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lavoro pubblicato mercoledì 28 marzo 2012
ultima lettura sabato 22 febbraio 2020

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Echi, 18

di Saccinto. Letto 620 volte. Dallo scaffale Umoristici

Le cose andarono avanti in quel modo per un po'. Avevamo creato un microcosmo perfetto. Avevamo le idee, avevamo la voglia di vivere, ci mancavano le esperienze. Andavamo spesso in giro in moto a cercare qualcosa da fare. Disturbavamo le coppiette appa...

Le cose andarono avanti in quel modo per un po'. Avevamo creato un microcosmo perfetto. Avevamo le idee, avevamo la voglia di vivere, ci mancavano le esperienze. Andavamo spesso in giro in moto a cercare qualcosa da fare. Disturbavamo le coppiette appartate nei drive in correndo a tutta velocità, lampeggiando con gli abbaglianti e urlando come pazzi, sputavamo addosso alle ragazze nei loro bei vestiti all'uscita delle discoteche, prendevamo una strada del centro e strappavamo via tutti i cartelli fuori dagli uffici degli avvocati, dei commercialisti, dei dottori, pisciavamo sulle facciate appena ristrutturate delle chiese. Oppure andavamo semplicemente sbandando su una moto in due cantando a squarciagola le canzoni degli Skunk Anansie o degli Articolo 31. Eravamo stupidi. Eravamo anarchici. Eravamo talmente anarchici e ognuno a modo suo che insieme non si riusciva quasi neanche ad organizzare una giornata al mare. Noi non eravamo uniti. Noi eravamo una cosa sola. Ma avevamo talmente tanto casino nella testa da restare degli inconcludenti. Non sapevamo organizzare niente. Le cose dovevano accadere da sole. Oppure niente.

Ma Canosa non offriva niente. Lo zero ultimo e definitivo. Non offriva il lavoro, non offriva gli spazi, non offriva stimoli culturali, non offriva gli amori, non offriva novità. Offriva soltanto una piccola dose quotidiana di pentobarbital con cui avrebbe assistito al nostro suicidio negli anni o con cui ci avrebbe resi definitivamente indifferenti alla morte e alla vita. Noi amavamo troppo quella cittadina, ma in fin dei conti era davvero un posto di merda.

I pomeriggi estivi li passai quasi tutti con Tommaso. Lo trovavo col motore della Vespa acceso e i jeans tagliati corti sulle cosce ad aspettarmi sotto casa dopo mangiato. Mi passavo una mano sotto la maglia per massaggiare la pancia e mi stiracchiavo la schiena alzando l'altro braccio sopra la testa.

- Stavi dormendo? - mi chiedeva sorridendo.

- Non ancora – cominciavo a sorridere anch'io, con un occhio chiuso e uno aperto – Ma ora mi sembra di sì – saltavo dietro a lui e prendevo a massaggiargli le maniglie dell'amore. Erano maniglioni.

Frequentavamo un bar alla periferia di Canosa, un posto piuttosto malfamato, dove prendevamo il caffé e ci fermavamo a vedere il gruppo di mezzi malviventi nel retro che giocavano a carte. Le barbe luccicavano sulle facce scure raccolte intorno al tavolo rotondo di legno scheggiato, mentre le Peroni si squagliavano sotto un fascio di luce che proveniva dalla porta semiaperta.

- Apri, che fa caldo – si sporgeva uno dal tavolo, nascondendosi le carte sul petto.

- Chiudi, che fa caldo – ribatteva un altro senza distogliere gli occhi dal suo gioco.

Restavamo un po' con loro, poi uscivamo fuori. Il poker, o che cazzo di gioco facevano, non ci interessava particolarmente. Ci fermavamo sotto il portico del bar, con un'aria tiepida che ci accarezzava le caviglie e fumavamo. E parlavamo.

- Carmela dice che ha parlato con Francesca ultimamente – Carmela era la ragazza di Tommaso. Lui sapeva che le cose che riguardavano Francesca mi interessavano sempre – Dice che ha lasciato il ragazzo con cui stava – io abbassavo la testa e correvo con gli occhi lungo il taglio del marciapiedi. Quanti ricordi avevo di lei. Con gli anni sarebbero diventati inutili.

- Aveva proprio una faccia da coglione – sorridevo amaramente. Certe cose non ero mai riuscito a capirle.

- Lei dice che l'ha lasciato perché è stato bocciato – continuava.

- Può essere. Da quella ragazza ormai mi aspetto di tutto – e chi lo pensava che era così stupida?

- E le ha detto che ti rimpiange. Pensa quanto deve fare schifo questo ragazzo – mi giravo a guardarlo in faccia e i suoi occhi mi aspettavano stretti da un sorriso. Improvvisamente sorridevo anch'io, sentendomi stupido.

- Adesso può anche andarsene affanculo. Che ero un'altra cosa lo sapevo già da prima, io. Lei se n'è accorta adesso? Vuol dire che non ha mai capito niente – non riuscivo a tornare serio. Il rimbombo di uno schiaffo si infrangeva contro il palmo a coppino di Tommaso stampato sulla mia nuca.

- Oh, Tonino dice che ha trovato una signora nuova. Questa mi ha detto che si passa da sotto la casa con la moto o in macchina e se lei è sul balcone, si tira fuori l'uccello.

- E lei che fa?

- Ti apre subito il portone.

- Non ci posso credere – l'ingenuità di Tommaso nel credere che certi tipi di puttane esistessero mi faceva commuovere – Chiunque tu sia, ti fa salire?

- No, vabbe'. Soltanto se le piaci.

- E Tonino è uno di quelli che sono piaciuti?

- No, è successo a un amico suo. Tonino poi si è fatto dire dov'era ed è andato a provare.

- E lei era sul balcone? - cominciavo a ridere mentre chiedevo.

- Sì – prendeva a smuoversi anche lui.

- E ha aperto? - la domanda tirava fuori dalla voce altre risate.

- No – e qui saremmo potuti anche morire come accadde a Pietro Aretino. Io mi piegavo con le mani sulle ginocchia, vinto dalla cascata delle risa. Poi giravo i palmi verso l'esterno, cercando di respirare. Ma appena risentivo la risata di Tommaso, mi piegavo nuovamente, cercando di formulare l'ultima frase. Quella del colpo di grazia.

- E lui – sputavo senza riuscire a contermi – se n'è andato in giro – sentivo le lacrime sprizzare ai lati degli occhi – sulla moto – li serravo – col cazzo in mano. Immagina se lo vedeva qualcuno e lo prendeva per un pederasta -. Ora si rideva per un quarto d'ora. E la cosa che peggiorava tutto era che Tonino era lì vicino a noi, nel retro del bar, a giocare a carte con quelli che avevamo lasciato da poco. Avreste dovuto conoscerlo. Avrebbe dovuto conoscerlo tutto il mondo. La morte apoplettica non era mai stata così vicina.

Una domenica pomeriggio, d'agosto, io e Tommaso eravamo in giro moto. Era la giornata più calda di tutti i tempi. Appena sudavi, i capelli venivano fuori al vapore. Lui mi si era appiccicato addosso, dietro la mia moto e procedevamo con un'andatura di circa due chilometri orari. Guidavo con i gomiti. Quando le palle trasbordavano fuori dal sedile, guidavo sempre con i gomiti. - Non c'è niente – urlavo nel silenzio delle strade, indicando il mondo con un braccio – in questo cazzo di paese alle tre del pomeriggio di una domenica d'agosto.

- Niente – urlava Tommaso e poi scoppiava a ridere.

- Volete il nulla assoluto? Volete vederlo? Venite qua, scienziati e fisici di tutto il mondo, a fare i vostri esperimenti.

- Venite – urlava ancora Tommaso e tornava a ridere. Svoltavamo verso una discesa a destra con una lentezza assurda.

- Venite a vedere questa maledetta spalmata di mer...- e con una lentezza assurda ci accorgemmo di stare cadendo.

Non facemmo niente. Non piazzammo un piede a terra, non cercammo di saltare giù. Cademmo increduli che stesse avvenendo. Io non avrei mai pensato che si potesse cadere così lentamente. Eppure era accaduto e noi eravamo così vinti dalla noia che non riuscivamo neanche a ridere. A ridere forte, voglio dire. L'asfalto bollente ci tatuò la carne esposta delle braccia e noi prendemmo a rotolarci, sotto la moto, cercando una posizione che non scottasse. Non avevamo neanche la voglia di alzarci. Nessuno dei due si degnava di provarci, almeno. Così iniziammo a ridere davvero. Per un minuto. A cui ne aggiungemmo un altro. A cui ne aggiungemmo un terzo. Restammo così per diverso tempo. A un chilometro di distanza, in fondo alla discesa, i semafori spenti si innalzavano sinuosamente nel filtro del miraggio creato dal fuoco. Non un segno di vita appariva. A un altro chilometro di distanza, sulla statale che entrava in paese da quell'incrocio, il niente si infittiva tra gli uliveti. Tutto era vuoto. Se fossimo morti quando eravamo caduti, il paese l'avrebbe scoperto soltanto quella sera.





Commenti

pubblicato il 28/03/2012 15.18.11
Saccinto, ha scritto: Signori: un commentino ogni tanto. Giusto per sapere se qualcuno segue, qualcuno legge solo un pezzo, qualcuno appena un rigo. Fa sempre piacere.
pubblicato il 28/03/2012 15.50.54
frantizan, ha scritto: Io ci sono, e fino ad ora ho letto tutto con molto gusto. Forse preferisco le riflessioni dello scrittore con le scarpe rotte, ma non ne sono affatto certo. In parte è dovuto al fatto che qui racconti avvenimenti che avevo già avevo letto lì (ma anche nella precedente stesura), o che eri scioltissimo e divertentissimo, cioè eccezionale, e qui solo sciolto e divertente. Sei comunque davvero bravo, continua così. Ciao.
pubblicato il 28/03/2012 17.21.59
Saccinto, ha scritto: Grazie. Questa è una versione più per carta. Ci sono molti pezzi vecchi e qualcosa di nuovo. Quella era più pensata per il web. Stile più veloce, concetti più leggeri. Cose così.

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