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lavoro pubblicato venerdì 6 aprile 2012
ultima lettura mercoledì 4 settembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

La donna del Generale

di gartibani. Letto 656 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA” LA DONNA DEL GENERALE (MORINA) Quella sera la luna aveva bisogno urgente di un general...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

LA DONNA DEL GENERALE (MORINA)

Quella sera la luna aveva bisogno urgente di un generale, troncate di botto le risa e i languori della voce, con l’altoparlante che vomitava frasi sconnesse oltre il giardino e la cancellata superiore verso la fila di colline opacizzate.

Forse il Generale passava la vita al telefono.

Nessuno che uscisse di casa, le vie deserte, il puzzo d’alcool, di marijuana, di sudiciume, la censura che si accaniva contro scrittori e giornalisti. Invece aveva sempre desiderato diventare un cantante, altro che Generale. Era un tipetto magro, pelato, sorriso a tutta faccia, grande ballerino di tango e di bolero e profumato mercante, famoso per il suo membro possente.

La stanza che li accoglieva aveva visto in una settimana dieci coppie buttarsi in un pozzo, eppure le tendine erano ancora al loro posto; il letto sfatto e una smorfia nel lenzuolo sgualcito come se stesse per sputare. Forse aveva sognato un fachiro steso sui chiodi ed il suo corpo ossuto si era impressionato nella pellicola mentre la cinepresa filmava indifferente.

- Dedicherò il resto della giornata ai suoi calzini – disse la donna che era con lui e che scriveva in modo estremamente corretto, mentre infilava il dito nel buco vicino al calcagno e le faceva il solletico.

Serpenti passeggiano sul corpo macerato, stropicciare della pelle ed ebbe una erezione – Don Gustavo ! – lo fissò lei quasi elogiandolo, - Non è il momento di farsi degli scrupoli, ma non pretendete troppo …. – La signora Morina aveva fissato ora e data di quella visita e adesso era sola, nuda e cruda, nella stanza del Generale, gli argomenti di cui non aveva parlato, togliendosi ogni ragionevole dubbio erano ora concentrati tutti in quell’istante. Ogni volta ne usciva distrutta e provava un inestinguibile dolore, acuto, tra l’inguine e l’ombelico, come una fitta pressante e demoni che la colpivano fino all’orgasmo. Eppure le figlie l’avevano avvertita, glielo avevano proibito, dopo la morte del padre, nella porta vecchia dell’ospedale, mentre due uomini miravano col fucile telescopico e lo fecero cadere ruzzoloni, con il piatto del giorno in mano. Lei si sporcò del suo sangue la vagina, segno di fertilità, poi si arrotolò le gonne e continuò a mandare avanti la casa come se niente fosse fino a questa sera. Ricordava una scandalosa paura di donne che piangevano dietro la bara e il busto che gli eressero in piazza, poi subito divelto.

Il Generale la baciava sul corpo, sempre più vicino al seno e le mani andavano giù per la schiena. Niente parabrezza, i vetri in pezzi e una pesca in bocca, forse solo carcasse d’auto e i buchi scuri dei motori contro i suoi capezzoli chiari, i bagagli ammucchiati dentro i cofani senza motore e la rabbia che saliva nel giallo improvviso. Avrebbe suonato il pianoforte seduta sulle gambe del Generale mentre lui la frugava e gli passava la lingua sul collo alitandole una voglia di sole. Nani con i piedi in fuori e storpi e ciechi calpestando bambini in corsa, forse costretti a camminare inclinati in avanti con i visi piagati, tagliati dalle spade e rifiniti nelle fosse comuni.

Cosa c’era dietro l’ultima porta ? Valeva forse la pena perdere del tempo, indugiare ancora nell’amore ? Limarsi i nervi, mettercela tutta per godere fino all’estremo e fantasticare sul filo di sperma che ricostruiva ragnatele viscose. Senza gettone, senza foto sui giornali, nelle trappole quotidiane costruite dalla burocrazia di cui il Generale faceva parte, per dividere sempre più i poveri dai ricchi, i maschi dalle femmine e così via. Poi tutta quella poltiglia antiecologica e contro inquinamento, come un edificio di latta scorticata per finire sempre e comunque in una richiesta di denaro, denaro che fa bene al fegato e scaccia l’incubo dell’Intifada.

Il tunisino arrestato friggeva polpette e arrotolava camicie sui banchi vuoti, lo videro commettere uno stupro. Anche il Generale, uscito di lì con Morina in minigonna e la coscia lunga affusolata, nel mezzo della folla, succhiando lo voglio e stravoglio. Così il Generale impazzì e la seguì voltando l’angolo curvo, oltre il ponte e la targa e il disegno dei capelli che si lasciavano andare nell’olio diesel sciolto come strutto e sempre più vicino al tramonto. Adesso aveva la lingua tutta dentro la bocca e la saliva mischiata piena di voglie e disperazione, il pene fermo sull’isola salvagente che bruciava come un incendio e Morina vi poggiava sopra una vita decente e morigerata, in difesa dei buoni costumi, della campagna, affinchè la moda fosse più sobria, affinchè spariscano le riviste pornografiche, affinchè non si pratichi l’aborto e piova sempre più acido. Si perche le cose serie sono le più terribili sopratutto quando l’autobus affollato andava a più di cento all’ora in fondo al fondale, oltre la curva. – Almeno un liquorino alla frutta , - disse tirandosi su i pantaloni da graduato, - o un caffeino, via ? - Lei si puliva le cosce e tutto il resto nel decimo piano del bidè, avendo vinto la casa e un guardaroba completo e forse anche la pelliccia di visone. Il gambo della rosa terminato in una minuscola pistola, unito per sempre al mondo così da evitare una catastrofe. Il generale fu eletto Presidente in tutte le piazze del paese e lo fu per le banche che danno i soldi solo a chi ne ha, forse sopra la tribuna dove si masturbavano gli alti dignitari della chiesa, ministri, giudici dei tribunali superiori, cavalieri del lavoro appena nominati. Un gelato alla fragola per il piccolo ebreo diseredato; anche per il palestinese scacciato. La gente a giuggiolare tutto il giorno.

Sicuramente erano già le undici del mattino. Il Generale era vestito di tutto punto, in alta uniforme e la guardava con fierezza, vecchio noto saggista e libertino incallito. – Qualunque cosa, signora Morina, per lei qualunque cosa ! – Morina aveva una faccia di plastica, ancora il trucco disfatto, con l’eterno mal di capo della domenica e gli occhi visionati da un altro teleromanzo a puntate. Forse l’unico bar della zona dove bersi un cappuccino. Vivere di continuo in un posto lurido, nelle sabbie di un’idea malferma, nei sacchi di patate e nel bisogno di avere tanta acqua per un bel bagno. – Generale; - un bacio, ancora uno…. – Lei si avvicinò civetta, sborniata dal prolungarsi del bagno, dal languore della doccia gelida, dal profumo di lavanda. Fra trenta secondi la loro prossima attrazione. Pensò a quel giorno, quando da piccola, suo padre le diede un sacco di botte e con quel pensiero, l’accappatoio appena slacciato, conficcò il coltello al centro del ventre e lo fece rigirare come un cacciavite, lo rimescolò dentro le viscere dimostrando una simmetria unica. - Sa, sono gentile con tutti, anche con quelli che non mi vanno a genio, la sera quando arrivo a casa mi aspetto di trovare qualcuno nel letto che mi scaldi o un cavallo che ceni con me divorando spaghetti.-

Forse l’unico ascoltatore della sua vita.

Il Generale si accasciò in un bagno di sangue, sangue piccicoso, scordato dal cielo puntellato di satelliti, sangue ch disegna un buco triangolare nelle mattonelle per avere un termine di paragone con altro sangue, quello che finisce prima del giro completo, quello di tutti quelli omini presi a pedate e dimenticati, quello del mestruo. Morina cava di tasca un sacchetto di plastica e con un cucchiaio lo riempie di sangue, una faccia comune e una lisca unta tra le gambe da povero Generale che non si muove più, neanche da destra a sinistra, come era solito fare prima delle elezioni, sempre fermo su di un fazzoletto bucato.

Poi aprì la finestra e diede aria.

La porta definitivamente chiusa e ogni gradino di quella scala che ha una superficie enorme, poi ruspe e trattori su quel terreno a strisce colorate e bandiere con la B all’incontrario. Finalmente a piedi sulla spiaggia libera, vuotato il sacchetto di plastica nella spuma.

Il mare che sorride e Morina pure.



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