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lavoro pubblicato domenica 25 marzo 2012
ultima lettura martedì 10 settembre 2019

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MARCEL

di gartibani. Letto 504 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA” MARCEL ( malato di AIDS) Sullo stesso terreno incolto erano rimaste le impronte, l’erb...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

MARCEL ( malato di AIDS)

Sullo stesso terreno incolto erano rimaste le impronte, l’erba strappata e il fango, le mutazioni dell’agosto ormai alla fine. Fuori c’era il resto del mondo, una nuvola di seta lo sosteneva e un gabbiano beccava il lembo di sinistra. Fin dalla prima domenica che lo vedemmo ci sembrò una chiazza bruciata seminascosta dalla nebbia, aveva quasi la forma di un animale, eppure non assomigliava a niente di sconosciuto. Al centro stazionava un modello in miniatura, vetro fuso dentro l’azzurro, i piaceri tattili del prugno spoglio e l’ombra in un taglio verticale, una scorrevole successione di parole e volti come un truciolo sottile e il fitto bosco. La casa era posta su di un terreno asciutto, lungo una linea immaginaria di tulle, nel confine dove sporgono carrucole, lacerazioni soffocate, piaghe rossicce dell’orizzonte. Detto questo; è inutile racchiudere il pensiero e macchinalmente ripresentarsi in un mondo corposo, denso, minuzioso di offerte e leggere la loro attenzione sospesa. Ne parlammo quella sera osservando i raduni di meduse nell’invisibile esistenza, mutazioni a cui i desideri si sottopongono.

Aveva l’abitudine di andare a passeggiare per la vigna, si aspettava di trovare dei grappoli ancora buoni, conservati dall’intemperie sul pergolo, un pantano che annuncia una vena d’acqua, il pozzo artesiano, tutto ciò che è muto e intercambiabile, il fiore marcito sullo stelo, la fine dell’inverno. Rimaneva spesso la traccia del passaggio di una tigre dove raramente l’occhio riposa, la fatica che credeva appartenergli e invece faceva parte della forma ingannatrice, la sua parvenza capovolta riflessa sull’acqua, ferma nell’atto estremo, come una lama tagliente nell’incerto sentiero. Neanche il telefono, un indirizzo, una lettera, l’accoppiarsi ed il separarsi delle immagini confuse nello specchio, quasi senza sollevare le ciglia, nervosamente nel vapore, assaporandosi tra i cuscini e misurando i lunghi colori delle lanterne speculari sugli arazzi. I corvi che tornano a beccare il cavolo fiorito.

Il padre continua a sfogliare il libro, impresso da una parte sola, guarda la grata del patio dove il pavone fa la ruota, si attacca alle pareti evocando i suoi occhi portati a rimorchio, migliaia di mani e migliaia di volte soffre l’intrecciata cicala dell’assenza. Gli ambienti sono cambiati, appassiti nel tramonto.

Preferisco non compromettermi e il tono distaccato e innaturale provoca un fastidio nuovo, fa del provvisorio l’anno senza giorni dove rimanere sospesi in attesa che la vita ricominci. Arriva una macchina e lo riporta via, il libro stretto tra le mani. Questa sera il sospetto di qualcosa d’inconfondibile, di raro, magari di magnifico fischietta nell’aria. Il passero che scala la grondaia, questo senso del nulla, soave e impalpabile che si avvicina oltre le distanze quasi come un chiacchiericcio in lontananza. E’ il peso dell’esistenza che sgorga da una frana di pepite luccicanti, veloce e remoto, stracarico di incombenze e ornamenti, complicato di meccanismi, rapporti, gerarchie, modi di comportamento. Come se fosse appena sufficiente a confondere l’amore. C’è invece un aquilone alto, leggero e stipato di vita, nella nervatura della foglia senza trasparenza, sogno che fora le città incolte e lascia la sua filigrana nella linea delle mani, impressa di spessore. Passa in quell’attimo un medico in bianco, da tempo ospite, mutante permissivo, corpo pieno di fagi con specifica colorazione cromatica. Tocca il colore vermiglio del seno, tepore capace di riprodursi ed accumularsi, i suoi occhi capsule incomplete, millimetri di sospensione diluita, seminati su di una piastra di sole accanto al valore delle labbra. Sotto la coltre di neve azzurra, sussurra l’angoscia, scosta il lenzuolo, percorre il corpo incapace di soffrire, sente ristretta la pelle, veloce informazione, profumo di viole nel calice del ventre su di una piaga da decubito.

Marcel nota come la strada è segnata nell’accumularsi della roccia e ci sono ancora brandelli del vestito, un frammento subgenico si sbriciola verso l’esterno contro la prua di una nave, alghe stringono le membra accavallate, piacevolmente attratte dal muschio, i salici non hanno sostegno, i loro fili scendono sulle cornici di stucco dorato. Marcel viaggiando incontra la sua anima pura nell’intricarsi delle case del fiume, come fotografia delle sue gambe giornate luminose. Un albero disorganico trasmigra le sue colonie dentro la bocca di mosaico e miele, ogni resistenza viene meno, è come un ceppo ricevente, umida e pervasa di nettare, donatrice di fuoco, i capelli nell’intreccio della luna, interminabile desiderio del seme. Passano nuove radiazioni, materiali a contatto, riproduzioni fedeli del pensiero, marcatori selettivi del sangue, coltura dei venti contro le mani dilaniate, macchie circolari racchiuse in una goccia. La festa si anima e le coppie ballano e ridono nel festino di coriandoli, la vetrata respira l’età dell’abolire, il rigenerarsi della terra sotto la pioggia acre. Abbiamo saputo; suo fratello si sposa, come una cometa in una notte d’inverno, legato all’ancora dei ghiacciai, dopo aver riso e vissuto, dopo aver succhiato dalla lingua il deterioramento stellare, nel suono di quel pianoforte. La calza traforata è un’ombra angolosa che spinge il mistero nel fascino della musica.

Marcel si stringe addosso, avvolto nella sua anima e altri e più numerosi chiamano i loro nomi nascosti in un barattolo arrugginito. Per distinguersi si baceranno dentro l’ombrello traslocando l’ansia, scambiandosi le chiavi, le proprietà dei ricordi. Così si aprirà la piazza ridente di sole, confidente segreta, intessuta di gugliate e cattedrali di rubino, sangue che si coglie, implicito in ogni dettaglio, con le sue vere proporzioni, dal sapore di melograno. Guardiamo: e il frumento spiga nell’inguine dall’incavo come un fiore incantevole di porfido. Ognuno ritrova le persone che ha conosciuto. Forse domani tutto sarà disposto in un ordine diverso, altri uccelli che nidificano e il respiro che sfoggia monili sui vetri delle vetrine, non c’è orologio che stia fermo. Intanto frana il ciliegio contro l’ala della rondine sublime e la nostra somiglianza si riflette nel tessuto del pozzo. La nostra è una ricorrente impurità, passione di angeli respinti, solo forma definitiva che si mischia e s’ingrandisce su spianate di rose.

Corpono i resti di un passaggio così brusco, il violino è intatto, assomiglia al destino accalappiato dei nostri intrighi, ancora in agguato. Marcel riconosce il suo vestito di detriti, lustro di fenicotteri addormentati, fermo nella fermentazione dell’intemperie, deve sedersi perché ha le gambe malferme. Sposta la finestra, non dice una parola. – “ perche bruciarsi ? “ si chiede. La sua memoria la frequenta e il calore sporge dalle labbra lasciando figurine illustrate, decalcomanie senza sicurezza, ogni passaggio tra la nascita e la morte e un atto d’amore, l’ordine degli Dei privi di altre generazioni, un tetto a forma di trapezio e un ponte crollato, un dosso di collina bruciato. La bocca contro al bocca, roveto di more.

Il suo viaggio interminabile è appena cominciato.

Proverà a tirare una freccia, senza bersaglio, nel cielo in negativo, quasi a ferire la sua pazzia, ad attraversare i sobborghi del tempo fino a toccare l’insegna dove lui dentro un neon si spoglia a grandezza naturale nella città alta. Avrebbe preferito che tutto fosse stato più normale, una stanza affollata di parenti o un incidente d’auto. Invece le loro ragnatele cercano un appiglio e loro sono niente, fermi sui pali della pianura, ancora più lontano, con i loro telescopi puntati sulle stelle, nel fragile punto dell’altro, coinvolti nel fogliame. Contemplando affascinati la propria assenza.

Qualche nuvola che scorre dove prima la neve.

Si alza e scalda le mani nel tazzone di caffè.

Sta nella prima stanza quasi disteso e alloggiato nei gomiti, un quadro appeso segna una diversa geometria. Forse sceglierà una cravatta più evidente.

E’ sempre più difficile distinguere i loro sorrisi invisibili nella sbavatura dell’intonaco.



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