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lavoro pubblicato sabato 7 aprile 2012
ultima lettura mercoledì 23 settembre 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Echi, 22

di Saccinto. Letto 660 volte. Dallo scaffale Amore

A volte Jim ci raccontava storie che avevano per protagonista soltanto il gancio. La più bella era quella in cui il fratello piccolo di una sua ex fidanzata l'aveva seguito una volta mentre lui, in ciabatte, cercava di raggiungere il bidone dell...

A volte Jim ci raccontava storie che avevano per protagonista soltanto il gancio. La più bella era quella in cui il fratello piccolo di una sua ex fidanzata l'aveva seguito una volta mentre lui, in ciabatte, cercava di raggiungere il bidone della spazzatura per buttare una busta di immondizia. Il ragazzino gli saltellava attorno gridandogli tutti i peggiori insulti, allenato e mandato dalla sorella. Lei doveva essere fortemente convinta che essendo un bambino, non gli sarebbe accaduto niente. Ma il gancio non possedeva il tipo di sensibilità per cui si può lasciar correre di fronte ad una evidente indizio di inferiorità dell'avversario. Gli versò un pugno in testa e lo stese. Poi proseguì verso il bidone nelle sue ciabatte. L'ex ragazza allora, vista la scena della finestra, scese in strada e inveì contro di lui. Gli tirava i pugni sul petto, gridandogli delle cose. Non sapendo cosa fare perché la sua etica non gli impediva di atterrare un bambino, ma gli consigliava di non picchiare una donna, il gancio non trovò idea migliore di rovesciarle in testa la busta di immondizia. Poi se la trovò, vuota, in mano. E la ragazza urlava e picchiava ancora più forte. Così la calò sulla testa, la annodò sul collo e tentò di strangolarla. Come risultato ottenne una ragazza e un bambino svenuti uno accanto all'altro. Ma Jim ci assicurò che poco dopo si ripresero, si rimisero in piedi tastandosi il capo e, raccattando le loro ciabatte, se ne tornarono a casa. Sconfitti per sempre.

- Perché l'hai fatto? - mi giravo verso il gancio, cercando di capire – Non potevi semplicemente buttare la busta di immondizia e andartene?

- Non lo so – rideva - Chiedi a lui – come se Jim detenesse tutti i diritti della storia.

Noi ascoltavamo divertiti questi racconti e poi condividevamo qualche nostra storia. Erano storie piccole. Però si facevano valere. Anche loro si divertivano a sentirle. Poi una bocca si spostava rapidamente di candela in candela soffiando sul fuoco. C'erano attimi di atavico terrore del buio in cui facevi scattare la testa rapidamente a destra e sinistra cercando di mangiare l'oscurità con gli occhi. Cercavi di nasconderti nel più assoluto silenzio. E appena sentivi un corpo cominciare a dimenarsi da qualche parte nella stanza, urlando frenetici – No –, potevi essere sicuro che il gancio si stava allungando sotto la sua maglietta. Era meglio correre verso la porta d'ingresso e darti all'indegna fuga.

Anche Cesare divenne poco per volta mio amico. Eppure non ero una ragazza. Era un amico strano, a dire il vero. Amava un genere di sincerità al vetriolo che non si tratteneva mai dal dispensare. Preferiva mostrarsi antipatico che rinunciare a questa sua irrritante forma di sincerità. Mi chiedeva di accompagnarlo ad aprire la casa sul tardo pomeriggio, quando per me era ancora l'alba. Io accettavo. Spesso ci andavamo a piedi. Lungo la strada parlavamo degli argomenti più vari. Io mi lasciavo andare, cominciavo ad aprirmi. Poi qualcosa mi insospettiva e mi affrettavo ad innalzare delle barricate: non sapevo mai quando avrebbe colpito.

- Secondo me tu sbagli ad avere soltanto tre amici – ecco che arrivava una sferzata su un fianco – Guarda me: io non ho un amico in particolare, non ne ho mai avuti. Grazie a questo, posso averne quanti ne voglio. Io sono amico di tutti.

- Io, Cosimo, Daniele e Raffaele siamo come fratelli. Non è una questione di amicizia. E Tommaso è nostro fratello grande.

- Sì, questa cosa è bella perché comunque siete molto uniti. Però dovreste aprirvi anche agli altri, dài. Dovreste conoscere le ragazze, fare nuove amicizie. Raffaele comunque a me sta un po' antipatico.

- Antipatico? Che cosa vuol dire? - corrugavo la fronte.

- Non lo so. Mi sembra un tipo chiuso. È troppo riservato. Sembra che non voglia incontrare nessuno. Almeno tu, Cosimo e Daniele venite un po' prima la sera. Lui viene sempre per ultimo. E, se non sono usciti tutti per andare via, aspetta fuori.

- Boh, lui è fatto così – cercavo di schivare.

- Daniele invece mi sembra simpatico – sorrideva.

- Sì – mi passavo una mano dietro la nuca. Almeno Daniele aveva fatto una buona impressione.

- Comunque tu stai perdendo i capelli – puntava un dito. In fretta riprendevo ad alzare le barricate. Cesare ti fregava sempre. Non ti dava il tempo di formulare una risposta che già aveva pronta un altro fastidiosissimo argomento.

- Eh. Sono cose che succedono.

- Ieri sera è venuta Francesca – non la smetteva mai. Il percorso fino alla casa certi pomeriggi era davvero duro – Continuava a tenersi il cappotto anche dentro la casa. Alla fine le ho detto “Toglitelo, scusa. Quando esci te lo rimetti” e lei diceva di no. Io le ho detto “Perché, scusa?”. E lei mi ha detto che aveva il culo grosso. Si è girata, ha alzato il cappotto e io sono rimasto così – Cesare si fermava lungo la scalinata con le mani in avanti, gli occhi sgranati e la bocca spalancata. Come se avesse ancora quel culo di fronte. - Ste', credimi: aveva un culo perfetto – e scuoteva la testa per dimenticarselo. Purtroppo io lo sapevo bene. Che cosa potevo rispondere? Ormai ero rassegnato. Potevo solo aspettare la prossima fucilata - Da quando è tornata da Milano, quest'estate, io comunque non la capisco proprio.

Io sbuffavo senza farmi sentire e giravo la testa dall'altra parte.

- Quando stava con te si vedeva che non era innamorata. Ma di Omar dev'essere davvero innamorata. Che ragazzo fortunato. Non come noi – mi dava un colpetto su una spalla, sorridendo.

Io non avevo niente da ridere. Montavo una faccia a metà strada tra l'indifferente e quello che non capiva di cosa stava parlando.

- Non sai niente di Omar? - restava sconcertato.

Scuotevo la testa. Sinceramente ignaro. - Non si sono preoccupati di informarmi – dicevo.

Cominciava a raccontarmi tutto quello che lei aveva fatto da quando ci eravamo lasciati. Sapeva tutto. Io spegnevo il cervello e accendevo la radio mentale. Suonavano i Cure. Pararappapà, pappapà.

Per l'insolito orario in cui mi faceva uscire, cominciai a sorbirmi le ragazze dal pomeriggio fino a quando andavano via. Lui ne conosceva davvero tante. Erano tutte sue amiche. Una volta portò due gemelle con una delle quali disse di essere fidanzato. Me le presentò. Mi sedetti sul divano, annoiato di tutta quella gente nuova. Le gemelle lo abbandonarono immediatamente e vennero a sedersi accanto a me sul divano: una a un lato e una all'altro. Cominciarono a fare milioni di domande. Parlavano quasi contemporaneamente ma facevano domande diverse. Non riuscivo a rispondere a entrambe e continuavo a girare la testa da un lato e dall'altro. Sembrava un effetto dolby malriuscito. A salvarmi accorse Jim. Abitava di fronte. Mi chiamò direttamente da casa sua. Mi misi in piedi e mi affacciai. Gli risposi che c'ero. Quando Jim chiamava non potevi negarti. Era alto almeno un metro e novanta. Lo sentii scendere le scale per raggiungerci.

- Scusate – disse fermandosi sulla soglia – Voi stavate facendo qualcosa? - indicò le due ragazze con le gambe accavallate e i visi in attesa sul divano. Mi girai verso di loro.

- No, no – sorrisi – Entra. Ci eravamo appena presentati.

Entrò con un vecchio stereo a cassetta e fece partire il nastro chiedendomi di tradurre il pezzo. Era di Nino D'Angelo. Cercai di impegnarmi, ma non conoscevo tutte le parole. Mi inventai una traduzione e lui la prese per buona.

Nel viavai di tutta la gente a cominciare dalle sei di pomeriggio, ero costretto anche a seguire tutti i movimenti di Francesca. Se ne veniva con certe gonne che facevano venir voglia di sbatterla immediatamente al muro. Io cercavo di guardarla il meno possibile, ma non ce la facevo. Il suo seno sembrava aver raggiunto il nirvana. Le sue gambe, scolpite nel nero dei collant, erano una vera e propria rappresentazione artistica. Era uscita completamente fuori dal bozzolo. Adesso era una farfalla. Con colori psichedelici e profumi narcotizzanti. Ed era libera, in mezzo allo stormo di ragazzi e ragazze che frequentavano la casa. Se ne sarebbe potuto innamorare chiunque.

Con il susseguirsi delle serate, passò da una distanza minima di sicurezza di cinque metri da me a una distanza sempre più ravvicinata, senza sospettare di correre un grosso rischio. Finché una sera me la ritrovai seduta accanto sul divano che mi accarezzava i capelli. Non riuscivo a ricordare la progressione con cui il tutto era avvenuto. Ma mi parve che ogni grado di avvicinamento fosse dato dall'approssimarsi a me di un'altra qualsiasi ragazza. Se avessi avuto qualcun altro a cui poter far notare la cosa, sono sicuro che sarebbe arrivato alla stessa conclusione a cui non osavo arrivare io: sembrava gelosa. Di me. Di me? Impiegavo la maggior parte del tempo a dormire disteso sul divano per la noia. Ogni tanto passava una ragazza e si fermava a parlare. Io non ascoltavo e dicevo sempre di sì. Funzionava. Francesca si faceva largo vincendo l'imbarazzo e veniva a sedermi accanto.

- Ti ricordi di quando eravamo insieme? - la sua mano attraversava lo spazio tra di noi, venendo a rintanarsi nella mia. Sentivo il profumo del suo collo librarsi nell'aria come un antico richiamo di baci e abbracci.

- Sì, mi ricordo – mi giravo dall'altra parte, chiudendo gli occhi.

- Anch'io mi ricordo. Ci penso sempre – e non pensarci più. A che cosa serve?

Aprivo gli occhi, nella penombra della stanza. Immaginare così era più difficile. Modulavo il silenzio al ritmo del respiro, fissavo lo sguardo su una cucitura del divano. La realtà era solo quella che potevo vedere: lo spesso filo nero che si immergeva e riemergeva dalla logora pelle messa a fuoco come a comporre una lunga striscia di punti di sutura. Se alzavi la vista ti accorgevi che la ferita non finiva mai. In quel momento sentivo il cuscino alleggerirsi dietro la mia schiena. Lei si era rimessa in piedi. La sua mano aveva lasciato la mia. Qualcuno la stava chiamando. Sembrava soffermarsi per qualche istante ancora. Poi andava via.

Mi giravo su un fianco verso la stanza. Aprivo l'occhio più vicino al cuscino nella semioscurità per osservarla sistemare con cura i capelli mentre indossava il suo cappotto. Adesso si metteva d'accordo con le amiche per andare a fare un giro. Per andare dove? Per incontrare chi? Di chi avrebbero parlato? Non mi riguardava. Lei non era mia. Avevo imparato a memoria la lezione del cinema e quella della nostra separazione. Mi sembrava di essere tornato indietro nel tempo. A prima di tutto. A quella sera in cui mi ero messo zitto, in silenzio, a guardare una sconosciuta venuta dal nulla parlare con gli altri, ridere, imbarazzarsi, come se fossi uno spettatore assente dal contesto, come se fossi il vento o una foglia caduta che l'attenzione umana ignora. Ne ero fatalmente affascinato, come da sempre. Ed ero assurdamente geloso di lei. C'era un motivo: quasi tutto, della vita, mi annoiava. Non potevo farci niente. Lei no. Era questo.



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