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lavoro pubblicato domenica 29 aprile 2012
ultima lettura lunedì 23 marzo 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

La versione di Tea -

di MicheleFiorenza. Letto 849 volte. Dallo scaffale Gialli

L'altra faccia della verità sul rapimento... .......................................................

LA VERSIONE DI TEA

“Uno, nessuno e centomila”, diceva Pirandello… Come a dire che la verità non è una sola, e comunque nessuno la conosce per quella che è.

Allora io racconterò la “mia” verità, perché mi sembra che qualcuno ha bisbigliato riguardo a me cattiverie esagerate e viceversa non ha alcuna compassione per le mie disgrazie… Quante me ne sono successe negli ultimi dieci anni! Che sia un malocchio?!? Ma non voglio certo andare a consultarmi con lady A o con qualche altra megera del genere!

Prendiamo ad esempio il caso del mio recente rapimento (sic!).

Prima di tutto io non posso essere considerata ricca per aver ereditato due o trecentomila euro e qualche mobiluccio antico, addirittura da restaurare perché possa valere qualcosina!

Secondo punto: perché non avrei dovuto attendermi la dipartita del mio povero papino, ottantenne e malato? Nessuno è per sempre…

Terzo: nella nostra cultura locale è sempre esistito il “consolo”, pranzo luculliano offerto a quelli colpiti da grave lutto, quindi perché non consolarmi da me con una piccola eredità? Tanto, nessuno può ridarmi il mio papino: spenderò i suoi soldi nel suo ricordo, ringraziandolo col pensiero ogni volta!

Quarto: perché non fare il giro delle banche con la mia sorellina subito, prima che qualcuno si sognasse di far sparire i soldini?

Quinto: dopo aver atteso per una vita intera la possibilità di spendere e realizzare sogni lunghi cinquant’anni, perché non farlo?

Sesto: perché non prendere un po’ di sole quando la primavera è già all’orizzonte?

Settimo: perché non andare al mare da sola, visto che nessuna delle mie presunte amiche voleva farmi compagnia, magari per dispetto?

Purtroppo nel mondo ci sono tanti disonesti che vogliono derubare le piccole ereditiere, in barba al sangue blu che a volte scorre nelle loro vene…

Il mio rapimento fu terribile e la pur breve permanenza in quel portabagagli fu anche peggio. E il dubbio che volessero stuprarmi, magari per quel costume da bagno nuovo un tantino osé?

E la mia telefonata sotto la minaccia di una pistola al mio maritino in lacrime? E l’altra terribile minaccia di farmi morire di fame? E il supplizio dei cappuccini, che io disdegno, preferendo un paio di succulenti pezzi di rosticceria accompagnati da una spremuta di arance?

E i miei faticosi tentativi di liberarmi, e quello di sedurre il più giovane dei due per essere lasciata libera? Che vergogna che ne provo “adesso”! Eppure in quel momento mi sembrava una furbizia per riottenere la libertà!

E la terribile risata del giovinastro alle mie avances? Che mortificazione…

Il mattino seguente mi legarono meglio, dicendo:

- Se il tuo maritino molla la grana, ti faremo liberare… altrimenti morirai di fame, di sete e di solitudine.

Erano andati via da cinque minuti, che già io pensavo a come liberarmi da sola… Come si dice? “Aiutati che Dio ti aiuta”.

* * *

Mi avevano costretta a ingoiare una pilloletta di sedativo, la sera, e ancora ne avvertivo gli effetti. Mi sforzai di non addormentarmi di nuovo e mi osservai. Dalle spalle ai fianchi ero ben legata, a salame, con una robusta fune e una serie di nodi, così stretta che a stento potevo respirare. Poi ero legata alle caviglie, in modo da non poter camminare. Infine un grosso cerotto da idraulico sulla bocca.

Volevo, dovevo comunque fare qualcosa: prima di tutto uscire dalla stanza. Per la serratura avevo una speranza, perché la mia ex collega Clara mi aveva insegnato qualcosa, da brava investigatrice dilettante qual era.

Potevo piegare liberamente le ginocchia e lo feci. Quindi mi voltai su un fianco e poi faticosamente a pancia in giu. Ora mi reggevo sulle ginocchia e sulla fronte. Con un sovrumano sforzo delle mie reni sollevai il busto, sedendomi sui polpacci.

Dalle ginocchia in giù ero tutta un dolore. Con le mani cercai i nodi del pezzo di fune che mi legava le caviglie, li tastai, trovai i capi della fune, poi la base del primo nodo, infilai le mie belle unghie appuntite e provai a sciogliere quel semplice nodo.

Spezzai parecchie unghie, ma il nodo si allentò. C’erano altri due nodi (li avevo contati mentre mi legavano) e attaccai il secondo, mentre ogni muscolo e tendine del ginocchio era teso allo spasimo.

Il secondo nodo risultò meno stretto: bene. Il terzo fu uno strazio, mentre mi mancava il fiato, mi dolevano le caviglie e mi sanguinavano le mani. Era stretto come il primo nodo, ma alla fine, forse lubrificato dal mio sangue, cedette e i miei piedi furono liberi! Adesso potevo provare a portare avanti una gamba, la destra, e a far leva sul piede per alzarmi.

Fu in quei terribili momenti che decisi di dimagrire, magari un chilo al mese… Come fu, come non fu, mi sollevai in piedi.

Adesso dovevo togliermi una forcina. Mi avvicinai allo spigolo di un tavolino presente e lì mi rovinai i capelli, ma infine la forcina cadde. Fortunatamente finì sulla sedia che avevo predisposto e così fu quasi facile prenderla con le dita.

La serratura della porta era molto semplice, ma non avevo mai provato a usare la forcina con le mani legate dietro la schiena! Feci di necessità virtù, impiegai parecchio tempo, ma alla fine udii lo scatto. Quindi col mento abbassai l’alta maniglia e con la fronte spinsi…

Libera! Almeno dalla mia cella. Nella stanza accanto mi guardai intorno in cerca di un coltello o di un paio di forbici. Invece vidi la mia borsa, poggiata sul tavolo e svuotata, e il suo contenuto sparso sul tavolo. Evidentemente i miei sequestratori non pensavano che io potessi uscire dalla stanza in cui mi avevano lasciata. Poteva darsi che…?

Sotto il mio piccolo foulard di emergenza trovai… il cellulare! Con la punta del naso digitai il 112 e sentii una gran pace scendere dentro di me. Presi alla meglio il cellulare e tornai lì dove i due energumeni mi avevano lasciata. Mi sdraiai e credo che mi riaddormentai, perché poi mi svegliò Gianni, insieme a quattro vigili urbani.

Dissi subito che stavo bene e che mi avevano trattata bene, a parte la storia dei cappuccini. Più tardi, nella deposizione ai Carabinieri, precisai di averli chiamati col mio cellulare, ma loro sorvolarono.

A casa capii perché: i giornalisti osannavano la “fulminea azione condotta congiuntamente da tutte le forze dell’ordine e anche da una equipe di investigatori privati che, a rischio della propria incolumità, si erano esposti per riuscire a liberare l’amica d’infanzia”. L’equipe era rappresentata da quella pasticciona di Clara e da quel presuntuoso di Eugenio.

Naturalmente accusai tutti i mali del mondo nella speranza di avere un congruo risarcimento (zucchero non guasta bevanda). Quando mi buttarono fuori dall’ospedale, affermando che scoppiavo dalla salute, pensai bene di festeggiare la mia guarigione da Tiffany e telefonai a Clara.

Mi rispose che non poteva, prima di tutto per l’impegno in erboristeria, dove sostituiva un Eugenio impegnatissimo con numerosi clienti dello studio; pare che tali clienti fossero desiderosi di conoscere il coraggioso investigatore (soprannominato Guglielmo Tell per gli spari mirati al sequestratore nonostante la vicinanza di Clara) e di fruire delle sue capacità, magari per cogliere in fallo un marito presunto fedifrago.

Inoltre Clara si era messa nuovamente a dieta stretta (la famosa “AD 1”), allo scopo di riacquistare la sua miglior linea, visto che il suo maritino aveva numerose clienti che lo ammiravano, gli facevano gli occhi dolci e parecchie moine.

Tutti noi amici sappiamo che Eugenio ha il cuore tenero e lo sguardo languido, quindi il desiderio di Clara di battere in anticipo la concorrenza era giustificatissimo (gli uomini, che traditori! Io purtroppo ne sapevo qualcosa…): Clara è una bella donna giovanile, solo che, unico difetto, tende ad arrotondarsi troppo, cosa che nuoce al suo metro e sessanta di altezza.

Clara mi consigliò di intraprendere la medesima dieta, poi mi disse che mi abbracciava, mi mandava bacioni e mi faceva i suoi migliori auguri, secondo i miei desideri. Poi riattaccò.

“Sì, sì…” - pensai – “Abbracci, baci e vaff…!”

f i n e



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