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lavoro pubblicato venerdì 30 marzo 2012
ultima lettura lunedì 2 dicembre 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Echi, 19

di Saccinto. Letto 577 volte. Dallo scaffale Sogni

12 Alle soglie di quell'inverno, Una di quelle notti era finalmente completo. Scrivere era stato facile. Niente era andato storto. Nessuno squalo bianco in mare aperto. Nessuna medusa gigante. Gli diedi una revisione definitiva che comportò...

12

Alle soglie di quell'inverno, Una di quelle notti era finalmente completo. Scrivere era stato facile. Niente era andato storto. Nessuno squalo bianco in mare aperto. Nessuna medusa gigante. Gli diedi una revisione definitiva che comportò l'estenuante fatica di un paio di giorni. I mozziconi di sigaretta montavano gli uni sugli altri nel portacenere cercando di battere qualche sconosciuto record. Comprai due cartucce nere compatibili e stampai la bella copia. Tutta in nero per l'occasione. Adesso avevo un malloppo di cartacce numerate che contenevano all'incirca trecentocinquantamila caratteri. Era una cosa che aveva la sua sostanza. E in quanto proprietaria di quella sostanza, sembrava avere il suo valore.

Potreste pensare che queste sono cose belle. Potreste pensarlo. Sedici anni, l'amicizia, l'amore, le avventure, la solitudine e un romanzo. Solo cose belle, con tutta la poesia che possono avere. Lo pensavo anch'io. Ma dimentichereste che un romanzo è una bestemmia, è una cosa che si fa contro se stessi, è un accordo che fai con il diavolo. A patto di metterci l'anima. La prima dannazione di uno scrittore consiste in un semplice baratto: dài un pezzo della tua vita in cambio di montagne di pagine scritte. Carta che sembra avere un valore inestimabile, come le idee geniali che si concentrano nel fulcro di certi sogni. E invece poi ti svegli e attorno non hai niente.

Il libro si era impossessato del mio passato. Del pezzo di passato in cui l'avevo scritto. Non ricordavo niente di tutto quello che avevo fatto in quel periodo, soltanto pezzi sparsi di realtà, ma senza alcuna continuità tra loro. Una frase detta, una risposta ricevuta, un posto visitato. Già, ma quando avevo detto quella frase? E la risposta l'avevo ricevuta per quale domanda? Avevo chiesto davvero qualcosa? Come avevo fatto a raggiungere quel posto? E perché cazzo ci ero andato?

Potevo attribuire queste disfunzioni mnemoniche soltanto al libro o alla crescita. Forse crescendo si diventava piano piano così. Poteva succederti, per la prima volta, di dimenticare il nome di una persona. E poi ne avresti dimenticati altri, con gli anni. Avresti dimenticato dove avevi conosciuto quelle persone, che cosa gli avevi detto quando vi eravate parlati e tutto il resto. Era bruttissimo. Se era colpa del libro era peggio. Voleva dire che non era una cosa che capitava a tutti, ma che a me sarebbe continuata a capitare, se avessi scritto ancora. Non ne feci un problema. La vita di quelli che non scrivevano non sembrava migliore della mia. E poi Daniele continuava a dimenticare cose che io ricordavo benissimo e non era mai triste. Si poteva fare a meno della memoria.

Il certo valore del lavoro praticato nei mesi del primo libro compensava tutte queste problematiche retroattive. Avevo perso un pezzo del passato? Avevo ancora il futuro. Tutto il futuro che volevo, il miglior futuro che potessi immaginare: un libro da pubblicare, nuovi sogni di partenze, il concime delle esperienze disseminato nel tempo, impiegare la vita intera per cercare il nirvana letterario. Per tutto questo era necessario un nuovo vertiginoso passo sul ponte traballante che avevo deciso di attraversare da una sponda all'altra: il passo si chiamava contatto con gli editori.

Il mondo dell'editoria, Jack London lo definiva il meccanismo. Diceva che era inaccessibile, qualunque scritto di qualunque livello gli si mandasse contro per scalfirlo. Ciò che poteva indebolirlo era soltanto la tenacia, costante, nel tempo. Colpire sempre nello stesso punto, ad oltranza. Mi sentivo portato per l'impresa. Cosimo mi aveva parlato spesso del meccanismo. Il meccanismo funzionava secondo delle regole. Lui conosceva quelle regole. Eravamo al riparo.

- Gli editori non sono altro che promotori di un prodotto – accendeva una John Player Special – Tu glielo mandi, loro lo valutano. Se il prodotto è buono, lo mettono in commercio. Se ha delle qualità, ma è ancora grezzo, succede una cosa diversa.

- Come la mettiamo con la storia dell'incipit?

- Il tuo incipit è perfetto. Puoi stare tranquillo. Quando considerano che il testo ha un potenziale non completamente espresso, le case editrici inviano un paio di uomini a prelevarti.

- Stai scherzando?

- Non sto scherzando. Succede proprio così. In America soprattutto. Vengono a prenderti in qualsiasi posto tu possa trovarti in quel momento.

- E se sono a scuola?

- Ti trovano e vengono a prenderti.

- E se sto dormendo?

- È ancora meglio. Così devono passare solo da casa tua. È il primo posto in cui vengono a cercarti.

- E se non sanno dove sono? Se sono, per esempio, alla salagiochi e non lo sa nessuno?

- Lo sanno. Loro hanno tutte le informazioni che gli servono. Sono in cerca dei veri scrittori. Credi che ce ne siano molti? E credi che siamo ancora nel dopoguerra? Con tutti i mezzi tecnologici a disposizione e con un manoscritto con un grande potenziale per le mani, credi che si lascino scappare uno scrittore? Siamo quasi nel duemila. Questo è il futuro.

- Già. Non ci avevo pensato.

- Dopo averti prelevato, ti portano nei loro uffici, dove un gruppo di redattori esperti ti accoglie. Lì passerai un'intera settimana senza staccarti mai dal monitor per correggere il testo con loro. Forse potrebbe volerci anche più di una settimana.

- Correggere? Che cosa vuol dire correggere? - io avevo già corretto il mio libro. Ci avevo messo due interi pomeriggi.

- Si passa al vaglio ogni singolo rigo che hai steso. Se una parte del libro, una scena o un particolare dialogo, non convince, te la fanno eliminare. Se la parte era superflua non si creano problemi, se invece era funzionale si ha bisogno di una sostituzione. Ti chiedono di riscrivere il pezzo in un altro modo. Se non convince ancora, inseriscono loro un pezzo.

- Possono decidere una intera scena? Possono manipolare il testo come vogliono?

- Sì – Cosimo non ci vedeva niente di strano – Loro ci investono dei soldi, non possono permettersi idealismi. E neanche tu, soprattutto quando sei alle prime pubblicazioni.

- Stai scherzando? - allargavo le braccia, sconcertato dalle sue parole e dalla sua freddezza – Tutto quello che affermi sembra essere un enorme scherzo giocato per farmi innervosire. Che cosa ne sanno loro di quella che è la mia inventiva? Come possono pretendere di lanciare un messaggio al posto mio, attraverso un testo che ho scritto io, sostituendo delle scene che per me funzionano benissimo?

- Ci investono dei soldi – si grattava la nuca lui, aumentando gli sbuffi di fumo – Non ti pubblicheranno mai un testo così com'è. In quanto investitori vogliono partecipare alla revisione in modo concreto. Scelgono quello che è meglio per loro e per te.

Restavamo in silenzio per un po', passeggiando e guardando lo spazio pavimentato dinanzi ai nostri piedi. Ogni tanto aprivo la bocca per fare una domanda. Poi ci rinunciavo. Che senso aveva aver lavorato per mesi su un'idea se poi poteva essere sezionata e ricomposta secondo delle logiche a cui eri estraneo? Dove andava a finire la libertà artistica?

- Alla fine ti fanno firmare il contratto. In quel momento accetti le modifiche apportate al testo e le condizioni stabilite tra te e l'editore – riprendeva Cosimo. Io deglutivo per tutte le ingiustizie che avrei dovuto accettare.

- Quanto ti pagano per un libro? - mi chiedevo se ci fosse qualcosa di buono, in queste maledette pubblicazioni.

- Per un libro? - Cosimo sembrava assorto nei suoi pensieri. La storia della pubblicazione riguardava ormai strettamente anche lui. Nel corso di quell'autunno aveva completato un testo che ero convinto non avrebbe terminato mai. Si chiamava Blue Ever Eyes. Era il suo primo romanzo – Dipende dalle circostanze. Da quello che ci vedono. Solitamente il compenso per l'autore si risolve in una percentuale sulle vendite. I grandi autori americani credo che percepiscano il venti percento sul prezzo di copertina. Ma per gli autori emergenti è già ottimo ottenere un sette percento.

- Sei sicuro che sia il sette? Mi sembra una percentuale bassa per quello che ha fatto il grosso del lavoro.

- Sono sicurissimo. E il sette percento è considerato un ottimo punto di partenza – si impettiva Cosimo. Avrebbe firmato immediatamente per quelle condizioni – Però ci sono altre forme di contratto. A qualcuno per esempio è stato proposto l'acquisto dell'intera opera per una cifra convincente. Però così non percepisci la percentuale. Se ti danno venti milioni per un libro, gli basterà vendere trentamila copie a diecimila lire per incassare più di quello che ti avrebbero dato con il corrispettivo del sette percento. Il sette percento è buono, te lo dicevo, io.

- Ma sai quante sono trentamila copie?

- Se il libro è buono, quella è una cifra ridicola – sorridevo alle parole di Cosimo. Il mio libro era buono. La cifra mi sembrava già raggiunta. Venderlo per venti milioni non conveniva – Ma il miglior tipo di contratto – spazzavo via le decine di migliaia di lettori di Una di quelle notti – secondo me è quello che hanno fatto a una scrittrice americana. Quando aveva diciassette anni, questa ragazza scrisse un libro che inviò alla Sperling&Kupfer. La stessa casa editrice di Stephen King. Il libro era interessante, ma non era pubblicabile. Però, essendo scritto da una adolescente, la casa editrice pensò di darle fiducia. E così le propose di stipendiarla con mille dollari al mese per tre anni. Qualunque cosa lei riusciva a scrivere in quei tre anni era di proprietà della Sperling&Kupfer. Questa fu una mossa geniale perché la casa editrice si garantì i diritti su un eventuale capolavoro e nello stesso tempo era conveniente per l'autrice. Ci pensi, mille dollari al mese per fare quello che faresti comunque, anche se non ti pagassero?

- Voglio questo contratto – mi leccavo le labbra. - Te ne stai tre anni senza fare niente e poi alla fine alzi le mani “Ok, ci siamo sbagliati. Credevamo che fossi uno scrittore e invece ci siamo sbagliati. Arrivederci e grazie” e poi tiri fuori un capolavoro. Ti ripresenti e dici “E ora come la mettiamo? Quanti anni di stipendio vale questo?”. Sai come li prenderesti per le palle.

- Se si potesse estendere per tutta la vita, se potessi avere lo stipendio di uno statale per scrivere un libro all'anno, non me ne fregherebbe niente di prenderli per le palle. Potrebbero venderci i milioni di copie, con i miei libri, io me ne starei tranquillo senza avere più bisogno di niente.

- Puoi farci molti più soldi con una percentuale.

- E che me ne faccio? I soldi sono per i falliti.

- Sì. E le donne belle per gli uomini senza fantasia. Con i soldi puoi fare molte cose.

- Non quelle che servono a me.



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