti mai visti e tanti altri nel turbinio di strida a conficcarsi nel ventre del MOAIS fino a rimbalzare nel vuoto esterno. Lei conosceva quello scherzo, conosceva l’acqua pura che aveva lambito il pube, l’amore desolato che aveva lasciato morire, la storia infinita degli antenati vissuti considerando la minaccia di un pericolo comune, dell’eccidio perpetrato dagli uomini dalle corte orecchie, ancora vivo nella mente, di bambini e ragazzi trucidati che apparivano ancora partecipi di uno sforzo titanico che aveva permesso il sollevarsi di ogni statua fissata nel luogo essenziale, nelle immagini e nelle espressioni dell’oggi senza età. Per questo aveva dipinto nelle pareti di quella casa disabitata quella storia e la spiegazione della tecnica impiegata per costruire le statue e si era fatta fucilare da lontano, credendo di non far rumore, per rimanere ancorata al suo destino nel nastro lucido della pellicola.

Ancora le reti metalliche e il filo spinato, dopo gli spagnoli con l’elmo impiumato; fossero uomini, animali o piante, parole senza soluzione e imprecazioni di dolore identici al legame della vita appena all’inizio di una nuova catastrofe. L’atmosfera era torbida e il vento dalla breve distanza portava fino su gli spruzzi salini del mare che copriva che copriva ormai tutto con la sua vastità incontaminata, coltre impenetrabile di un liquido invisibile ormai inarrestabile e impetuoso.

L’inverno con le sue sfumature comunicava un senso di tenerezza, infilò la giacca impermeabile ed i cosciali di gomma e uscì contro la pioggia, un punto remoto nell’orizzonte nero pece, confuse il giallo nel predominante grigio fino ai piedi della statua, sentiva il bisogno di accarezzarla, di sentire nei polpastrelli la nuda e levigata parvenza della pietra, superficie della sua anima ignota e immagine rimasta in contatto delle frequenti radure assolate. Le foreste viste dall’aereo, gli spiazzi di massi dove sbatteva la sua furia il mare padrone. Sedette , mentre l’acqua piovana scorreva tra i capezzoli come in un torrente d’amore, quasi nel sorgere di nuovi ciuffi di piante e fiori selvaggi. Ormai era chiara la differenza della sua vita, unica testimone, fluida come un filtro gigantesco, tra le braccia possenti e i fasci di muscoli compenetrati nella terra. Ora guardava a ponente, nel lungo sapore dato dallo spazio di un rosa lievissimo fino a sentire la voce del creato.



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