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lavoro pubblicato giovedì 29 marzo 2012
ultima lettura lunedì 4 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

NON E' UN FILM AMERICANO

di gartibani. Letto 528 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA” NON E’ UN FILM AMERICANO Sembra che stia attraversando il mercato del pesce e l&rsquo...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

NON E’ UN FILM AMERICANO

Sembra che stia attraversando il mercato del pesce e l’odore del pesce si diffonde nell’aria, indossa una cravatta a forma di pesce e va verso il molo, c’è una confusione di pescherecci e navi mercantili, quasi una provvista di sogni. Il porto è una visuale deformata, il molo dove sbattono le onde fino ai frangiflutti e le gru che scaricano i contaniers soffiando e sbuffando. Si ferma sulla porta di una taverna e ha molto di cui lagnarsi, il vino sa di aceto e il pane è raffermo, attraversa la piazza e beve ad una fontana, poi si lascia rapire dal passaggio delle chiatte nel fiume oltre il ponte verso il cavalcavia. Intanto in un altro luogo, lontano dalla piazza c’è chi consuma la colazione del mattino nel salone, la sala è suntuosa, lampadari di cristallo e mobilio antico, vasellame decorato a mano, un servizio di argento sulla tavola finemente imbandita e porcellane di pregio. La donna di servizio che toglie il piattino con il burro, l’uomo si alza non senza prendere un ultimo biscotto e va verso la finestra, guarda in strada scostando la tenda, guarda l’orologio, si avvia verso la porta ed esce. Cammina per una via fitta d’insegne, lastricata di stagno, si confonde tra la folla, sulla destra un viadotto, della gente che scaglia pietre contro il parabrezza di un auto, s’infrangono vetrine, un cane viene preso a calci, interviene la polizia. Poi tutto comincia muoversi all’incontrario; le case zeppe di utensili che si rovesciano e il lampione che esplode in bilico col cielo, come uno specchio d’acqua dove si capovolgono aerei risucchiati da un vortice. E’ tempo di vedere la breccia sulla fronte, l’occhio sfondato, la pelle lacerata dove la visuale s’ingrandisce, il sogno che si è smesso di usare. Man mano i capelli lisci e ruvidi gli colpivano il profilo e la bocca si torceva come una lamina d’acciaio sotto la pressa, tanta era la velocità. Alla radio hanno detto che è stata una catastrofe, forse un terremoto o altro e la temperatura è rimasta variabile con probabili piogge e temporali. Il presentatore della TV invece era più pessimista, forse un fenomeno di terrorismo o una rivolta di disoccupati; lo specchio della sala che è andato in frantumi e un treno deragliato, sono i segni più evidenti. Come spiegare poi il vestito di velluto verde tolto da quel corpo femminile, nello stupore delle mani che toccano la pelle d’ebano, nella rivelazione di quel piacere e la lingua che sboccia nel miele, pervasa da quell’aroma di femmina detersa dal sudore, poi gli occhi d’acqua marina e quel dorso magnifico interamente nudo, con le natiche insaziabili che accoglie profondo il piacere e i gemiti d’amore.

Oltre l’angolo del cortile si vide che lo spazio era delimitato da un tempio, dentro si sentiva un odore di calce viva; interi quartieri minacciati dagli aerei, rovine, case che spuntano come funghi, viadotti che crollano, sopraelevate ingolfate di macchine alle sette del mattino, il tempo di girarsi e qualcuno che spara nell’ombra. Forse un film americano.

Un giocattolo o un gomitolo di filo.

Il sudiciume nelle cucine dell’albergo, l’affitto ancora da pagare, le schede perforate nel computer, le strade piene di scatole di sardine sott’olio. L’uomo è troppo nervoso, non gli va di tornare a casa, resta in giro tutta la notte, alle tre si toglie la cravatta a forma di pesce e si slaccia la camicia, il petto è pieno di galline con quattro zampe, chiede l’elemosina nei sottopassaggi ma a quell’ora non passa nessuno. Vorrebbe prendere due autobus contemporaneamente ma non c’è la fa. All’angolo vede una donna che fuma, - sei tu Pion ? – gli mette le mani addosso e sente che puzza, gli piace quel puzzo di sudore e sa che sotto la gonna slacciata ha un altro odore. Ripensa a quando la fotteva nel retro del camion, poi quel bisogno fisico di urinargli addosso, si abbracciano e salgono le scale di un portoncino. La donna è seduta sul bidè e ci sono delle rose che galleggiano, la puzza è tutta nell’inguine, avvolta in un fetore in decomposizione, forse la proiezione umana in vitro. Si baciano, lei gli viene sopra e geme in continuazione, non la smette più, lo riempie di pizzichi, lo graffia, lo fa sanguinare, poi lo infila per intero nel sedere e si agita sopra, l’uomo viene e annusa l’aria, magro, barbuto, mal vestito, è un altro, il suo sguardo la impressiona. Lei vuole continuare e si lascia cadere nel letto, s’infila le dita dentro e gode, sparge una macchia circostante, la macchia s’ingrandisce e la ingoia. Si sveglia che è quasi mattina, c’è un’aria di calma apparente nel suo viso stanco e una stella minuta gli si è conficcata in una guancia. Comincia un nuovo giorno, nel corridoio c’è la luce accesa, un cactus è cresciuto tra la porta e il fuori, sale su di una scala di cristallo e si getta nel vuoto, il vuoto è pieno di targhe di vecchie auto. Le mandibole della scavatrice scaraventano in alto il cuore. L’uomo guarda fissamente, una ruga verticale le separa le sopracciglia, la bocca si localizza al centro del viso inespressa, il vestito scuro rimane sgualcito, non ci sono più bottoni nella giacca, caduti in qualche spazio lasciato dal sole, apre le braccia di lato nel salone, il lampadario caduto è rotto, l’argenteria sparsa. Fino alla fine del rapido giorno la tavola mantiene un centrino d’uncinetto, domattina la casa sarà rasa al suolo e la terra cosparsa di sale.

C’era una pistola nel primo cassetto del mobile, la prese, si volto per uscire, ma non riuscì a chiudere la porta dietro di se, pensò a chi lo aveva fotografato o a cose simili. Danzare, volteggiare, ballare ! Quando il salone era pieno di luce e di gente animata, prima che accadesse tutto questo. Allora spara alla sua sagoma contro lo specchio, pensa a radersi, a farsi una doccia fredda, indossare una camicia pulita e andare, niente di tutto ciò è possibile, solo andare. Prende la vecchia auto senza targa e vomita.

Così indugiò in simili perplessità, si commosse, gli venne l’acquolina in bocca e la voglia di mangiarsi tutte quelle margherite fiorite, poi dormì per un giorno e una notte sotto un albero alto e sterile. Sicuramente il domani sarebbe stato splendido come una fiamma, un ampio arco sopra la strada percorsa e l’amore come un ombra nera sospesa ad un rampicante nodoso. Sicuramente era questo il giorno fissato per l’incontro, incontro casuale o voluto, mai si seppe. Era giorno come un enorme baraccone pieno di alligatori che facevano rumore con le code e le mandibole, le finestre chiuse per settimane nel dilatato caldo soffocante, nelle strade congestionate dai carri e dai fuochi d’artificio che alzano la polvere. Cominciò ad avere fame, sete, voglia di fare le sue necessità; Pion si scostò dalle cosce bianche e sode e la coprì con il lenzuolo, pensò alla casa foderata di satin, scese le scale e si ritrovò in piazza, all’aperto, quasi avessero spento la luce, tanto era il bagliore delle bombe che cadevano a migliaia. Altro film americano. Braccia e gomiti immersi nella schiuma. Lo vide arrivare come un puntino indefinibile, quasi un alone di gas, la giacca scura sempre più sgualcita, un fagotto tra le braccia, l’anima lavata di fresco.

Ci sono solo righe nella piazza deserta, righe dall’ombra lunga che sale sui muri e si prolunga oltre le balconate, righe che fluttuano come spermatozoi e saltano sopra le nuvole, sembra un animale dalla bocca aperta, un animale ricurvo, le gambe d’un giallo pallido arcuate in avanti, il ventre convesso, la pistola nella mano sinistra, l’altro si accorge si essere disarmato e corre verso di lui gridando come un ossesso, otto, dieci, centoventi passi, lui spara, lo manca, spara ancora, l’altro corre a zig zag, lasciandosi dietro le sue piccole menzogne, i suoi furti e omicidi, si aggrappa alla vita come in un campo deserto, le cade addosso, gli si avvinghia gelato nella neve che non c’è, i loro corpi sono sani, non dividono le fatiche di altri uomini, non hanno i disagi dei comuni mortali. Forse il suo occhio è un cannocchiale e tutto si riflette, anche la valigetta dei medicinali e la paura del contagio.

Cinque giorni sono tanti, sempre a lottare catapultati nel fango, laceri e graffiati, morsa la lingua e l’orecchio, le braccia doloranti. Dov’è la testa, non si vede, certo è al centro delle gambe o forse è un uomo ricco e non ha testa, non ha gambe, solo due grossi testicoli arrossati.

Nel mezzo di quella immensità sorgeva una cupola verde e un letto senza baldacchino, appariva come un segno della vita. Forse erano in due e si stavano decomponendo, l’eccessivo e ineluttabile alito e il corpo e la bocca piena di terriccio, oltre quel limite incommensurabile, terrificante sempre più violento, oltre la carne incisa dai denti e un gabbiano che avrebbe voluto volare.

- Mostrami una foto in cui stai con il pene eretto..-

Si alzano insieme, sostenendosi e un cane randagio abbaia contro, forse scompaiono e rimane soltanto l’odore. Pare che i giornali abbiano aumentato la tiratura grazie ai giochetti a premi e ai concorsi futili. Gli prende la mano e la tira verso il basso, Pion gli sbottona i pantaloni, chissà se è biondo ? e lo sfodera fuori con la fedina penale pulita. Ha l’orifizio umido, succhiarlo è piacevole, la testa sprofonda fra le gambe e comincia a gemere, geme, vuole, si ritira, avanza, partecipano sempre più, scoperchiano la cupola verde, si grida, soffre, morde il letto e schianta la terra. Dicono era una città chiamata STANLEY, sotto la bianca maschera, con capanne che albergano molti di loro, piedi nudi per battere il grande tamburo, dove la luna potrebbe meravigliarsi e perdere la sua quiete. Una checca è sempre una checca e il padre la picchierebbe, lo insulterebbe , lo caccerebbe via. Altri tempi, la musica di natiche melodie ferra i cavalli d’oro, cinge l’abbraccio inconsapevole, escono tutti insieme al galoppo nella prateria ingiallita. La televisione continua a perdere gelato e suppura una ferita, ha la crosta inzuccherata, forse cede soltanto, nel fascino della diretta, con un carico troppo pesante.

Stavolta sicuro, non è un film americano.



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