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lavoro pubblicato venerdì 30 marzo 2012
ultima lettura mercoledì 15 maggio 2019

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LA CANOA

di gartibani. Letto 708 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA “ LA CANOA Verso il centro del giorno il cielo pallido e appena striato di celeste incomin...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA “

LA CANOA

Verso il centro del giorno il cielo pallido e appena striato di celeste incominciò a coprirsi di nubi simili a continenti grigi, le folte macchie di verde apparivano cupe e ostili disegnando fantasmi nell’aria improvvisamente freddatasi, il cielo allora ci accese nuovamente diventando di porpora e un a cortina d’acqua nascose il mondo appena illuminato a tratti dai guizzi di lampi, il fiume era diventato un’unica indomabile entità, assumendo un colore rosso cupo nell’insieme di una trasparenza di cristallo, alta sul pelo dell’acqua, nei flutti, tra la cavità delle rocce ignee colme di terra sabbiosa e sommersa. Se non fosse stato per una sensazione elusiva e spiacevole diffusasi intorno e che cominciava ad avvertirsi tra gli alberi dalle strane foglie sottili, color ruggine, tra i semi trasportati dove i vortici erano così rapidi e la pioggia batteva obliquamente, nessuno avrebbe scorto il battello guizzare in uno stretto braccio incassato e saltare sull’acqua tra le rapide, scorrendo di proposito tra le rocce minacciose, per poi scomparire rapito dall’invisibile appiglio della vegetazione. Probabilmente lo scafo tagliò di netto la verdura circostante, spinto dalla violenza acquatica e col cambiare della luce si rese quasi invisibile ad occhio nudo, polverizzandosi ad un palmo dai fiori divelti e dal sangue raggrumato sulla pelle esposta al sole.

Il fiume s’impadroniva di città e provocava esodi immensi in equilibrio su di una gigantesca bolla rotante. Erano forse gli occhi verdi di una ballerina, i suoi occhi sfacciati, mentre sollevava in alto la sua veste dorata e lasciava intravvedere le gambe fino all’attaccatura, mentre i suonatori di jazz suonavano solchi d’anima. Un albero d’argento sradicato e portato via dalla corrente e l’acqua turbinosa come le zanne di un ghepardo pronto a scattare giù per le rapide in quella giungla dal segno impenetrabile, lasciato a dormire tra le sponde. Gli animali si univano a tutti gli altri che venivano da nord e correvano all’impazzata senza meta, davanti alla soglia di fango dell’acqua che avanzava, si lamentavano urlanti e angosciati, colpiti e inariditi dalle ferite mortali del destino avverso, calpestando le stelle ancora luccicanti verso la notte, riflesse nella primogenitura dei musi decisi e affannati, delle accaldate narici, come in una visione verso l’alto. Le rapide mandavano un getto di vapore che sembrava uscito da una turbina gigantesca e il rumore assordante rendeva più avvertibile il silenzio circostante, quel silenzio spezzato da verso di un uccello che ricordava il cigolio di una molla arrugginita, un fischiò prolungato che stramazzò nell’aria nel gracidio ritmico ed incessante delle rane. Forse il battito del polso del fiume torvo e incontrollato che scorreva indisturbato e veemente. Vi era qualcosa di irreale nei fuochi accesi e sparsi a distanze incalcolabili, le rocce adesso coperte dalla foresta erano state battute dall’intemperie, dai continui acquazzoni che le avevano dilavate e spezzate in una cascata di anfratti e di suoni. Era anche l’effetto del freddo imminente che cambiava totalmente la temperatura la notte e sprigionava quell’umidore soffocante e appiccicoso del respiro di tutte le piante. La canoa era giunta nell’acqua calma e stazionava immobile, adagiata furtivamente ad una sponda, leggermente incagliata dove la percolazione del terreno segnava acquitrini e solchi profondi, fondo sedimentario di antichi laghi di acqua dolce. Vi passò sopra il salto attardato di un pesce che schizzò nel vuoto, poi l’ala battente di un grosso insetto cieco e la cura minuziosa di un fiore staccatosi da un ramo e cadente nel moto a precipitare verso il basso. Forse sculture vecchie di secoli e disegni che parlavano ancora dei sentimenti che suscitano le acque e le foreste perenni che le circondano, la confezione del pane e la cerimonia dell’amore tra un uomo e una donna, il senso della sete e della fame. Il battello riprese un lento moto nell’attrito sottile e diritto dell’abbrivio provocato da una tenue corrente, scivolò nella corteccia fresca. Impossibile sapere da quanto tempo giacevano nell’acqua i tronchi abbattuti che la seguivano sbattendo nelle fiancate, erano perforati da nidi di termiti e la polpa putrida si svuotava verso l’esterno disgregandosi in polvere. La canoa seguì il corso delineato nel tessuto morbido dell’acqua ora verdastra sotto il peso delle liane che pendevano ovunque e sbucò all’aperto, finalmente l’acqua pura e fresca che acquistava velocità e l’imprimeva allo scafo, portandosi via ogni oggetto decomposto tra le barbe sottili di una sorta di feltro biancastro, spruzzato dalla corrente e macinato dal turbinio delle onde scagliate direttamente sulle radici vive della riva, quasi ad offrire una superficie maggiore dove scorrere verso il dopo. La canoa guizzò nel serbatoio idrico e si alzò come un puledro spronato dalla frusta, al di sopra si librarono gli avvoltoi divoratori di carogne, gli insetti necrofagi che vivono nel terreno, le sciagure del giorno e i loro segnali di richiamo e i lentissimi fasci d’acqua piovana scivolanti come sorrisi. Lo scafo sembrò appendersi ai rami nel balzo, mentre si conficcava nella ferita d’acqua affondando, tra guasti minori e tucani sorpresi, dal becco fuori misura e sembrò ancora più pesante mentre cadeva nel vorticoso rombare della cascata non essendo più capace di mantenere la rotta e girando su se stessa e andando giù, ghermendo frutti colorati e trascinandosi strati inferiori di foglie e di verde pastura. Atterrò poco dopo, menando zampate come nel rimbalzo di una palla e i salti veloci lasciarono l’impronta davanti ad un torrentello che si mischiava con il fiume principale, crollò la prua e si riempì d’acqua affondando per poi risalire grondante intorbidendo l’insieme intorno, poi si girò su di un fianco e barcollò imbarazzata, oggetto di una caccia spietata e soffrendo il dolore delle sollecitazioni del legno. Finì col sbattere contro le alte erbe acquatiche e s’ingorgò di fango nell’ultima leggera vibrazione prima di fermarsi del tutto nel semisolido appiglio della risacca. Giacque immobile, quasi la natura avesse intenzione di separarla dall’acqua, interrotta la navigazione e ferma nell’ingorgo di rami, nella battaglia compiuta e persa, sbarrata la strada al centro delle spesse stuoie di erbe e di altre piante di cui era colmo il canale dove era finita e intrappolata. La riempirono minuscoli pesci volanti e perfino un tipo di lucertola, il budino viscoso che gli si attanagliò contro comprimendola. Allora mise a nudo il carico, acceso contro il cielo forato d’alberi sottili, la cui vastità era presente, ancora bagnato e dondolante un corpo senza vita, interrotto dal fitto schiamazzo di animali e dal sussurro di minuscole farfalline dalle sfumature azzurrine. Di lì a poco tutto era ricoperto di formiche che pungevano come vespe e brulicavano dannandosi in una danza perenne, formiche ricche di proteine e fameliche che coprirono anche i contorni del battello facendolo assomigliare ad una massa uniforme, sfilarono con il loro carico di sostanze disgregate e si rimetteva nuovamente in circolo ad ingannare col il loro mimetismo, divorando tutto. Rimase per ultimo il motivo di tanta diversità; lo scheletro sbiancato, coricato su di un fianco e la canoa libera, pulita, fittissima nella sagoma slanciata aspettando altri inappetibili predatori. Unico testimone delle piogge a venire e dell’isolamento terrificante dove niente riesce più ad aggrapparsi, a galleggiare, a ritrovare la vita.



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