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lavoro pubblicato lunedì 26 marzo 2012
ultima lettura lunedì 18 febbraio 2019

Questo lavoro puo' essere letto da tutti

Echi, 17

di Saccinto. Letto 575 volte. Dallo scaffale Sogni

Di svolte alla vita ne avevo sempre cercate di dare. Con un solo colpo di reni, netti cambi di direzione. Ne diedi una anche nel periodo in cui scrissi il libro. La vecchia comitiva non la frequentavo più, a causa della occasionale presenza di F...

Di svolte alla vita ne avevo sempre cercate di dare. Con un solo colpo di reni, netti cambi di direzione. Ne diedi una anche nel periodo in cui scrissi il libro. La vecchia comitiva non la frequentavo più, a causa della occasionale presenza di Francesca. Non volevo vederla. Da quando ci eravamo lasciati avevo avuto a che fare con cinque o sei ragazze. Volevano conoscermi, mi chiedevano un giro sulla moto, dicevano di volersi mettere con me. Io non sapevo cosa volevano, così le avevo tenute lontane. Le avevo schivate. Poesia non ce n'era più, non volevo avere più nessuna musa. L'unica ragazza che frequentavo aveva due anni meno di me, era magra e alta, conosceva il francese e sapeva recitare. Si chiamava Ilaria. Il giorno in cui l'avevo conosciuta mi aveva presentato il suo o.b. L'aveva estratto e me l'aveva messo sotto gli occhi. Estratto dalla borsa, voglio dire. Me l'ero rigirato nelle mani e avevo pensato che verso una cosa del genere si poteva anche provare invidia, non ne avevo mai visto uno.

Io e i miei amici avevamo conquistato una panchina tutta nostra nella zona più buia della villa, nel centro dello spaccio della droga del paese. Eravamo io, Daniele, Raffaele e Cosimo. Ogni tanto passavano una serata con noi Tommaso e Giuseppe. E poi c'era Ilaria. La sera ci incontravamo ogni volta alla stessa ora, alla panchina. Quando arrivavi ci vedevi sempre qualcuno seduto sopra, con il culo sulla spalliera ed i piedi sulla seduta, in silenzio a fumare. Lei veniva con una sua amica, una ragazza alta due metri e grossa come un armadio, una gran ragazza. Estraeva una More alla menta dalla sua borsetta, sedeva sulla punta della panchina con le ginocchia unite e la schiena ricurva in avanti e stringeva le labbra contro il filtro, chiedendo di accendere. Noi le davamo fuoco. E iniziavano le sedute di erotismo nero. Lei si sentiva contesa con la stessa forza dalla morte e dal sesso, ma non aveva ancora scelto a chi darsi definitivamente. Qualcuno, in giro, la chiamava Satana. Era attratta da cose negative, dai giochi masochisti, con un taglierino si era incisa sull'avambraccio il sei sei sei. A questa tendenza associava una buona predisposizione al sesso. Da dovunque partissero, i discorsi con Ilaria finivano sempre a riguardarlo in qualche modo. Cercava sempre di provocare un'erezione. E poi, quando aveva ottenuto lo scopo e decidevi di farti avanti, inarcava il polso, puntandoti con le unghie lunghe e ben smaltate, e diceva – Tu rêves.

Una volta Ilaria aveva avuto di regalo una nuova console Nintendo e aveva invitato un gruppo di persone a casa sua per provarla. Tra questi c'ero anch'io. Avevamo passato la serata a spaccarci le palle con un Super Mario 3D che non faceva altro che andare in giro a collezionare monete con uno spreco di colori mai visto. L'ultimo a giocarci fui io. Mi ero messo seduto a terra. Era così facile che non morivo mai. E non ero ancora morto quando sentii due mani allungarsi ai lati del collo prendendo a massaggiarlo. Chiusi gli occhi. Era un buon momento. Li riaprii, girai la testa e davanti a me c'era Ilaria piegata verso di me con le mani giunte e strette tra le ginocchia, i capelli che le ricadevano sul viso e le labbra appena umettate.

- Che cosa facciamo? - mi chiese. I suoi occhi esprimevano desiderio. E la direzione in cui guardavano indicava quello che desideravano.

- Non lo so – le dissi – Stavo finendo di giocare a questo gioco di merda – mi guardai attorno. Non c'era più nessuno. C'eravamo solo io e lei. Non me n'ero neanche accorto. Improvvisamente cominciai a sentire freddo.

- Ti va di ascoltare un po' di musica? - mi chiese.

- Vabbe' – lanciai da una parte il joistick e mi misi in piedi.

- Bisogna andare nella mia stanza però – alzò una mano indicando un corridoio buio – Lo stereo e i dischi ce li ho di là.

- Mi sembra una cosa logica – avevo una cosa strana nella gola che stava cercando di togliermi la voce.

- Ti piacciono i Nirvana? - accese la luce della stanza dopo avermi condotto per mano attraverso il corridoio buio.

- A dire la verità no – dissi – Non li ho mai sentiti. E non li ho mai sentiti perché sono venerati da troppa gente.

- Non sai che ti perdi – mi sorrise – Mettiti lì. Quello è il mio letto. Se sono venerati un motivo c'è – raccolse un cd dal vano dello stereo, lo infilò nel lettore e la musica partì.

Venne vicino a me salendo sul letto e trascinandosi sulle coperte, raccolse le gambe sotto il sedere e si fermò a respirare e a guardarmi.

- Te l'ha mai detto nessuno che sei affascinante? - mi chiese.

- Non lo so. Credo di no.

- Non so se affascinante è il termine giusto. Tu ispiri sesso – così era molto meglio.

- Questo non me l'ha mai detto nessuno – Ilaria si allungò e mi abbracciò, chiudendo gli occhi e portando una guancia sulla mia spalla.

- Alle donne tu ispiri davvero tanto sesso – parlò con la voce contraffatta dalla pressione nella guancia.

- E cosa sarebbe in particolar modo ad ispirare sesso, di me? - le chiesi.

- Così vuoi sapere troppo – sospirò – Vuoi che cambio disco? - alzò improvvisamente la testa, parlandomi a due centimetri dalle labbra.

- Se hai qualcosa di meglio sì.

- Posso mettere i Verve – mi guardava le labbra. Quando facevano così mi facevano venire i complessi. Possibile che fosse per queste labbra che le ragazze si contorcevano nella voglia lanciando chiari segnali di desideri lascivi?

- Hai i Verve? Metti i Verve – cercai di allontanrla per alleggerire il respiro. Lei si mise a quattro zampe, con il culo rivolto a me e lo gonfiò aprendo il più possibile le natiche dentro i jeans e la pancia le veniva fuori da sotto la maglia mentre si allungava per raggiungere lo stereo con un dito. Partirono i Verve. Lei girò la testa verso di me.

- Va bene questa? - sorrise con finto disappunto – Ehi, che cosa stai guardando?

- Secondo te cosa sto guardando? - bastava allungare una mano. Lei non l'avrebbe scacciata. Ne ero sicuro. Gli altri sognavano, ma a me lei avrebbe permesso di realizzare il sogno. Solo che quel genere di sogno io non l'avevo mai fatto. Non avevo mai fatto l'amore. E non ero intenzionato a farlo.

- Te ne stai lì, buono buono, con la faccia del bravo bambino. Ma tu hai delle cose perverse nelle mente, vero? - chi non ce le ha? Ma non feci in tempo a risponderle. In quel momento la serratura della porta d'ingresso scattò e dei passi vennero verso di noi.

- È mio fratello – il culo di Ilaria ridivenne un casto cuscino su cui lei si rimise seduta, con il disco tra le mani, vicino a me.

- Cazzo – mi grattai la nuca in cerca di un'espressione innocente.

- Ale, lui è Stefano – si mise in piedi lei appena il fratello entrò nella stanza. Ale mi guardò per mezzo secondo.

- Sì, non me ne frega niente – disse mettendo passi lunghi verso lo stereo. Si chinò. Si mise a cercare qualcosa tra i dischi. Dopo pochi secondi si voltò verso di noi e restò in silenzio. Noi lo guardavamo in attesa. Abbassò le sopracciglia sugli occhi, sembrò sospettare qualcosa. Collegare per un attimo gli elementi. Io, un ragazzo, e sua sorella, una ragazza, da soli, nella sua cameretta, seduti sul letto. Mi sentivo le guance bollenti.

- Non è che hai preso il disco nuovo dei Verve? - chiese Ale.

- È... è quello che sta andando nello stereo – sembrava non crederci neanche lei – Lo stavamo ascoltando noi.

- Ah, è vero – si grattò la testa pensando a cosa fare – Me lo devi dare. Mi serve adesso – allungò una mano verso di lei, muovendo le dita. Ilaria gli affidò la custodia e lui si prese tutto e tempo due giravolte nella stanza in cerca delle chiavi, scomparve.

- Mi sa che si è fatto tardi – mi misi in piedi. La prima volta era andata. Ma questa ragazza doveva pur avere una qualche madre, un qualche padre che prima o poi sarebbero tornati. Erano le otto e mezza di sera.

- Vuoi andartene? - lei si era nuovamente rilassata – Guarda che non ti succede niente. Ti assicuro che non ti mangio.

- Non è per quello. È che mi sono cacato addosso – spinsi le labbra verso i denti.

- Come vuoi – alzò una mano – Non ti costringo. Quando ci vedremo adesso?

- Fra altri due mesi – le dissi. Era la terza volta che ci vedevamo. A distanza di due mesi l'una dall'altra.

Nel periodo della panchina, Ilaria divenne la mia accompagnatrice e io il suo accompagnatore. Eravamo amici, ci volevamo bene. Eravamo sempre insieme. Ma l'attrazione che lei provava e con cui influenzava anche me, finiva per portarci sempre ad un contatto fisico. Lei voleva essere la mia ragazza. Io non volevo una ragazza. La sera, quando tutti andavano via, la riaccompagnavo a casa. Lungo la strada lei mi sussurrava cose erotiche nell'orecchio. Mi chiedeva di trovare un posto buio dove poter fare qualcosa. A volte andava anche a me. Ci baciavamo. La spinta ad andare oltre c'era sempre, ma io non volevo fare l'amore. E lei neppure. Era una cosa così. Una serie di giochi erotici tutti mentali. A questi giochi lei abbinava spesso dei veri e propri colpi di testa. Una volta mentre eravamo sparati a non so quanti chilometri orari sul mitico F12, ero concentratissimo sulla strada mentre guidavo e mi arrivò un pugno nelle palle che mi fece ingoiare il labbro inferiore. Per poco non abbandonai il manubrio finendo contro un marciapiedi. Appena il dolore si calmò, tornai a respirare, raccolsi le forze e le tirai una gomitata nei denti. Lei si portò immediatamente le mani alla bocca e scoppiò a ridere.

- Sto sanguinando – disse.

Mi voltai. Sanguinava.

Un'altra volta stavamo procedendo lentamente lungo una stradina buia.

- Voglio un bacio – disse.

- Aspetta – le risposi. Era un momento di grande apatia. Stavo guidando con i gomiti.

- No. Lo voglio adesso. Ne ho voglia.

- Che palle – pensai. Frenai lentamente. Misi i piedi a terra. Mi girai.

- No, girati completamente. Voglio che mi stai di fronte mentre ti abbraccio.

- Tieni la moto con le gambe – l'avvertii. Non feci in tempo a far passare una scarpa dall'altro lato del sedile che la moto era già a terra con la ruota che girava.

- Che forza che hai! - mi complimentai. Avrei voluto schiaffeggiarla.

Con gli altri alla panchina ci divertivamo a parlare di lei quando lei non c'era. Piaceva a tutti a modo suo. Cioè non piaceva a nessuno. Ispirava sesso in modo sadico. Aveva quello di attraente. Potevi farci a botte e lei non se la sarebbe presa. Potevi essere volgare, potevi essere eccessivo. Le andava bene tutto. Anzi, era la prima ad eccedere e dovevi stare attento a non darle troppa corda. Noi le demmo il ruolo che faceva per lei. Una sera, mentre pensavamo a cosa avremmo potuto fare di divertente nei giorni successivi, a me e Cosimo venne l'idea di girare un film. Lei si mise a saltare battendo le mani con lo stecco di un leccalecca tra le labbra che faceva su e giù.

Il pomeriggio successivo ci vedemmo a casa di Cosimo. Soltanto io e lui. Quando mi invitò a sedermi al computer lui aveva già sceneggiato l'intera storia. Non capivo cosa mi avesse fatto venire a fare. Apportammo delle correzioni ai dialoghi, inserimmo un nuovo personaggio e dividemmo gli atti. In un pomeriggio l'intero copione era steso. Il film si intitolava A domani. Tributo ad un grande successo di Nino D'Angelo. Andammo a girarlo a casa dei miei nonni con una vecchia telecamera del padre di Raffaele, io, lui, Cosimo e Ilaria, cast da gang bang, in una spettacolare mattinata di fine luglio. La storia del film era semplice: Ilaria era una miss francese che cercava un imbianchino per un lavoro. L'imbianchino ero io, rude tipo siciliano con la coppola, la canottiera, la Peroni al fianco e il rutto facile, Cosimo era il mio assistente. La miss si invaghiva dell'imbianchino, però era corteggiata da un romantico verseggiatore interpretato da Raffaele. A lei veniva il dubbio su chi scegliere e così, una notte, le veniva in sogno San Pammacchio Martire, impersonato sempre da me per mancanza di attori, che scendeva da un buco nel soffitto. San Pammacchio era un grande esperto di questioni di cuore. Non si sapeva perché. Le chiariva le idee nel sogno e il giorno dopo lei ufficializzava la sua scelta. Io e Raffaele finivamo a dipingere il muro della scena iniziale: la miss aveva scelto Cosimo, il mio assistente.

Fu grazie a quella giornata di riprese che scoprimmo con grande meraviglia l'eccezionale vocazione della nostra amica per la recitazione. Di tutti gli atti, riuscimmo però a girarne soltanto il primo. Raffaele ebbe uno dei suoi momenti no. I momenti in cui diceva no senza una ragione: non volle accettare la parte del romantico. Disse – Voi recitate, io riprendo solamente -. Come faceva a non capire che avevamo quattro parti maschili ed eravamo tre maschi e che senza di lui sarebbero state quattro parti per due? Anche Ilaria si tirò indietro e questo fu molto peggio. Ingaggiammo un'altra attrice per rigirare la scena e andare avanti con le riprese, convincemmo Raffaele a fare la parte. Ma la nuova attrice era vomitevole. Al di là del fatto che non aveva la presenza e nessuna tonalità nella voce, che se ne restava ferma nella scena come se non fosse viva e che si era messa per l'occasione un vestito estremamente brutto, non riusciva ad imparare le frasi. Frasi composte da due parole. - Sì, mylord! –. O dimenticava sì, o dimenticava mylord. Certo era che quel punto esclamativo non sarebbe apparso nella voce. Finimmo a cazzeggiare con spezzoni di riprese in cui facevamo gli stupidi. Furono le riprese migliori della giornata. Decidemmo che il film, in quelle condizioni, non si poteva proprio fare.



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