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lavoro pubblicato domenica 15 aprile 2012
ultima lettura venerdì 19 aprile 2019

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IL GUARDIANO della SOGLIA - Capitolo VIII - Il ritorno (continua)

di mariapace2010. Letto 469 volte. Dallo scaffale Fantasia

CAPITOLO X   -   Il ritornoLa nave reale con a bordo il Faraone , i principi reali ele principesse, salpò insieme alle ombre della sera che andavano allargandosi enavigò tutta la notte, prima che le mura del distr...







CAPITOLO X - Il ritorno





La nave reale con a bordo il Faraone , i principi reali e
le principesse, salpò insieme alle ombre della sera che andavano allargandosi e
navigò tutta la notte, prima che le mura del distretto di Shetep, profilassero l'orizzonte.



Una distesa desolata a nuda si distendeva a perdita
d'occhio: un mondo levigato e in continua, lentissima mutazione, dove acque,
prati e foreste erano scomparsi per sempre o affondati nelle profondità.



Shetep era nota per la caccia ai tori selvaggi, passatempo
assai amato dai Faraoni.



In piedi sul suo carro da guerra, all'inseguimento di uno
splendido esemplare di toro, il faraone aprì la caccia. Lo seguivano i carri
dei principi reali e dei principi ostaggi: figli di Re vassalli o alleati;
seguivano gli arcieri e i mandriani che avevano raccolto in un ampio recinto i tori selvaggi della regione.



Le donne del seguito, spose reali e principesse, erano
state fatte allontanare dal campo e dall'alto di una collinetta seguivano ogni
fase della caccia; tra loro d'era anche la principessa Nefer.



Nefer avea cercato un buon posto di osservazione e non
perdeva neppure un gesto di quanto stava avvenendo nella piana assolata; alle
sue spalle, il sole del primo mattino aveva già raggiunto l'orizzonte e da
lontano arrivava il rumore dei campanacci degli armenti al pascolo.



"Guardate Thomosis. - la principessa Nefrure tese un braccio
- Guardate con quanta spericolatezza si spinge incontro a quel toro dalla testa
spaventosa... Oh!... Il nostro divino padre dovrebbe imporgli più prudenza."



Nefer volse il capo nella direzione indicata; il gesto
fece tintinnare gli orecchini di lapislazzulo.



"Quello scervellato - interloquì la voce petulante della
principessa Iter - verrà sbalzato dal carro, le cui redini, il principe Omohlo
di Creta, con troppa leggerezza, gli ha messo nelle mani."



"Thotmosis è un ottimo guidatore. - puntualizzò Nefer - Se
il principe di Creta gli ha affidato la guida del suo carro è perché Thomosis
merita la sua fiducia."



"Thotmosis è il prediletto di nostro padre. - sorrise
Nefrure. Aveva un sorriso dolcissimo, la principessa Nefrure - Certamente
Thotmosis vorrà fare buona figura ai suoi occhi."



Mefer guardò il fratello, il suo fisico nervoso e svelto
che prometteva prestanza per l'età matura, poi guardò il Faraone.





Il faraone Meremptha era imponente come una Divinità.
Nefer lo guardava ammirata, mentre con la mano sinistra scagliava la lancia e
con la destra reggeva le redini e dominava l'irrequietezza dei cavalli; ne
ammirava l'assoluto dominio su quelle creature nobili e fiere.



Nefer amava i cavalli ed amava i racconti di caccia e di
guerra che, come tutte le ragazze a corte, aveva ascoltato fin da bambina e che
vedevano i loro uomini, padri e fratelli,sempre vincitori.



La corsa dei carri, i muggiti dei tori, lo scalpitio dei
loro zoccoli contro le pietre, lo stridore delle ruote, il corno di caccia del
trombettiere, esercitavano su di lei un fascino strano ed irresistibile e la
trascinarono giù dalla collina, spingendola a disobbedire agli ordini del
Faraone. Lasciò le altre donne e di corsa si portò verso uno di quei sentieri.
Di corsa lo attraversò, per raggiungere l'altra collina da dove sarebbe stato
più facile seguire le fasi della caccia.



A metà sentiero,
un potente muggito l'aggredì alle spalle. La ragazza si voltò e restò
impietrita: un'enorme massa scura le stava davanti, dieci quintali e più di
muscoli guizzanti sotto un manto di
lucido pelo raso.



Un toro.



Nefer sollevò il capo e il suo sguardo andò a perdersi in
due pupille di vitreo liquido giallastro. Ubbidendo ad un impulso
incontrollato, si voltò per darsi alla fuga; il toro, alle spalle, sbuffava. Lo
zoccolo batteva così forte da farle tremare il terreno sotto i piedi. Da
lontano la raggiunsero le grida d'orrore delle donne e lo stridore delle ruote
di un carro in avvicinamento: il Faraone stava puntando nella sua direzione.



Un urlo, però, piombò sulla scena come un tuono;
attraversò l'aria e la riempì di echi.



Un urlo di guerra.





Uno straniero, poi, un guerriero, calò giù dalla
collinetta e si frappose fra il toro e la principessa. Lo scontro fu
brevissimo: la lunga, affilatissima spada del guerriero, quelle in uso presso i
Popoli di Mare, forgiata nel prezioso "metallo degli Dei", penetrò nella fronte
dell'animale che stramazzò fulminato ai suoi piedi.



Nefer, sempre di corsa, andò quasi a farsi travolgere dai
cavalli del carro del faraone che la evitò solo grazie alla sua perizia di
guidatore.



Un bagliore si levò dagli occhi del Faraone mentre,
consegnata la principessa alle cure di ancelle accorse premurose e spaventate,
scendeva dal carro per andare incontro allo straniero il quale avanzava verso di
lui a lunghi passi.



Questi si liberò il capo dall'elmo piumato e mostrò i
capelli biondi.



Il suo aspetto era fiero e la fronte grave, gli occhi
erano ardenti e la mascella energica e volitiva. La figura, sotto la tunica di
pregiata lana, era possente e salda. Odorava di acqua salmastra, di sangue e
sudore.



Fu lui a salutare per primo, nel riconoscere le insegne
reali che posavano sul largo petto di Meremptha.



"Signore d'Egitto, Figlio degli Dei..." cominciò



Il Faraone lo interruppe e continuando a fissarlo con
molta intensità domandò:



"Chi sei? Qual è il tuo nome, straniero? Vieni in amicizia
ed alleanza o come nemico? Se è come nemico che sei giunto su queste terre,
sappi che io, Meremptha, ho ricacciato in mare popoli invasori. Li ho uccisi e
fatti prigionieri a migliaia ed ho costretto le loro donne a servire le donne
di Tebe."



"Giungo nella tua terra, potente Sovrano, - rispose lo
straniero - naufrago e perseguitato da
un Fato avverso. Sono supplice e non nemico."



Il Faraone addolcì un po' l'espressione del proprio volto;
i suoi occhi scuri parvero.incassarsi ancora più dentro le orbite mentre
fissavano quelli azzurri del suo interlocutore. Scrutava attentamente quel
volto dall'aria selvaggia: il volto di un uomo che doveva aver combattuto molte
battaglie e non tutte contro altri uomini.



"Il tuo nome, straniero. - disse infine - Possa io
conoscere il nome di chi ha salvato la vita di una delle mie figlie e dargli il
degno benvenuto nella mia casa."



"Menelao, io sono, figlio di Atreo e Re di Sparta!"





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