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lavoro pubblicato giovedì 26 aprile 2012
ultima lettura domenica 31 maggio 2020

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L'importanza dell'interazione in democrazia

di esaiae. Letto 583 volte. Dallo scaffale Filosofia

L'importanza dell'Interazione in democraziaParte prima: il peso del passatoLa guerra in Vietnam con le sue vicende, con i suoi protagonisti, coi suoi esiti si offre all'analisi come un evento dai mille volti, la cui incredibile complicazione, i cui sig...

L'importanza dell'Interazione in democrazia
Parte prima: il peso del passato
La guerra in Vietnam con le sue vicende, con i suoi protagonisti, coi suoi esiti si offre all'analisi come un evento dai mille volti, la cui incredibile complicazione, i cui significati, le cui vaste implicazioni e conseguenze non sono state se non in minima parte analizzati. Apparentemente è tutto chiaro. Chi abbandonò sconfitto il campo di battaglia fu l'imperialista, anticomunista esercito americano, chi vinse la guerra fu l'eroico esercito dei Vietcong e Nordvietnamita. La più grande e potente nazione del mondo, con l'esercito più potentemente equipaggiato, con risorse economiche pressoché inesauribili, il moderno gigante Golia insomma, dovette soccombere contro il coraggioso, povero, eroico esercito di una delle nazioni più povere, del mondo il nuovo Davide.
Ma le cose andarono effettivamente così? Fu veramente una vittoria di Davide contro Golia, fu veramente una vittoria? Furono veramente le giungle vietnamite il vero teatro di battaglia?

La realtà ci dice che i ‘vincitori', quella grande armata redentrice capace di battere i potenti Stati Uniti, uscirono dalla guerra stanchi, logorati, ma animati da un fuoco di giustizia e libertà. Guardati e giudicati con enorme simpatia, entusiasmo dal mondo e in particolare dall'elite culturale europea, che però in parte aveva chiuso gli occhi di fronte all'enorme macello comunista. Salutati e ammirati. Elevati dal mondo comunista e da quella stessa elite europea ‘culturalmente avanzata' dalla condizione umana a quella mitica. Capaci di suscitare le più rosee aspettative per le sorti del mondo ora che, finalmente, avevano dimostrato a quello stesso mondo che l'odiata nazione egemone, l'odiata cultura egemone, il nuovo volto dell'imperialismo, l'America, col suo sistema politico, liberal-democratico di valori poteva essere battuta, sarebbe stato ancora battuta e aveva cominciato il suo irreversibile declino. L'odiato gigante, superbo e sanguinario, giaceva a terra umiliato e sconfitto.

Mentre il mondo comunista e l'Europa non comunista celebrava la ‘sconfitta americana' senza neppure rendersi conto che la vera sconfitta era ancor da decidere, i nuovi regimi comunisti iniziavano il loro cammino, salutati e seguiti con entusiasmo dal mondo comunista e dall'Europa simpatizzante per il comunismo, antiamericana, presente in tutto il mondo ed egemone in Europa. Un'intellighenzia che preconizzava con piacere il prossimo declino della potenza e della civiltà americana identificata con il nemico reazionario.
L'enormità degli eventi successivi negli Stati Uniti d'America, in Vietnam e Cambogia sbalordì il mondo e certamente impedì di valutare sia l'andamento degli eventi nella nazione ‘sconfitta' sia di comprendere il significato di quella che con troppa fretta venne celebrata come una cocente e traumatica ‘sconfitta' di Golia e come una sfolgorante vittoria di Davide.
Ciò che successe nei mesi, negli anni successivi, sbalordì il mondo. Vietnam e Cambogia, soprattutto la seconda, furono teatro di orrori tanto disumani da riuscire all'inizio incredibili anche ai nemici del comunismo che certamente non ebbero mai dubbi che, laggiù, nelle società dei vincitori dove lo spazio politico liberale e democratico non era né sarebbe potuto emergere, la società si sarebbe trovata del tutto disarmata di fronte alla necessità di elaborare quei nuovi significati che avrebbero potuto edificare una società con valori morali e civili, capaci di gestire un dopoguerra così difficile.
Confusione, stanchezza, desideri di rivalsa e vendetta, povertà, logoramento vendette e resa dei conti, tipici caratteri di tutti i dopoguerra, ma ancor più giustificabili lì deve la guerra era stata anche guerra civile, dove molti si erano asserviti al nemico. Con queste motivazioni inizialmente, secondo gli allora partigiani del comunismo, si doveva comprendere, giustificare tutta la serie di orrori, di assassini, di guerre in cui si dilaniarono, coinvolgendo anche paesi estranei come la Cina e la Tailandia che, prossima vittima preconizzata dai teorizzatori dell'effetto ‘domino' e già teatro di guerriglia comunista, poté tranquillamente risolvere i suoi problemi ed eliminare la guerriglia comunista.
Ma dire che i paesi uscirono stanchi, logorati, confusi animati da pulsioni di vendetta non basta certo a spiegare l'enormità degli eventi. E neppure basta appellarsi a un supposto o presunto grado di civiltà. Vietnam e Cambogia furono incapaci di gestire la vittoria, il dopoguerra, la pace e la nascita dei nuovi stati perché non perché vincenti e logorati dalla guerra, ma perché avevano cominciato a perdere molto prima. Il dopoguerra andava gestito durante la guerra quando già si sarebbero dovuti elaborare le nuove cultura e i nuovi significati richiesti dagli eventi per gestire nella vita civile la vittoria ottenuta in campo militare. Ma l'elaborazione di nuovi significati, nel senso che questo termine assume nelle società liberali, può difficilmente avvenire in mancanza di uno spazio politico ampio, libero e vivo.
Priva di questa elaborazione politica null'altro poté verificarsi che potesse fermare quello scoppio di violenza e crudeltà, quei macelli inumani e incredibili che andarono ( ma solo per coloro che ancora si ostinavano a ignorare la natura profondamente criminale del comunismo) al di là della possibile comprensione. Per coloro che non avevano voluto vedere come quel rivoluzionario furore ideologico, accomunasse, in qualche modo, tutti i paesi comunisti nella loro criminale pretesa di mutare l'uomo ed omologarlo alla loro ideologia.

Non si sa e forse non si sapranno mai le dimensioni della mattanza avvenuta in Vietnam perché come in tutti i regimi comunisti regnarono e regnano la copertura e il segreto. Certamente ci fu un'orrenda, generalizzata resa dei conti e una sistematica eliminazione del nemico ignavo o collaborazionista; certamente, certamente un intero popolo, quello cattolico, forse più di un milione e mezzo di persone si imbarcò per sfuggire alle rieducazioni, alla morte o fu costretto ad imbarcarsi in vecchi barconi ed affidarsi all'oceano dove molti morirono, altri furono soccorsi in mare allo stremo delle forze, pochi arrivarono alle spiagge dei paesi confinanti. Certamente cominciò il massacro dei popoli dell'altipiano di etnia non vietnamita e ostili al comunismo. Ciò nonostante la carneficina e la crudeltà del nuovo regime in Vietnam furono ben poca cosa a paragone di ciò che avvenne in Cambogia dove il partito comunista con a capo Lol Pot procedette ad un sistematico sradicamento degli abitanti dalle città peccatrici ed elaborò un elenco raccapricciante dei nemici da sopprimere; un elenco che comprendeva non solo i collaborazionisti e i fedeli dei vecchi regimi, ma anche coloro che usavano di occhiali, coloro che conoscevano una lingua e, più ingenerale, la totalità degli individui adulti e, in quanto tali, irrimediabilmente corrotti perchè formati, educati, acculturati all'interno della vecchia società capitalista.
Fu un'odissea di follia, di sofferenza e di morte. Una carneficina a cui successero altre carneficine, con la guerra tra Vietnam e Cambogia, con l'interminabile e interminata guerra civile in Cambogia, con la guerra tra Cina e Vietnam. I vincitori comunisti trasformarono i loro paesi in enormi macelli e ciò a cui il mondo dovette assistere costituì per il comunismo una sconfitta totale.

Dopo la sconfitta
Dopo la guerra, dopo il disastroso ritiro degli americani, salutato con gioia e tripudio dalla vecchia Europa, era fortemente diffusa la convinzione che la potenza americana sconfitta fosse in declino inesorabile e ugualmente in declino con essa la sua ideologia e la sua cultura politica, così diversa da quella presente nelle società liberali del vecchio continente.
In quei due anni oltre il Vietnam, la Cambogia il Laos anche in due stati africani si instaurarono regimi comunisti. Il comunismo pareva dunque inarrestabile proprio quando il suo nemico più forte pareva in declino e l'Europa libera stava mollemente a guardare.
In realtà il comunismo si fermò e la società americana pur nella sconfitta, pur prostrata, pianse i suoi morti come li aveva pianti durante il conflitto ma non smarrì i suoi punti riferimento e i soldati, ritornando in patria, ritrovarono integro e vitale quel loro spazio politico, nato dalla loro rivoluzione e mantenutosi vitale in tutte le vicende della loro storia, anche durante e dopo la tremenda e sanguinosa guerra civile. Non solo nessun valore liberale e democratico era andato perduto, ma integri era pure i valori di civiltà e lo spazio in cui questi valori venivano conservati, discussi e rielaborati per far fronte agli eventi.

Non si era trattato di una semplice conservazione di principi, di valori e di leggi ma di una vera e propria rielaborazione di significati. All'interno di quello spazio politico ideale riservato ai cittadini perché in esso potessero svolgere la loro funzione di cittadini, fu svolta effettivamente quella rielaborazione di regole e significati. Lo spazio politico aveva avuto cura di se stesso; continuava ad essere laboratorio di conservazione di civiltà liberale, democratica e, soprattutto, non si era lacerato, permettendo che minoranze politicamente rilevanti venissero spinte fuori di quello spazio o ne uscissero volontariamente per esercitare la loro azione politica al di fuori di esso e delle sue regole. Lo spazio politico liberaldemocratico coincideva ancora con lo spazio politico generale e questo era integro.
Del resto proprio la sua struttura organizzata e fortemente metabolizzata poteva dare ragione di questa conservazione poiché in esso, luogo di acerrimi scontri fra amici e nemici della guerra, di acerrimi scontri sulle motivazioni della guerra, i vincitori non procedevano all'eliminazione fisica o coercitiva dei vinti, eliminando i nemici, le idee, i valori, ma era loro cura difendere la loro esistenza nel loro statuto di cittadini soggetti politici; rispettati in quanto soggetti politici sia nel condividere e conservare che in quanto nemici politici portatori di idee, attivi nel sostenerle, liberi di aggiornarle o mutarle. L'America lungi dall'essere sull'orlo di un baratro di un dilaniante dopoguerra, lungi dall'essere insanabilmente ferita e percorsa da una strisciante guerra civile era pronta a curare le ferite della guerra, e a ripartire con quegli stessi sistemi di orientamento che l'avevano guidata in passato.
Il dibattito fu lacerante e trasversale ai due partiti egemoni. Anche se presidenti di guerra furono democratici e il presidente, che traendo le conseguenze dalla situazione seppe accettare la sconfitta sul campo e riportare in patria i cittadini soldati, fu repubblicano, la nazione non si divise secondo l'appartenenza ai partiti. Non ci fu un partito democratico solidale col presidente che continuava la guerra e un partito repubblicano ostile a quella politica e favorevole alla cessazione.
La complessità delle questioni, il numero delle controversie, l'entità dei valori in campo, politici e militari fece sì che tutto un nuovo mondo di significati dovesse essere ridiscusso per poté riconfigurare con questa molteplicità di elaborazioni il senso stesso dello spazio politico della loro democrazia.
Ci fu, innanzitutto, controversia sull'identità del nemico di cui parleremo diffusamente in seguito. Ci fu la paura di un effetto dominio. Se il comunismo avesse vinto in Vietnam, sarebbero poi cadute la Cambogia, il Laos, la Thailandia secondo un inevitabile un effetto domino. Accanto a questa paura era però altrettanto viva l'idea di una guerra come continuazione della guerra di liberazione contro gli occupanti Francesi per la riunificazione del paese, in cui la connotazione comunista era così secondaria da escludere ogni paventato effetto domino.
I presidenti americani e i congressi non esitarono: la guerra era da farsi contro il dilagare dei comunismi ed era una guerra di difesa. Non si opponevano alla riunificazione ma al regime che questa riunificazione avrebbe imposto e si dichiaravano pronti a interrompere, prima gli aiuti e le consulenze poi la partecipazione attiva in cambio di garanzie non solo di libere elezioni ma anche di comportamenti conformi. Gli Americani sapevano fin troppo bene come fossero naufragate nella violenza e nel sangue le democrazie dell'est dove una minoranza aveva egemonizzato la maggioranza e con essa la libertà. A questa interpretazione si opponevano coloro per i quali la volontà di liberazione e unificazione non poteva essere mortificata dal fatto che queste forze erano comuniste. Una buona parte sosteneva che comunque ogni popolo aveva il diritto di scegliere il sistema di governo e convivenza. E su quella parola ‘scegliere' si accendevano naturalmente altre dispute.
Altrettanto lacerante fu la divisione nel giudicare il comportamento dell'esercito. Ma anche di questo argomento, che si rivelò primario, parleremo diffusamente in seguito. Si può comunque anticipare che anche questo contrasto si configurò come divisione politica e fu capace di elaborare nuovi significati di differenziazione di giudizio in relazione ai comportamenti del proprio esercito e di quelli nemici.
Le atrocità non furono poche né da una parte né dall'altra. Con che metro andavano valutate le une e le altre? Come dovevano essere giudicati i crimini dell'uno e dell'altro? Fino a che punto l'esigenza di una vittoria poteva giustificare un imbarbarimento delle regole? Fino a che punto la democrazia americana poteva sopportare in patria la barbarie esercitata sui propri soldati non solo dal nemico ma anche dal potere militare e, in contrapposizione a questa, quella esercitata dei propri soldati sui nemici, al di fuori dei confini geografici, ma pur sempre dentro ai confini ideali entro i quali dovevano valere gli stessi livelli di civiltà? Qual'era il limite oltre il quale i comportamenti non dovevano più essere considerati consustanziali e tollerabili con le regole di civiltà metabolizzate in anni decenni e secoli di partecipazione alla vita civile da una società che le aveva profondamente metabolizzate in quegli stessi anni decenni e secoli a partire dall'indipendenza e dalla loro rivoluzione che con le Costituzioni e con la Costituzione aveva creato quello spazio politico e quella vita civile.
Questi contrasti non furono solo importanti e significativi come lotta in tempo di guerra per poter raggiungere obiettivi ma anche per generare all'interno dello spazio politico quei nuovi significati che potevano preservare lo spazio politico democratico e la civiltà elaborata in esso nelle mutate condizioni e nei nuovi tempi in cui, terminata la guerra, la nazione avrebbe dovuto ripartire unita nei valori di libertà e democrazia, assorbendo nello spazio politico la possibile vittoria, la possibile sconfitta, accogliendo i reduci, i lutti, i rimpianti, i rancori e riconducendo tutti questi pensieri e sentimenti in quello spazio politico democratico che per questo doveva essere conservato intatto nei suoi più generali, consolidati, condivisi significati pur accogliendo i nuovi paradigmi, i nuovi sentimenti e le trasformazioni necessarie per elaborare e assorbire gli eventi.
Ciò che non mutò fu proprio lo spazio politico perché i cittadini che lo abitavano ebbero cura di preservarlo anche in quei momenti tragici come avevano sempre fatto fin dai lontani tempi della guerra di liberazione e di quella vera e propria rivoluzione che era sfociata nella confederazione di stati, di cittadini, di costituzioni, fino alla costituzione finale, dando vita a quella società di cittadini che liberamente crearono quello spazio politico di politicamente uguali che trovò ospitalità nelle strutture istituzionali che la costituzione aveva prescritto.
Lo spazio politico democratico funzionò e questo fu fondamentale. Funzionò perché funzionarono gli attori che seppero lottare per mantenerlo vitale e questo esigeva che i giornalisti, gli inviati i fotografi, potessero svolgere il loro mestiere, assistere, indagare, riferire, accusare difendendo il loro diritto di informazione. Funzionò perché ci furono i lettori che volevano queste informazioni e questi giudizi e quindi seppero lottare a fianco degli inviati per averle. Funzionò perché i cittadini seppero elaborare le informazioni, seppero elaborare giudizi politici, seppero generare e gestire contrasti, dividersi, allearsi sempre all'interno dello spazio politico e delle sue regole. Funzionò perché anche gli opinionisti, gli intellettuali, i poeti, i romanzieri, i documentaristi, i registi seppero durante e dopo produrre le loro opere di rottura o giustificazione, di giudizi e sentimenti. Ancora funzionò perché i soldati si riconobbero in quello spazio, perchè i generali seppero mantenere il loro posto in un'America che si riconosceva in regole di civiltà consustanziali con lo spazio politico e che le aveva assimilate e metabolizzate al di là delle divisioni politiche, considerando come dovere di mantenere in vita quel bene politico, anche a costo di condannare i propri per comportamenti per cui ‘gli altri', i ‘nemici', non venivano condannati. Seppero insomma usare due diverse misure e riconoscere le diversità, giungendo ad una diversa valutazione morale che assolveva i barbari per la loro crudeltà e condannava i propri per analoghi comportamenti.
Assumeva così importanza e prendeva forma una diffusa forma di sorveglianza sui comportamenti dei soldati nel loro singolo agire e dell'esercito nel dispiegarsi del suo agire secondo le forme delle gerarchie di comando, nelle regole implicite degli ordini, nelle regole d'ingaggio e nei comportamenti conseguenti sul fronte del campo di battaglia (che erano dovunque) e nelle retrovie di guerra; una guerra che nella sua diffusa capillarità, ricopiava sia le forme della guerra tradizionale sia quelle di una forma partigiana.
Tutte queste evenienze richiedevano quell'elaborazione di nuovi significati e confini, di cui la società al fronte e in patria dimostrò di essere capace, cercandoli costantemente all'interno dello spazio politico e delle sue regole nella disputa politica in cui avveniva la divisione tra amici e nemici.
Lo spazio politico era sui giornali nelle televisioni, nei dibattiti nelle accuse nelle difese nei cortei. Nelle parole di chi riferiva dal fronte, nelle reazioni di chi vedeva, nei giudizi morali, politici, di senso e non senso che da una parte criminalizzarono una classe politica dall'altra la difesero, che da una parte criminalizzarono i soldati e dall'altra li difesero: discussioni moderate o veementi; esasperazione, partigianeria accuse e contro-accuse, ma anche volontà di capirsi, di parlare di elaborare, giudicare, decidere. Non dalle singole parti, ma dall'elaborazione complessiva fu mantenuto integro e vitale uno spazio politico di possibilità, di significati che consentirono all'America di ripartire e assorbire i lutti e la sconfitta riconoscendo complessivamente i vecchi e i nuovi valori, la dignità dei combattenti, la necessità di prendersi cura delle sofferenze.
Chi aveva fatto la guerra, chi aveva fatto il furbo, l'imboscato, incapacità di molti reduci di reinserirsi, incapacità di molti di accettarli come difensori, eroi e meritevoli comunque di onore.
Lo spazio politico attraversò la società e il politico entrò nelle coscienze, nelle parole, nei giudizi e nelle azioni, degli individui, sommergendo e quasi annullando quegli attori politici, come i partiti, più legati a un ordine di pace e a condizioni ‘normali' di vita civile. Semplicemente fu lo stesso spazio politico ad addivenire a ‘nuovo' soggetto per preparare lo spazio postbellico e la nuova società che salvasse se stessa, conservando, nei mutati significati, i vecchi e consolidati principi.

In Francia
Ben diversamente le cose andarono in Francia. Persa la guerra in Algeria, la Francia salvò a stento la sua democrazia. Anche qui come negli Stati Uniti d'America mentre la guerra esterna combattuta con le armi volgeva al peggio, un'altra guerra, del tutto politica, ebbe luogo in Algeria dove si combatteva con le armi e in patria in una democrazia ancora immatura, parzialmente vincolata nei suoi significati a vecchi riti, simboli e autorità che avevano ben poco a che fare con lo spazio civile e politico di una convivenza democratica di uomini liberi. Lo spazio politico non ebbe mai le caratteristiche che ebbe in America e questo fece sì che le opposizioni, le lotte, le inimicizie, le decisioni potessero svolgersi non solo all'interno ma - gravissimo - al di fuori del ‘pubblico', al di fuori di uno spazio politico democratico, evidentemente inadatto e impreparato a contenerle e non riconosciuto come unico possibile luogo politico in cui le controversie dovessero essere discusse, sostenute, votate per risolversi in decisioni, condivise come tali in quanto non condivise da tutti i cittadini non nel loro contenuto politico ma condivise da tutti nel loro essersi evolute secondo quelle regole condivise che regolano non una parte ma tutto lo spazio politico.
Intrighi politici e militari, terrorismo in guerra, ‘piedi neri', ondata di terrorismo in casa, incapacità di non solo di accettare il passato, ma anche di conoscerlo, incapacità non solo di conservare la propria civiltà all'interno dello spazio politico ma anche di permettere la diffusione della conoscenza senza la quale non può esserci divisione, lotta politica consapevole, conoscenza del nemico politico e giudizio sul suo operato.
L'uso della tortura non fu evento occasionale o iniziativa di singoli, non fu deviazione dalla norma ma uso sistematico scientifico e programmato. Ancor più deleterio furono la non conoscenza di ciò che accadeva e un'evidente valutazione secondo cui ne ‘valeva la pena'. Il che ci porta a chiederci per chi ne valesse la pena e quali fossero i soggetti politici e i relativi giudizi politici, per scoprire che questi soggetti furono cittadini francesi che nello spazio politico, dividendosi in amici e nemici, non seppero combattere secondo le regole perché tutto o parte del potere eletto operò al di fuori e nascose la verità, operò la violenza della tortura sul campo e la violenza nello spazio politico, nascondendo ciò che accadeva, negando ciò che accadeva, nascondendo le atrocità e le torture ed esercitando quelle stesse torture, quelle stesse atrocità quello stesso terrorismo verso quei cittadini, che in quanto giornalisti, reporter, osservatori, testimoni avevano delega e dovere di far pervenire le notizie, i giudizi le accuse ossia quel combustibile con cui i cittadini potessero operare e, operando in esso, mantenere in vita il loro spazio politico.

Non funzionò l'informazione. Non funzionò l'accettazione e la difesa dell'informazione e mancando questa base non poté funzionare lo spazio politico. La struttura dello spazio politico è circolare. In esso abitano i cittadini le istituzioni, e i delegati all'informazione. Ma se i cittadini non hanno metabolizzato la necessità dell'informazione, il diritto di pretendere (dalle autorità e dai delegati all'informazione), l'informazione stessa il circuito non si chiude. Come non si chiude se le istituzioni non abitano nello stesso spazio politico dove trovano legittimazione e ricevono le deleghe.
Certamente non funzionarono le regole che ne sono condizioni d'esistenza ossia la conoscenza, non funzionò l'elaborazione di quei nuovi significati che dovevano proprio scaturire dai dibattiti, dalle opere letterarie, dalle opere cinematografiche, dai romanzi, dai documentari in cui questioni, giudizi, tesi e controtesi dovevano dividere i cittadini su una molteplicità di interrogativi sui quali, elaborando in libertà i nuovi significati, lo spazio politico poteva essere riconfigurato per accogliere tutti e obbligare tutti ad operare all'interno, accettando l'esito degli eventi: da una parte accettando la sconfitta sul campo e dall'altra, accettando di continuare a operare in quello spazio politico in cui la dignità dei perdenti, come soggetti politici, rimaneva inalterata, rispettata, protetta.
Le vicende narrate dal regista Pontecorvo nella sua La Battaglia di Algeri sono illuminanti per ciò che racconta. Le torture raccontate ci dicono che non furono decise nello spazio politico, che non furono conosciute riconosciute e ammesse e con ciò già è evidente che la Francia non seppe conservare nelle difficoltà della guerra, nell'usura politica imposta dalla guerra, quella civiltà che pareva ormai acquisita e che è indissolubilmente associata proprio all'esistenza e all'integrità dello spazio politico. Se altre prove non esistessero basterebbero poi le vicende di quel film di cui fu troppo a lungo proibita la programmazione a dirci che l'integrità persa durante la guerra non poté essere ripristinata a guerra terminata e ancora permane. Come si potrebbe diversamente giudicare una democrazia in cui quasi il venti per cento dei cittadini coltiva sogni violenti di estrema destra e vive al di fuori dello spazio politico perché cittadini che lo abitano non vogliono o non possono o non riescono a farli entrare, mentre più del dieci per cento coltiva sogni di rivoluzione comunista?

" ... per restituire al mondo l'orrore della tortura praticata dai parà francesi in Algeria ci sono voluti i fotogrammi della «Battaglia di Algeri» di Gillo Pontecorvo e nonostante quelle immagini per decenni la Francia ha esitato a compiere quell'esame di coscienza che invece in questi giorni, schiacciata e sconvolta dalle immagini terrificanti del lager di Abu Graf diventato scenario di un'imprevedibile rappresentazione della banalità del male, sta tormentando la sensibilità dell'Occidente. Eppure, grazie a una sequenza di immagini di inaudita crudeltà, come quelle che nei lager liberati ritraevano i mucchi di cadaveri accatastati nei campi di sterminio nazisti, poveri e scarnificati resti del popolo ebraico bersaglio prediletto dei progetti di annientamento razziale, grazie a quella sequenza indimenticabile la civiltà occidentale ha elaborato quel senso del "mai più" che ha cacciato l'antisemitismo nei sotterranei dell'orrore Per una volta l'immagine, sempre oggetto di diffidenza e ostilità, ha fornito una base solida all'indignazione e alla vergogna E anche le immagini dello stadio di Santiago del Cile imbottito di dissidenti ha impresso quel marchio d'infamia sui golpisti di Pinochet purtroppo assente nelle più feroci dittature impermeabili all'occhio scrutatore delle macchine fotografiche dell'opinione pubblica Anche lì l'orrore è esistito ed esiste Per colpirci è mancato soltanto uno scatto Un puro e semplice clic.

Rivoluzione Francese e Americana
Le differenze del passato influiscono sulle differenze del presente: differenze culturali che si rintracciano nella storia culturale dei due paesi a partire dalla diversa composizione politica dei cittadini americani che fondarono l'unione. Da una parte una sequenza in cui una guerra d'indipendenza, fu seguita da una rivoluzione, e dall'altra quell'evento ben più traumatico che rappresentò per la Francia e l'Europa la rivoluzione francese.
Sul primo punto dirò poco se non che la composizione di coloro che emigrarono fu estremamente differenziata e motivata. Furono comunque determinanti lo spirito anarchico individualistico, la spinta economica, la fuga da una situazione di difficoltà economiche, religiose, politiche. Inglese fu l'origine prevalente e inglese fu la cultura politica importata. Una cultura e un sistema politico provenienti da un processo rivoluzionario con esiti tali da differenziarsi nettamente rispetto a quella continentale dove, ad esempio in Francia, una struttura, di ‘casta, articolata in popolo, borghesia, clero, nobiltà, potere assoluto regio, rendeva i cittadini francesi politicamente disuguali.
Da una parte una guerra d'indipendenza in cui le colonie si ritrovarono unite non contro un sistema politico ma contro una condizione di sudditanza che imponeva doveri e imposte, dall'altra una situazione d'indigenza totale e di impotenza politica ed economica.

Entrambe le rivoluzioni si liberarono di due monarchi. Pur nella diversità del potere - da una parte un potere assoluto, dall'altra un potere già limitato, persero la fonte di legittimità, e la fonte della legittimità del potere è il problema primario per un sistema politico. Il problema della legittimità si pose così agli attori delle due rivoluzioni in connessione con il problema della durata. La legittimazione non è condizione sufficiente a garantire la durata ma certo è condizione necessaria. I padri fondatori sapevano bene che per durare la democrazia doveva garantire un potere accettabile, non intrusivo, non invadente e nello stesso tempo garantire la giustizia e la protezione dei cittadini e dei loro beni. Come sapevano che la nuova costituzione doveva attentamente regolare ai minimi livelli il potere dello stato sui cittadini. Così i Bills of rights, incorporati nella costituzione, non furono mai destinati a instaurare i nuovi poteri rivoluzionari del popolo, ma a limitare il potere del governo nello stato appena formato.

Il problema della durata tipico di ogni governo rivoluzionario fu così risolto con la scrittura di poteri che favorivano un diffuso e reclamato individualismo. Un individualismo esteso dai cittadini agli stati confederati, curando non il rafforzamento dei poteri dello stato centrale nei confronti degli stati confederati ma limitando i poteri di interferenza e preservando al massimo i poteri preesistenti. Ciò fece si che questa doppia scala di libertà verso il basso, mediata da un livello di autorità già accettata, rendesse accettabile e durevole il nuovo governo e la costituzione che ne regolava le azioni. Non è un caso gli Stati Uniti, la più antica e duratura repubblica, la più antica e duratura democrazia liberale, ( e in misura e modalità diverse, la Svizzera) abbia una struttura federativa.
Altrettanta cura e rispetto fu dedicata alla legittimazione del potere. Non solo dopo l'approvazione delle costituzioni dei singoli stati e dello stato confederale, nessuna carica elettiva di potere politico nei municipi, nelle contee, negli stati confederati, nello stato generale fu mai più conferita senza regolare elezioni, ma anche le costituzioni dei singoli stati e dello stato centrale, furono deliberate da rappresentanti regolarmente eletti. Il circolo della legittimità si chiudeva così con l'individualismo, creando quello spazio politico in cui gli individui erano potenzialmente uguali come soggetti politici e, come tali, traevano i loro diritti da un sistema articolato di governo da loro eletto e legittimato.
I padri fondatori furono ispirati da ciò che conoscevano e da ciò che esisteva in Inghilterra; non certo dall'assolutismo regio esistente in Francia. I pensatori a cui entrambe le rivoluzioni si richiamarono furono i pensatori illuministi ma mentre da una parte si guardava a Locke e a Montesquieu con la sua teoria della divisione dei poteri, dall'altra in Francia l'ispiratore fu anche Rousseau e il suo suggestivo concetto di Volontà Generale.
La differenza è fondamentale; mentre coi primi si guardava al problema dell'equilibrio e della reciproca limitazione dei poteri, nel secondo ci si richiama a una supposta volontà unificata di un Popolo, usando questo termine come se fosse non un insieme di individui, ciascuno con i propri carattere, cultura e volontà, in accordo o disaccordo fra loro nelle diverse questioni, ma un soggetto che pensa e agisce come un unico, indifferenziato, in cui le differenze non esistono debbono essere assimilate con la forza. (Non molto diversamente oggi in Italia si invoca come fattore di pace e stabilità una Memoria condivisa, palesemente impossibile da raggiungere, con caratteristiche antidemocratiche assai simili alla Volontà Generale.)
Il fondamento della Volontà generale è di tipo pericolosamente armonioso. Nel concetto di Volontà generale si annida il concetto del potere che governa in nome del popolo contrapposto al potere che governa perché eletto dal popolo e il diritto reclamato da parte di un gruppo di ‘Sapienti interpreti' di questa volontà di impersonare la Volontà Popolare. Non, dunque, una democrazia con uno spazio politico in cui le differenze si dividono in amici e nemici politici ma l'assenza dello spazio politico. Si guarda alla democrazia, identificandolo come un'entità unica, si guarda alle società armoniose e alla secolarizzazione di un dio unico in cui s'identificano verità, poteri, leggi e moralità. L'uno rinvia al potere della monarchia assoluta, l'altro alla molteplicità democratica.

Tutto ciò non avveniva a caso. Non c'è un fatale "ritorno" circolare delle rivoluzioni al punto di partenza ma piuttosto una situazione iniziale che, costituendo una vera e propria configurazione paradigmatica culturale, realizza una configurazione di vincoli: una sorta di condanna a tornare al punto di partenza. Al di là delle teorie possibili, la società è un organismo che tende a mantenere, riferirsi, ricuperare le condizioni d'equilibrio, le configurazioni di mantenimento in vita. Assoluto era il governo e assoluta fu la rivoluzione i cui eventi affogarono in così cupa macelleria di disperazione, da indurre i cittadini ad invocare una personalità carismatica concepita e vista secondo la categoria del mito, come un semidio capace finalmente di imporsi, governare per loro, riportare l'ordine e, con l'ordine, un sistema di orientamento nel mondo e nella società che nel vorticoso evolversi della rivoluzione, veniva continuamente abbattuto e sovvertito. E questo da parte di cittadini che non avevano conosciuto altro tipo di ordine che quello assoluto e non revocabile perché legittimato da Dio.

Non stupisce quindi che, con simili condizioni iniziali, mentre la costituzione americana durò e ancora perdura, in Francia, dopo l'evento rivoluzionario fra il 1789 e il 1875 venissero promulgate ben quattordici costituzioni, che "testimoniano, sostiene la Arendt, l'incapacità di un popolo di sfuggire al proprio retaggio di confusione e di instaurare un equilibrio tra il potere dell'autorità e la richiesta disordinata non di libertà politica ma di generiche libertà di agire sotto varie forme e ispirate da interessi e culture in una babele perenne e insistente che vietò che si potesse instaurare una stabilità stabile. [...] l'eredita storica della rivoluzione americana era una "monarchia costituzionale" e quella della rivoluzione francese era un assolutismo" ). A cui poi aggiunge: " ...nulla in realtà sembra più naturale del fatto che una rivoluzione sia predeterminata dal tipo di governo che rovescia"
La rivoluzione Francese fallì senza riuscire a dare quei diritti civili che invece il governo rivoluzionario in America seppe costruire e mantenere. Mantenere appunto, non creare. La situazione iniziale fu determinante poiché cittadini del nuovo mondo avevano una civiltà giuridica a cui far riferimento e a cui, in effetti, avevano fatto costante riferimento già prima dell'indipendenza nell'amministrazione delle loro comunità . Una civiltà che volevano conservare e in effetti conservarono come patrimonio prezioso.
La costituzione era quindi l'emanazione di uno spazio politico consolidato, e protetto come bene comune che veniva da molto lontano, ben assimilato nella ragione, nel cuore e nella convivenza civile e già concepito come fattore egemone di legittimità, non solo da conservare (il tempo e la stabilità costituiscono già di per sé un importante rafforzamento) ma da rafforzare.

Il tema della sconfitta - parte 2
Introduzione
L'argomento riguarda il valore dell'interazione politica in democrazia: cosa significa ‘prendersi cura' della democrazia? Quanto questo ‘prendersi cura' consiste nel costante interagire politico fra i soggetti politici? Quali sono le condizioni perché ciò possa avvenire assicurando trasparenza, liberta di parola, di manifestazione, di stampa ecc.? Tutte attività che realizzano quell'interagire come amici/nemici nello spazio politico, in cui amicizia e inimicizia politica hanno la loro sede. Un prendersi cura, un interagire che assume importanza vitale nei momenti di crisi in cui la democrazia, e, con essa, lo spazio politico, rischia di essere mortalmente danneggiata.
Nello scontro delle ragioni, delle verità, delle interpretazioni, elaborare nuovi significati significa prendersi cura, interagire. L'evoluzione del convivere civile, il sopravvivere, il consumare risorse, il crearle crea continuamente nuove situazioni, nuovi assestamenti di quel complesso organismo che è l'organizzazione di convivenza. Questi assestamenti richiedono una continua elaborazione di nuovi significati che, in senso lato, non sono interpretazioni o verità condivise (anche se le comprendono ) ma una pluralità di teorie, di interpretazioni, di connessioni di fatti, che consentono ai cittadini di orientarsi nelle nuove configurazioni scegliendo, adottando contemporaneamente una o più teorie, una o più interpretazioni, e avendole, comunque, a disposizione in un agire politico in cui la conoscenza e l'azione, possono essere considerate disponibili per i cittadini in quanto cittadini che agiscono per essere in continua interazione politica e conoscitiva.
Lo stato di guerra è ovviamente una situazione di forte mutamento che esige un'accelerazione di interazione multipla fra i soggetti politici, che interagendo, comunicando, creano, delineano, portano alla luce nuovi soggetti politici, avvicinano i lontani, creano velocemente quelle nuove emergenze, che richiedono l'urgente elaborazione di nuovi significati che non sono, è necessario ripeterlo, le tanto invocate ‘verità condivise'. La storia dei nostri due ultimi dopoguerra è, a questo riguardo, significativa.
In questa elaborazione di nuovi significati entrano anche il costante mutare dei significati dei termini linguistici, come ‘guerra', ‘pace' ‘regole di guerra e di pace', ‘sconfitta', ‘vittoria', ‘nemico', ‘identità del nemico'.
Nell'elaborazione si procederà curando i soggetti e le loro identità e identificandone alcuni su cui discutere. Emerge comunque come preliminare, un problema di identità connesso con un problema di riconoscimento e di identificazione che coinvolge i rapporti estensione e intensione.

Durezza dei termini
La resistenza a rivedere certi criteri di giudizio, a elaborare nuovi significati dipende in parte dalla durezza dei termini e del loro significato al mutare delle situazioni e delle culture, secondo una logica di feed-back in cui parole e significati si influenzano, mutano, resistono ai mutamenti. Se definiamo il "senso" come il complesso delle connessioni, dei riferimenti, delle conseguenze, delle finalità, delle influenze allora il senso dei termini muta, si arricchisce di nuove connessioni, le perde, le altera. Nei termini importanti il processo è ancora più marcato.
Storici e filologi ci invitano a dare la giusta attenzione al senso dei termini che pur procedendo per mutamenti quasi inavvertibili da chi li vive, nel lungo periodo, alterano in maniera tale il loro senso da falsare le nostre interpretazioni. Troppo spesso il senso dei termini, così come veniva inteso in passato, è radicalmente diverso dal senso con cui viene inteso oggi. Non facciamo l'errore, ci dicono, di attribuire quello di oggi perché falsificheremmo il significato del complesso in cui è inserito.

Se il legame termini-senso fosse rigido, dovremmo continuamente inventare nuovi termini per il sopravvenire di nuovi sensi, per usura dei vecchi sensi, per mutamento delle situazioni di riferimento, per perdita di senso. Questo ovviamente non avviene perché, se avvenisse, il linguaggio perderebbe la capacità di assolvere la sua funzione comunicativa. La comunicazione tra presente e passato diverrebbe impossibile, i vari passati non potrebbero comunicare fra loro e col nostro presente.
Per questo i termini non mutano al mutare dei loro sensi e, anche se mutano, ci garantiscono la possibilità di comprenderci pur con tutte le ambiguità che questo processo di mutamento comporta. Una costanza necessaria ma tirannica perché l'identità dei termini tende a trascinare l'identità dei sensi nelle due direzioni: da una parte la composizione acquisita nel passato tende a trascinarsi nel presente, interpretandolo in coerenza e dall'altra il senso presente tende a proiettarsi all'indietro come luce e reinterpretazione del passato.

Estensione intensione, identità
Il problema dell'identità dei nemici è un problema fondamentale; forse più importante di quel complesso di ragioni che vengono individuate come cause o come razionalizzazioni giustificanti. L'identità identifica e caratterizza i nemici che si stanno combattendo, ci dice chi sono, ci informa sulle ragioni della guerra, sulle motivazioni, sui fini e sulle modalità.
In Vietnam fu lacerante la controversia d'identità del nemico Vietcong e del nemico soldato-NordVietnamita, individuato dal nemico americano come forza comunista e non, come i Vietcong cercavano di accreditarsi, come forza antimperialista di liberazione e riunificazione della nazione Vietnamita.
Un problema analogo compare in relazione alle Foibe. Chi fu il nemico responsabile degli orribili eccidi? Quale fu la sua identità? Fu il comunista Tito a capo dei suoi Titini comunisti? O Furono Tito e i Titini senza l'aggiunta del predicato ‘comunista'? Furono forze di liberazione comuniste? O forze di liberazione e basta? Furono Slavi contro Italiani identificati come fascisti? O semplicemente Slavi vendicativi e vincenti contro Italiani perdenti? Prevalse l'ideologia comunista o l'intolleranza culturale o la vendetta o l'intolleranza etnica?

Una visione semplicistica tende a oggettivare l'identità, ad accreditare un'esistenza oggettiva dell'identità o per meglio esprimersi ad accreditare che esista una sola identità oggettiva cui varianti o alternative sarebbero soggettive. Rendendo oggettiva l'identità, si rendono oggettivi e reali le motivazioni e quindi l'esistenza di un mondo in cui gli individui hanno delle identità oggettive, reali su cui tutti, in una qualche maniera, devono convenire, indipendentemente dal punto di vista, dal tipo di osservatore, dal tipo di soggetto giudicante. Il paradigma diviene "erano /sono nemici, combattono /combattevano perché gli uni erano /volevano questo e gli altri erano/volevano quest'altro"; ma le cose non sono affatto così semplici.
L'identità non è un dato oggettivo nel senso sopra indicato, ma ciò non significa che sia soggettiva; e neppure che esista: 1) un'unica oggettività su cui tutti devono convergere e 2) una varietà di visioni soggettive dovute alla varietà dei soggetti giudicanti. Ciò che vogliamo affermare è il principio secondo cui l'identificazione può essere plurima, diversa e contemporaneamente oggettiva per l'oggettiva diversità delle situazioni.
Per giungervi bisogna prima chiedersi cosa si intende col termine ‘identità'e prima di affrontare questo tema delicato è opportuno fare alcune considerazioni su estensione e intensione.

Identità
Cosa definisce un'identità? La parola stessa, richiamando qualcosa di più forte di un'uguaglianza e tende a significare "Questo e solo questo"; dove il ‘questo' è in genere, espresso intensionalmente da un predicato o da una serie di predicati variamente connessi mentre, estensionalmente, è una classe. L'identità di un uomo, di un cittadino, di un gruppo sembrerebbe quindi identificabile con il riconoscimento di appartenenza a una classe, descrivibile e delimitabile nei suoi confini con metodi in grado di decidere l'appartenenza di un individuo a una classe in base a uno o più predicati che caratterizzano la classe e gli individui membri.
Un individuo appartiene alla classe degli "Americani" se è un cittadino americano, se possiede cioè quel predicato "Essere un cittadino americano" che pare caratterizzare l'individuo e contemporaneamente definire i confini della classe. Come se estensione ed intensione dovessero, in qualche maniera, essere intercambiabili o, come se dovesse valere un principio di estensionalità, secondo il quale classi con uguale estensione, anche se con diverse caratterizzazioni intensionali, sono la stessa classe.
Il principio di estensionalità fu formulato e proposto in logica da Russell che sperava con esso di uscire dal buco nero delle antinomie. Russell sosteneva che una classe si può caratterizzare con un predicato o con una serie di predicati logicamente combinati fra loro oppure enumerando uno ad uno i suoi membri. Nel primo caso, dato un predicato ‘g', appartengono alla classe tutti gli individui che soddisfano alla funzione "X è un g", nel secondo per definire una classe bisogna indicare uno ad uno tutti gli appartenenti. Mentre nel secondo caso non viene toccato il problema dell'identificazione, nel primo si pone il problema di stabilire criteri operativi che consentano di decidere se il tal individuo è un ‘g' o non lo è, il che non è spesso né facile né possibile.
Di fatto il principio d'estensionalità non funziona. Non solo è ovviamente falso nei contesti indiretti che in qualche modo coinvolgono la credenza, la supposizione, il giudizio, ma lo è anche in molti casi apparentemente semplici e innocenti. La classe dei cittadini americani è uguale alla classe dei cittadini degli stati che compongono la confederazione o no? La cosa è perlomeno dubbia.
Se, senza problemi, possiamo affermare che tutti gli abitanti delle città greche si consideravano greci, con meno sicurezza potremmo affermare che tutti i cittadini della Grecia si consideravano greci. Con altre parole potremmo sostenere che gli abitanti della Grecia non si consideravano Greci nella stessa misura con cui si consideravano cittadini delle città greche. Per un greco l'essere cittadino della sua Polis era più importante che abitare in quella penisola identificata come Grecia. Questi sono solo due esempi ma dimostrano come il principio di estensionalità sia incapace di penetrare l'intima complessità dei termini.
Due classi con ugual estensione hanno anche la stessa intensione? Due classi con la stessa estensione sono la stessa classe? Apparentemente sì e lo pensano in molti. L'insieme dei cittadini americani coincide con la classe dei cittadini degli stati che formano la confederazione americana? Apparentemente sì, perché non esiste nessun membro della prima classe che non sia anche membro della seconda e viceversa, ma le cose non sono così semplici.

Se consideriamo gli oggetti contenuti in una certa stanza dove sono presenti tre oggetti sferici di colore rosso mentre nessun altro oggetto è sferico o di colore rosso, allora potremo dire che la classe degli oggetti sferici presenti nella stanza ha la stessa estensione della classe degli oggetti rossi. Ma in generale - al di fuori di quel mondo-stanza - la classe degli oggetti rossi non coincide assolutamente con la classe degli oggetti sferici. E' possibile che un gruppo di individui che vive perpetuamente nella stanza, e per i quali, quindi, la stanza, con i suoi oggetti, costituisce tutto l'universo, finisca per abolire dal suo vocabolario uno dei due predicati, come è possibile che un loro filosofo finisca per concludere che l'essere rosso implica l'essere sferico ossia che fra le due proprietà esista un'unità così strutturale ed essenziale che l'una non possa esistere senza l'altra. E' anche possibile che nel succedersi delle generazioni la capacità di distinguere fra l'essere rosso e l'essere sferico sparisca.
Da questo esempio si comprende quanto sia importante l'ampiezza del mondo e la posizione oggettiva dell'osservatore, come, nel nostro caso, l'essere fuori e il guardare da fuori e l'essere dentro e guardare da dentro. Non si tratta evidentemente di diversità soggettiva di giudizi e asserzioni, ma di due diverse oggettività. Potremmo anche spingerci a osservare che i muri della stanza costituiscono una metafora in cui la stanza è il mondo dei nostri pregiudizi, o - più verosimilmente - è il nostro mondo culturale con tutti i suoi vincoli, le sue interpretazioni, le sue cecità, ma per ora è più prudente attenerci all'esempio semplice, oggettivo, banale della stanza chiusa con oggetti, senza significati aggiuntivi di derivazione culturale o psicologica e nella quale il principio di estensionalità è in un caso oggettivamente vero e nell'altro oggettivamente falso.

Esaminato l'esempio ci sentiamo più sicuri nel dire che in generale la classe dei cittadini degli stati americani non coincide con la classe dei cittadini americani e che, in maniera ancora più forte, la classe dei cittadini greci non coincide con la classe dei cittadini delle polis greche, proprio perché la Grecia non esisteva come entità politica e quindi non esisteva neppure politicamente il cittadino della Grecia mentre, al contrario, esistevano i cittadini delle tante polis greche, politicamente alleate/ in contrasto/ in guerra fra loro, tanto da non poter parlare di Grecia o di cittadini della Grecia come membri di una classe senza riferirsi a quelle sottoclassi che erano le polis di cui gli abitanti erano cittadini. La Grecia per i Greci esisteva invece come entità culturale. I greci si consideravano Greci in quanto opposti ai non Greci da loro denominati ‘barbari' ma questa opposizione Greci/barbari era, appunto, solo culturale. Fu Filippo di Macedonia a dare ai greci una cittadinanza politica. Invitando i Greci a considerarsi amici fra loro e uniti in questa amicizia contro il nemico persiano. Invitandoli esplicitamente, in quanto Greci, a non guerreggiare fra loro e ad essere uniti contro il nemico persiano, il re macedone diede loro una nuova identità politica e spostò dall'interno all'esterno la dislocazione politica dell'opposizione amico/nemico, aggiungendo, così, all'identità culturale che già li accomunava un'identità politica. Nel momento in cui i greci accettarono questa nuova identità certamente la classe dei greci (pur non coincidendo) si avvicinò alla classe dei cittadini delle polis greche.

Identità e omologazione.
Almeno due altri tipi di circostanze devono essere tenuti in giusta considerazione. La prima ci invita a considerare come all'interno di una classe ogni membro della stessa classe differisce, è distinguibile e, comunque, è irriducibile agli altri membri della stessa classe. Questa semplice considerazione complica il concetto di identità che presuppone, infatti, un'uguaglianza totale. Ma che senso avrebbe allora identificare con uno o più predicati quando l'identità presuppone come minimo l'uguaglianza di tutti i predicati? Alla classe dei lavoratori in proprio appartengono il grande industriale, il piccolo artigiano, il medico, il cartolaio ecc. ciascuno di costoro può, a sua volta avere il suo credo religioso, avere differenti inclinazioni ed abitudini, sessuali, avere gusti e hobby differenti, ecc.
E' evidente che assegnare l'identità di "lavoratore in proprio, di cattolico fervente, di tifoso ultras, di elettricista a un individuo ha poco senso, perché l'individuo ha molti e differenti predicati che lo caratterizzano e lo identificano. Questo è però vero solo da un punto di vista astratto e strettamente logico dove i predicati hanno, di per sé, la stessa valenza o il loro rapporto è definito dai vari gradi di subordinazione in una serie di gerarchie, ma è totalmente falso nella realtà dove certe appartenenze possono assumere un'enorme rilevanza rispetto alle altre, soprattutto quando, un credo, una passione, una fede diventano ragione di vita oppure, ed è questo il caso politicamente importante, quando le classi, le associazioni, ecc. diventano gruppi omogenei perchè un credo, una passione, un interesse assume un'importanza così vitale e caratterizzante da portare ad un'identificazione pressoché totale di un individuo con quel gruppo che si è unito e ha organizzato il mondo attorno a sé al servizio di quella fede, di quel credo, di quella passione.
Si è già parlato delle società armoniose ed è proprio questo il tipo di organizzazione a cui bisogna riferirsi, per comprendere come in esse il particolare modo di vivere la propria vita, di porsi di fronte ad essa, di interpretarla, di comprenderla favorisca questa sopravvenienza.

Interpretazione della vita
Sull'identità, sui gruppi, sull'annullamento del singolo nel gruppo, sull'addivenire di un'unica identità, molto può aiutare il pensiero di Cassirer.
Senza richiamare o riassumere la sua ‘Filosofia Delle Forme Simboliche ' è evidente che, come da lui indicato, ciascuno di noi interpreta, conosce, pratica il mondo secondo modalità e organizzazioni differenti e autonome fra loro, come religione, mito, scienza ecc. La comprensione mitica favorisce certamente una tendenza ad aggregare il mondo attorno a pochi miti, addirittura ad un unico mito. Basta pensare ad esempio, ai gruppuscoli nazisti dominati da un mito (quello di Hitler e del suo mondo) che impone una forma e determina una lettura del mondo.
L'aderente alla setta assume come propria quella visione del mondo. Essa emerge in lui come un complesso articolato culturale che diviene il suo mondo di senso. Non è che costui non conduca la sua vita non vedendo le cose e le connessioni delle cose, secondo le leggi condivise della quotidiana vivenza e sopravvivenza. Egli attraversa la strada con cautela, si nutre, osserva convenzioni sociali, riconosce le leggi scientifiche come gli altri individui che con lui convivono. Costui, inoltre, vede le cose, gli eventi e quella continuità delle leggi rispetto alle quali si comporta in coerenza; anche perché se non le osservasse, semplicemente, non potrebbe sopravvivere.
Non sono, però, queste leggi e questa cultura ad emergere in lui come fonti di senso: non vede in esse ciò che può dare un senso importante alla sua vita, come non vede un sistema di certezze e di valori attraverso il quale emerga un sistema di riferimento capace di fornirgli un'interpretazione per cui abbia per lui un senso vivere nel mondo.
Costui vive il mondo quotidiano e la cultura condivisa come pura sussistenza, ossia come condizione- routine del vivere quotidiano, mentre, viceversa, sente il suo mondo mitico come quel senso del mondo importante secondo cui interpretare il mondo stesso e agire in esso. Non solo per vegetare ma per vivere una vita, che solo da quel mondo mitico riceve senso e comprensibilità.
Percepire ideologicamente, religiosamente, miticamente il mondo, può appartenere al singolo ma predispone strutturalmente ad un'identificazione totale del singolo con una delle sue molte identità possibili e spesso sentirsi realizzato solo quando è inserito in quel gruppo-organismo armonioso che impegna totalmente i singoli come lui e da essi viene impegnato.

Si è già visto come i membri dei gruppi, delle comunità, delle nazioni armoniose tendano ad assumere un'identità che li caratterizza così fortemente e totalmente da permettere un'identificazione non come generica classe distributiva ma come gruppo unitario, come individuo e soggetto politico, non diversamente dagli stessi individui che lo compongono, i quali, come conseguenza diventano, tutti omologati fra loro e omologati all'identità del gruppo, esaurendo in esso il senso della loro vita.
L'assimilazione completa degli individui in un gruppo, come si può toccare con mano nella realtà, non porta solo gli aderenti a essere assolutamente omologati fra loro, ma a divenire membri di quell'organismo soggetto che è il gruppo. L'identificazione con il gruppo, e la conseguente scomparsa dell'individuo come soggetto, fa si che l'individuo membro del gruppo si identifichi come ‘soldato' del gruppo, ossia che la sua vita si esaurisca nel gruppo, nella sua sopravvivenza, nella sua gloria. Così si può parlare di un'identità nazista, comunista, nazionalista, religiosa ecc. Quando l'individuo vive nel gruppo quell'unica identità, anche se, mangia, vive, ama, preferisce questo o quel tipo di sigaretta, questo o quel tipo di cibo, vive quelle preferenze come secondarie, insignificanti rispetto all'identità importante che ha adottato e per cui rinuncia senza alcuna fatica a fumare quel tipo di sigaretta, a privarsi di quel tipo di cibo, all'amore, e rinuncerebbe anche a nutrirsi, se nutrirsi non fosse vitale per il perseguimento della sua identità per cui ha già sacrificato, la sua identità di cittadino e il senso del suo vivere. A questo punto abdica anche al suo essere uomo per divenire organo di quell'organismo di cui ha assunto l'identità. Nell'idea, nell'ideale, nel sistema di vita ha depositato tutto il significato vitale e importante della sua vita in una totale identificazione con esso.
Cosa implica questa identificazione totale? Come può accadere questa identificazione totale? Quando l'identità di uno o più individui si degrada a tal punto permettendo al gruppo di assimilarlo e ridurlo a organo (soldato, operaio, messaggero, cuoco) del gruppo?

Ideologia, pragmatismo, ermeneutica, laicità
Il sopravvenire di un ruolo dominante, di un'identità dominante tanto dominante da sopprimere tutte le altre è indice di una visione mitica ( tipico il tifoso Ultra che vive, soffre, gioisce unicamente in sintonia con le vicende della società sportiva di cui è tifoso) o religiosa, vissuta comunque in maniera totalitaria e ideologica (i termini sono in questo contesto quasi sinonimi). Altrove si è definito la laicità, in funzione dell'opposizione fra i predicati ideologico e pragmatico come la capacità di cambiare abito (e con esso, regole e credi). Cambiare abito per un laico implica la capacità di entrare nello spazio politico accettandone le regole e rispettandole. Accettando quindi di seguire nella vita sociale le leggi provenienti dall'attività dello spazio politico anche se in contrasto con le proprie regole di uomo ideologico, di uomo religioso, di uomo dogmatico. Un'accettazione impossibile per chi assume un'identità sopprimendo le altre e, a maggior ragione, impossibile per chi assume l'identità di organo di un gruppo-organismo di tipo armonioso. Costoro non solo rifiutano una simile visione del mondo ma ne sono nemici implacabili. E del resto come sarebbe possibile per costoro cambiare abito quando questo implica anche un cambio d'identità, quando la propria personalità (capacità di libertà, libero arbitrio, pensiero) si è dissolta nell'identità del gruppo, dell'ideale, della fede ecc. fino a divenire un organo specializzato così come il fegato è un organo del corpo? Fino ad essere disposto ad essere l'organo combattente, l'organo spia, l'organo procuratore di cibo, proprio come avviene nelle comunità delle formiche?
Se si confrontano un esercito democratico e un esercito dogmatico, la debolezza del soldato democratico e quindi dell'esercito democratico ha ben poche speranze di vincere la tenace, implacabile forza di un soldato robot, votato a essere soldato robot e null'altro che soldato robot.

L'identificazione delle identità
L'esempio della camera con le sfere rosse ci indica quanto la posizione dell'osservatore che esprime un giudizio, in questo caso un giudizio d'identità, sia influenzato dalle condizioni oggettive. In questo caso l'osservatore che vive all'interno per il quale l'interno è l'universo, non il suo universo, non un universo ma l'universo, perché neppure può immaginare che ne esistano altri, è portato, addirittura obbligato a considerare strutturale l'unione di rosso con sferico o perlomeno inseparabile il colore rosso dalla forma sferica. Per lui è valida la proposizione "tutti gli oggetti rossi sono sferici" ammesso che sia in grado di distinguere fra i due predicati. Per un osservatore esterno, al contrario, rosso e sferico non si implicano assolutamente e l'enunciato "tutti gli oggetti rossi sono sferici" è semplicemente falso.
Ad un primo livello i combattenti Vietcong e Nordvietnamiti erano sia comunisti, che combattenti per la liberazione e la riunificazione col Vietnam del sud. Il nemico americano però li identificava come nemici da combattere solo in quanto comunisti e certamente entrò in guerra non contro un nemico che voleva riunificare il suo paese, ma contro il nemico comunista identificato come nemico in quanto comunista.
Per i Vietnamiti la lotta di riunificazione era una lotta di liberazione antimperialista e comunista e queste connotazioni, come gli obiettivi ad essa associati, erano, per ragioni storiche, ideologiche, culturali, strutturalmente ed ideologicamente unificate, inseparabili fra loro in misura tale da non poter disgiungere il predicato di "liberatore" da quelli di ‘antimperialista' e di ‘comunista'. I Vietnamiti giudicavano se stessi dall'interno mentre gli Americani li giudicavano dall'esterno. Per i secondi i due predicati erano oggettivamente disgiunti in quanto tali ritenevano possibile è approvavano un Vietnam riunificato ma non comunista. La richiesta americana di una riunificazione non comunista come condizione di ‘non-guerra' per vietnamiti era semplicemente inconcepibile.
Paradossalmente l'identità americana aveva caratteristiche simili. Per una pluralità di motivi, per gli americani, l'identità americana era inseparabile dall'identità liberale e democratica. L'America era nata, come una confederazione di stati indipendenti, liberali e democratici dopo una guerra di liberazione. I due eventi, la guerra d'indipendenza e la rivoluzione liberale, così vicini nel tempo e con un'intima e stretta comunanza d'ideali, avevano fatto sì che per l'americano, per la cultura americana l'acquisizione dell'indipendenza e dell'identità americana fosse indistinguibile dall'identità liberale e democratica. Del resto il colono americano aveva già imparato (non in maniera generalizzata ovviamente e non in tutti gli stati ) nei villaggi, nelle contee a decidere votando e a riporre nel voto sia il potere che la legittimità del potere. Tutto ciò prima e durante la guerra d'indipendenza. Per gli americani, per tutti i cittadini americani, democratici o repubblicani, civili o militari, essere Americani ed essere liberali, essere democratici, essere anticomunisti costituiva un'unica indistinguibile, inscindibile identità. Erano nati come americani liberali e democratici creando un sistema del tutto nuovo che non aveva precedenti, e in esso ponevano legittimità e credo. Per tutti loro, che non avevano mai generato nessun Hitler e nessun Stalin, che avevano combattuto in Asia e in Europa nazismo tedesco, fascismo italiano e nazionalismo totalitario giapponese, che da decenni erano in guerra con il totalitarismo comunista, l'identità americana era inseparabile da quella liberal-democratica.
I due nemici non potevano comprendersi e non si compresero. Per gli americani il nemico era tale non perché avesse obiettivi di riunificazione e di liberazione ma perché era comunista. L'identità da combattere era quindi l'identità comunista. Un'identità che per gli Americani era totalmente disgiunta dall'identità di forza liberatrice. Sfortunatamente per i vietnamiti del nord, come per i Vietcong, questi due predicati erano inseparabili.

Si trovarono così in lotta due eserciti e due popoli in possesso di una forte identità. Gli americani combattevano nei nemici la componente antiliberale e comunista, mentre erano assolutamente disponibili a concedere la riunificazione. Disgraziatamente per loro, i nemici non potevano disgiungere riunificazione e liberazione antimperialista-comunista. Per essi un Vietnam liberato all'insegna di una democrazia occidentale era semplicemente insensato. Un dialogo fra sordi, fra culture e identità che non potevano né parlare né comprendersi. Una guerra che non poteva concludersi che con una resa dell'uno o dell'altro.

Soggetti
Americani e Vietnamiti non erano gli unici protagonisti della guerra.
Fu una guerra combattuta con le armi, con le parole, con le discussioni nel mondo intero. Soggetti più attivi e interessati erano gli abitanti, i partiti, i movimenti, i poteri delle nazioni confinanti che finirono per essere travolti dalla guerra. La Cambogia, il Laos, la Cina, la Tailandia, che con la presenza al suo interno di una forte forza ribelle comunista, temeva il contagio e di essere futuro terreno di scontro fra il mondo libero e mondo comunista, qualora il comunismo fosse prevalso in Vietnam. Tutto il mondo poteva attraverso la televisione, i giornali seguire gli eventi, interpretarli, giudicarli. In questo senso fu una guerra assolutamente nuova.
I paesi comunisti in particolare Cina e Urss affrontarono la guerra in inimicizia fra loro, L'URSS alleato e prezioso fornitore di aiuti e armi per il Nord Vietnam, la Cina in posizione ambigua, alleata del Vietnam in quanto a ideologia ma sospettosa per tradizionale inimicizia fra i due popoli, sospettosa per l'aiuto e l'amicizia dimostrati dal ‘nuovo' nemico Russo con il quale era in aperta controversia.
L'Europa costituì un caso a sé. In quanto democrazie liberali, in quanto nazioni minacciate dagli eserciti dell'URSS e difese dagli americani, in quanto membri della N.A.T.O. erano naturali alleate degli U.S.A. ma tutte queste motivazioni non si concretizzarono in una vera alleanza; anzi l'Europa, in fondamentale disaccordo con l'intervento armato dell'alleato, fu più critica che favorevole. Una critica che si concretizzò in una costanza di giudizi profondamente avversi soprattutto nella parte più politicamente attiva e culturalmente elitaria della popolazione, ideologicamente di sinistra e, almeno in Francia e in Italia, come comunista o ideologicamente vicina al comunismo, fortemente nemica all'America, giudicata potenza imperialista e anticomunista. Fu una ferma, costante, tenace inimicizia che si manifestò per tutta la durata della guerra e si concretizzò in una forte e feroce attività anti-americana con cortei, manifestazioni, pubblicazioni, dibattiti. Molto minoritarie, totalmente assenti sulle piazze, nei cortei di protesta furono le minoranze che mantennero per tutta la guerra un atteggiamento filoamericano.
Anche per l'antiamericanismo europeo, italiano e francese in particolare, sarebbe utile una ricerca d'identità per evidenziarne l'identità in primo luogo e l'enorme distanza che separava la loro opposizione alla guerra e quella messa in atto dai cittadini americani (coi quali i filocomunisti europei cercarono inutilmente un apparentamento "pacifista" legittimante) in secondo luogo, ma tutto ciò porterebbe troppo lontano.
E' evidente comunque - ed è facilmente leggibile in tutto ciò che accadde nei paesi non belligeranti - che la guerra in Vietnam fu uno dei tanti episodi di guerra fra le due visioni del mondo emerse come egemoni dopo il secondo conflitto mondiale. I vietnamiti combatterono una guerra locale condizionata dal più vasto scontro delle due ideologie.

Soggetti politici furono naturalmente i vietnamiti del nord, quelli del sud, i vietcong e gli americani. Se poche distinzioni si possono fare all'interno dei primi tre politicamente ideologizzati verso società armoniose, non si può assolutamente parlare degli americani come un soggetto omogeneo, come del resto deve accadere in tutte le buone democrazie. Soggetti politici furono i militari, i soldati e i comandi; soggetti furono i cittadini americani, i parenti dei soldati al fronte, i cittadini che temevano l'imminente partenza o l'imminente trasferimento in zona di guerra dei loro figli, dei loro nipoti dei loro fidanzati; soggetti furono i parenti dei morti, i parenti dei soldati tornati menomati o distrutti nel fisico e nell'anima.
I cittadini americani si spaccarono politicamente pro e contro la guerra, pro e contro la continuazione della guerra, pro e contro le possibili condizioni di pace e, pur nelle loro profonde spaccature di obiettivi e motivazioni, la lotta si svolse del tutto all'interno dello spazio politico democratico e liberale, secondo le regole concordate della democrazia. La guerra in Vietnam non fu solo il primo conflitto mediatico che, attraverso televisioni e giornali, entrò quotidianamente in tutte le famiglie suscitando una partecipazione attiva, ma fu anche il primo grande conflitto in cui democrazie e totalitarismi comunisti mostrarono il tipo di cittadinanza, di partecipazione, di influenza disponibile per i loro cittadini.
Ogni soldato vietnamita o Vietcong combatté così contemporaneamente due guerre, venendosi a trovare in una condizione simile ai soldati neri dell'esercito americano. Ciò che per la cultura Vietnamita era le identità a cui erano indissolubilmente legati, la volontà di riunificarsi, espellendo lo straniero americano imperialista e la volontà di costruire una società comunista, per il resto del mondo erano perfettamente separabili. La giusta rivendicazione d'indipendenza ipocritamente, ostentatamente, continuamente invocata come bandiera fu solo un paravento per l'efficace propaganda di quella cultura comunista e antimperialista che seppe così bene far breccia anche all'interno del dibattito politico del mondo libero. Il mondo guardò comunque alla guerra anche come a un episodio dello scontro fra l'alleanza del mondo liberale e quella del mondo comunista. In questo l'interpretazione americana veniva almeno parzialmente accettata dal resto del mondo.

Vittoria e sconfitta
Il tipo di potere, il rapporto con la gerarchia e in generale dei sottoposti influenza non solo la percezione e le conseguenze ma anche il giudizio di vittoria e di sconfitta.
Che il termine vittoria e sconfitta nascondano graduazioni è ovvio. Gli aggettivi che accompagnano le due parole, tipo "Grande vittoria", "Pesante sconfitta", locuzioni ormai abituali come "Vittoria di Pirro", spiegazioni aggiuntive del tipo "Rimase padrone del campo ma subì perdite enormi per cui....". Termini come "Ritirata strategica", "Cambio di strategia" ecc. non solo ci dicono molto circa la valutazione di una sconfitta o di una vittoria, ma ci dicono pure quanto sia interpretabile lo stesso giudizio di vittoria e di sconfitta. Interpretabile e multiplo.
A queste considerazioni si aggiunge il fatto che spesso i protagonisti combattono guerre diverse e plurime, più guerre in un'unica guerra, più attori differenti con plurime motivazioni. Anche queste circostanze ci indicano che l'esito non può essere ridotto ad unico vincitore ed ad un unico sconfitto ma di ciò parleremo brevemente più aventi.
Preme subito sottolineare che il problema qui posto è di tutt'altra natura, in quanto, al di là dei criteri militari e tecnici, ossia di chi dettò e di chi subì le condizioni della cessazione della guerra, va ben oltre spingendosi dalla guerra al dopoguerra e allargando le sue considerazioni alle società, ai sistemi politici, alle identità. I possibili giudizi su una guerra, una vittoria, una sconfitta se da una parte concernono la varietà dei possibili significati dei termini, dall'altra devono giudicare circa le interazioni con il potere in funzione del tipo di potere.
Al di là della molteplicità delle considerazioni e degli attori è quindi non solo importante ma decisivo valutare l'importanza dei fini e delle conseguenze, riuscire a valutare ciò che vien perso e da chi, cosa muta e per chi, cosa si acquista e chi lo acquista. Perdere una guerra significa spesso subire un'occupazione, perdere sovranità, mutare sistema politico di governo e governanti, leggi, costumi, cultura, identità, dovendo accettare quelle del vincitore. Comunque sia valutabile una perdita anche parziale della propria identità è una sopravvenienza di enorme importanza e l'identità può essere persa non solo perdendo una guerra, ma anche vincendola.

Guerra e dopoguerra
Ogni guerra ha un suo dopoguerra spesso non meno drammatico per i vincitori che per i vinti. Si pensi al dopoguerra della Germania perdente nella grande guerra (crisi, povertà, nazismo) e a quello nell'Italia vincitrice (fascismo), si pensi all'Algeria e alla Francia dopo la guerra di liberazione dell'Algeria.
Nel dopoguerra continuano le interazioni fra i belligeranti con trattati, pegni, castighi, occupazioni, campi di prigionia, processi, scambi di prigionieri, pretese di perdita o acquisto di territori, pagamento dei danni ecc. e all'interno delle nazioni continuano le interazioni fra i vari individui, tra i poteri, tra le gerarchie, dei poteri, tra cittadini e poteri.
In realtà il dopoguerra o ciò che viene denominato dopoguerra e che dovrebbe riferirsi alle conseguenze generali dovute alla guerra, tende a ridurre il proprio significato. Il dopoguerra finisce quindi per denotare non un insieme di conseguenze intimamente legate alla guerra ma un periodo di tempo che inizia quando la guerra finisce.
Le cose non stanno così naturalmente, il dopoguerra non comincia quando finisce la guerra e quindi con la pace, ma trova le sue radici, prima, durante e dopo la guerra. Ogni nazione prepara il suo dopoguerra molto prima con la pratica politica, con la sua capacità di creare, mutare adeguare i propri significati e i modi del proprio convivere.

La forma di governo
La forma di governo influisce sulla decisione di guerra, sulla condotta, sulla sua valutazione. La rivoluzione francese conclude il suo balletto di legittimazioni con Napoleone e Napoleone era quanto di più simile ai vecchi sovrani poteva generare una rivoluzione politica e sociale di quella portata. Se il grande problema della rivoluzione francese fu la legittimazione del nuovo potere, l'Imperatore Napoleone soffrì dello stesso problema. Il suo deficit di legittimazione era l'esito di una rivoluzione che in un certo senso pareva essere tornata al punto di partenza, senza aver risolto i problemi di legittimazione del potere democratico. Napoleone sapeva perfettamente che la legittimità del suo potere poggiava sulla rivoluzione (il cui attore era stato il popolo) e sul popolo. Sapeva che su se stesso ossia sulla sua capacità di comando sul campo di battaglia i francesi riponevano l'identità che si erano dati con la loro rivoluzione. Sapeva che i re (quelli legittimati dalla tradizione, da dio) potevano vincere o perdere, mentre lui doveva vincere.

Una situazione del tutto nuova si crea con la nascita della democrazia e la democrazia moderna nasce negli Stati uniti d'America. Una democrazia, praticata ormai da più di due secoli, salda e metabolizzata da tutti i suoi cittadini come identità americana. Una democrazia mai interrotta, mai messa in dubbio che non ha creato mostri come Mussolini, Hitler, Lenin e Stalin, né orrori come il nazismo e il comunismo e che mai si trovò nella condizione di affrontare problemi di legittimità del suo potete democratico. Cronologicamente troviamo prima una guerra d'indipendenza, una vittoria, la nascita di una pluralità di costituzioni, la federazione degli stati indipendenti e infine la costituzioni democratica degli Stati Uniti d'America ma in realtà i cittadini Americani già praticavano la democrazia, già praticavano il voto per decidere i rappresentanti, la costruzioni degli edifici pubblici, i libri della biblioteca molto prima della guerra d'indipendenza, durante la guerra d'indipendenza e durante il periodo tra dichiarazione d'indipendenza e costituzione repubblicana e democratica.
Il cittadino Americano nasce dunque con identità americana, indipendente, repubblicana e democratica sentita in maniera strutturalmente unitaria e fondante.
Diversamente dalla rivoluzione francese la rivoluzione Americana emerse da una situazione politica del tutto diversa da quella francese e in genere del tutto diversa e nuova rispetto a qualsiasi altro stato esistente.
Nella Francia rivoluzionaria lo spazio politico è tutt'altro che omogeneo. Non lo occupano cittadini fra loro politicamente uguali ma un re assoluto legittimato da dio ( e quindi da un'entità al di fuori dello spazio politico), un patriziato, un clero e un terzo stato. Nulla di ciò negli stati americani. Tralasciando per ora lo statuto politico della monarchia costituzionale inglese di cui comunque i cittadini delle colonie si riconoscevano sudditi, in America non esiste patriziato, non esiste un clero, ma una pluralità di confessioni che proprio con una pluralità di ministri; accanto a cattolici romani, cattolici ortodossi, una varietà incredibile di confessioni protestanti, ovviamente, i fedeli della chiesa inglese e inoltre minoranze come cinesi, indiani ecc. Non solo non esisteva quindi.un clero con statuto politico in quanto clero ma non esisteva neppure un clero nel senso di unità di credi e d'intenti, così come non esisteva il cittadino che potesse riferirsi a ‘quel' clero e conferirgli statuto politico. La costituzione americana riconoscendosi laica, non faceva altro che trascrivere una situazione esistente che risolveva come dichiarazione di laicità e tolleranza ossia in senso profondamente democratico.
Situazione del tutto diversa quindi sia dalla Francia (clero omogeneamente cattolico, emergente come tale da una situazione di discriminazione e persecuzione di altre fedi e confessioni) che dalla madrepatria Inghilterra in cui una discriminazione cattolica era comunque presente e, fatto paradossale, il re era capo della chiesa nazionale. Situazioni da cui varie confessioni, discriminate, perseguitate e, comunque, non libere di costituire come comunità di credenti, erano fuggite in America.

I cittadini delle colonie americani nascono quindi già con un'identità di politicamente uguali con una sudditanza al lontano re d'Inghilterra ben diversa da quella dei Francesi dalla loro monarchia. Per i secondi la monarchia era il pilastro e il fondamento legittimo del loro stesso modo di essere cristiani, di essere francesi, di vivere in comune in quella società. Una legittimità che proveniva dunque da un esterno sacro e indiscutibile. Una legittimità tanto forte da pesare sugli eventi di quella rivoluzione per la quale uno dei problemi fondamentali fu la creazione di un nuovo potere e di un nuovo ordine del tutto inedito proveniente dal basso, da quel popolo di cittadini, nella cui legittimità non credevano neppure molti dei cittadini che l'avevano creato. A molti di costoro appariva addirittura impensabile, squallida, ridicola.
Il popolo che non era né colto, né intelligente, che non possedeva né educazione né cultura, che non conosceva le leggi e le necessità gerarchiche, un popolo, la cui pretesa fonte di potere, non solo sconvolgeva un'architettura concettuale vecchia di secoli e radicata nell'aristocrazia, nel clero, nelle professioni, nella burocrazia ma anche nelle stesse menti di quel popolo di cittadini che dovevano governare e fornire una legittimità a quel diritto a cui neppure loro credevano.
Lo sapeva bene l'imperatore Napoleone quando affermò che mentre i re potevano vincere o perdere le guerre senza rischiare il trono, lui doveva vincerle. Il potere dei re non dipendeva dalle vittorie e dalle sconfitte perché non dal loro esito traeva legittimità il loro diritto di sovranità, ma il suo titolo d'imperatore, acquisito con le vittorie della rivoluzione e dalla volontaria accettazione dei cittadini, poteva essere mantenuto solo dal consenso dei cittadini e quindi dalle sue vittorie. Con Napoleone i cittadini fanno il loro ingresso nelle guerre e nella loro valutazione.
Il mutamento del tipo di potere, della sua legittimità, dei fattori che la determinano muta i termini della valutazione complessiva del senso della guerra, della sconfitta e della vittoria. Lo muta perché pone il potere in una situazione del tutto nuova e perché ne altera i significati associati in misura tale da influenzare la decisione di guerra, la sua giustificazione, la condotta, gli esiti. Lo muta perché mutano le conseguenze tanto di una possibile sconfitta, quanto di una vittoria, quanto del tipo di vittoria e di sconfitta. Se in gioco è la possibile perdita del potere e non al massimo l'abdicazione allora anche questa circostanza influisce sulla decisione e sulla condotta di guerra.

Gli attori della guerra
La guerra ha molti attori: un esercito composto di soldati, un nemico composto di soldati, i cittadini di due o più nazioni, che esprimono due gerarchie di potere, due spazi politici, a cui i cittadini partecipano con minore o maggiore potere di determinazione, con maggiore o minore impegno, con una pluralità di motivazioni e obiettivi.
Non tutti questi attori vincono o perdono nella stessa maniera. La valutazione del grado di vittoria o di sconfitta è profondamente influenzato da fattori come la loro situazione, la loro organizzazione, ecc.
Si può affermare che gli attori sono molteplici e le finalità possono essere così molteplici e differenziate da essere addirittura in contrasto. Ma attori sono anche naturalmente i sistemi di potere. Se Napoleone coglieva con chiarezza il triangolo potere, guerra, vittoria nel suo sistema di potere, l'effetto del sistema in caso di democrazia è ancora più significativo.

I soldati combattono, ma chi sono i soldati? In passato si è spesso verificato che i guerrieri formassero una casta con diritti e doveri. Esonerati dai lavori nei campi per il loro status, gerarchicamente al di sopra degli altri cittadini su cui potevano esercitare un certo sopruso, obbligati, in tempo di pace, ad esercitarsi nell'arte della guerra e, in tempo di guerra, a combattere per proteggere le terre e quindi gli altri lavoratori. In sistemi di potere di questo tipo l'acquisizione del diritto/dovere di combattere in difesa della tribù, del feudo, del principato, della nazione diede modo alle classi più umili ed emarginate dal potere, di una possibile redenzione dalla loro condizione. Ciò accadde, ad esempio, anche nelle due guerre mondiali in cui molti neri americani combatterono, oltre la guerra di tutti, anche una guerra tutta loro come soldati che combattevano a fianco e alla pari coi soldati bianchi in difesa della stessa patria, della stessa democrazia contro lo stesso nemico che le minacciava.
Questa fu realmente un'occasione, in quanto difensori della nazione come gli altri cittadini, di acquisire la condizione di cittadini. Una guerra civile servì per redimerli dalla schiavitù, le guerre come soldati contribuirono all'eliminazione delle discriminazioni.
E' ovvio che in casi come questi non tutti i combattenti, pur combattendo la stessa guerra, combattevano con gli stessi obiettivi. Ciò portò a valutare gli esiti della guerra con modalità e metri differenti. I neri americani non combatterono la guerra civile e la vinsero uscendo legalmente da una condizione di schiavitù, combatterono successivamente due guerre mondiali per completare il riscatto iniziato raggiungendo almeno in parte l'obiettivo di migliorare la loro condizione di discriminati. In un certo senso combatterono due guerre l'una per se stessi e la loro gente, l'altra per la nazione. Forse le sentirono entrambe, forse sentirono come propria soprattutto la prima. Certamente potevano vincere la prima senza vincere la seconda, dove la partecipazione era già comunque una vittoria i cui effetti sarebbero stati amplificati da un esito vittorioso.
Questo è uno dei tanti esempi che testimoniano come una guerra possa essere plurale. Il nero americano che partecipava alle due guerre mondiali era portatore di fini ben differenziati di cui il primo, la sua redenzione a cittadino con gli stessi diritti del cittadino bianco, era di per sé raggiunto con una condotta onorevole in guerra.
Ma il significato della partecipazione dei neri andò oltre il significato di redenzione verso l'uguaglianza. Tale redenzione poteva in teoria avvenire all'interno di un ordinamento democratico o totalitario. Il fatto che l'America fosse una democrazia aggiungeva e mutava il significato di questa redenzione anche agli effetti della valutazione della guerra e dei suoi esiti (plurali) perché una maggior integrazione in una democrazia significava un miglior accesso allo spazio democratico e questo accesso dava a sua volta, con la sua pratica, la possibilità di una sempre maggior integrazione, di una lotta contro coloro che si opponevano.
Durante la guerra i soldati neri nella loro identità di soldati neri americani, cittadini della nazione americana che combattevano in difesa della nazione americana, di tutta la nazione americana, poterono parlare in condizioni di verità, di parità e di accettazione nei combattimenti, nelle trincee, eseguire le stesse operazioni dei loro compagni, salvarli, essere salvati, temere nel pericolo, gioire delle vittorie, raccogliere l'uno i morti e i feriti dell'altro, provando, simpateticamente e in condizioni di parità, gli stessi sentimenti, di gioia, di dolore di strazio.

Ciò che avvenne fu un interfacciamento, un'interazione continua che continuò nelle più varie condizioni per tutta la guerra trovando condizioni di minor o maggiore integrazione, simpatia ecc. ma che tuttavia continuò nelle più varie condizioni, anche nella condivisione dei sentimenti più intimi legati agli affetti famigliari e lontani. Questo interagire quotidiano continuo, ripetuto dovette essere tale da far sì che avvenisse non solo una convergenza, ma una dipendenza sentimentale e, come avviene tra amici nell'uguaglianza, divenire gli uni autovalori degli altri. Anche se questa fattiva interazione non avvenne per tutti i neri e per tutti i bianchi, avvenne in diversa misura per la gran maggioranza e poté continuare in patria nello spazio politico democratico dove veniva affermata la condizione dell'agire del singolo in condizioni di uguaglianza politica come libero cittadino che costruisce, discute la propria e l'altrui condizione di cittadino politico. Questo non poteva naturalmente accadere in maniera continua e universalmente diffusa poiché resistevano le identità di nero e di bianco, ma è significativo il fatto che potesse avvenire là dove il reduce bianco narrava delle vicende di guerra, citando come compagni i soldati i neri, il loro comportamento, il proprio, quello di altri bianchi, i sentimenti, di paura e gioia provati e visti provare. Narrazioni che il più delle volte presupponevano un'interazione avvenuta, un riconoscimento della condizione di parità politica come cittadini della nazione, un esplicito riconoscimento di "degno di essere pari cittadino politico" ottenuto nelle condizioni più significative in quanto ‘soldato che combatte per la nazione'. Sentimenti questi non certo condivisi da tutti ma che comunque, anche se non condivisi e accettati da questo o quell'individuo, questo o quel gruppo, rendevano pubblico che, al contrario, altri cittadini bianchi come loro, riconosciuti da loro come loro pari politici, non solo nella legalità astratta della legislazione ma nella pratica pubblica e politica quotidiana, accettavano come assolutamente normale la parità politica fra neri e bianchi e il loro diritto di essere cittadini a tutti gli effetti e quindi in diritto di parità politica.
La guerra curò quindi e allargò lo spazio politico democratico. Spazio politico democratico che è il luogo, l'unico luogo dove si esercita la condizione di cittadini, ossia si discutono, criticano, elogiano, analizzano stabiliscono le regole di convivenza tra individui e stato, tra gli individui come cittadini, come operatori economici ecc. Dove in definitiva si danno definizioni e significati, si esprimono giudizi, si agisce politicamente. Un agire politico che assume un significato del tutto eccezionale in occasione di guerra.

L'esercito
L'interagire ebbe molti soggetti e tra questi l'esercito che non fu né poté essere un monolite ma che anzi nell'interagire coi vari soggetti circa la guerra, i suoi significati, i comportamenti dei soldati e dei loro comandanti conobbe una disarticolazione profonda fra comandi e soldati, tra comandi e cittadini in patria, tra soldati e cittadini in patria, a loro volta divisi e politicamente nemici.
Tutti costoro dal più alto ufficiale al soldato senza gambe dovettero costruire nuovi sistemi di significato e di giudizio per sopravvivere, come americani e cittadini di una democrazia, ai nuovi eventi mentre, intorno a loro, la società dei cittadini elaborava con loro quegli stessi lutti, quegli stessi eventi nello spazio politico mettendo in crisi il vecchio sistema di significati e giudizi ed elaborandone uno nuovo con giudizi e significati gridati, esposti nelle piazze, nelle riunioni, nell'impegno caritatevole, nell'assistenza, nel parlamento.
Interlocutori furono i cittadini in patria, e i cittadini del mondo, i media, i giornalisti, i soldati, gli ufficiali, i generali e gli alti comandi, le elite culturali e politiche, i parenti dei soldati, i cittadini degli altri paesi, la divisione del mondo nello scontro fra mondo libero e mondo comunista. Nuovo, radicalmente nuovo e importantissimo, fu soprattutto come soggetto attivo il sistema d'informazione, la sua spettacolarizzazione con uso di tecniche drammatiche e pubblicitarie che amplificarono enormemente e in maniera molto differenziata le attività dei vari soggetti. Nuovi importantissimi soggetti furono coloro che ebbero la disponibilità di usare questi nuovi metodi, che ebbero la necessaria mobilità per poterli usare al fronte o nelle retrovie, che seppero usarli, che seppero adeguarsi alla loro potenza, che poterono influenzarne l'uso e i significati convogliati.
I comandi, (tutta la catena dei comandi) dovettero constatare e assimilare non solo che le loro azioni di guerra erano costantemente monitorate e giudicate alla luce di una varietà di principi e di giudizi in parte pregiudizialmente e ideologicamente ostili, ma anche constatare e accettare che il loro sistema di significati e giudizi era in se stesso ideologico o percepito come tale almeno da una parte dei giornalisti e dei cittadini in patria. Ugualmente dovettero constatare che giudizi e accuse, (non solo provenienti da soggetti esterni nemici o amici ideologici) ma anche da una parte dei cittadini in patria e dei giornalisti al fronte venivano espressi in una maniera tale da apparire, almeno a loro giudizio, antiamericani a tutti gli effetti.
Vennero monitorati i comportamenti dell'esercito americano e dell'esercito nemico. Accanto a cronache neutre o compatibili con le versioni ufficiali, soldati e generali dovettero imparare a convivere con atteggiamenti e critiche ferocemente accusatori. Accuse infamanti e sentite come tali, accuse di comportamenti criminali contro il nemico, accuse per comportamenti in totale disprezzo dei diritti umani, accuse di torture. Dovettero imparare a difendersi ma anche a riflettere, a cercare il senso di ciò che stava avvenendo, di ciò che stavano facendo, di tutta quell'assoluta novità che vedeva molti americani accusare il loro esercito dei più nefandi delitti. Dovettero assistere a corrispondenze feroci, ad articoli, libri e film che accusavano soldati e comandanti di furiosa barbarie non solo contro il nemico ma anche contro l'inerme popolazione civile anche se spesso era un'indistinguibile, mascherata, finta popolazione civile. Dovettero assistere ad accentuazioni ed esagerazioni che dovevano loro apparire come esasperate, monomaniache, tanto impietosamente furiose da rifiutare di comprendere quale fosse l'effettiva e tragica situazione dei soldati in guerra. Non poterono quindi che riflettere e ancora riflettere su se stessi, come uomini e come soldati, sulle situazioni, sui loro comportamenti, sui loro comportamenti nelle varie situazioni; confrontarsi fra loro come soldati, come cittadini di una democrazia liberale e come americani. Confrontarsi e ancora continuare a confrontarsi; interagire con i loro critici, difendendosi e accusandoli in un gioco che comunque, nel suo evolversi, portava a ribadire le loro ragioni ma anche a conoscere, affrontare e, almeno parzialmente, capire le ragioni degli altri, dei molti altri, amici o nemici, elaborando così complessivamente, loro e i loro critici, nel gioco democratico dell'accusa e della difesa reciproca, dell'accusa e della smentita reciproca, l'evolversi dei nuovi significati in relazione ai vecchi concetti di patriottismo, di democrazia, di guerra, di confini del lecito e dell'illecito, di valori, di regole in un alternarsi di soggetti e regole che andavano formandosi, disfacendosi, riformandosi con l'evolvere degli eventi, dei confronti, delle loro stesse riflessioni.

Dovettero ammettere che molte delle accuse erano vere. Constatare che ciò che stava accadendo era del tutto nuovo, che non c'era stata un'altra guerra come quella che stavano combattendo. Precedentemente al Vietnam non c'era stato un altro Vietnam in cui i giornalisti, gli addetti alle riprese registrassero impietosamente comportamenti al fronte contro il nemico, al fronte, contro la popolazione civile, sulle retrovie del fronte contro il nemico e la popolazione civile in una guerra in cui tutto era fronte e retrovia, in cui ovunque c'erano operatori dell'informazione per nulla disposti a tacere, a nascondere, ma anzi pronti a rappresentare, ad amplificare, a disputare sui loro comportamenti.
Generali e soldati dovettero sentirsi e si sentirono con le mani legate. Certamente dovettero giudicare che non si poteva portare avanti una guerra in quelle condizioni. Condizioni che a giudizio di un precedente modo di vedere le cose, quando ancora i media non erano presenti sul campo di battaglia, pronti a documentare e giudicare, non erano sottoposti a giudizio se non al loro interno e che ora impedivano all'esercito di combattere la loro guerra coi loro metodi. Comandi e soldati dovettero certamente sentirsi fra una molteplicità di fuochi: il fuoco nemico, il fuoco di una parte della popolazione civile e pronta a comportarsi come il nemico, il fuoco amico in patria, pronto, efficace e non meno micidiale che quello nemico, che, spinto da ragioni di opposizione alla guerra e ai suoi metodi, di opposizione ad azioni illegali e criminali, da ragioni umanitarie, compassionevoli, dai morti, dai mutilati, reagiva opponendosi, scandalizzandosi, chiedendo comportamenti civili, manifestando per queste idee a fianco di altri oppositori e nemici americani i cui obiettivi erano, o perlomeno dovevano apparire ai militari, come pregiudizialmente ostili all'esercito, alla cultura militare, alle pratiche, ai comandi, alle azioni che comunque l'esercito doveva mettere in opera per assolvere quei compiti e doveri, non illegali, non criminali, ma semplicemente militari che la nazione americana, che la democrazia americana aveva loro chiesto e affidato.

Una situazione incandescente, in rapidissima evoluzione che non permetteva certo giusti tempi di riflessione ma che obbligava comunque i militari a riflettere e a pensare che in simili condizioni non potevano assolvere il compito primario affidatogli che era quello di vincere. Una situazione esplosiva che forse in altre democrazie sarebbe sfociata in una ribellione, in un tentativo di rovesciamento di quella democrazia che li metteva così in difficoltà. Ma nulla di tutto ciò avvenne né fu concepito e questo è significativo. Ciò che avvenne fu invece l'elaborazione di un nuovo sistema di significati di cui la democrazia in tutti i suoi componenti si alimentò.

L'esercito dovette confrontarsi con ciò che rispetto ad esso era un mondo esterno non ristretto ai concittadini in patria, ma esteso a tutto il mondo. Gli alti comandi, i soldati semplici, i comandanti intermedi, gli stati maggiori, i centri operativi: tutti costoro dovevano avere come obiettivo comune di vincere e di sopravvivere integri alla guerra, a tutti i costi e nei limiti concessi all'esercito, limiti che in precedenza erano stati relativamente ampi perché diversi erano i tempi, diversa l'indipendenza operativa, diversa la possibilità di occultare e minima di doversi confrontare. Di colpo questi confini furono occupati e sia i soldati che i comandi dovettero imparare a convivere con la consapevolezza di dover rispettare certe regole di combattimento, cosa non da poco perché non solo rendeva più difficili, ma spesso rendeva impossibile raggiungere gli obiettivi.
Non solo i soldati e i loro superiori, ma anche i parenti dei soldati in patria furono chiaramente consapevoli che certe critiche e certi comportamenti di" umanità" e di "civiltà" avrebbero messo in pericolo sia l'obiettivo del vincere sia l'incolumità dei soldati e con ciò dovettero imparare a convivere. I comandi resistettero con più o meno energia ma dovettero comunque almeno parzialmente attuare quelle norme di comportamento che mettevano maggiormente in pericolo sia gli obiettivi sia la sicurezza e la vita sia dei loro soldati. Norme che comunque avevano le loro giustificazioni e le loro ragioni d'essere in opposizione ad altre norme e comportamenti inaccettabili in una società di diritto, portati alla luce da altri americani, attuando diritti democratici di trasparenza e informazione, necessari al suo funzionamento, giacché non si possono elaborare giudizi senza le informazioni e, quindi, non si può innescare ed alimentare tanto il dibattito democratico, quanto quell'elaborazione di significati che sta alla base della democrazia. Ragioni, quindi, vitali per una democrazia anche in condizioni così difficili, anche sapendo che al fronte i soldati e in patria i parenti dei soldati dovevano maggiormente soffrire e temere per l'esito delle azioni e la loro incolumità.
Gli stessi timori accomunarono sia i soldati che mogli, madri, padri a casa. Il gruppo dei parenti dei soldati al fronte crebbe enormemente durante il conflitto. Un conflitto che mentre procedeva creava sempre nuovi morti, nuovi feriti, nuovi reduci dilaniati permanentemente nel corpo e nell'anima.

A casa molti americani convissero molto male con l'accusa di imperialismo lanciata dall'interno e dall'esterno, non solo da forze, organismi, nazioni e individui, nemici in quanto vicini alla cultura comunista ma anche all'esterno e all'interno da culture amiche in quanto democratiche. Vecchi alleati si mostrarono nuovi diffidenti nemici. Anche l'Europa mostrò ben poca comprensione e partecipò spesso in massa a furibonde marce di protesta dove le accuse e gli slogan erano diretti contro gli americani in quanto americani, non distinguendo neppure fra americani e americani. Molti americani favorevoli alla guerra non capirono. Sapevano che anche le nazioni alleate europee erano democrazie, sapevano che in democrazia la libertà di manifestare è vitale ma non comprendevano come l'America potesse essere invocata al fronte berlinese come nazione amica in grado di difendere l'Europa dalla minaccia comunista e contemporaneamente così vilipesa quando la stessa difesa veniva messa in atto in Vietnam. Il fronte nemico esterno si compattava con quello interno, riunendo, sotto un unico gruppo di pressione, famigliari delle vittime, famigliari dei combattenti, pacifisti, nemici dell'America, comunisti e sinistra mondiale. Bene o male in Europa (e soprattutto in Italia) andava consolidandosi quella cappa di antiamericanismo che era parte fondamentale dell'egemonia culturale della sinistra simpatizzante col comunismo.
Come si è già detto, non ci fu per l'America un altro Vietnam prima del loro Vietnam. Le esperienze degli stati maggiori, degli uomini politici in relazione ai comportamenti e alle relazioni tra esercito alleato e partigiani, tra esercito e popolazione civile, tra esercito alleato ed eserciti dell'asse era stato di tutt'altro tipo perché in questo caso partigiani e popolazione erano alleati. Ciò nonostante l'esercito alleato per fiaccare il morale della popolazione civile e più in generale del nemico non aveva esitato anzi aveva esplicitamente a questo scopo bombardato la popolazione civile delle città italiane, tedesche, giapponesi. Simili operazioni divennero impensabili in Vietnam senza che un dibattito infuocato si accendesse immediatamente col preciso proposito di mettere sotto accusa i comandi dell'esercito. E, in effetti, simili operazioni verrebbero oggi a ragione classificate come stermini di civili. Allora non accadde e prevalse la logica del vincitore e non solo perché i media non erano altrettanto presenti. In ogni caso prevalse un tipo di giudizio che tendeva a giustificare le azioni dell'esercito alleato come reazioni adeguate al raggiungimento degli obiettivi e giustificate dalle azioni dell'esercito nemico, dai brutali comportamenti degli eserciti tedeschi, italiani e giapponesi, dai loro bombardamenti, dal barbaro trattamento a cui erano sottoposti i prigionieri alleati in Giappone, agli selvaggi stermini di civili in villaggi e città cinesi. Il principio che allora pareva comune e sottinteso era che i giudizi dovessero avvenire in base a regole comuni sia per i soldati alleati che per il nemico.
La guerra in Vietnam cambiò tutto il sistema di giudizi e l'addivenire dei mezzi di comunicazione di massa accomunò in un'incredibile omologazione tutto il nuovo sistema che poggiava su un relativismo culturale del tutto estraneo alle precedenti guerre. Un relativismo ostico particolarmente per il mondo militare, che per l'adempimento delle sue funzioni doveva coltivare i suoi valori di obbedienza, comando, coraggio, sacrificio, disciplina, onore, antitetici a quelli della democrazia dove tutto è discussione, contestazione, movimento, apertura e in definitiva pluralità e che, comunque sollecitato, non poteva né cedere alla democrazia, intesa come democrazia all'interno del suo mondo, né alla cultura del relativismo che pur essendo culturalmente egemone non poteva che minare in profondità la ragion stessa d'essere dell'esercito.

Dunque resistenza a quella cultura che avrebbe distrutto la struttura stessa e le finalità dell'esercito ma attenzione e dialogo.
I militari, i politici, gli stati maggiori, la popolazione dovettero imparare a dialogare e questo fu certamente difficile quando l'interlocutore per il quale i criteri di giudizio con cui venivano giudicati i loro comportamenti in guerra erano profondamente diversi dai criteri con cui venivano giudicati e tollerati quelli del nemico.
Sembrava quasi che in certi ambienti in patria e all'estero, sui giornali, come sulle tivù di nazioni alleate o nemiche, le atrocità commesse dal nemico non venissero percepite e se percepite, venissero accettate, giudicate, quasi giustificate con una tolleranza culturale e storicistica che sconfinava in una sorta di preventiva comprensione e assoluzione, mentre atrocità minori a carico dei loro soldati, dei loro comandanti dell'esercito venivano in primo luogo non solo morbosamente cercate, con testarda perseveranza, reclamando il diritto all'informazione ma, una volta individuate, processate mediaticamente e portate al giudizio morale non solo dei concittadini americani, ma di tutti i cittadini del mondo in una sorta di gara che doveva certamente apparire nettamente connotata di antiamericanismo e antipatriottismo: al nemico si concedeva e si perdonava, il suo comportamento non veniva visto o, se visto e conosciuto, veniva analizzato e quindi giudicato nell'ambito di un paradigma di relativismo culturale che portava inevitabilmente, a parità di comportamenti, da una parte ad un'assoluzione e dall'altra ad una condanna il cui senso si riassumeva in "I soldati americani devono comportarsi con criteri degni di una nazione democratica e liberale, per loro devono valere comunque e sempre le regole del diritto e, se ciò non è possibile, è preferibile la sconfitta e il ritiro".

L'esercito seppe accettare e assimilare anche questa asimmetria certamente odiosa agli occhi non solo dei soldati e dei loro comandanti che per essere fedeli a questa severe regole d'ingaggio rischiavano molto di più e questi rischi si chiamavano morte, mutilazione, invalidità, dolore, non solo agli occhi dei famigliari a casa che si chiedevano perché mai i loro figli, i loro mariti, i loro parenti dovessero fare la guerra con regole che li esponeva maggiormente ai pericoli rispetto al nemico, ma anche agli occhi di coloro che rimanevano favorevoli alla guerra e vedevano ogni giorno tornare in patria i morti, i mutilati nel corpo, i mutilati nell'anima mentre al fronte i combattenti, dal fante ai gradi più alti, venivano giorno dopo giorno permanentemente monitorati, severamente giudicati e tenuti in odore di criminalità.
Tutti i soggetti, esercito soldati parenti dovettero imparare dolorosamente che loro, come i loro parenti al fronte, erano "cittadini" americani, cittadini di una democrazia, della più antica e collaudata democrazia del mondo e che questa identità di americani intimamente intrinsecamente unita a quella di democratici e liberi cittadini, non solo consentiva quei giudizi, ma li richiedeva in coerenza proprio a quella identità.
Ciò che accadde fuori e dentro l'esercito al fronte, nei parlamenti, nelle piazze fu qualcosa di emergente e completamente nuovo. Nuovi i comportamenti, nuovi i significati, nuovi gli eventi da comprendere, da discutere da elaborare, nuove le ragioni da far proprie e da accettare, nuovo il concetto di vittoria che non esplicitato si afferma comunque nella convinzione che vincere significa, sopra ogni altra cosa, confermare comunque l'integrità della democrazia. Con ciò non viene deciso un comportamento definitivo ma un orizzonte entro il quale competere.
Eppure fu proprio quello il terreno fertile in cui la nazione si ritrovò unita. Non un'unione pilotata da un potere o più poteri, ma un'unione che proveniva dall'identità comune di cittadini liberi in una democrazia liberale. Un'identità così radicata, così profondamente assimilata in ogni comportamento da rendere addirittura inconcepibile che un qualunque evento anche traumatico potesse metterla in dubbio. L'America non ha mai generato dittatori, colonnelli, generali; neppure li ha sognati, neppure li ha favoleggiati. Né tanto meno ha generato mostri come lo Stalinismo, il comunismo, il nazismo di cui fu tanto prolifica la colta Europa, che ha invece generato incessantemente rivoluzioni, uomini forti, utopie sanguinarie sull'ampio solco scavato dalla rivoluzione Francese. Non lo ha fatto né in tempi tranquilli né durante la tremenda guerra civile né in crisi come quella del ventinove e non lo ha fatto per la guerra in Vietnam quando in molte democrazie sarebbe risuonato forte la richiesta dell'uomo forte. Questo è senz'altro notevole e significativo, ma non meno notevole fu la capacità di crescere e rafforzarsi democraticamente durante e dopo la guerra in Vietnam. Ciò che successe in Vietnam e nella madrepatria sia in guerra che nel dopoguerra non era mai successo né in America né altrove. Non ci fu un Vietnam precedente al Vietnam. E nessun paese, neppure l'America aveva in precedenza potuto o dovuto confrontarsi con una situazione così ardente, così nuova come quella generata anche dal nuovo e sconosciuto esplodere della potenza dei mezzi mediatici.
Generali, sevizi segreti, politici, intellettuali, giornalisti, soldati, scrittori, registi non poterono concepire la nazione e se stessi al di fuori della democrazia liberale. Il tremendo confronto fra pace e guerra, tra esercito e suoi feroci critici trovò quel terreno comune per un confronto duro e feroce ma contenuto comunque all'interno dello spazio politico liberale e democratico, che gli americani inventarono inventando se stessi e tornarono in quei giorni a inventare elaborando quei nuovi significati con cui la democrazia e lo spazio politico potessero comprendere, distribuire, assorbire i nuovi eventi.

La democrazia americana seppe superare anche questo stress.
Ci riuscì perché era una democrazia antica, con cittadini che non avevano mai conosciuto o concepito altra forma di governo se non la democrazia, e quindi lo scontro di opinioni fra i soggetti politici e quindi il diritto di essere cittadini. Un diritto che andava costantemente praticato e consolidato e comprendeva, necessariamente, come fattore importante il diritto di essere informati per poter emettere con maggior consapevolezza giudizi, per entrare in contrasto, per manifestare i propri sentimenti di approvazione, di disapprovazione sia verso l'autorità sia verso gli altri soggetti per contraddirli, per provocarli nelle conversazioni private come nei dibattiti e nelle manifestazioni pubbliche, all'interno delle case nel pubblico spazio politico, fossero essi gruppi, più o meno distributivi, partiti, movimenti o singoli cittadini, soldati e parenti dei soldati, reduci.
Solo in queste condizioni, anche se martellanti, anche se irritanti, si realizza quell'identità di patria di libertà e democrazia, che consentono quell'elaborazione di nuovi significati indispensabile per affrontare e superare periodi tanto difficili senza strappi di tali profondità da spingere le azioni al di fuori dello spazio politico.
Solo in virtù di questo profondo dibattito l'America poté, riportato l'esercito in patria, ripartire senza perdere l'identità e avendo trasformato lo spazio politico in misura tale da sopportare quei dolori, quei rancori, quelle inimicizie, inevitabili in situazioni tanto logoranti e dolorose, quei rimpianti, quei giudizi che potevano, in quel nuovo quadro di significati, essere comunque rinnovati e ridiscussi confrontandosi. Sempre secondo le regole di libertà e responsabilità che consentono allo spazio politico liberale e democratico di svolgere la sua funzione.

Di tutt'altro genere furono le dimostrazioni antiamericane in Europa come nel resto del mondo. I dimostranti comunisti e progressisti si sentivano alleati dei cittadini americani che dimostravano lottavano democraticamente contro la guerra e certamente influenzarono con le loro azioni l'esito della guerra. Ma il significato dell'agire degli americani e degli europei contro la guerra fu del tutto diverso. La somiglianza fu insignificante anche se influente. Questa enorme diversità va ancora cercata nei significati. I dimostranti americani, sia i pacifisti che volevano por fine alla guerra comunque e per questo dimostravano, discutevano, sia coloro che si opponevano al ritiro praticavano il loro spazio politico, senza remore, costruivano assieme in quel rapporto di scontro democratico, che caratterizza lo spazio politico democratico, i nuovi significati di cui dotarsi in quanto cittadini per poter continuare a praticarlo, a sentirlo proprio, e per questo fine e perché erano liberi di farlo, perché in esso stava la loro legittimazione.
Ben pochi, una minima parte, se non per momentanea ripicca, parteggiavano per il nemico comunista, mentre al contrario nei cortei europei soprattutto italiani e francesi era fortissima la presenza comunista, che voleva, desiderava, auspicava una vittoria vietnamita per le sue caratteristiche di lotta di liberazione partigiana, di lotta antimperialista, di lotta comunista, assumendo con questo la stessa identità del partito comunista del Vietnam, fosse esso Vietcong o Vietnamita del nord. Un'identità aliena non solo al mondo della protesta americana, ma anche a quel mondo di proteste e ai suoi oppositori che volevano entrambi quel gioco e quella pratica dello spazio democratico nel quale si riconoscevano con quella pienezza che veniva da lontano, da quella legittimazione del potere democratico che proveniva dal poter votare e poter rivotare, delegare e ritirare le deleghe, che legittimava loro stessi come cittadini non in armonia ma in un contrasto vitale per la loro libertà. Nessuna intenzione quindi, nessun proposito si essere cittadini in un modo diverso e tanto meno di perdere la propria identità e il proprio spazio politico in cambio di una supposta democrazia ‘sostanziale' in cui non si discuteva, non si lottava per le proprie interpretazioni, non si interagiva liberamente coi concittadini, non si era in potere di influire sul proprio avvenire.
Nessun antiamericanismo ideologico che oltretutto non poteva nutrirsi di radici d'opposizione al proprio passato imperialista (che era un passato europeo ma non americano), al proprio passato fascista e nazista (che era europeo e non americano ) del proprio passato di rissosità nazionalista (che era europeo non americano). Un antiamericanismo che aveva radici vicine e si alimentava di un dualismo fra potenze egemoni e risaliva attraverso i partigiani e gran parte della cultura comunista al periodo postbellico, quando le truppe alleate avevano bloccato ogni possibilità di bypassare la democrazia e approdare al comunismo, interrompendo così il sogno di molti partigiani, di tutti i comunisti e provocando il nascere di un violento antiamericanismo che in riferimento agli eventi dei paesi comunisti, accompagnò una vera e propria cultura dell'occultamento, la cui storia sterminata fa parte a pieno titolo di quella falsificante deformazione del buon praticare politico, che prese il nome di "egemonia culturale della sinistra".

IL Caso Lol Pot
La cultura dell'occultamente ebbe un incredibile successo nell'incredulità e nel silenzio del regime di Lol Pot, dove per l'ennesima volta si tentò, di tacere, dimenticare, sottovalutare e, con successo, di addebitare l'enormità dei crimini non all'ideologia ma alla pazzia deformante, sadica di un individuo o di una corte d'individui. Un tentativo già collaudato con pressoché tutti i regimi con successi almeno parziali verso l'esterno e pressoché totali all'interno con gli affiliati, gli adepti i credenti. In realtà Lol Pot è sì l'espressione degenerata, fanatica estremista criminale ma lo è di una ben precisa dottrina che iniziando con Rousseau è proseguita lungo le strade di un certo illuminismo fino a Marx e al comunismo realizzato.
Ciò che viene dimenticato è la completa adesione a due teorie di Rousseau: la teoria dello stato di bontà primitiva dell'uomo prima di essere corrotto dalla civilizzazione e la teoria della Volontà Generale; il tutto innestato su un marxismo già di per sé impregnato di ideologie assimilatorie, armoniose, criminali. Lol Pot e la sua elite presero alla lettera questa idea di uno stato di natura di per sé buono ma corrotto dalla civiltà, cercando in tutti i modi con un ottuso uso della violenza di cancellare dall'uomo Cambogiano tutto ciò che era civiltà o corruzione della civiltà e quindi la conoscenza, la cultura, il pensiero, la libertà di pensiero. Ciò portò a una duplice classificazione: cittadini acculturati contrapposti ai non acculturati contadini, adulti corrotti contrapposti a giovani incorrotti. La scala del male vedeva in testa i cittadini acculturati e corrotti, forse irrimediabilmente, dalla civiltà e all'estremo opposto i giovani, i bambini, materiale buono su cui si poteva contare per l'edificazione della nuova società comunista con un'educazione volta a impedire ai particolarismi, ai personalismi dell'egoismo della corruzione di emergere consentendo così l'emergere di una forte volontà generale buona, comunista, incorrotta. L'azione pianificata seguì fedelmente lo schema prima nell'identificazione poi nell'azione, identificando e sopprimendo i ‘degenerati' in base alla loro classificazione biografica e a quei segni esterni che comunque testimoniavano questa influente presenza della civiltà. Così anche l'uso degli occhiali, anche la conoscenza di una lingua straniera o addirittura la conoscenza elementare del leggere, dello scrivere diventavano testimonianze di una corruzione da sopprimere nell'individuo. Ma al di là delle teorizzazioni fatte sono le risultanze a testimoniare. Le città svuotate, i cittadini inviati nei campi a lavorare la terra in subordinazione ai contadini, il cibo migliore e più abbondante riservato ai contadini rispetto ai cittadini, ai giovani rispetto agli adulti, i posti di comando, di controllo, di giudizio, di esercizio della punizione testimoniano quella graduatoria ben precisa che pone al vertice i giovani (non ancora corrotti dalla civiltà) ai meno giovani, i contadini ai cittadini, gli ignoranti ai colti in una rapida degenerazione che vede nello stesso ordine invertito il massacro di quasi metà della popolazione cambogiana.

Vittoria o sconfitta?
Persero la battaglia e vinsero la guerra? Gli Stati Uniti o il mondo libero? Gli Stati Uniti o la civiltà europea? Tutto si complica perché molte furono le guerre a sovrapporsi, molte le battaglie, molti gli attori.
Gli americani certamente vinsero la battaglia per la conservazione della loro identità democratica e americana, vinsero la battaglia per la preservazione dello spazio politico, che ne, uscì anzi rafforzato, e questa fu forse la battaglia più importante, non solo per loro, non solo per il mondo intero, ma per la democrazia. I due dopoguerra testimoniarono al mondo la bontà di una democrazia con un solido, consolidato, praticato, legittimato spazio politico di interazione.
Furono battaglie combattute non in Vietnam ma in patria e assunsero durante la guerra un'importanza e un significato così vasto da coinvolgere la stragrande maggioranza dei cittadini impegnati gli uni contro gli altri nella disputa pro e contro la continuazione, pro e contro il tipo di guerra ecc. ma tutti uniti nel considerare e impegnarsi che quella disputa andava combattuta così come si stava combattendo, tutta all'interno dello spazio politico, più o meno consapevoli che comunque e in ogni caso che la vera guerra era questa e che da questa sarebbe derivata l'altra, quella appariscente, reale, quella sul campo con armi, morti e feriti. Vinsero perché prevalse l'interazione e l'abbandono del campo di battaglia.
Guerra e dopoguerra dei due avversari si trovarono a confronto, terminata la guerra, quando gli americani avevano già vinto il dopoguerra, ma non i tre regimi comunisti privi di quegli autentici, veri gestori che sono i cittadini e potendo appoggiarsi solo a personaggi carismatici, mitici, privi di cultura di convivenza, privi di mezzi intellettuali da spendere, di mezzi per costruirne nuovi, armato solo di vecchi significati, vecchie ideologie, e miti spendibili forse all'estero, verso quella parte di superficiali intellettuali, cattivi maestri europei che se li coccolavano con la mente e con l'anima, continuando però a godere del loro spazio politico. Fu allora che il comunismo perse la guerra.



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