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lavoro pubblicato domenica 25 marzo 2012
ultima lettura martedì 15 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

UNA DONNA QUALUNQUE

di gartibani. Letto 597 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “DA DURARE ANCORA UNA LUNA” UNA DONNA QUALUNQUE Si svegliò quella mattina senza poter uscire dalla porta e pioveva...

RACCONTI BREVI “DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

UNA DONNA QUALUNQUE

Si svegliò quella mattina senza poter uscire dalla porta e pioveva, tuonava e lampeggiava e il vento soffiava di traverso rincorrendo la collina solitaria. Non riusciva ad andare da nessuna parte, la casa sembrava crollata e nessuno l’abitava più. Il gelso agitava la chioma in un turbinio di foglie, anche l’amaca nuova era volata via e lo specchio si era rotto in mille pezzi. Aveva in bocca un semplice tubo di plastica, organizzato con una serie di nuclei sensitivi e motori, con un numero altissimo di connessioni, gli impulsi che da esso partivano si scaricavano in tratti molto ingranditi della colonna sensitiva dorsale, cioè telencefalo, talamo, lobi ottici, cervelletto e nuclei sensoriali del midollo allungato, tutto appariva sullo schermo del monitor come in una azione riflessa. A intervalli irregolari un uccello dal volo radente squarciava l’immagine dei diagrammi e dei segmenti lasciandovi la scia del cielo pulito.

Ricordava quand’era giovane e allegra.

Gli uomini la trattavano bene per poi mettersi a litigare per tutta la notte.

Esaminata al microscopio questa massa appariva come un groviglio inestricabile di fili e fibre nervose nelle cui maglie sembravano impigliate innumerevoli cellule di dimensioni diverse, l’insieme della rete era costituito da interneuroni strettamente interconessi, molti dei quali benché notevolmente ramificati, si interrompevano bruscamente.

Provava nostalgia per suo fratello.

Per sorreggergli il capo dolorante ed essere una roccia in fondo al mere. Se continuava a piovere la diga avrebbe ceduto, tutta quella gente non avrebbe avuto un posto dove stare. Sentì il liquido fuoriuscire e colargli lungo le cosce, nessuno a cui raccontare i suoi affanni, il liquido era caldo e non riusciva a trattenerlo; poi si mise a piangere. Doveva tornare quella di prima. Forse qualcuno la stava eccitando, aveva in permanenza un atteggiamento letargico e un tracciato simile al sonno, arrivavano deboli impulsi sensoriali, impulsi completamente aboliti. Gli stimoli sensoriali raggiungevano la formazione reticolare e andavano a terminare nei sistemi attivatori, da una parte l’esistenza di vie di protezione colleganti in maniera diffusa la porzione anteriore del cervello, dall’altra stimoli sensoriali che raggiunta la formazione reticolare la attraversavano raggiungendo gli arti modulando l’intensità delle informazioni. Allora si alzò o ebbe la sensazione di farlo, udì il fischio del vecchio treno del sud, il treno delle due e diciannove e gli sembrò di essere ferma in un angolo con i piedi fradici, forse era ancora seduta in cucina e guardava le nuvole che cominciavano a crollare, forse era mezzanotte perche il mondo era nero e non aveva mai udito un tale strepito, come migliaia di macchine a vapore che ruggivano tutte. Il lampadario oscillò, la gente gridava correndo da tutte le parti, non ricordava tempi così difficili. Chissà se la diga era crollata ? Era come se gli impulsi tattili, uditivi, visivi e olfattivi sfumassero in una nebbia leggera che modificava lentamente l’ambiente esterno. Sicuramente un contatto esercitato sulla pelle, stiramento dei muscoli, lo spostamento delle articolazioni, l’espansione dei polmoni.

Le api e le farfalle che pungono i suoi occhi, poi una carrozza a sei cavalli che svolta e si perde in lontananza. – “ Dormi piccolo bambino “.- mentre la culla si rovescia e brucia, il fiume le passa sopra , - “ zitto non piangere” – Se avesse le ali volerebbe oltre il fiume al di là del canneto per raggiungere colui che ama. Si guarda intorno e porta il grembiule corto, le gambe sono belle, il pelo folto del pube ancora più malizioso, non riesce ad allontanarsi dalla porta e si vede più passare riflessa sul vetro della finestra, ora ha il grembiule alzato fino al mento e si tocca il clitoride fino a godere, se avesse ascoltato le parole di sua madre sarebbe andata via con lui e la sua anima a splendere come una stella, come una lucente piccola stella.

La tensione di ossigeno e anidride carbonica nel sangue, il variare della temperatura dei tessuti e quelle scariche che sono all’origine di quella sensazione di dolore, forse l’istaurarsi di una serie di cambiamenti che insorgevano in forme di eruzione cutanea, il sole che schiarisce la valigia ed il baule. Poiché era giovane e stupida ha permesso a quel vagabondo di rovinarla, l’ha deflorata contro il baule, con le gambe appese alle spalle ed il sudore contro. Un piede sulla piattaforma, l’altro già sul treno, poi un diavolo dalla testa pelosa e la melassa stucchevole, infine tutta quella camomilla che ha dovuto bere per dimenticare. In torno alla gamba ha un campo di granturco, il giallo scivola e le riempie la bocca, conosce il chiaror della luna, depone il corpo e lo batte la mattina dopo, lo lava con meticoloso puntiglio e canta una canzone a squarciagola. Ebbene si sente libera, gira per tutto il paese, mette in moto la perforatrice. C’è anche una convergenza anatomica, la prova irrefutabile che il tempo sta cambiando, le cellule reticolari si comportano individualmente come integratori della dimensione d’intensità dell’atmosfera, lei non può vedere quello che vediamo noi. Un aereo lucente che sfreccia oltre la montagna viola e lascia una scia evanescente. Il vestito che indossa è rosso e viene lungo la rotaia con passo incerto, calpestando le margherite, le ultime parole che disse: - datemi dell’acqua fresca..-, va verso quell’uomo che ha dipinto nelle pareti della stanza e che non muore mai e vede le sue viscere spargersi al suolo, si è spezzato una costola nel fianco sinistro, lo seppelliranno nella sabbia. Apre la vestaglia e spara, diritto, attraverso la finestra illuminata e soffia dove i venti del nord defluiscono. Il vestito che indossa è azzurro; forse è venuta a vederlo impiccare o a fare l’orlo alla tovaglia o a sedersi sul banco dello spaccio. Più tardi riceve una lettera, cosa credete che dicesse: “ torna a casa, torna a casa presto, il tuo bambino è malato “ – Ma non gli viene in mente niente, le lacrime scorrono sulle guance e l’infinito gli si radica nel cuore, ha sognato la notte scorsa e quella avanti, ha sognato di girare il mondo e di aprire un ombrellino di organza, ma non c’era il sole e nemmeno pioveva. Così il mondo si fa alto, quasi irraggiungibile e lei si ferma davanti ad una fontana e si strappa la camicia in due lasciando uscire i seni che schizzano fuori come caprioli saltando la staccionata, i capezzoli sono lunghi e scuri, volano. Disperata tende le mani verso di loro e non riesce a contenerli, poi ci dorme sopra nel letto di ferro nero. Le stesse dannate cose barcollano, le suggellano la bocca, il coltello, la forchetta e il suo tovagliolo ricamato. Gli portano del caffè e lo sputa, pensa di aver detto una bugia e gli si impasta la lingua di saliva,è ancora ubriaca del luglio con i fiori che litigano api operose, non si comporta bene, forse è il vestito che indossa, ancora un altro, il pezzo di carta che tiene nella mano. Il tempo che resta non è lungo, sente che la seguono e si lascia seguire, la sua dolce voce è un grammofono stonato, l’abito che gli è rimasto è così sgualcito che le sembra poco femminile, lo lascia cadere a terra e rimane nuda tra due mezzi battenti associata ad un contorno d’ombra.

Intanto preparano la cena.

Tutti sono spariti, dileguati come fa la nebbia, una patina salina, accurato sapore del furto dell’esistenza, passa anche la sua faccia spaccata dai riverberi, vissuta senza paradiso, la getta via per accecarla e non guardarla più, prende le forbici e taglia, viene presto riassorbita dai suoi occhi in rapida proliferazione nel salotto. Desiderio di amore e amore del desiderio. Carezzevole gioco dell’intimo.

Sono passati trent’anni, un oggetto laccato lo ricorda, anche una fotografia, un orribile fungo che cresce al centro della tavola e il cielo come una fanghiglia nella mente scomparsa. Forse una nuvola scura che toglie la luce e nel buio le tremano le gambe, la gonna ammutolisce nella notte illuminata, le mani le fanno da cornice. Il sospetto rimane riflesso sulla lente con una angoscia che nessuno saprà dire può albergare in altri corpi, tra le creature inosservate, descrivendo quelle assenze e quell’attimo terribile in cui è rimasta sola. Sicuramente la diga è crollata e il boato le ha fatto scoppiare il sole, ora il peso è grave e opprimente, l’acqua e il fango hanno devastato intorno, il gesso la guarda dalla fessura, nel televisore spento. Passa in mezzo a tendaggi d’azzurro e di grigio, l’unghiata di una tigre, il falso colore della bassa pianura. Inorridisce nell’udire i latrati dei segugi che afferrano la preda, forse è caduta faccia a terra, nell’aria vibrante come una maledizione, un salto nell’acqua, un tonfo oltre la portafinestra. Non potrà riposare ne sentire altri passi, pigolii di passeri e vagiti di neonati. Apre l’areatore, un odore di vita che ristagna, l’estate la immerge nella sua grande calura, la siccità e l’arsura. Aspetta la sera tremula e stravolta nel velluto, mette fuori la sedia a dondolo, sfavillano gli occhi nelle guance pallide,annaffia la pianta grassa. E’ l’atto fissato nel pensiero di qualcuno, con un nodo alla gola, di fuori, nel passaggio, nello schiavo scurirsi del tramonto, le mani nel tragitto dei capelli, improvvisamente gli occhi umidi dentro le conchiglie dei fiumi. Lì è rimasta, ogni ruga si spiana.

Certo le scarpe stonano, il grumo di un flash e un a pagina d’inchiostro.

Siede finalmente.

La spiano ancora dalla serratura.



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