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lavoro pubblicato lunedì 9 aprile 2012
ultima lettura lunedì 22 aprile 2019

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VITA FUTURA

di gartibani. Letto 673 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA” VITA FUTURA Lo seppelliranno più ad est possibile ed il peso della terra le cadr&a...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

VITA FUTURA

Lo seppelliranno più ad est possibile ed il peso della terra le cadrà sulle spalle, forse vicino abbastanza per non udire i rumori di fuori e l’acqua fresca e tranquilla che scorre oltre il bosco,particolato di sodio, nel bosco distrutto dalle piogge acide, nel lungo riposo della primavera ormai sconosciuta. I bambini che lo guardano mentre vanno a scuola e gli altri, quelli rimasti, che si mischiano tra le cose che ha sempre conosciuto, finiranno col pronunciarlo a stento, come se fosse una parola troppo lunga, adesso che il buco di ozono è ormai uno squarcio visibile nel cielo avvolto dai fumi, oltre i reticolati e la campagna, nello spazio vuoto lasciato tra le antenne e le carcasse di aerei e satelliti che precipitano irregolari.

In quello spazio in cui la notte è profondamente oscura proliferano le capanne, le cupole tropicali, le case quadrangolari, le tende, gli igloo; costruite e sparse o disposte a cerchio tra le scorze d’alberi sopravvissuti e le pelli di animali. Il centro dello spiazzo è riservato agli uomini che girano curvi, con i piedi fissi sulle piattaforme che spostano con il loro peso e ogni piattaforma concentrica si trova a mezzo metro di distanza. Lunghe e grosse travi di cedro tagliato e di plastica fusa e colata negli stampi formano le pareti di sostegno e i canali di scorrimento della luce. Alla periferia di questi accampamenti stanno le donne ei bambini, le donne quasi sempre nude, che si arrampicano nella profusione di specchi e ammiccano invitanti, hanno al colle le chiavi delle case, fatte di legno e dalle dimensioni inusuali, spesso le usano per correre come finti cavalli facendole passare tra le gambe. I bambini si coprono di peluria e portano strani meccanismi di riconoscimento che suonano al minimo movimento. Sullo sfondo, al limite del buco d’ozono sono allineate colossali statue di ogni materiale, circondate da rifiuti, resti di passate grandezze, magazzini di rottami dove si aggirano cani e incroci impensabili di animali ormai estinti. Il fuoco è tornato a essere sacro, poiché è puro e lucente, attivo, sottile, caldo e incorruttibile, il fuoco gira in ampie volute di fumo acre e si disperde finchè no riappare nella segatura e si sprigiona incontrollabile oltre le grandi navi primordiali, nella base di un boomerang e serve a meccanizzare il lavoro faticoso e si avvita tra perni girevoli e corde, tutti se ne stanno distanti e osservano il mito e la creazione e aspettano che passi la minaccia di spegnerlo.

Le nozze furono celebrate in un paese sperduto della Colombia orientale, molto prima della sua morte innaturale, quasi alla sua nascita, quando portarono minuzzoli accesi del fiore di motacu accuratamente avvolti in foglie umide e con esse bruciarono il pube della sposa e il suo prepuzio per comunicare la loro unione, lui aveva la faccia di un dormiente e portava un sacco letto come unica proprietà, lei un poggiatesta dalla forma inimmaginabile e un rozzo tronco a forma di panca quadrata dove sedevano i genitori e i parenti avvolti in complicate pettinature, il ventre era ricoperto d’argilla, conchiglie di cauri e perle di vetro e la sua anima si ergeva superiore accanto alle pitture magiche degli animali in provetta. Non sapeva allora che “ mai “ fosse una parola così definitiva e il verde un colore così tenue e raro.

Già da allora il giorno non era ciò che sembra, fermo nella lampada di steatite, accanto ai coltelli di caccia e alla neve che rende l’atmosfera irrespirabile, subito dietro al cigno nero dal collo lungo che nuota tra le ombre sui muri. In questo moto continuo, irreparabile, con la presenza del suono che si stringe addosso e l’obbliga a nascondere il volto per le tante improvvise paure imminenti. Gli altri portano una maschera che ghigna e mente, cela le guance e oscura gli occhi. A fare il cacciatore di uomini, nella fosca luce, con il sangue di marmotta che colora le tracce delle carovane e il composto di grasso per riempirgli la bocca, si fatica e si ricorda i tempi della tormenta e della pioggia nucleare.

Fù anche questo uno dei motivi per cui si allontanò e la lasciò sola con i pavimenti puliti di terra battuta e un pratico palchetto dove tenere le provviste. Era una decina di migliaia di anni ancora, nella colorazione del basalto, con la femmina che si dipinge i genitali e fugge inorridita dopo che si accoppia perche ha un diverso ideale di bellezza e l’usanza di bagnarsi in un fiume di petrolio almeno una volta alla settimana per coprirsi la nudità . Lui sa che l’acqua scarseggia ele testimonianze degli esploratori parlano di popoli migranti che invadono i deserti, che si lacerano le gambe e le braccia con denti di serpente. Sotto i loro piedi si fa lungo il cammino. Predicare in giro diventa sempre più rischioso; l’amore per gli uccelli, gli animali scarsi, le api giganti, un inno al mare che nessuno ha visto e parlare degli alberi folti e indicarli con colori per farsi capire, a volte disegnare le cose di cui si parla, perche non ci sono immagini, dentro i rifugi dei trapassati, ormai abbandonati, desiderando il lilla della sera e un giaciglio con qualcosa da mangiare. Rischioso perche si passa per demoniaci, per pigmenti spesso portati dai venti, per stranieri indesiderati e ratti da uccidere.

Conserva ancora il fascino di un libro, la dubbia moralità della musica, incisa con la fuliggine nel petto e tagliuzzata da una punta di vanadio, poi soffregata con la resina bruciata e aggiunta ai colori che gli danno rilievo. Come altri della sua setta, i cui corpi ricoperti d’immagini tatuate, di scene di teatro, di citazioni di testi, di fiori, di nomi, vagano come marinai semiavventurieri nei loro battelli d’aria, pieni di pinze metalliche e di getti di vapore, additati come criminali e imprigionati nei pozzi profondi, finche la barba e il pelo non li ricopra completamente, per essere poi rivenduti e obbligati a fare da animali imitandoli, camminando a quattro zampe e venendo frustati per dileggio. Questa gente ama decapitare le vittime con un cesello di legno e seppellire i carri e distruggere le mura dentro bracieri di bronzo, le mutilazioni sono esposte nelle fiere che si formano alla periferia dei campi, finche non arriva la notte e tutti si introducono nei fori praticati nel terreno e scompaiono.

Fu in quell’anno che scoprì un dorato edificio, perfettamente conservato, precipitato nelle perforazioni ininterrotte, le mura e il colonnato squisitamente intarsiato e inciso in magnifiche variazioni. La varietà dei materiali era innumerevole, alcune zone erano ricoperte di perle scintillanti, lo spazio era immenso. Lì imparò a sopportare in segreto i dolori, le agonie delle distese fiorite, gli inaccessibili pensieri, gli sviluppi delle scoperte, i seducenti mezzi della conquista. Dopo un anno e più dovette partire causa un terremoto che sconvolse quella pianura e lasciò una scia scarlatta che fece annegare tutto nel nulla.

parimenti non vi fate alcun taglio nelle carni per un moro e non vi fate alcuna bollatura sul corpo, io sono per voi, IL SIGNORE “ Forse cercava ancora l’aiuto di un'altra dimenticanza, l’abilità di essere presente oltre i millenni, come una scia di profumo e il propagarsi di una stella. Ebbe bisogno di molte ore per scoprire un nido di api selvatiche sull’alto di qualche lontano traliccio abbandonato ormai inservibile e fare i preparativi necessari a procurarsi il miele. Lasciarsi esausto nel vano desiderio e orinare nel punto distante dove le stelle precipitano e il vuoto si consuma. Anche l’inganno dei congegni elettronici, i laser rimasti inattivi e gli impulsi ancora vivi dei quadranti accesi, arrugginiti e intrappolati da formiche appuntite e conficcate nel fondo. L’evasione da quella apertura mascherata da fili sottili, nell’altezza artificiale di un baratro e salire di scatto su di una macchina rotante in un cerchio di fibre e di attrito oltre le cupole divelte e i sentieri delle trappole.

Lo catturarono mentre insegnava ai bambini il linguaggio, più preciso dei gesti consueti e dei suoni gutturali che usavano per esprimersi e lo misero in isolamento accanto ad alcuni sistemi di bloccatura automatica ancora in uso, poi le fecero antiche applicazioni e innesti di molle e di erbe secche senza risultato. Parlava e pensava ancora. In fondo era stato così anche per il primo robot umano, per il primo alieno precipitato e ignoto, per il corpo del bufalo pubblicato nel video, per quel gusto di vivisezionare e oltraggiare tanto caro ai vincitori. Vano quanto breve quell’impercettibile mutamento lo mantenne in vita il tempo necessario, capì che era giunto il momento di lasciare le spoglie della sua antichissima razza, in una successione cronologica sfavorevole, nel tempo che era appassito come una foglia autunnale, marchio dell’ingegno. La grande chiarezza di lasciare la forma più elevata di esistenza per riavere il posto stabile dell’energia suprema, quell’insieme di forze e spiegazioni che potevano essere tramandate. Si lasciò apparentemente morire, soggetto allo scherno e alla curiosità dei suoi simili, nell’assoluta incapacità di capirsi e farsi comprendere, germogli d’alberi per farne talee e la gran meraviglia dei banani finalmente cresciuti e carichi di frutti. Sapeva lo avrebbero portato nuovamente ad EST, oltre le risaie selvatiche, nei territori di guerra, dove in tempi recenti le carestie avevano sconfitto popoli di guerrieri e le canoe sospinte dalle correnti erano rimaste ancorate a lunghi pali forcuti.

Il giorno che decise di far finta di morire, lo colpirono con la zappa di conchiglia tagliente e osservarono il suo sangue bollire ed evaporare sulla pietra di cristallo, poi combinarono parecchi occhi in una sola unità e lo trasportarono nel luogo di macellazione. Alcuni pregarono ma senza farsi riconoscere. Tutto questo avvenne per saziare l’avidità di uomini ingordi, accecati dal potere, nella cauta incuria di un granello di polvere. Lo seppellirono e si curvarono ad mare i suoi infiniti corpi, stupende maschere e tamburi, variazioni di forme e di materiali e la fiamma che stette ad indurire quel punto. Poveri ignoranti, non era certo morto, ne volato nei colli di luce infinita, lungo splendidi corridoi di soli e di pianeti in continuo scontro. Nel pallido e immoto mattino lo contemplavano immobili, alcuni pregavano, era rigido, trattenuto da mani impietose, l’alito ormai logorato, uno che non si era mai visto ne conosciuto.

C’era un tempo in cui un pallido essere senza sangue ne cuore moriva crocifisso, statico tra gli idoli e nell’ammobiliamento delle case attraenti, nel tempo dello scudo e dello scavo, nel tempo delle infinite maree e fusioni. Quel tempo che era stato sepolto dalla dimenticanza.

Lui ricordava e sapeva, di aver raggiunto una tale perfezione, di saper non morire, oltre la primitiva trappola di legno, nell’intarsio delle traiettorie, con l’intero patrimonio genetico ancora intatto, riemergendo dall’acqua dei secoli, battuta dai randelli e dalle nebbie.

In attesa di un luogo dove intrecciare nuovamente con grande accuratezza e precisione un altro trascorso di gesti e di azioni. Un’altra vita.



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