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lavoro pubblicato lunedì 26 marzo 2012
ultima lettura lunedì 22 aprile 2019

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IL GUARDIANO della SOGLIA - Capitolo VI - L'Antro di Mertseger

di mariapace2010. Letto 606 volte. Dallo scaffale Fantasia

CAPITOLO  VI  - L'Antro di MertsegerLe acque andavano ingrossando; Nefer, rientrata a Tebecon la corte, aveva la mente occupata da un unico pensiero: andare a scioglierei nodi delle ultime vicende nella Sacra Grotta di Mertseger.Sepolto ...



















CAPITOLO VI -
L'Antro di Mertseger







Le acque andavano ingrossando; Nefer, rientrata a Tebe
con la corte, aveva la mente occupata da un unico pensiero: andare a sciogliere
i nodi delle ultime vicende nella Sacra Grotta di Mertseger.



Sepolto nel sito più inaccessibile della necropoli, il
villaggio dei Servitori della Sede della verità, poteva essere raggiunto
solamente con una delle carovane appositamente allestite.



Gli approvvigionamenti arrivavano al villaggio dai
magazzini dei Templi circostanti, ma accadeva talvolta che, per speciali
concessioni del faraone, grosse carovane partissero da Tebe fornite di ogni
tipo di merce; l'inizio dei lavori del nuovo complesso funerario del faraone
coincise con una di queste partenze.



La carovana era pronta a muoversi già prima dell'alba.
A quell'ora c'era sempre grande animazione a Palazzo. Servi e soldati erano
ancora assonnati e distratti ed a Nefer parve il momento buono per sgattaiolare
fuori delle stanze del gineceo e raggiungere, nel cortile, uno dei carri in
partenza; Thotmosis l'aspettava in fondo ad una delle gradinate.



Nascoste le insegne reali sotto vesti da servi, i
due strisciarono lungo portici e
corridoi e raggiunsero il posto convenuto.



"Fai tutto quello che mi vedi fare e non ti stupire di
quello che faccio." Disse Thot alla sorella.



"Nefer farà tutto quello che vedrà fare a Thotmosis."
Assentì Nefer.




"Non ti butterai a fiume, spero, se per caso... ah.ah.ah,
io volessi..."



"Non lo farò. - lo interruppe lei - Ma aiuterò Thotmosis ad entrare in acqua più velocemente,
ah.ah! Ehi! Potrebbero riconoscerci." aggiunse.



"Nessuno ci riconoscerà!"



Il principe Thot aveva ragione. Chi avrebbe potuto
riconoscere in quei due straccioncelli i figli del faraone? Salirono su un
carro in fondo alla carovana, senza che nessuno facesse loro domande,
scambiandoli per i figli di qualche operaio.



La carovana si mosse. Imboccata la strada del porto,
raggiunse l'approdo delle numerose imbarcazioni in arrivo e in partenza da
Tebe. Qui, i due presero posto su una chiatta stipata fino all'inverosimile.



Sopra le loro teste, il cielo era un enorme bacile
azzurro; alle spalle il Nilo sembrava un mare verde e davanti a loro, il
deserto era un mare giallo.



Thotmosis entrò subito in confidenza con i barcaioli e
parlò loro di scontri, lance dalla punta di ferro, scudi infrangibili e carri
dai rostri uncinati. Quelli, per non essere da meno, raccontarono di mostri che
infestavano le acque del Delta,, di certe colonne ai confini del mondo, di
ragazze dalla coda di pesce e ragazzi dalla testa di toro ed intanto che
parlavano, mettendo enfasi nei gesti e nelle parole, guardavano Nefer. I suoi
capelli al vento e gli occhi lucidi .Finalmente davanti allo sguardo sorsero le
montagne grigio-oro che profilavano l'orizzonte della riva opposta. La chiatta
accostò ed attraccò tra le decine e decine di barche che affollavano quel
tratto del fiume. Una ventina di carri tirati da asini e buoi, erano in attesa
lungo il greto; qui, lavandai sciacquavano panni e li battevano su tavole di
pietra prima di stenderli al sole e gruppi di bambini giocavano tra reti e
barche rovesciate mentre i pescatori tiravano a riva reti cariche di pesci e
donne rattoppavano reti strappate.



Ultimate le operazioni di carico, la carovana si mosse.
Aride colline vennero incontro, gialle e screpolate di fenditure ed anfratti,
poi la valle, stretta, selvaggia ed inospitale, riarsa, li inghiottì.



Insolitamente silenziosi, i due fratelli divoravano con
occhio affamato tutto quanto contenuto in quell'opprimente orizzonte; Senen, la
donna che li aveva fatti salire sul carro, ogni tanto si girava a guardarli.



La principessa di Tebe, che aveva sempre fantasticato
sulla vastità del mondo, scopriva che questo era più grande di ogni sua immaginazione.
Sebbene Senen spronasse di continuo gli asini, Nefer aveva l'impressione di
trovarsi sempre nello stesso punto. La distanza dalle colline che segnavano
l'orizzonte, pareva, dopo ore di marcia, sempre uguale.



Senen era una mugnaia e ogni dieci giorni, a rotazione,
portava provviste agli abitanti della Città dei Morti.



Thotmosis aveva preso posto su una pila di sacchi di
farro; Nefer, invece, sedeva sul bordo del carro, gambe penzolanti e tutta
l'attenzione catturata dalla necessità di tenersi aggrappata al sacco più
vicino: il passo degli animali metteva a dura prova il suo equilibrio, ma la
ragazza pareva trarre gran divertimento dagli sballottamenti, che accompagnava
con gridolini di piacere. Quando finalmente riuscì a ad adattarsi a quell'andatura, cominciò a prestare
attenzione all'uomo seduto al suo fianco che, da quando il carro s'era mosso,
non aveva smesso di parlare.



"... questo dico: non si deve bere così. - stava dicendo,
mentre con lo sguardo fulminava un carrettiere che tracannava birra da un
boccale - C'è un limite a tutto e quello, a parer mio, l'ha superato..."



La mugnaia si girò a guardarlo poi gli passò il suo
otre. L'uomo arrestò il fiume di parole, tracannò, si pulì la bocca col dorso
della mano, tracannò ancora e riprese, in tono più conciliante:



"Non condanno chi beve con misura... E' lecito ogni tanto
prendere una sana ubriacatura. - la mugnaia ebbe un sorriso, ma continuò ad
ascoltarlo con aria bendisposta; l'altro proseguì - Se misurata, è una buona
usanza..."



L'uomo fece seguire una pausa per un'altra sorsata;
Nefer lo osservava di sottecchi. Lo sentì sospirare e poi lodare Ammon e tutti
gli Dei di Tebe, chiamandoli per nome, uno per uno, e alzando l'otre al cielo
ad ogni nome. Quando ebbe passato in rassegna l'intero Pantheon tebano, passò a
quello di Abidos e Memphi; dopo Sais attaccò con quelli di Siria, Babilonia e
Creta, fino a che la donna non lo interruppe:



"Vuoi una fetta di melone?" chiese; quello fece un
gesto di diniego, ma Nefer fissò con aria golosa la fetta di melone, pur
contesa da un nugolo di mosche.



"I tuoi figli, generosa Senen, sono di bell'aspetto e
di sguardo vivace."



L'uomo tese l'otre con un sorriso.



"Non sono figlioli miei, - rispose - ma anche i miei
sono belli e vivaci come questi ragazzi."



"Siamo i figli dell'architetto Kamose. - interloquì
Nefer, staccando gli occhi dalle palme piumate del fiume che stava
allontanandosi; dall'alto della sua postazione, il fratello chinò il capo e la
fulminò con lo sguardo.



"Conosco l'architetto kamose. - disse l'uomo - Il Sacro
Occhio di Ra mi fulmini se non gli dirò che i suoi figlioli hanno allietato il
mio viaggio."



"Nostro padre è rimasto a Tebe, ma noi torniamo a casa:
Ita, il nostro maestro, è assai severo."



"Un maestro deve esserlo e voi siete figlioli
giudiziosi. Fate bene a porre i cuori sui libri. Credetemi. Credete a Wha, che
ha visto quelli che sono liberi per aver posto il cuore sui libri. Credete a
Wha. A corte lo scriba è in ogni luogo, ma colui che agisce mediante
l'intelligenza di un altro, non ha successo!"



Quel Wha doveva essere un maestro, pensò Thotmosis
osservandolo ed era anche noioso come tutti i maestri.



Wha insegnava alla scuola del villaggio della Città dei
Morti.



Una prima educazione, in verità, veniva impartita da
vecchi scribi o sacerdoti che elargivano
il proprio sapere in cambio di piccoli compensi in natura e che giravano
nelle campagne e nelle periferie delle città. Le vere scuole, Templari o
Governative, preparavano i futuri Sacerdoti e Funzionari con regole assai
severe ed attraverso una selezione ferrea che, però, non precludeva a nessuno
la possibilità di istruirsi. Se per il primo stadio di apprendimento le
famiglie dovevano corrispondere un compenso al maestro, gli studi successivi,
più approfonditi e formativi, erano completamente gratuiti.





La carovana entrò nella stretta valle ventosa ed arida
la cui cintura rocciosa e scoscesa avvicinava l'orizzonte.



Per tutto il tempo Nefer aveva guardato i sacchi
traballanti, sempre sul punto di cadere; ora che erano arrivati a destinazione,
si chiedeva se la carovana si sarebbe fermata per raccoglierli, se qualcuno
fosse davvero caduto, ma venne distratta dal certo movimento che animava il
fianco della collinetta. Wha, intanto, aveva ripreso la sua litania, pur con
leggero affanno, ostacolato dalla pancia e dallo stomaco che gli sporgevano da
sotto la tunica.



"Lo scriba è inviato a portar comandi - diceva -
Lasciate che vi dica che lo scalpellino è stanco per il lavoro sulla dura
pietra e le sue braccia sono distrutte. - Thumosis sbadigliò; l'altro proseguì,
imperturbabile - E il lavoro dei campi?... E' il più pesante che si possa
dire..."



"Ohhh! - la mugnaia incitò gli animali poi girò il capo
- La scuola è utile e il suo profitto dura come le montagne. - disse - Questi
bravi figlioli l'hanno capito."



I due principi la guardarono con un sorriso pieno di
gratitudine; Wha strinse tra le mani l'inseparabile verga, ausilio delle sue
lezioni, poi, con estrema noncuranza, si tolse i sandali e si strofinò i piedi.



Nefer lo fissò in silenzio., poi girò lo sguardo verso
la donna che aveva cominciato a canticchiare facendosi vento con un ramo di
palma. Era una cantilena dolce e monotona, in un dialetto che i due fratelli
non conoscevano. Nefer ebbe un sospiro e si sdraiò sui sacchi ad ascoltare. Lo
sguardo vagò d'intorno ed andò a frantumarsi sui dirupi scoscesi e le colline
tondeggianti del crostone roccioso alle cui pendici sorgevano le prime case del
villaggio.



Mentre avanzavano si andava formando una moltitudine di
gente: era giorno di festa, l'ultimo della seconda decade del mese, essendo il
mese diviso in tre parti.



Nei giorni di festa, la gente del villaggio animava la
valle. Le donne reggevano orci in mano
e ceste in testa e i bambini, litigiosi e chiassosi, si rincorrevano tra gli
stretti vicoli; gli uomini, che durante i lavori nei cantieri dormivano in
casupole lungo le strade, tornavano a casa per lavorare alle tombe di famiglia
e per visitare i luoghi di culto che nella valle erano numerosi.



Raggiunta la grande porta che spezzava il perimetro
dell'agglomerato più antico, quello risalente al faraone Thutmosis I, la
carovana entrò nel villaggio, un labirinto di stradine strette, gialle e
polverose. Le case, tutte uguali, essenziali e con una scaletta esterna che
raggiungeva il tetto, si stringevano le une alle altre come un gregge sorpreso
dal temporale; rumori di incudini, martelli e picconi, si levavano dalle vicine
officine.



Ad un incrocio la carovana si fermò e i due ragazzi
saltarono giù dal carro ma, prima che si allontanassero, la mugnaia dette loro
due grosse fette di melone; i due principi ringraziarono, salutarono e si
dileguarono tra la folla. Gran confusione, grande animazione e gran caldo:
erano capitati in un mercato e le grida dei venditori sovrastavano ogni altro
rumore.





Un muggito, alle spalle, e un soffio caldo all'altezza
del collo, dopo pochi passi, fece sobbalzare la ragazza che si voltò
spaventata. Lo sguardo andò ad incrociare quello dorato e scuro di un torello.
Ancora più terrorizzata, cacciò un urlo e si buttò da parte; il torello muggì
ancora, forse più spaventato di lei.



Era un animale giovanissimo, nero e irrequieto. Ghirlande di fiori e foglie
gli pendevano dal collo e una bellissima collanina di sanguigna corniola gli
ornava le corna dorate. Un ragazzo lo conduceva al guinzaglio e scoppiò
immediatamente in una sonora risata a cui si unì anche Thotmosis.



"Perché ridete della paura di Nefer. - protestò la
ragazza - Nefer non ha mai danzato davanti alle corna di un toro come le
ragazze di Babilonia."



"Ankheren non voleva ridere di Nefer." esordì lo strano
ragazzo.



Era alto e snello e l'espressione del volto era
vivacizzata da uno sguardo curo e penetrante; intorno alla fronte portava una
fascia di cuoio, alla foggia ittita, che gli tratteneva la luminosità corvina
di una lunga e folta capigliatura. Riprese subito la parola:



"Lui è Kaptha e non è un toro selvaggio. - disse - Se
ti ha fatto paura, però, bella Nefer, Kaptha di questo è dispiaciuto e ti
offre, se la gradisci, la sua collana. Con il suo muggito voleva dire che starà
meglio al tuo collo che alle sue corna."



"Ah.ah.ah..." rise ancora Thotmosis; Nefer lo fulminò con
lo sguardo, ma la collanina era davvero bella e Ankheren, incoraggiato dal suo
sorriso, la prese dal collo del torello
e la passò intorno a quello della ragazza, poi invitò i due a seguirlo, cosa
che quelli non si fecero ripetere.



Si fermarono ad ascoltare un vecchio cantastorie che
raccontava della stoltezza di un padrone e della furbizia del suo servo.



"I ricchi sono sciocchi!" sentenziò Ankheren, dando le
spalle al citaredo.



"Perché?" domandò Nefer.



"Perché il ricco non deve aguzzare il proprio ingegno
come deve fare il povero, finendo, per tale ragione, per non sapersene più
servire."



"Tu non sei povero, vero?" domandò ancora la ragazza,
disturbata dall'idea che al suo nuovo amico potessero accadere le avventure del
protagonista del racconto appena udito.



"Io sono figlio di Uriak, l'Ittita, domatore di cavalli
e allevatori di tori al Tempio di Ptha." Rispose il ragazzo con orgoglio.



"E' da tuo padre che hai avuto quel coltello? - chiese
Thotmosis indicando il coltello dalla lama di ferro che l'altro portava alla
cintola - Se avessi del denaro con me, ti chiederei di vendermelo."



"E' un oggetto di nessun pregio. - Ankheren scosse il capo, ma non era vero e
lo sapevano entrambi. Però, Ankheren doveva dire così, poiché agli Ittiti era
vietato vendere oggetti di quel metallo
- Se non posso vendertelo, però, posso donartelo." sorrise tendendo la mano.



"Sei davvero generoso con i tuoi doni..."



Thotmosis non riuscì a portare a termine la frase
poiché una voce, appartenente ad una faccia assai corrucciata, assalì Nefer:



"La mia collana... la mia collana..."



Thotmosis ed
Ankheren accorsero entrambi in difesa della ragazza, disgraziatamente,
però, il trambusto aveva attirato l'attenzione di una guardia.



"Dove hai preso questa collana?" domandò subito la guardia.



"L'ho trovata io per terra." si fece avanti Ankheren.



"Lui dice il vero." Intervenne anche Thotmosis, ma il
tono secco, risoluto e perentorio della voce non impressionò nessuno; si
accigliò e fece l'atto di riprendere la parola. Guardando le umili vesti che
nascondevano le insegne reali, però, preferì tacere.



"E tu chi sei? - l'apostrofò la guardia - Sei suo
complice?"



"Lui è mio amico e io non sono un ladro... io..." interloquì
ancora Ankheren, ma una voce, tra la folla formatasi alle loro spalle
interruppe in sul nascere la sua arringa in difesa di Thotmosis:



"Bugiardo. - diceva la voce - Sono sicuro che neppure
il torello ti appartiene."



"Dove hai preso questo torello?" tornò ad interrogare
la guardia.



"E' mio. E' della mia famiglia."



"Bugiardo. - ripetè l'accusatore tra la folla,
indicando la spalla del recalcitrante animale - Quello è il marchio del tempio
di Ptha."



"Sia portato al Tempio." fece una seconda voce.



"Siano portati al tempio tutti e tre." aggiunse una
terza voce.



"Che siano fustigati..."



Ormai era solo un coro di minacce cui solo lo
scalpitare di cavalli in avvicinamento pose fine. La folla si aprì davanti ai
cavalieri come un gregge spaventato dall'assalto di un branco di lupi.



"Fermi tutti. Che cosa succede qui?" un comando
perentorio.



Zittirono tutti e Nefer sollevò gli occhi in faccia al
cavaliere, un giovane sui venti anni, bello e altero; nel silenzio sceso sulla
scena, si udiva solo il campanaccio degli armenti condotti al Tempio.



"che cosa succede qui da giustificare assembramenti di
persone?" tornò a chiedere il cavaliere, ma il tono s'era addolcito e
l'attenzione pareva tutta concentrata sul bel volto della principessa di Tebe.



"Hanno rubato una bestia sacra del Tempio di Ptha,
signore. - spiegò la guardia; alto, grasso, puzzava di sabbia e sudore - Devono
essere puniti."



Aggiunse incrociando le braccia con aria soddisfatta,
ma tenne gli occhi bassi, non osando sostenere lo sguardo del principe, ed attese
la lode. Per nulla interessato alle solerti accuse, attirato invece
dall'avvenenza di Nefer, il principe ordinò:



"Taci. La tua voce mi infastidisce. Parla tu, ragazza.
Spiega ogni cosa senza timore."



Nefer si fece avanti incerta sul da farsi; lo sguardo
audace del giovane la lusingava ma, anche, la irritava un po'. Dentro sé, però,
pensava che quel giovane, a cui si rivolgevano tutti con rispetto era davvero
di bell'aspetto e, benché indossasse solo un perizoma, il collare che gli
copriva il largo petto e le spalle, rivelava che lui era il principe e gli
altri i subalterni.



Anche Thotmosis
avanzò per prendere la parola, ma l'altro non gliene dette il tempo; con un
balzo fu a terra e gli si pose di fronte, gambe divaricate e braccia conserte.



"Che cosa ci fa al di qua del fiume il principe
Thotmosis?" domandò.



"Tu mi conosci?" chiese a sua volta il ragazzo frugando
nella memoria alla ricerca di un nome da riconsegnare a quel volto.



"Per il Cranio Rilucente e Calvo di Ptha! Davvero non
riconosci Sekenze?"



"Sekenze?... Per la Barba di Ammon! Sei proprio il mio
amico Sekenze."



"L'esercizio fisico mi ha irrobustito, ma sono proprio
io. Anche tu, però, sei cambiato, ma dimmi, che cosa ci fai qui, nascosto in
quelle vesti? Sei venuto a cacciare la testa in qualche rete, quaggiù,
ah.ah.ah..." rise.



"Un principe reale?... Pie...tà!" balbettò il solerte
accusatore e anche la guardia era sbiancata in volto:



"N...non è un ladro? Oh, povero me!"



"Stupido imbecille! Meriteresti d'esser fustigato con
la tua stessa frusta.- Sekenze, che
pareva divertito dall'equivoco, si girò verso la ragazza - Tu sei la
principessa Nefer. Sei diventata molto bella - disse; Nefer arrossì e l'altro
proseguì - Ma che cosa ci fate qui,
vestiti a quel modo?"



"Noi pensiamo che la tenebrosa Mertseger voglia
manifestarsi e che abbia mandato al sua "voce" a Nefer per farsi sentire, ma
non abbiamo capito il senso delle "visioni" e siamo venuti qui per sciogliere
l'enigma."



Un breve silenzio riempi l'attimo che seguì, poi
Sekenze disse:



"Mi domando se
sia stata una buona idea venire qui senza scorta, ma non dovete preoccuparvi:
vi accompagnerò io fino al Sacro Antro di Mertseger... Quanto a costoro.."
aggiunse girandosi verso il servo che, nella speranza di evitare la punizione
tornò ad accusare Ankeren:



"E' colpa sua. - disse - Ha portato via dal recinto una
bestia sacra e deve essere esaminato con la bastonatura."



"Ankeren è innocente. - interloquì Nefer - Dillo che
sei innocente, Ankeren. Dillo."



"Sono innocente. - si difese il ragazzo - L'ho soltanto
portato fuori del recinto dove Uriak, il padre di Ankeren, alleva i tori del
Tempio. Non l'ho rubato. Le Sacre Dita di Horo mi fulminino, se mento."



"Sta mentendo e bestemmiando." Insisteva l'accusatore.



"Non è lecito accusarmi solo perché non porto sandali
ed ho i calli ai piedi. - incalzò il ragazzo - Non li porto perché voglio
sentire il contatto con la terra, ma possiedo ben tre paia di sandali di corda.
Frequento la scuola del Tempio con profitto ed alla nascita mi è stato predetto
che un giorno avrò il comando su molta gente... Come potrei essere un ladro?"



"Questo sfrontatello dice cose strane..." cominciò
Sekenze, ma Nefer lo interruppe:



"... strane, ma sensate." disse.



"Ah.ah.ah... - rise il principe - Dici cose strane anche
tu, bella Nefer."



"Nefer parla spesso in modo strano." convenne Thotmosis
e Nefer interruppe anche lui:



"Porterò il mio amico Ankeren a Tebe con me e
intercederò per lui personalmente
presso il Faraone."



"Non occorre. - fu Sekenze, questa volta, ad
interrompere lei - Qui basta la giustizia di Sekenze per stabilire la Verità!"
affermò e fece loro cenno di seguirlo.









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