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lavoro pubblicato lunedì 16 aprile 2012
ultima lettura giovedì 14 marzo 2019

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Casa di Riposo per Anziani

di gartibani. Letto 873 volte. Dallo scaffale Fantasia

Stanze perimetrali ad altre stanze, cresciute all’interno , a riprodursi in altre stanze per infinite stanze così da formare un cunico...

Stanze perimetrali ad altre stanze, cresciute all’interno , a riprodursi in altre stanze per infinite stanze così da formare un cunicolo di stanze uguali e uniformi, monocrome e disadorne che infestano il mondo. Gli anziani sono quasi evanescenti, scompaiono in un fluire di tendaggi e letti, oggetti sparsi e disuguali, collocati senza motivo tra pareti e cielo, la loro voce attutita è un brusio lento e discontinuo che s’insinua nell’orecchio, le gambe propongono passi ormai dimenticati, trascinati e penduli che a cadenze irregolari lasciano tracce minime, anche i gesti, nello scompiglio dell’aria, disegnano linee rallentate che sfuggono alla luce e rimangono sospese in agguati di polveri e muffe sopra gli intonaci. Sale l’odore delle cucine, penetra permeando le narici d’una patina d’immaginarie delizie e si diffonde come un richiamo ancestrale. Interrompono le voci alte delle infermiere che vanno a stendere i panni in terrazza o lo squillo del telefono in segreteria, azioni concitate e cumuli di carte impolverate che sono in pausa da sempre sulla scrivania; a riordinare scaffali e archivi si percepisce l’invadenza di presenze, fatti e accadimenti diluiti nel tempo e goffamente invecchiati in un attimo e la sublime nostalgia per quei volti, nomi, numeri che li hanno popolati e ora sono inermi; se potessero parlare racconterebbero di abbandoni, di storie famigliari, di solitudini erranti che albergano nei cuori, di depositi di umani che conservano ancora un flebile lumino di memorie non più condivise. Ad alzare lo sguardo, dal terrazzo dopo la neve caduta abbondante, che ha chiuso le storie nell’ovatta, nella spessa coltre, sotto strati di pensieri ad accavallarsi ignari nei moti dell’animo, si avvicinano i tetti, le pareti interrotte, la strada tortuosa che scende, i nascosti camminamenti e il fluire delle acque rumorose ad annunciare la primavera.

Oggi era festa, la sala addobbata percepiva l’incanto di un insieme armonico di preparativi e azioni, l’arrivo degli invitati accomodati dopo la Messa tagliando in due la stanza, quella stanza cresciuta dentro la pancia di altre vissute prima e ormai morenti. Da una parte sparsi ai due lati della lunga tavolata gli esterni e poi nei tavoli tondi a gruppi di quattro o cinque i fantasmi, gli abitanti contigui delle stanze, incrostazioni di materia, depositata e ancora pulsante che ritrovato l’appetito ignoravano il resto, consapevoli di atti ripetuti ad espandersi nel grumo di quelle nebbie incise oltre le vetrate e assorbite dalla televisione sempre e comunque accesa.

Ad un lato, anch’esse in disparte, le suore, minute, piccole stelle angolari delimitando un lembo di quello spazio, dove il susseguirsi delle vivande dettava la cadenza. Non c’è stato contatto, come spegnere ed accendere mille volte un interruttore, sicuramente due sequenze solidali, ma impermeabili tra loro. Nessuna simbiosi, nessun rimescolamento era solo e ancora una volta la stanza a farla da padrone, li aveva tutti dentro, compenetrati e distanti, percolati di umori e d’insiemi, intrecciati in fili sottili, subito recisi, mentre scansate le sedie tutto volgeva al termine e gli invitati andavano via, ognuno con un impegno, quasi insofferenti, ma sazi, ancora il gusto della salsa indiana veramente piccante. Avrei visto l’invadenza di una farfalla, delimitare correttamente i circoli di colore e aspettare di essere trafitta da uno spillo per restare per sempre immobile in qualche teca. Avrei sperato in un abbraccio, in un sorriso, per ognuna di quelle persone, una carezza, qualche domanda per aprire una piccola conversazione e unire i lembi di quelle pareti a costruire un cofanetto di cuori pulsanti .

Altro non trovo che le stanze, sembrano vuote, disadorne, eppure rapidamente riempite, custodi di moti ripetuti e intrecci d’abiti, tre sacchi della spazzatura ai lati di un corridoio per contenere le suppellettili e quanto rimasto di qualcuno, nel primo spuntano irriverenti delle scarpe, nell’altro il maglione e una sciarpa di lana. Se entri in una delle stanze, ti si apre un mondo, cose e oggetti nelle loro anime, disposte in un ordine costruito o meglio in un disordine organizzato, custodi e testimoni se la stanza è abitata, rimaste ancora lì se la stanza è vuota, profumo di stantio, aroma di calendula, verbena, tattile ricamo di tulle, di merletti, di velluto; finestre contro finestre su giardini pensili e corse di bambini, le ruote della bicicletta che girano all’impazzata e i cavalli nello sforzo estremo della dirittura d’arrivo. Adesso le stanze sono scoperchiate, invase dai venti, isole paludose e malariche, infestate d’insetti ronzanti, una crescita pazzesca di rami e vortici di sabbie, si riempiono in fretta, trasferite nei borghi, vaganti tra viuzze, delimitate da binari morti a muoversi velocemente con una efficienza quasi sconosciuta che invade pali e lampioni e si propaga all’infinito. Appariranno carretti, pasti da distribuire nella campagne, sedimenti di rocce, disegni rupestri, trasformazioni di piante, nuove polluzioni di pollini e scintille cosmiche che s’infrangono oltre le barriere coralline, svuotando cesti di anime tra i pesci. Allineate a gruppi riposano appese vecchie fotografie sulla parete verniciata a nuovo, volti e figure di presenze ormai assenti e qualche volta ne trovi altre nascoste tra vecchie scartoffie, come le foto tessere impresse su fotocopie di documenti di identità dentro una cartella d’archivio dove si conservano alcune tracce dell’identità e della vita;

- Preso in carico il………………. Deceduto presso l’ospedale di….. il…… - provi ad immaginare,

i passaggi dentro le stanze ti ripetono la voce che come quella di un replicante rimbomba e ti scuote, si sollevano incidenze immateriali d’immagini quotidiane, di atti e gesti, gioie e sofferenze, abbracci e addii e tutto s’imprime nel velo d’aria che attutisce le voci con l’arrivo di altre presenze che occuperanno quello spazio ridonandole nuova forma. Anche i rami, dal vetro perlato della finestra verso il cielo, cercano diverse latitudini e intrecciano nuovi percorsi, non più ingabbiati i desideri a spingere il volo al di là delle colline. Stiamo un altro po’ insieme, ad osservare le mani, tremolanti, nell’impercettibile vibrazione del movimento e dell’azione, la congiunzione delle ossa e la pelle, i solchi delle rughe che aprono canali dove passeranno fiumi di pensieri a sedimentare ricordi offuscati e rimembranze nitide che poderose irrompono.

Ecco che la stanza si frantuma, frammenti si spargono a concepire nuove stanze, che crescono veloci, rettangolari e anguste, saltano come molle per posizionarsi facendosi spazio, aprono varchi e irrompono senza tempo, dolorose parvenze di materia, levigate impronte, pertugi dove la luce si affretta a creare limpidi ologrammi che si materializzano improvvisi creando chiazze di colori e vastità oceaniche. L’invecchiare è azione lenta e sublime, disfacimento, dicotomia tra la mente e il corpo; l’osservare vigile dell’una sulla decadenza dell’altro che inesorabilmente deperisce, l’incontinenza, l’incontrollata gestualità, la fatica dei movimenti, spesso inconsulti, i dolori diffusi, la malattia cronica che s’impadronisce dell’essere e lo trasforma, quella incapacità al controllo e quella impotenza generale che lenta ma inesorabilmente conduce alla fine.

Le stanze si allungano a dismisura, crescono canneti, si aprono i pavimenti creando vuoti paradossali, vaste crepe che s’insinuano anche nelle pareti e lungo le escrescenze delle mura perimetrali, visioni di scene di caccia, festini, corde di capelli intrecciati e motori arrugginiti che rombano ancora prefigurando gare vincenti. Oltre quegli spazi delimitati ed in continua evoluzione, quasi a perforare la mente, s’insinuano uccelli palustri che nidificano alloggiamenti di paglia e fango, lontre sfuggenti che costruiscono cupole di legname e parassiti intestinali che producono endorfine e trasformano i fluidi in vomito. Anche un aquilone disegna fantasmagorie celesti tra le nuvole traccianti spume biancastre, che vanno raggomitolandosi tutte insieme all’angolo della stanza; lievi piogge profuse lavano le superfici stemperando vapori e riempiono pozze di dimensioni diverse dove nuotano strani pesci e strisciano serpentelli innocui .

Le voci degli anziani s’incontrano al centro della stanza, dove un turbine di venti le invita a salire in alto e raccoglie musica e polveri trascolorando nella luce il pulviscolo. Neppure una volta, strappata quella cartolina, la stanza si sarebbe mimetizzata nel suo ingombro, nelle sue occhiate di misurato disprezzo, nella cappa nera del camino al centro della sala affrescata, tra gli occhietti ridenti di chi passava accanto al finestrone e scompariva dietro una porta. A nulla sarebbe valsa quella irresistibile malia, la cucina scrupolosamente ordinata e pulita, la lavanderia con i suoi piccoli tesori di fanciulla rappresi nell’asciugatore e tra poco, la notte avrebbe iniziato il suo giro di sogni , nell’indicibile album di confessioni e segreti dove ogni inconveniente avrebbe provocato altri dolori e sofferenze a quelle persone e alla loro delicata natura, indorata per un attimo da una visita venuta dal mondo.

Sete di stanze nel trambusto, perché esistono occhi che a tagliargli sembrano astri sfuggenti nella notte, che vanno in viaggio nella tremula voce oltre il silenzio crescendo come la gramigna, ebbro, atroce e dolce nei gesti e nei movimenti che diventano sublimi come le loro ossa nella sete infinita del corpo che si autodistrugge e brucia, con tutte le domande rimaste inespresse e la sofferenza che morde come un cane altre stanze polverose cadute al suolo. Emerge una nuvola di moscerini, rifrangenti tra le acque lente che tagliano la stanza in due, la piuma che plana nell’azzurro sonnolento, come desiderio inascoltato di nudità di corpi e foglie, maschera di pasticci di colori sulla carta e di ginnastica passiva, nella ruota che s’impiglia nel groviglio di cappelli desueti, sortilegi e indugi del giorno fermo sul polso che non batte più. Sono le morti, sette quest’anno ,che sospingono le bambole all’aperto, con gli occhi che ti colpiscono in piena fronte ad interrogarti e chiederti perdono. Le piccole ali screziate di farfalle trafitte s’incrociano, annodate le stringhe, tra le mani consunte che annaspano per ascolti involuti e dispersi. Gli anziani s’incavano in grotte profonde, ammirati e sazi; un passo indietro sul piede sinistro , un passo in avanti con quello destro e l’appoggio del carrello verso la terrazza, il corpo ricurvo come stelo di rabarbaro, nel buco del cuore posizionato ormai al centro della stanza segnando il ricordo dei lontani amici, quasi a fermare il tempo tra le mura che si fendono intirizzite e gridano le loro ragnatele di memorie. Si aspettano tutti quel grido lacerante che non arriva e lo sgranarsi del rosario lamentoso, a caricare i carri, a riempire le bottiglie di rosolio ,a cercare qualcuno per una partita a carte, ma le stanze odorano ancora di pelle, nella vita schiva che rimane, ingloriosa tra i tacchi delle donne a disobbedire, nel viso pesante tra le pozze delle storie mai raccontate e nulla torna in questi disguidi possibili, probabili negligenze del vivere minuto dove senti tutto il peso degli anni, crudi d’immensità e ormai vuoti.

A fatica riparte il sussurro delle voci, si accoccola come un grugnito nel petto, nella solita fortuna infernale dove le stanze segnano l’eclisse, dove in fondo si agita una sciarpa e chiede di uscire misurando la combinazione d’apertura, dove le nuvole son basse e si apre indifferente la campagna. – Avete una sigaretta, solo una… - Io l’avevo chiesto prima..- Chi scoreggia clamorosamente, ma non molesta, perché la stanza diventa recettiva e si unisce al blocco dell’orecchio, tutta profumata e imparruccata, cosparsa di gentile tenerezza, creazione della sua lingerie adorabile e oscena dove in basso beve la terra e cerca l’abbraccio dell’amore. Lavare quei corpi, nel caldo e nel freddo dove nasce il grillo saltellante e schiocca negli spruzzi d’acqua e sapone a riacquistare giovinezza, ti salva un amuleto, la crema per le piaghe da decubito, i pannoloni cuciti sulla violenza. Solo tre ore, tranne il lunedì ed il mercoledì che sono quattro, nuove imposizioni del lavoro disumano, nei delicati rivestimenti delle cosce, delle fibre muscolari, delle ossa fragili, della bocca color senape, vicino alla matita delle labbra. Ci sono stanze per continuare a vivere, nei gesti uguali di ogni giorno e stanze per morire, in un attimo finto, appena percepito sulle ginocchia nude, mentre passa una barella e si sente il salto dei cavalli in lontananza. Non so come le stanze ormai stremate resistano all’incuria e al degrado dei venti,alla furia dei marosi , al sogno cangiante del sole precipitante fuochi. Vorrei risparmiare dei soldi per darli al segretario o al ragazzo dell’ascensore o alla cuoca che con cautela impacchetta i cibi per la consegna a domicilio, ma indecentemente murano le cabine telefoniche, indorano le palpebre delle infermiere e cambiano posizione al mondo. Le stanze sono ancora lì, resistono nella voce che non muta, un avvampo di tende e di scale e di affreschi rintonacati, dove il cigno si contorce e le pareti allacciano senza tregua chi passa, chi si avventura aprendo porte e finestre, sbattendo stimoli di piogge e circolari appena stampate.

Sono nella stanza ultima, quella dell’archivio, piccola veduta interna ad una soffitta, ci sono cartelle dei secoli scorsi, fogli sbiaditi, verbali di riunioni, fatture, corrispondenza, faldoni di burocrazia senza volto ne segno e tanti uomini e donne piegati a vita passata, fabbrica di vetriolo e velocità ripugnante che solleva le ceneri del giorno e cancella le domande senza risposta, famiglie disgregate, egoismi dell’ultimo minuto, scelte dolorose rifluite dai cieli dell’infanzia, come il bucato ai fili, il tumulto dei passi nella cruda oscurità di anime timorate di Dio ma assenti. Sono sul trono lucido e la stanza è una coppa di vino liquoroso, ci sono uomini ancora e nidi appena aperti sulle grondaie; la stanza si restringe, chiamando a sé le altre stanze, sommuove ogni gesto e grida, nel ronzio che strazia i vetri, dove straripa primavera e il mondo fuori ha una grazia tutta sua, uniti sempre e pur sempre in disparte, gli infermi, abitacoli del nulla, come una carta stropicciata mi ammiccano e mi chiamano. Vorrei tanto parlare, ascoltarli e imprimere nella memoria la magia delle loro vite ma si apre lo sterrato, precipita il pavimento, fitto nella fuliggine si dilegua e si trasforma in altro. Insisto nel voler sapere, ma non c’è risposta, la stanza è incrostazione del meriggio, cruccio felpato della neve, indecenza del discernimento, sospendo l’intrusione indecorosa ma è troppo tardi ! Scatta il cronometro nel pulsare delle vene e ci avvolge nell’insieme, la luce del lampo a mutare lo stampo delle figure umane, la vastità del franare, le maschere che fuggono ammaestrati i bottoni dell’invidia nel groviglio di catrame e di tufo. Sarà la stanza a seppellirmi, strisciando dappertutto, dalle masse di cordame al cemento bianco, quasi una subdola canzone senza ritornello, al primo chiarore, tra le soste umane, mentre quella figura d’un vecchio che sembra barcollare e cammina profondo nella dritta ferrata, si allontana tra i giunchi e le nubi in quel cielo di lavagna, s’invola, misurando il campo degli insetti e si prepara a diventare mutazioni d’energia.



Commenti

pubblicato il 11/05/2012 19.38.46
Mary80, ha scritto: Sono senza parole per ciò che viene descritto qui, è bellissimo perché è così maledettamente vera ogni emozione sensazione dettaglio pensiero parola che c'è.

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