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lavoro pubblicato sabato 14 aprile 2012
ultima lettura domenica 29 settembre 2019

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L'Orso e L'Aquila Parte 2/3

di peppers. Letto 655 volte. Dallo scaffale Fantasia

“È vero che i soldati che combattono in prima linea sono destinati a morire?” Flavinio si morse le labbra con fare nervoso guardandosi attorno. Per molte decine di metri vide solo soldati ordinatamente disposti uno a fianco all'altr...

“È vero che i soldati che combattono in prima linea sono destinati a morire?”

Flavinio si morse le labbra con fare nervoso guardandosi attorno. Per molte decine di metri vide solo soldati ordinatamente disposti uno a fianco all'altro, come un vero e proprio muro. Dietro di sé contò fino a cinquanta uomini. Non si definiva certo un codardo, ma avrebbe di gran lunga preferito avere qualche compagno di fronte. Con un certo disappunto invece aveva scoperto che gli era stato assegnato un posto in prima fila.

“Non essere sciocco, non è certo la prima battaglia a cui partecipiamo”

Acilio si assicurò lo scudo al braccio sinistro fissando la piana davanti a sé. Era un candido manto d'erba reso umido dalla brina mattutina, ma presto si sarebbe riempito di nemici. Lavinio rispose con una risata nervosa alle parole dell'amico.

“Erano solo scaramucce, Acilio. Poco più che risse. Qui rischiamo di morire davvero”

“Ma di che ti preoccupi? Siamo preparati a tutto ciò che ci attende”

Con la punta del dito indicò uno fra i comandanti romani. Era lo stesso ragazzo biondo che avevano incontrato poche settimane prima. Aveva fatto ritorno dalle terre sassoni recando con sé la notizia che presto l'esercito nemico avrebbe bussato alle porte di Roma.

Lavinio seguì con lo sguardo Dinas che cavalcava su e giù per la linea dell'esercito, dispensando ordini e consigli. Per un attimo il soldato romano rimpianse amaramente di aver lasciato il tranquillo posto di guardia al confine, ma nessuno poteva certo opporsi agli ordini dell'Imperatore. Per volere di Teodorico i comandanti avevano radunato tutti i soldati della zona in vista dell'inevitabile scontro.

“Cercherò di coprirti le spalle più che posso, se questo ti può far stare più tranquillo”

Era la prima volta che Acilio gli parlava in modo così gentile. Lavinio sorrise all'idea che la guerra avesse potuto far nascere fra loro una vera amicizia.

Per un attimo Acilio fu abbagliato dal tiepido sole mattutino. Riparandosi con la mano scrutò l'orizzonte. Di fronte alla radura in cui si trovavano sorgevano delle colline bordate da fitti boschi. In lontananza vide delle volute di fumo levarsi verso il limpido cielo.

“I sassoni sembrano ancora piuttosto distanti” sbuffò il soldato “Probabilmente non ci sarà battaglia nemmeno oggi”.

Lavinio guardò meravigliato il compagno.

“Solo gli stupidi sono impazienti di vedere Ade”

A quelle parole Acilio rise di gusto

“Gli Dei aiutano gli audaci”

“Ti sbagli, gli Dei puniscono gli stolti …” fece una pausa fissando con preoccupazione il pendio che si innalzava di fronte a loro “ … e la scelta di combattere in una pianura ai piedi di queste alture mi sembra molto discutibile”.

Acilio scavò un po' il terreno con la punta dello stivale, sbadigliando con aria annoiata.

“Ci sarà un motivo se tu sei solo un soldato e loro dei comandanti, no Flavinio? L'esercito ha bisogno di spazio per essere compatto. Se staremo uniti nessun sassone può far breccia fra le nostre difese”

Flavinio fece una smorfia, quelle parole gli ricordavano i giorni del suo ingresso nella Legione Imperiale. Ad un tratto i due compagni smisero di chiacchierare poiché qualcosa stava per accadere. I comandanti coi loro destrieri si riunirono a parlare poco distanti dall'esercito. Il silenzio che calò era rotto solo da qualche colpo di tosse e dai nitriti dei cavalli. In quell'istante ogni soldato romano desiderò sapere cosa stavano dicendosi gli alti Capitani di Roma.

Non molto tempo dopo gli ufficiali imperiali fecero ritorno alle rispettive legioni. Acilio e Flavinio erano più che impazienti di sentire cosa il biondo cavaliere aveva da dire loro.

“Popolo di Roma ...” con voce energica Dinas fece in modo da farsi udire dai propri soldati “... oggi siete chiamati a servire il vostro Imperatore. I sassoni stanno per giungere. Vengono per depredare i vostri campi, per dare alle fiamme le vostre case, per violentare le vostre donne e uccidere i vostri bambini ...”.

Più d'un soldato impallidì di fronte ai cupi colori con cui vennero dipinti i sassoni.

“... solo una cosa non potranno mai portarvi via, il sangue romano che scorre nelle vostre vene. Figli dell'Aquila, non dimenticate le gloriose imprese del vostro passato. Come Romolo e come Cesare, oggi noi ci batteremo per la vittoria!”.

Dinas e gli altri comandanti ruggirono il loro discorso fra le valli incitando tutti i soldati, che presero a percuotere gli scudi con l'acciaio delle proprie lame. Un brivido scese lungo la schiena di Flavinio. Non aveva mai udito un così gran boato d'acciaio e ne rimase meravigliato. Di colpo si sentì solo una goccia in mezzo ad un assordante oceano.

“in questo modo” urlò ad Acilio, nonostante gli fosse a lato “i sassoni ci sentiranno ovunque essi siano”.

Il soldato sorrise della preoccupazione del compagno.

“Ti sbagli amico mio, scommetto che il nostro fracasso giungerà perfino alle orecchie degli Dei!”.

Dinas alzò lo scudo al cielo, facendo risplendere il simbolo dell'Aquila.

“Combattete come Roma vi ha insegnato. Combattete spalla a spalla coi vostri fratelli. Che il vostro scudo sia la loro protezione. Che la vostra spada sia la loro arma. Che i vostri stivali non cedino mai terreno ai sassoni. Per la gloria e l'onore di Roma. Per la nostra terra e per l'imperatore Teodorico!”.

Alle parole del comandante l'intera schiera romana rispose ad una sola voce.

“Per l'imperatore Teodorico!”

A Flavinio sembrò che l'urlo di battaglia dell'esercito fu ripetuto tante volte quanto erano i soldati dell'armata, ma presto il suo orecchio percepì anche un altro suono. Era un rumore indistinto di cui non riusciva a cogliere l'origine. Scosse Acilio accanto a sé, ancora intento ad urlare il nome di Teodorico.

“Senti anche tu?”

“Flavinio, per gli Dei! Certo che sento, solo ad un sordo sfuggirebbe tutto questo baccano”

“Non parlo certo di questo, sento qualcos'altro”

Acilio fece un distratto tentativo di capire ciò a cui il compagno si stesse riferendo, ma non udì altro che il fragore di un'armata simile ad una tempesta.

“Sarà solo il tuo stomaco”

Flavinio rimase in profondo ascolto. Sembrava un tonfo sordo. Un'idea gli balenò per la mente. Che fossero i sassoni? Guardò gli ultimi sbuffi di fumo levarsi pigri dall'orizzonte. Potevano davvero i sassoni essere arrivati così presto?

Quando lo sguardo di Flavinio si incrociò nuovamente con quello del compagno capì che finalmente anche lui aveva udito.

“Ehi Flavinio ...” la voce di Acilio sembrava aver perso il solito sarcasmo “ … ma questi non sono tambur?

Non fece in tempo a finire la frase che il suono di un corno eruppe dalla collina. Una nota profonda e lugubre, ripetuta tre volte. Dinas tenne a bada il proprio destriero scalpitante e volse lo sguardo verso le colline ad est. Tutti udirono. Tutti capirono, ma nessuno poteva immaginare.

Dalle fronde degli alberi uscirono i guerrieri sassoni. Lontani dall'essere uno schieramento, davano più l'impressione di un'orda. Centinaia di guerrieri in armature di cuoio e pesanti pellicce d'orso. Molti fra essi avevano il viso dipinto con segni di guerra. Alcuni barcollavano ubriachi e nudi, impugnando solo un'ascia. Le armi dei sassoni erano di fattura meno pregiata di quelle romane, ma non per questo meno letali.

Acilio strabuzzò gli occhi, imprecando a mezza voce. C'erano almeno tre sassoni per ogni romano. Flavinio d'istinto fece un passo indietro. Forse ne avrebbe fatto un altro se non avesse urtato lo scudo di un compagno. I sassoni rumoreggiavano, sciamando per le alture. Il loro comandante era un uomo dal viso austero e autorevole, con capelli grigi come la bruma dei monti. La mascella era prominente e il naso piatto. Lentamente volse la testa misurando l'intera linea romana. Si fissò con gli occhi grigi e gelidi su Dinas, dicendo qualcosa a coloro che gli stavano vicino. Il viso dei comandanti romani tradì preoccupazione per l'inferiorità numerica. Soltanto il Dinas sembrava guardare in alto con intensità e senza timore.Flavinio studiò il biondo generale romano con la speranza che avesse un asso nella manica.

“Secondo te che sta guardando?”

Ad Acilio scappò una stridula risata a quella domanda così strana e inopportuna.

“Scommetto che il nostro generale stia realizzando il fatto che se cade di nuovo prigioniero dei sassoni, stavolta è fottuto. Se lo prendono di nuovo dubito che fuggirà un'altra volta”

“Guarda, il suo sguardo non è diretto al comandante sassone. Sembra più concentrato a cercare qualcun altro. Non trovi anche tu, Acilio?”

“Se fossi bravo con le armi almeno quanto lo sei con le idiozie la battaglia sarebbe già vinta. Certo che guarda il comandante sassone. Chi altri dovrebbe guardare?”

“Non so, ho l'impressione che stia fissando la ragazza che sta proprio dietro il comandante”

Dall'alto della collina il vecchio sassone sputò in direzione dei romani. Il sole rese luccicante la sua corazza, al punto quasi da abbagliare chiunque lo guardasse. Lentamente alzò un'ascia che impugnava nella mano destra verso il cielo. A quel segnale tutti i tamburi da guerra sassone iniziarono a suonare con forza. Non proferì alcuna parola, non diede nessuna indicazione alla variopinta orda che fremeva dietro di lui. Alzò una seconda ascia al cielo e lanciò un grido selvaggio, rilasciando il suo esercito faticosamente tenuto a bada come se fosse una muta di cani inferociti. Tutti i guerrieri sassoni si lanciarono in una folle corse giù per il pendio. L'Orso stava giungendo per far precipitare l'Aquila.

“Serrate i ranghi! Alzate gli scudi!”

Queste furono le ultime parole di Dinas che i due compagni riuscirono a capire. La battaglia era iniziata. Flavinio sgranò gli occhi. Ad una decina di metri vide un sassone biondo con dei lunghi baffi intrecciati correre verso di lui. Deglutì al pensiero della grande ascia nelle mani del nemico. Alzò lo spesso scudo di metallo fino a nascondere completamente il viso, pensando che era meglio non vedere ciò che sarebbe accaduto. Con una mano toccò un ciondolo portafortuna, preparandosì come meglio poteva all'urto. Il suo respiro si fece affannato e proprio a pochi secondi dall'impatto capì di aver paura. Volse lo sguardo quasi smarrito verso Acilio. Anche l'amico si era riparato dietro l'ampio scudo. Teneva gli stivali ben piantati nel terreno nella speranza di resistere, il suo viso mostrava segni di rabbia.

“Sporchi sassoni. Attento Flavinio, arrivano!”

Il soldato romani avvertì distintamente il morso dell'ascia sull'acciaio. Al clangore metallico seguì un urto, poi un altro e un altro ancora. Flavinio faticò a credere che tutta quella forza potesse derivare da un solo uomo. Il romano si sentì addosso la pressione di decine di nemici, che premevano e annaspavano in cerca di spazio. Non fu in grado di soffocare un gemito. Il suo viso era sudato e aveva caldo. Il braccio sinistro che reggeva lo scudo iniziò a dolere. L'arto era schiacciato fra lo scudo e la corazza – e non era per nulla una bella sensazione.

Non era arretrato che di qualche centimetro di fronte a quella valanga. In realtà sarebbe stato spazzato via se dietro di lui non vi fossero stati diverse decine di soldati a spingerlo per riportarlo avanti. Lo scudo di chi era dopo premeva con forza contro la schiena, strappandogli un altro gemito.

Fece un gran sforzo per riuscire a vedere ciò che stava accadendo davanti a sé. Il biondo sassone dai lunghi baffi aveva ancora l'ascia piantata contro lo scudo di Flavinio. Fremeva e si dimenava, nel tentativo di estrarre l'arma e dare un nuovo colpo. Ma lo spazio era tiranno poiché dietro il sassone v'erano diverse decine di altri uomini barbuti che premevano. Lo sguardo del romano si incrociò con quello dell'avversario. Il nemico sbraitava parole incomprensibili nella sua lingua.

“Mi sta dicendo qualcosa!”

Il soldato romano tentò di far giungere la sua voce fino alle orecchie di Acilio.

“Nulla che ti piacerebbe sapere”

La voce del compagno suonava attutita e distante. Flavinio fissò con preoccupazione gli occhi azzurri dell'avversario. C'era ben poco che poteva fare oltre che guardarlo, stretti com'erano uno contro l'altro. Il viso squadrato del sassone era paonazzo per lo sforzo.

“E se mi stesse maledicendo? Acilio, se fosse uno stregone?”

Flavinio si sentiva a disagio nell'essere a così breve distanza da un sassone. Riusciva a sentirne l'odore di sudore e il tanfo di birra stantia proveniente dalla sua pelliccia d'orso.

“Se sapesse dominare la magia, l'avrebbe già usata. È solo un guerriero. Presto colpiscilo!”

Nonostante i consigli dell'amico il soldato romano non riuscì a trovare lo spazio per dare anche solo un colpo di spada.

“Attenti agli arcieri!”

Da un punto imprecisato dello schieramento l'energica voce di Dinas avvertì i soldati della pioggia di dardi che presto sarebbe giunta. Flavinio guardò in cima alle colline, dove era rimasta una larga fatte dell'esercito sassone.

“Maledizione. Acilio tieni giù la testa”

Si udì il fischio di decine e decine di frecce che presero il volo. Difendersi con lo scudo sarebbe stato molto più facile senza un'orda di guerrieri pronta a sfruttare anche il minimo spazio. Asserragliato com'era, Flavinio non poté fare altro che chiudere gli occhi e pregare gli Dei di non essere il bersaglio di nessun nemico.

Sentì un urlo provenire dalla sua sinistra. Quando si voltò vide che una delle frecce aveva colpito un romano al collo, proprio fra l'elmo e la corazza. Il soldato boccheggiava, mentre uno spruzzo di sangue macchiò tutto attorno a sé. Flavinio guardò inorridito il soldato spirare. Nonostante ogni alito di vita avesse abbandonato il soldato romano, l'urto fra i due schieramenti continuava a far rimanere il corpo do'vera – come un raccapricciante spaventapasseri -. I sassoni si resero conto che c'era un anello debole nella fila romana. Urtandosi e rumoreggiando cercarono di farsi spazio premendo contro il cadavere alla sinistra di Flavinio.

“Acilio, qui rischiamo di cedere!”

“Cosa?!”

Il soldato romano aveva il viso imbrattato di sangue sassone e stringeva i denti nello sforzo di contrastare i nemici.

“Non lasciare che si crei una breccia. Chiudi gli spazi!”

Flavinio diede un calcio al corpo del soldato caduto, scusandosi per i modi non molto delicati. Il cadavere ruotò un po' su se stesso e cadde in ginocchio, mentre alcuni sassoni tentarono di scavalcarlo calpestandolo. Finalmente aveva guadagnato un po' di spazio. Gli occhi di Flavinio bruciavano a causa del sudore e respirava con fatica per via della polvere. Si sentiva ogni muscolo del corpo indolenzito, ma non c'era tempo per riposare. Abbassò leggermente lo scudo, solo quanto bastava per riuscire a colpire il sassone biondo che gli stava addosso.

Con fatica levò verso l'alto la corta spada romana e colpì con fendente la testa del nemico. Sentì un rumore simile ad una noce che si rompe e vide un caldo rivolo di sangue scuro scendere lungo il volte del sassone. La morte aveva risparmiato ogni agonia al biondo guerriero.

“Acilio, muoiono proprio come noi!”

Il soldato romano sembrò quasi stupefatto di quella sorpresa.

“Che ti aspettavi, idiota?!”

Flavinio distratto da quei pensieri non vide che un nuovo sassone aveva ggià preso il posto del compagno caduto. Era un uomo con ispidi capelli rossi, rozzi segni bruni sul volto e il naso spezzato. Fece mostra d'un largo sorriso a cui mancavano diversi denti mentre colpiva il romano con una lancia.

Flavinio cacciò un urlo nel sentire improvvisamente un calore diffuso alla coscia destra. Calò lo sguardo e vide che il nemico lo aveva ferito con un infido colpo mirato alle gambe. Per fortuna i piccoli spazi disponibili avevano costretto la lancia sassone a deviare direzione, strisciando la gamba del soldato senza colpirla direttamente. Acilio guardò il sassone con ferocia, poi il compagno in difficoltà.

“Lo scudo, usa lo scudo!”

Flavinio strabuzzò gli occhi poiché non capiva il suggerimento dell'amico, ad un tratto intuì cosa doveva fare. Facendo peso con il corpo intero fece abbassare di colpo lo scudo, fino a spezzare la lancia dell'avversario in un due tronconi. Il nemico era disarmato e vulnerabile, ma Flavinio non riuscì a dargli più d'un colpo d'elsa. La fatica del suo corpo provato si stava quasi trasformando in dolore. Avrebbe dato qualunque cosa per un attimo di riposo. Desiderava sedersi a terra e riprendere fiato più di qualunque altra cosa, forse più di uccidere quel sassone scarmigliato.

“Che fai, Flavinio? Avanti è tuo!”

Acilio incalzava l'amico a finire il sassone, ma il soldato era allo stremo delle forze.

“Non ce la faccio!”

Si lasciò trascinare dalla folla, come un relitto in una tempesta. Non doveva nemmeno sforzarsi di stare in piedi, talmente era pressato dai due fronti. Guardò in alto e nel cielo limpido del meriggio scorse un'aquila nobile e solitaria.

“Acilio, Acilio! Lassù in alto?”

“Dove?”

“C'è un'aquila!”

“Non smetterai mai di sorprendermi. Sei in mezzo ad una battaglia e cosa fai? Guardi il paesaggio?!”

“Non capisci? È un segno degli Dei, un buon auspicio! Vinceremo la battaglia”

La voce di Flavinio di colpo divenne allegra. Sembrava aver ripreso qualche briciola di energia.

“Oh, davvero?” Acilio non fece grandi sforzi per nascondere lo scherno delle sue parole “Beh, fossi in te guarderei di là prima di trarre altri presagi dagli animali”.

Il soldato indicò lontano alla sua destra. Lo schieramento resisteva bene sulle ali, ma continuava a cedere sempre più terreno al centro. I romani faticavano a tener testa ai numeri degli avversari. La difesa imperiale aveva assunto una pericolosa forma curva, a gran vantaggio dei sassoni.

“Per gli Dei!” Flavinio non aveva ancora realizzato quando male stava volgendo la battaglia per l'Impero “Acilio, dovremmo informare il comandante”.

Il soldato iniziò a guardarsi attorno in cerca di Dinas. Non fu difficile capire dove era poiché era uno dei pochi a cavallo. Il comandante aveva la corazza macchiata di sangue fin quasi alla spalla ed era intento a urlare all'esercito di serrare i ranghi e resistere. Una freccia fischiò proprio a lato il volto del giovane. Dinas alzò lo sguardo verso le alture e per un attimo si fermò a riprendere fiato. Acilio approfittò della pausa del biondo cavaliere per chiamarlo.

“Signore, Signore”

Il soldato non era molto distante dal comandante, eppure faticava nel richiamare la sua attenzione.

“Signore! Mi sentite?!”

Dinas continuava a fissare la figlia del comandante sassone, completamente assorto nei suoi pensieri.

“Signore, lo schieramento sta per cedere al centro!”

Quelle parole destarono il capitano romano.

“Cosa?!”

Il biondo cavaliere si guardò attorno con aria confusa e sorpresa. Acilio riprese fiato per un attimo prima di continuare a spiegare.

“I sassoni stanno riuscendo a fare breccia al centro della linea degli scudi”

Dinas fece volare il suo sguardo per tutto il campo di battaglia.

“Maledetti sassoni! Avanti cercate di spingerli indietro. Fate tutti gli sforzi possibili”

I soldati che erano al centro dello schieramento annuirono senza molto entusiasmo. Flavinio vide i loro volti stanchi e stremati. Si chiese per quanto tempo potevano ancora resistere.

“Acilio che succede se la linea cede?”

Il compagno sembrava esitare a rispondere.

“Sarà come un'immensa e sporca rissa”

Flavinio rimuginò sulle parole di Dinas. Combattete come Roma vi ha insegnato. Erano stati addestrati a marciare secondo precisi schemi, non a lottare alla rinfusa. Abbandonò il filo dei suoi pensieri alle feroci urla dei sassoni. Ce l'avevano fatta, la linea romana era stata spezzata.

Come uno sciame di insetti, i nemici si sparpagliarono per l'intero campo di battaglia. Flavinio imprecò fra sé incredulo. I sassoni erano ovunque, i romani erano ovunque. Non c'era più alcun compagno dietro di lui a coprirgli le spalle. La morte poteva arrivare da ogni direzione. Ruotò su se stesso, disorientato.

“Attento Flavinio, dietro di te!”

La voce di Acilio lo mise in allarme. D'istinto si voltò riparandosi con lo scudo come meglio poté. Vide un grosso sassone con una mazza alzata fin sopra il capo. Il colpo dilaniò l'acciaio della protezione del soldato. Flaviniò si sfilò lo scudo ormai inutilizzabile e sferrò un pugno dritto al volto del nemico. Colpendo di punta, penetrò il fianco del sassone con la lama della spada. Il nemico si piegò su se stesso, portandosi le mani alla ferita. Il romano sputò sul corpo del sassone che arrancava, cercando di strisciare via. Si voltò in direzione di Acilio sfinito ma soddisfatto per ciò che aveva appena fatto. Non fu il viso dell'amico ciò che vide, ma un altro sassone.

Indietreggiò sorpreso e colto alla sprovvista. Inciampò sul cadavere di un romano e cadde per terra. Il nemico lo sovrastava e gli sferrò un colpo alla testa. Flavinio fu assordato dall'eco dell'acciaio. In breve tutto divenne nero e distante. Voleva scappare via, ma non sapeva in che direzione andare. Voleva urlare il nome di Acilio, ma non ci riuscì poiché aveva la bocca impregnata di sangue. Si portò la mano alla nuca, proprio dove la testa doleva a causa della botta subita.

Per un attimo Flavinio temette di morire ma con sua sorpresa l'ultimo colpo del sassone non arrivò mai. Pochi minuti dopo riprese l'uso della vista, riuscendo di nuovo a mettere a fuoco il campo di battaglia. Il sassone era morto. Acilio sopraggiunto alle spalle dell'avversario gli aveva salvato la vita. Flavinio si sentì trascinare via dall'amico, che lo aiutò anche a rimettersi in piedi.

“Dov'è la tua spada?”

Il soldato cercò fra il fango e la polvere fino a trovarla.

“E il tuo scudo?”

“Andato”

“Cerchiamo di stare uniti, così abbiamo più possibilità di uscirne vivi”

“Ehi Acilio … ” il romano fece una pausa cercando le parole migliori per ringraziare l'amico “... ho temuto di non farcela stavolta”.

Acilio ricambiò con un sincero sorriso.

“Sei solo un'idiota, Flavinio. Solo un novellino si sarebbe fatto cogliere di sorpresa”.

I due amici si voltarono nel sentire il nitrito di un cavallo poco distante. Dinas coi capelli sporchi di sangue cavalcava spedito nella loro direzione. Il suo sguardo però era diretto oltre i due soldati, verso la collina dei sassoni.

“Acilio cosa sta facendo il comandante?”

La voce di Flavinio assunse una sfumatura di dubbio. Il biondo ragazzo cavalcava con foga e non accennava a rallentare.

“Non so Flavinio, ma temo non ci abbia visto”

Acilio afferrò il compagno e si lanciò per terra. Il cavallo del comandante nitrì ancora una volta mentre superava con un balzo i due soldati.

“Ha rischiato di travolgerci”

Flavinio non riusciva a credere ai propri occhi

“Si sta fiondando in mezzo ai sassoni. Su quell'altura non troverà che nemici!”

Acilio strabuzzò gli occhi. Non riusciva a capire ciò che Dinas aveva in mente.

“Per gli Dei, il comandante è impazzito!”



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