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lavoro pubblicato mercoledì 18 aprile 2012
ultima lettura sabato 9 marzo 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

IL GUARDIANO della SOGLIA - Capit. IX Il ritorno (continua)

di mariapace2010. Letto 666 volte. Dallo scaffale Fantasia

Per onorare l'illustre ed inatteso ospite, il Faraoneoffrì un banchetto che raccolse intorno a tavole riccamente imbandite ed ornatedi ghirlande  di fiori la rappresentanzapiù nobile di una corte disciplinata ed allineata secondo il ...



Per onorare l'illustre ed inatteso ospite, il Faraone
offrì un banchetto che raccolse intorno a tavole riccamente imbandite ed ornate
di ghirlande di fiori la rappresentanza
più nobile di una corte disciplinata ed allineata secondo il rigido protocollo.



Avvenenti ragazze offrivano ai convitati profumi e fiori
di loto e il Faraone, che aveva preso posto su un grosso scanno alla testa del tavolo, aprì il banchetto
alzando la coppa.



Accanto a lui sedeva la Grande Consorte Reale. Seguivano
le altre Regine e le principesse in ordine di grado; la principessa Nefer venne
a trovarsi accanto alla regina Amesh e di fronte al principe Thotmosis.



All'altro capo del tavolo sedeva l'ospite d'onore:
Menelao, Re di Sparta e Principe di Micene.





Nefer lo guardava di sottecchi, ma con insistenza. Aveva
udito molti racconti sui "Popoli di Mare" e le loro strane abitudini. Ora, per
la prima volta, ne vedeva da vicino non uno, bensì due, poiché con lui c'era la
donna la cui bellezza, si diceva nel gineceo di Tebe, aveva scatenato una
guerra: Elena, regina di Sparta.



Nefer guardava anche lei, ma con aria disincantata ed
occhi sgomenti: era bellissima. La donna più bella che avesse mai visto.



La Regina di Sparta aveva forme perfette, pelle luminosa,
occhi brillanti e capelli di vivido oro.



Molte donne, si disse la ragazza, possedevano quegli
stessi pregi, ma nessun'altra donna da lei conosciuta aveva quel fascino
particolare che emanava dalla persona, dallo sguardo, dal sorriso e che
attirava su di lei ogni sguardo.



"Una bellezza che soggioga gli uomini e li rende rivali -
si sorprese a pensare - è una bellezza pericolosa!"



Non sapeva se le
storie udite sul suo conto che Laria, la sua schiava cretese, amava colorire di
molti particolari, fossero vere oppure leggende.



Merende, la sua nutrice, che era una donna piena di
saggezza, diceva che in ogni leggenda si nasconde sempre un fondo di verità.



Laria aveva raccontato di un principe troiano di nome
Paride a cui tre Dee straniere avevano chiesto di giudicare chi tra loro fosse
la più bella, promettendogli in cambio doni favolosi; Paride aveva scelto il
dono della Dea dell'Amore e cioè l'amore della donna più bella del mondo:
Elena, regina di Sparta, già moglie di Menelao, principe di Micene.



Quella scelta, però, s'era rivelata infelice e sciagurata
poiché aveva trascinato in una lunghissima guerra contro Troia, risoltasi con
la caduta della città, molti dei Re della terra.



Nefer non era ancora nata quando quegli avvenimenti
avevano avuto inizio, ma poteva costatare quanto dolorose fossero ancora, per i
protagonisti, le conseguenze.



Lei non poteva né voleva giudicare quegli eventi poiché
appartenevano ad altre genti, di altre terre, che seguivano altre consuetudini
ed adoravano altri Dei, ma... una donna che tradiva il proprio marito, dopo
averlo fatto Re, per seguire un altro uomo...





Come richiamata dal suo sguardo, la regina Elena si voltò
verso di lei. Le puntò addosso uno sguardo lucente, trasparente, luminoso, che
ricordava acque azzurre attraversate da brezze, raggi splendenti... Nefer si
sforzò di non provare pietà per quella donna, ma qualcosa dentro di lei,
estranea alla sua volontà, la conduceva verso di lei.



Gli Dei! Pensò. La colpa era tutta degli Dei.



Brutto affare ingelosire una Divinità... ma anche gli
uomini, sempre in cerca di gloria, di avventure, di bottini. Uomini che...



L'ingresso di un gruppo di cantori e musicisti interruppe
i suoi pensieri. L'arpista era già in attesa e un giovane, avvenente cantore,
cominciò il suo canto accompagnandosi con le note di un liuto.



"Gettate alle
spalle crucci e pene e volgete l'animo alla gioia -cantava-



finché si
leverà il giorno in cui



dovremo
viaggiare verso la Terra-che-ama-il-silenzio..."



La musica era dolce e le danzatrici si muovevano con
grande grazia. L'attenzione di tutti, però, non era per loro, ma per il Re di
Sparta, che il Faraone aveva invitato a prendere la parola.



Re Menelao cominciò a raccontare. Narrò delle peripezie
che lo avevano trascinato per mare con i compagni fino a sospingerlo verso la
terra d'Egitto.



"La mia storia è intessuta di dolori e sciagure -
cominciò- La collera del Tonante Zeus ha spinto fin qui me, la mia sposa e i
pochi compagni che mi rimangono e
nulla del ricco bottino depredato a Troia."



Apparve subito, da
quelle prime, sofferte parole, lo
spettro di una guerra conclusa con l'inganno.



Era noto dappertutto, anche in Egitto, l'inganno ordito da
un astuto guerriero di nome Odisseo e del suo grande cavallo di legno spacciato
per sacrificio offerto ad un Dio di nome Poseidone.



Re Menelao parlava, parlava, parlava e sciacquava le
parole con piccoli sorsi di un corposo vino proveniente dalle vigne del tempio
di Ammon, annacquato ed aromatizzato, contenuto nella coppa d'oro che gli
stava davanti. Narrò della caduta di Troia, dell'ultimo assalto degli Achei e
della loro partenza carichi di bottino. Molti loro, disse, come Agamennone,
Odisseo ed egli stesso, avevano dimenticato di placare con sacrifici l'ira
degli Dei di Troia. Soprattutto l'ira di Atena, corrucciata con gli Achei,
spiegò, perché sotto il suo altare, il guerriero Aiace aveva violato
Cassandra, figlia di re Priamo e
sacerdotessa della Dea.



L'immagine della Dea, disse con voce rotta dall'emozione,
aveva distolto lo sguardo con orrore dalla scena di violenza.



Mentre Menelao parlava, la regina Elena piangeva e nel
silenzio profondo si udivano soltanto le parole dell'Acheo e i singhiozzi della
regina di Sparta.





Il volto commosso e impietosito da tanta tragedia, la
principessa Nefer non si accorse di piangere lei pure, se non quando, un
rivoletto di lacrime le inondò la guancia. Piangeva il destino di tutte le
donne che quella guerra aveva ferito: Cassandra vittima della cieca violenza di
un guerriero vincitore, Andromaca, madre e sposa sfortunata, Ecuba, madre
infelice, Enone, sposa abbandonata. Piangeva per tutte le donne vittime di
quella e di altre guerre e piangeva anche per Elena e il suo destino di donna
troppo bella. Piangeva per lei e con lei ed intanto Menelao continuava a raccontare,
dosando parole e tempi con grande lentezza, quasi che ognuna di quelle parole
gli costasse fatica e dolore; parlava con essenzialità e senza l'uso di parole
superflue, come si faceva invece a Tebe, dove la consuetudine di parlare era
diventata un uso ed abuso di parole inutili che allungavano le frasi e le
rendevano deboli e spesso incomprensibili.



Questo rendeva il racconto dell'ospite ancora più
drammatico e le sue lacrime e quelle della regina Elena, sempre più copiose.



"Sanguina il cuore rivolto alla casa lontana - il racconto
dell'illustre naufrago si avviava alla conclusione - ed esulta ogni volta che
gli occhi scorgono una terra all'orizzonte, ma ogni volta, Poseidone sconvolge
le acque, scatena i venti e sospinge lontano i legni.... A gran fatica
raggiungemmo la tua terra, o Figlio di Osiride."



Gli occhi del guerriero acheo, mentre parlava, fissavano
un punto imprecisato del mosaico del pavimento: una moda approdata in Egitto
dalla sua terra. Quando si rivolgeva al faraone o alla Regina d'Egitto, però,
levava su di loro gli intensi occhi azzurri come il suo mare.



"... così riuscimmo ad approdare in una delle molte
insenature di un'isola." si concluse il racconto.



Nefer si passò le dita sul volto rigato.



"Mia dolce signora. - un'ancella le porse il catino;
piangeva anche lei - Cancella il pianto con l'acqua e alleggerisci il cuore con
una coppa."



Nefer prese il catino, vi affondò le dita, agitandone
lievemente l'acqua.



La superficie andò improvvisamente muovendosi. Nefer restò
a fissarla.



Sopra la sua testa, intanto, Ammon veleggiava veloce verso
occidente e il suo bagliore riverberava nelle gocce che cadevano dalle mani e
in quelle che le coprivano il volto proteso. Seguì un lieve vertigine,
accompagnata da una leggera inquietudine: i lineamenti del volto riflesso
nell'acqua erano i suoi, ma la zazzera scomposta e soffice e gli occhi che
ricambiavano il suo sguardo, quelli non erano davvero i suoi.



Comprese di avere di fronte l'altra "se stessa".





Si guardarono e si fissarono, la principessa Nefer ed Isabella,
e si chiesero la stessa cosa: riuscivano, l'un l'altra, anche a "vedersi" mentre
si fissavano?



"Mi... mi senti? - fu la principessa Nefer ad approcciarsi
per prima - Qual è il tuo nome?... Ti chiami Nefer anche tu?"



"Nefer... Nefer, sorellina..."



Una voce la strappò dall'abissale lontananza; la
principessa sollevò lo sguardo che andò a naufragare in quello del principe
Thotmosis .



"Ancora i fantasmi delle tue visioni, sorellina?" chiese
il ragazzo.



"Non sono fantasmi, ma persone reali come me e te." scosse
lei il capo.



"Per la Barba di Seth!" esclamò il principe afferrando la
coppa di vino spumeggiante che un servo gli tendeva. Un'ancella vi aveva
lasciato cadere un petalo di profumatissimo loto blu; Thotmosis le sorrise,
sorseggiò, poi tese la coppa alla sorella.



Alle ragazze non era consentito bere vino, soprattutto in
presenza di estranei, benché al gineceo le mogli delle guardie portassero loro
da bere di nascosto, ma si trattava sempre di un vinello dolce e leggero



Nefer tese la mano per prendere la coppa, ma qualcosa
riaffiorò dal profondo del suo essere: qualcosa simile ad un ricordo lontano.



Fu come se quel velo di minuscole scintille che sempre
imprigionava le sue "visioni", si fosse finalmente squarciato.



Ricordò.



Ricordò voci, volti, nomi: Isabella, Alì, Alessandro, Jim,
Hammad...Osor.



Ricordò le loro voci risuonanti nelle orecchie; riudì le
risate, le esclamazioni di stupore.



Non più solo come in un sogno, ma reali.



"... la morte giungerà sul petalo del loto blu caduto nella
coppa..."



Quelle parole le attraversarono la mente come un lampo. Si
lanciò in avanti per afferrare la coppa che aveva restituito al fratello e che
questi stava portando alle labbra, ma un capogiro la fermò e quel velo di
scintille tornò a ricomporsi e ad avvilupparla strettamente.





+++++++++++++++++++





La principessa Nefer riaprì gli occhi.



"Isabella."



La stavano chiamando con il nome dell'altra "se stessa".
Sapeva, però, di non "essere" Isabella. E sapeva di non essere neppure soltanto
più la principessa Nefer. Sapeva di essere parte di entrambe.



C'era Osor accanto a lei e lo sguardo della prodigiosa
creatura era più intenso e più "vivo" che mai ed indusse in lei una malinconia
improvvisa. Un presentimento.



Comprese, senza bisogno di parole.



"Devi andare?" bisbigliò.



Osor
annuì.



"Perché? Perché vai via?" domandò.



"Il compito di Osor, il Guardiano della Soglia, è
terminato e Osor deve andare."



"Io non voglio che tu vada via." Gemette Isabella-Nefer



"Io non ti lascio...
- Osor indietreggiò verso l'uscita
con un sorriso indecifrabile sulle labbra - Io tornerò,. Tutte le volte che
chiamerai , Osor, il Guardiano della
Soglia, accorrerà a liberare dalle insidie il cammino di Isabella, la sua
Signora."



"Isabella|... Mi hai chiamata con il mio nome. - stupì la
ragazza - E' la prima volta che mi chiami così..."



Osor sorrise ancora, in quel modo indefinibile che solo
lui era capace di avere e arretrò
ancora di un passo prima di scomparire dietro l'uscio.







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