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lavoro pubblicato giovedì 26 aprile 2012
ultima lettura venerdì 20 settembre 2019

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IL PERDURARE DELLA SPECIE

di gartibani. Letto 777 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA” IL PERDURARE DELLA SPECIE Ritto sulla porta derideva la folla che fuggiva calpestandosi, o...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA”


IL PERDURARE DELLA SPECIE


Ritto sulla porta derideva la folla che fuggiva calpestandosi, ovunque posasse lo sguardo non c’era uno spazio libero, ogni piccolo ricettacolo era occupato e la vita si soprapponeva strato per strato. L’aria calda, bassa e umida presentava un paesaggio piatto in cui i monsoni spazzavano via le palme ricurve e spumeggiavano sulle lagune orlate di mangrovie e le onde fragorose s’infrangevano sulle spiagge e contro i promontori rocciosi. Le isole, sebbene sospese tra cielo e mare, spiccavano nitide e chiare nello spazio senza pareti e sembrava di vederle partire verso destinazioni sconosciute.

Le foglie cominciarono a frusciare, le prime gocce vi crepitarono sopra levigandole e il rombo dei tuoni percorse le folate d’aria aprendosi alla pioggia battente, le cime degli alberi si spiegavano avanti e indietro come impazzite. Un ramo si spezzò e cadde con un tonfo. Per tutto il tempo che pregarono, la pioggia continuò ad inzupparlo mentre osservava l’ombra dell’albero spezzato ondeggiare sul muro, poi tutti gli altri lo lasciarono solo, andando via in fila indiana e il vederli partire sembrò dargli sollievo. Il vento sbatteva contro la porta sgangherata e l’agitarsi d’ombre lo inseguiva. Tentò di misurare la distanza e quasi toccò con le dita il cielo e la sua anima non nata ancora. Respirare quell’aria così pura e cristallina e guardare il crepuscolo di quella giornata tinta di rosa pallido era così splendido che dimenticò per un attimo le città distrutte, la nebbia oscurante, gli spruzzi di sale e di anidride solforosa che bruciavano il volto, il tormento del moto grigio nel crescente frastuono delle onde laviche. L’aria sovrastante era così gelida che l’aria calda si condensava al suo contatto, come il vapore di una vasca da bagno su di un vetro freddo, le cime dei monti intorno sembravano illuminare d’azzurrino il colore intenso dell’infinito, creste frastagliate di ghiaccio correvano come lucenti file di perle. Il crepitare di una tempesta di grandine sul tetto. Il chiaro sole del mattino brillava sulla sua giubba di metallo riflettente, nel pallido turchese e una densa nebbia cominciava a circondare la muraglia fredda delle rocce. Per il calore generato dalla forte pressione del ghiaccio e della massa d’aria, gli strati più profondi cominciavano a fondere e a fluire verso il basso. La strada intorno era cosparsa di corpi e rottami, di fuochi arsi come bracieri, d’una pestilenza che impregnava le narici. Il peso di miliardi di anni e di tonnellate per chilometro quadrato. Fu in quell’attimo che si accorse della volpe, in esplorazione in un campo aperto, al piccolo trotto con la coda in posizione orizzontale; aveva la coda straordinariamente lunga, rigonfia, il muso aguzzo, gli occhi a mandorla con una espressione più che vivace e ruotava su se stessa per mantenersi in equilibrio tra gli enormi spruzzi delle eruzioni del terreno. La devastazione era terribile, in tutta una vasta area un salice e molti altri grandi alberi erano stati completamente spogliati dei rami e i cespugli circostanti calpestati e distrutti, il muschio appariva come rimosso, il suolo e le foglie erano macchiate di sangue, buche e crateri provocati segnavano il terreno intorno. Lo spostamento di migliaia di individui da un territorio a un altro mostrava ancora i segni di tali migrazioni, suppellettili abbandonate, carri divelti, macchine a marcire, bestiame morto. La sera prima li aveva illuminati nel loro peregrinare con un faro, avevano continuato a sfilare per ore, erano migliaia e i loro occhi riflettevano la luce come palline colorate e incandescenti. Passavano ancora quando finalmente era andato a dormire e il rumore provocato spostava la luce della luna dall’acqua ferma del secchio facendola cadere a terra.

La volpe dopo aver percorso un dislivello di quasi trecento metri risaliva il pendio verso le acque salmastre come per riprendersi e catturare le mosche divoratrici, forse la sete la spingeva così vicina agli accampamenti. In quell’attimo, nel medesimo posto in cui si vide nascere, morì esplodendo, espellendo le interiora e le uova color arancio e aprendo la mascella potente dilaniata dal senso di vuoto e di paura. Aveva fiutato una mina, dove la coda s’intaglia più profondamente, nell’ombra perversa del disgelo improvviso. No n aveva avuto il tempo di capire. Guardandone i resti e spostandosi in base ai campi elettrici riconobbe nell’acqua infangata dai detriti di bario il trascorso dell’oceano, pensò ai tempi fecondi degli uomini e gli tornarono in mente le parole pronunciate nel prima e nel dopo: - “ loro pesano il cotone, loro accumulano il grano, loro ci vendono la roba, loro tengono i conti. – , loro non vengono ad uno ad uno, ma vengono sempre in molti. Loro hanno i giudici, gli avvocati, loro hanno la giuria e la legge. Loro ci bruciano come paglia e ci imprigionano e ci uccidono. Ci guardano con i loro occhi fissi e ci feriscono le mani e ci obbligano a chinarci e a ubbidire….- “

Forse le mutazioni e la muscolatura perfetta davano ancora forma ai suoi desideri sopiti, così era sopravvissuto ai massacri e alle epidemie ed era andato oltre quel mucchio di terra, oltre i mercanti di pellicce e i cercatori di tesori, oltre i raccoglitori di rottami. Poi riconobbe il pianto di un bambino e quella ragazza che gli apparve sulla soglia, era un simulacro di donna, leggera e persistente, inquadrata nel mirino del fucile, che sembrava evaporarsi e svanire, tanto era magra. Passò contro il suo tempo e l’invasione lo raggiunse che ancora cullava quel bambino e la mente cominciò a disgiungersi. Forse saltò con una pertica e getto un’occhiata all’uomo scarnito riflesso nello specchio e col viso coperto da una folta barba e lanciò un urlo, venne fuori che la donna era più vecchia, il bambino cresciuto e misero insieme una zattera e raggiunsero con fatica il grande lago, ma anche il lago secco e non riuscirono mai ad attraversarlo. Seguirono il sentiero per notti e oltre e ogni volta che chiudeva la tenda con il corpo di lei dentro si sentiva impazzire, finchè l’abbandonò. Sparpagliò i suoi piedi sulle stesse stuoie gialle e diede fuoco anche alla tenda e a tutto il suo contenuto, anche ad un sacco di farina ammuffita e a quell’unico libro col quale parlava d’amore. A quell’epoca portava stivali lunghi fino al ginocchio e un cappello al quale poteva fissare una retina per difendersi dagli insetti, cercava incostante le impronte del lupo sulla sabbia, accerchiato da ogni parte dalle acque fangose che precipitavano giù dall’altipiano per correre contro di lui, piccolissimo e vulnerabile, al centro della tempesta. Però lì era rimasto, nel rombo crescente della schiuma, come un gatto innamorato, forse si era fermato a scattare una foto e la sua giacca marrone era ingiallita dove crescono soltanto bassi arbusti e il fiato si colorava d’antracite. Imparò ad accompagnarsi nella vastità delle piccole creature, nel silenzio solo, nello scricchiolio regolare e innaturale, un metro dopo l’altro, forse prodotto dalle racchette di neve. Un cielo ricolmo di stelle gli offriva un sfondo luminoso e il magma che lo tempestava di diamanti infuocati i quello spettacolo immenso e desolato lo inorgogliva. Tra la neve e il suolo rimanevano piccoli spazi vuoti subito riempiti da brulicare di insetti famelici che lo seguivano sotto la crosta dei cristalli diramandosi in certe piccole gallerie che seguivano il terreno e sbucavano ad intervalli in superficie. Rimase convinto di raccogliere , qualche seme, forse un bisogno irresistibile di vita, la sicurezza imprudente dei roditori compagni di viaggio, rinchiusi nelle loro tane e nemici. Poi integrò la dieta, rosicchiando la scorza dei cespugli, ricavandone qualche altro elemento nutritivo; vide i mammiferi rischiare l’asfissia, il sale impregnare le fluide viscere della terra, il mercurio evaporare nello strato più profondo, il moltiplicarsi dei predatori e lo scomparire delle prede. Anche quell’ultima preghiera, che ripeteva a memoria, provata e riprovata su di un quadrato di stoffa azzurra lo lasciò indifferente ( eppure l’azzurro era il suo colore preferito). Aiutò gli ultimi partenti a caricare i sacchi, a scolare i barili ancora integri e scambiò la memoria per la città e i suoi segni, il confino dei lebbrosi e degli infestati da uranio, la città senza figure e senza forma, con una linea che la separa dal suolo e la sospende dai canali e dagli orti, dal micron che cola dalla grondaia, forse pagode e abbaini, immondezzai di plastiche e colate di secrezioni chimiche.

Ma non si può passare la vita dentro una nuvola di fumo !

Le femmine nutrici persero il latte, l’infiammazione agli organi genitali interruppe la riproduzione e i muscoli furono scossi da tremiti incoercibili e la respirazione divenne affannosa e irregolare. Per un po’ oltre, la pioggia lo distolse dai ricordi, rovesciata in fitte cortine che sembravano appena toccare la terra e il mare, quasi che non piovesse affatto e una massa d’acqua così compatta cancellasse tutti gli oggetti per infinite frazioni di secondo, sprofondando nelle loro fessure e colando giù nelle erbe più fitte, così violenta da frantumare le rocce e tagliare le mani e il viso.

Sarebbe restato in eterno nascosto nella cuccetta di quel treno immobile, ma uscì all’aperto, da qualche parte sotto il vento, le nuvole sembravano volerlo dilaniare, pezzo per pezzo e portarlo via, lanciato come un’anatra o un gabbiano morto nel risucchio di un aereo, bevendo il sangue e ingoiando la carne per poi scrollare il capo con violenza, prima di precipitare. Capì che non sarebbe mai più partito, malgrado la nebbia densa e la pioggia sottile, malgrado il vento spirasse doloroso, malgrado gli insetti lo assalissero a migliaia e fossero più volte ridiscesi a martoriarlo. Il mondo era ancora vivo e lui vi sarebbe rimasto, sul ponte a continuare a lottare per ogni mattino a venire, in un ceppo morto e marcito al perdurare della specie.



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