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lavoro pubblicato domenica 25 marzo 2012
ultima lettura domenica 10 novembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

I CROCIATI

di gartibani. Letto 706 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA” I CROCIATI Partono adesso i crociati, con le loro armature vagano nella pianura come esagoni...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

I CROCIATI

Partono adesso i crociati, con le loro armature vagano nella pianura come esagoni rossi, nei prati gialli fioriti muore l’allodola bruna, perspicace l’inganno , la dualità della vita, il mondo parallelo che accomuna le storie distanti. Entra in un caffè con sua sorella, lei si trasforma in unicorno, sua sorella è la proprietaria del caffè, qualcuno calpesta una torta sporcando il pavimento, poi sua sorella è allettata, lei siede al suo capezzale e le dice quanto le dispiace che l’abbandoni, la sorella si volta, si accorge che ha la parte inferiore del corpo scoperta, le morde i genitali ed è molto depressa. Si dimentica di essere, di stare nel corpo, di vagare tra spessori del tempo. Nel luogo dilavato sono come lunghissimi confini, poca la speranza, troppo presi dai materiali affanni, a tratti si ode un rumore negli occhi enormi della notte, persistente e stridulo, non sa se il suo corpo è ancora forte o ha la fragilità della lebbra, la mente chiara, la voce pacata, l’inquieto spirito notturno dei sogni che la riconduce ai pensieri, quell’anima cieca in precario equilibrio su sfere rotanti e cilindri, nell’incontro provvisorio, nella rabbia, nella noia sdoppiata e incerta. Un giovane entra e la butta a terra, vede un uccello morto nel punto dove è caduta, tace. I crociati vengono scompigliati dalla tempesta, i cavalli imbizzarriti disarcionano i cavalieri, la loro testa scompare nel folto dell’erba, anche la volpe inseguita scompare e la tempesta diventa più forte, il rumore del fiume che cresce, le mura crollate, disseccate vicende, mutazioni di cielo. A stento si prosegue il cammino. Appuntati in una sera di stelle come in un presepe i crociati si ricompattano a gruppi e con gli occhi di brace si aprono un varco da sotto le ossa e sconfinano oltre la collina.

Sua sorella è ancora in ospedale, non c’è un posto letto per lei e deve stendersi sul pavimento in attesa che si liberi una stanza, poi nel corridoio vagano altri pazienti, le pareti diventano sponde e si gonfiano d’acqua, viene portata verso i gabinetti dove si apre una voragine, un ometto promette di aiutarla, ma la sua mano e corta, la sfiora appena senza agguantarla , poi le alza le gonne e mette la testa sotto, lei scalcia ma l’acqua sale e la bagna tutta e l’ometto è come un verme viscido che la percorre tra l’inguine e la gamba, sente un brivido, segmento di una ruga, impigliata nel gioco degli equivoci, nel divario tra il senso e l’ingratitudine, come immersa in nuove e diverse lacerazioni, nei volti inusuali, affidati ad un sorriso forzato. Soltanto mani abili possono ricucire quel vizio di ombre, nel gesto sempre uguale, nei silenzi congiunti, nell’attraversare della notte in febbrile attesa, quasi una cucitura della giacca e una cicatrice. Parassiti dell’anima per un sorso di acquavite. La lampada si spegne ed il riflesso del fuoco dentro le tende diventa più evidente, nel riflesso c’è la figura di un crociato nella sua armatura. Fuori la pioggia si fa battente e invecchia quasi subito, cade un fulmine sulla risaia e nel suo battere secco si adagia in un solco. Il crociato solleva il troncone di una spada, gocciolante di fango e l’altro lo aspetta a piè fermo, escono man mano tutti dalle tende e rimangono in piedi nell’immobilità mentre uno sciame d’api continua a ronzare, il crociato combatte, prima a destra poi a sinistra, e le spade scintillano e trasmettono il suono del metallo nel propagarsi dell’aria, finchè uno dei due giace nella palude con il cranio fracassato. L’acqua è chiara, specchia l’ulivo in un velo verde, nevicherà domattina da questi alberi una tenerezza nuova e passerà qualche uccello, raro sognatore dischiuso nel volo a cadere colpito da nessuna violenza. Tutto ha un impercettibile sussulto, i loro corpi ormai invecchiati, sciupati e incompleti, la sua bellezza che esiste per creare piacere, che ha bisogno di qualcosa di più caldo, di più vivo. Con il tempo si riesce a cancellare l’altro, quasi una mancanza di gradini, di cieli dove appendersi al salto.

Si ritrova in Chiesa con sua sorella, lei ha un cane dalla testa mozzata, la testa è viva e continua ad abbaiare. Sua sorella si avvicina al confessionale e il sacerdote, un uomo molto alto e cordiale, desidera vendergli degli occhiali da sole, insiste, ma il prezzo non è accessibile, la sorella si smembra e comincia a fare un lungo viaggio, nuota tra crepacci di coralli e giace affondata nell’acqua limpida, il sacerdote beve le gocce che cadono, beve dalla sua vagina e il vento fa tremare i vetri. Svanisce il tedio dell’inverno nella casa assolata e il mare lontano appare un secco greto scialbato da spume ricorrenti, più chiara si ode la risacca tra il giallo dei limoni in questo malore dei sensi che si stacca dalla terra e va a morire su di uno spelacchiato prato. Finalmente entra in un giardino pensile, c’è molta gente intorno, si apre un lucernaio e zampilla una fontana, il sacerdote è come un nano, si è rimpiccolito, sale per una scala sempre più in alto, ha un fallo sproporzionato e dice cinicamente ad alta voce che non è il suo. Il giardino muta, il nano le tocca i seni, le parla con grande tenerezza, lei vorrebbe liberarsi ma si sente paralizzata, poi riesce a fuggire, cade, si rialza, sulle scale ora è seduto un manichino di pezza con uno sciocco ghigno sul volto. Il manichino porta gli occhiali. La sera è appena percettibile, la luna ha un calore accogliente.

I crociati sono in alta uniforme, chiusi a chiave negli armadietti, inchiodati alle croci, legati a pali, privati di ogni libertà, trapassati da lance. Cadono nell’atto sigillato dell’angoscia, pescecani lacerati. Al centro dell’accampamento si alza un palo poderoso dove si dibatte un’aquila conficcata di frecce, fuori ci sono molti armati e il sangue cola da un sasso cavo. Il giovane RE viene avvolto nella bandiera e il popolo intona un canto addolorato, i cani intorno fiutano le tracce dell’acqua e del pane, impossibili agglomerati di spessori di vita e la voce frigge nel cenno del vento, fragore di pianeti. Poi la sua veste bianca rimane sospesa e l’elmo incoronato cade nella polvere.

Forse sua sorella è una fata, l’assale oralmente e la sbrana con i denti, la fata è di zucchero, la porta alla bocca come se fosse un lupo e passa davanti ad animali terrificanti, improvvisamente sente qualcosa che le cola lungo la spina dorsale, che si appiccica al suo sedere e gli da fastidio, la adagia sul tavolo in modo che soltanto i piedi tocchino l’orlo, gli occhi rotolano come palline. Il resto è sospeso nel vuoto, così ha un grande desiderio di sedurla, comincia a fare dei giochi sessuali e vuole deflorarla. Poi arrivano leggeri gli aeroplani grigi, tutto si comprime nell’eliseo in fuga, le vele sui ponti sospesi e merletti di aironi in fuga sulla laguna. La sorella ha rapporti con un ragazzino, il corpo completamente glabro, improvvisamente il ragazzo le striscia sul dorso e comincia a muoversi ritmicamente, il suo pene assomiglia ad un clistere, preme il suo corpo contro, significativamente esplode, polluzione. Ha paura che si cada tutti in un pozzo, così vede l’aeroplano sfracellarsi, durare ancora una luna. Il suo bisogno non ha dolore, crudeltà delle colline annientate e ancor più insopportabile come la presenza di Dio. Sono le sette, guarda l’orologio e posa gli occhi sopra una infinità di piccoli oggetti, pensa allo spazio buio dove finalmente potrà introdurre il suo corpo, di colpo non ricorda più nulla, le labbra contro le labbra nel viola e nel nero, la schiena avvolta da angoli e spettri, il blocco repentino dei fianchi, il multicolore balzo nel segreto.

I crociati portano appeso a dei pali un rinoceronte scuoiato con le cosce aperte, nero latte nel centro del meriggio, passano in fila travolti da un piano inclinato di nuvole minacciose, ognuno nel suo involucro, come bambini senza sangue, quasi affilati coltelli e voci di bestemmie, segue l’insieme diffidente dei contadini e il calpestio dell’armata, tornano condannati ad una irreparabile scomparsa, disarticolati profumi dei fanali schiariti nel mattino. Fuori c’è la fila per entrare al cinema, la sorella ha una cicatrice visibile sul ventre, pare che voglia accarezzare quella cicatrice, si alza per andare al lavoro e non riesce più a muovere le mani, si sporge dalla finestra per vedere la strada, la rana salta dentro la pentola. Volta l’angolo e la sorella è un po’ più avanti, colore dei suoi passi confusi, declivio scosceso, non ha più il coraggio di guardarla mentre attraversa il fiume in piena, si scopre in giro a galleggiare sull’acqua, evidentemente sembra annegata. Prende un lungo asse e creca di tirare il corpo verso di sé, tenta di tirarla fuori dall’acqua, ma sguscia come un pesce, è un’isola e un bicchiere di menta.

I mobili sprofondano e s’infiammano d’oblio, l’arenile è spoglio, la stanza trascina le macerie e scuote l’infoschita nebbia. Disperato e dolce scorre il nevischio sopra le calle, s’imbeve del collo dei fiori e dei suoi domini, fremito che perdura. La pensa sulle ali degli angeli taglienti. Percorrono insieme la lunga spiaggia, che il transito del mare bagna e prolunga, perdute chiarità della neve leggera che accarezza le strade estinte. I crociati svaporano lenti accarezzando il tramonto, nel deliquio della sera. Pulsano le luci nell’accendersi. Gli rimane tra le dita, nella mano ferma, un soldatino di piombo e nulla più.



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