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lavoro pubblicato sabato 7 aprile 2012
ultima lettura sabato 20 aprile 2019

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IL FASCINO DEL MISTERO - Il Viaggio

di mariapace2010. Letto 606 volte. Dallo scaffale Fantasia

IL  VIAGGIOErano partiti da Bir Fadhitcinque settimane prima. A Bir erano giunti dopo un volo di sette ore messo adisposizione dall'agenzia di viaggio. Ormai erano prossimi alla meta.Il cammello su cui Piera e la suagiovane compagna di viaggio, Ja...





IL VIAGGIO





Erano partiti da Bir Fadhit
cinque settimane prima. A Bir erano giunti dopo un volo di sette ore messo a
disposizione dall'agenzia di viaggio. Ormai erano prossimi alla meta.



Il cammello su cui Piera e la sua
giovane compagna di viaggio, Jasmine, ciondolavano, stanche della fatica,
affondava i garretti nella sabbia della Haramam, il territorio sacro della
Mecca.



Piera aveva simpatizzato con
Jasmine fin dal momento in cui erano state presentate, nell'ufficio
dell'agenzia di viaggio araba che, insieme a quella torinese, aveva organizzato
quel viaggio e il relativo soggiorno in Arabia.



Le due ragazze si somigliava
perfino un po' e svolgevano un lavoro molto simile: Piera per una agenzia di
assicurazione e Jasmine, per un'agenzia turistica.



Quel viaggio, Piera l'aveva
sempre desiderato. Nutriva una grande passione per tutto ciò che aveva sapore
arabo e conosceva piuttosto bene gli usi, i costumi e le tradizioni di quel
popolo. Sapeva, ad esempio, che ai non musulmani era vietato l'accesso alla Kahab,
il Sacro Cubo della Mecca e che senza quella opportunità, non avrebbe potuto
mai farlo. Per questo a Bir Fadhit l'avevano affidata ad una hostess: Jasmine,
per l'appunto.





Il viaggio era stato lungo e
sfibrante, ma infine era giunto al termine.



La pista che Abud, il
capo-carovana, un giovane arabo appartenente ad una tribù dell'interno, aveva
scelto per i suoi ospiti, era tra le più battute del Paese e il percorso era
confortato dalla presenza di numerosi
pozzi che un tempo neanche esistevano.



In quelle settimane la carovana
aveva macinato chilometri su chilometri. Là dove era stato possibile, l'uso
della jeep aveva accorciato il percorso, ma alcuni tratti era stato possibile
percorrerli solo a dorso di cammello.



Sotto gli occhi della ragazza il
panorama era in continua trasformazione: case bianche unite da perimetri di
mura ininterrotte, case fortificate come piccole fortezze, costruzioni rupestri
e tante tende: bianche, grigie, a righe.



Avevano attraversato vasti
deserti percorsi da oleodotti e disseminati di impianti di trivellazione e
raffinazione del petrolio. Avevano sostato in oasi lussureggianti e superato
brevi monti.



Piera, una vacanza così, non
l'avrebbe mai dimenticata.





La cosa più considerevole, però,
era stata la vista del Rub-al- Khaly, il deserto più deserto del mondo.



I nomadi, che in quel mondo
terribile ed affascinante insieme, riescono a vivere, lo chiamano anche Ar-Rimal:
Le Sabbie, poiché non esiste null'altro che sabbia, sabbia ed ancora
sabbia.



No... in realtà non è proprio esatto:
in tanta desolazione si possono incontrare creature sorprendentemente vive,
come rettili, insetti, lucertole, a testimonianza della lotta per la vita e
della sua vittoria sulla morte.



L'occhio vigile di Abud, il
capo-carovana, aveva scorto anche tracce degli ultimi predoni del deserto:
ultimo palpito di un antico sistema di vita, cosicché, macchine fotografiche,
registratori, computer e provviste alimentari, furono immediatamente messi
sotto stretta sorveglianza.





Nonostante il flagello della
febbre delle sabbie che l'aveva colpita
per due giorni o tre, l'entusiasmo della ragazza era altissimo.



Le notti, trascorse a ridosso di
qualche duna a semicerchio, erano meravigliose e terse e tingevano il cielo di
un azzurro intenso, sconosciuto sotto
altre latitudini.



Le albe erano stupende; si
avvicinavano prima ancora che la luna fosse scomparsa ed abbracciavano le tende
ancora sommerse dal blu notturno. Mandavano giù dal cielo un chiarore di una
brillantezza accecante, in un'opalescenza sfumata di mille colori, prima di
sollevare la linea che separa il cielo dalla sabbia.



"Guarda. - le diceva tutte le
mattine Jasmine - Ibrahim è già sveglio."



Ibrahim era il secondo di Abud.





Si erano lasciati alle spalle
Ar-Rimal, un angolo del nostro mondo che pare appartenere ad un altro pianeta,
ed erano arrivati alla Città Santa della Mecca.



La vista delle prime case accese
nella ragazza una strana, incontenibile inquietudine.





Era con Jasmine ed Ibrahin,
poiché alla Città Santa una donna dev'essere sempre accompagnata da un uomo e
stavano attraversando a piedi scalzi il sentiero di marmo che conduce alla
Kaaba,.



Piera si guardò intorno; guardò
Jasmine: superbia, vanità, orgoglio, parevano cancellati sull'immensa marea di
visi che la circondava. Anche il volto dell'amica appariva sereno e in pace.



"Vorrei tanto un po' di pace
anche per me..." pensò con un filo di voce



Guardò il drappo di seta nera che
ricopriva il cubo di pietra, lesse le parole ricamate in oro:



"La itaha
illa Allah wa Muhammad rasul Allah."



(Non vi è altro Dio se non Allah
e Maometto è il suo Inviato)



Guardò ancora Jasmine.



Avevano osservato tutti i doveri
del pellegrino.



Infagottate nell' ihram,
il sudario bianco, avevano girato intorno al massiccio Cubo Sacro per sette
volte ed in senso contrario; Piera era riuscita perfino a toccare la pietra
appartenuta ad Adamo e poi all'arcangelo
Gabriele, prima di essere
affidata ad Abramo.



Quasi nessuno vi riusciva, tale
era la calca.





Fu proprio a quel contatto che la
sua inquietudine si trasformò in apprensione, prima di mutarsi in angoscia.



Faceva molto caldo; un caldo
opprimente ed implacabile: causa di molti malori.



La ragazza ebbe l'impulso di
fuggire, ma si trattenne, soprattutto per riguardo verso la sua compagna, che
seguì fino alla fontana di Zam-Zam.



Qui, la sua angoscia precipitò
nel terrore; un terrore incontrollabile che la costrinse a staccarsi dai
compagni e dirigersi, in una corsa sfrenata, verso i ponticelli di Safa e
Marwal, bisbigliando frasi sconnesse:



"Signore, Signore. - diceva -
Salva la vita di Ismaele... figlio di Agar e
figlio di Abramo. Abbi pietà di Agar... Agar... Agar.."



Portava ancora nelle orecchie la
voce di Sara, la prima moglie di Abramo, gelosa di lei, da quando aveva
partorito il suo figliolo... il piccolo Ismaele.



Sara era sterile e la Legge le
consentiva di diventare madre per mezzo suo, ma poi, anche Sara era diventata
madre... madre di Isacco. Aveva ancora negli occhi la visione della sposa si
Abramo offesa perché Ismaele si era preso gioco del figlio di lei: Isacco.



"Scaccia questa donna. - aveva
detto ad Abramo - E scaccia anche suo figlio. Io non voglio che sia erede con
mio figlio Isacco."



Era stata scacciata, col
figlio Ismaele, ed aveva lasciato la
tribù assieme ad una fedele ancella.



Con del pane ed un otre d'acqua,
che Abramo aveva fatto mettere in una bisaccia, avevano affrontato il deserto;
l'acqua, però, era venuta presto a mancare nell'otre.



Lei avrebbe voluto raggiungere il
Nilo, il fiume lontano presso le cui riva era nata; avrebbe voluto tornare
nella sua terra, ma non conosceva la strada e il deserto era grande, terribile
e soprattutto implacabile con la gente sprovveduta.



La sete aveva cominciato a minare
la loro resistenza fisica ed a confondere le idee, che si agitavano scomposte
dietro la fronte come calabroni nei loro nidi.



Un pensiero, però, più degli
altri, l'atterriva: quello di veder morire la propria creatura.



Aveva cominciato a pregare tutti
gli Dei, quelli lasciati nella terra d'Egitto e quello incontrato nella terra
di Abramo:



"Abbiate pietà... - pregava - Abbiate
pietà del figlio innocente di Agar."



Aveva visto un arboscello;
null'altra vegetazione poteva crescere in quel deserto pietroso.



Sotto quell'ombra avevano cercato
un momentaneo riparo, prima di tornare a vagare alla ricerca di acqua. Le vesti
erano lacere, i piedi tormentati, il volto arso dal sole e la stanchezza era in
agguato e aveva finito per rubare le loro ultime forze.



"Pietà per mio figlio Ismaele...
pietà per mio figlio... un sorso d'acqua." continuava ad invocare, quand'ecco una voce piovere dal cielo:



"Agar, non temere... Dio ha
ascoltato le tue preghiere."



Si era fermata ed aveva
finalmente scorto la presenza di un pozzo che prima, accecata dalla
disperazione non aveva visto. Di quella s'era dissetata ed aveva dissetato suo
figlio e l'ancella.





Esausta per la corsa, il respiro
affannoso e lo sguardo perso nell'infinito, così, più tardi, Jasmine ed Ibrahim ritrovarono Piera.



"Piera, che cosa è successo?"
chiese Jasmine con accento di stupore e un po' di preoccupazione.



"Ismaele...la mia creatura..."
rispose la ragazza sollevando sull'amica lo sguardo smarrito.



"Signorina Piera, cosa sta
dicendo?" anche Ibrahim la guardava stupito



"Ora che Ismaele non morirà di
sete, - Piera riprese a balbettare - Agar ha raggiunto la serenità."



"Chi è questa Agar?"



"Sono io, Agar. Sara mi ha scacciata, ma il Dio di Abramo ha
ascoltato le mie preghiere."



"Ma che stranezze sta dicendo, la
signorina Piera? - scuoteva il capo Ibrahim.- Sembra confusa... il sole... Il sole,
qui, non è alleato dell'uomo." sospirò.



"Già! - assentì Jasmine - Non è
abituata a questa calura."



"Portiamola via di qua. Che la
Misericordia di Allah la sostenga."



"E' convinta di essere un'altra
persona... una certa Agar..."



"Agar? - scosse il capo Ibrahim -
Non sarà la Agar della Bibbia, la madre di Ismaele, il Patriarca?"



"Stava proprio parlando di suo
figlio Ismaele... - convenne Jasmine, poi
suggerì - Portiamola fuori del Tempio. In ospedale ci diranno che cosa può
esserle accaduto."



La condussero ad un posto di
soccorso, poi in ospedale, dove la ragazza fu trattenuta per più di una
settimana, prima di essere rimpatriata.





Sono passati quasi quattro mesi,
ma Piera dice ancora di chiamarsi Agar e fa rivelazioni su posti e luoghi che
conosce perfettamente senza esserci mai stata.





Nota. Chi volesse approfondire la
vera storia di Agar, controversa
figura biblica che, ponendosi in una posizione critica rispetto alle
consuetudini del suo tempo, potrebbe anche oggi essere scelta come simbolo di
tutte quelle donne che vogliono uscire da una situazione di immobilismo
secolare, può richiedere il libro

" AG A R"



di Maria Pace, a:



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