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lavoro pubblicato sabato 24 marzo 2012
ultima lettura giovedì 26 settembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

RIVOLUZIONI

di gartibani. Letto 559 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI COME E DOVE FINISCONO LE RIVOLUZIONI Non c’è luogo quaggiù dove nascondersi, il sole lascia le sue impronte so...

RACCONTI BREVI

COME E DOVE FINISCONO LE RIVOLUZIONI

Non c’è luogo quaggiù dove nascondersi, il sole lascia le sue impronte sottili, quasi a galleggiare nel palpabile contrasto di un campo di margherite, la casa è rimasta chiusa con il calore che preme sul vetro. Qui non ci sono gabbiani ne corse veloci di bambini, l’intonaco scrostato e le macchie d’umidità sotto gli archi ombrosi e le figure scaraventate nel vuoto, ormai rapprese contro i portoni. La cometa è passata, voleva andare in cielo invece dovette andare all’inferno. Cristo è nato ancora, ancora la vibrazione sulle dita , così ad un tratto appare sul bordo della tovaglia di Natale, esplode sul taglio delle nuvole e fiorisce nel gioco dell’orologio fermo sul muro in quell’ora intoccabile.

Non c’è luogo quaggiù dove nascondersi.

Basta che tu lo dica e scomparirà.

Una di queste mattine, chiara e bella, prendi le ali con le loro passioni sfinite e cancellate, rivissute dentro i pensieri pieni di speranze e fendi l’aria. Bisogno di cambiamenti. Il suo corpo è contratto come l’ala di un uccello, morirà crocifisso, forse le mani protese vogliono cogliere i segni del tempo. Questo vecchio mondo non gli è stato amico, va in giro spendendo nomi e scolando la pasta puntuale alle dodici, impensabile rischio del piacere. Riescono appena a distinguergli il profilo; dicono di averlo catturato e ucciso in combattimento invece è stato a sangue freddo che lo hanno assassinato in Bolivia e l’amore continua riflesso in quella cartolina spedita nell’assurdo. La distanza ci offre uno spazio sopravvissuto all’intemperie, la vita ha una ferita che sembra un giardino e a coltivarlo si perde il conto dei giorni, un treno che probabilmente finisce il suo percorso. Non si può più partire, andare per andare, il carro continua a trasportare qualcuno al cimitero, non più staie di grano ne aerei folgorati al tramonto. Molte migliaia se ne sono andati e molte migliaia sono ancora schiavi. Forse il giorno nasce ora e ritroviamo involontariamente intatto quel sentimento infantile che non ci ha mai abbandonato, cose che cambiano la vita. Dio cammina sul mare salato. Le scritte sono tracciate in lingue diverse, amici impantanati caduti sulla neve, la gioia superba dell’arcangelo sul vetro illuminato. Egli navigherà sulla pioggia e sui flutti, fermo e silenzioso nel chiasso dei suoi simili, sorprese alterne della nostra vita scritta su di una profezia.

L’icona s’incendia bagnata di solfato come una nuvola che gira vorticosa nei venti, piange il rosso ramarro passionale, la demente serpe, l’addio estivo tra la polvere delle sabbie e il sangue che sgorga dal costato fa bianco ogni fiore. Adesso il cielo è basso, più umano appare tra pioggia e fango, ci cuce addosso la sua melanconia dall’odore di confetto.

Non parlare, porto la mia giacca nuova.

Nella striscia di terra, nella sera seduta sulla piazza fuori, nel volo senza patimento dell’aquila. Era solo un uomo, per lunghezze intorno, come ogni altra cosa nella sua anima, nell’evasione di un accordo, come questo cumulo di progetti più volte riviste fermi nelle nostre spudorate vesti di carnefici, persuasione di noi e della foglia che muore in un sibilo. Semplicemente tutto continua, opificio annerito.

Dissero: - E’ malato e non guarirà, crediamo stia per morire.-

Non più la pace degli ulivi, la sera distesa sul fiume largo e profondo, sconvolto da nulla perenne, di là dal ponte accanto alla ferrovia, dove vanno le mandrie ai macelli e i cavalli non hanno pelle e Giuda si è impiccato. Si perde l’aria, temperanza e abitudine. Decidono un'altra guerra, minoranze molli come avalli di reti fitte sui canali, le chiatte silenziose appena nitide contro il sole, l’inganno come segno contrastante, limpido torna sulla spiaggia. Passando le biciclette traversano la via nel ristagnare immobile, simboli di polvere e profumi di pesche disfatte . Il terzo giorno risorse da morte nel nichel bianco e lucente, nel sole in mezzo agli alberi pietrificati, freddo vento, l’universo non ha riferimenti, risulta una mancanza di verde, la tavola è imbandita . pensano di creare una donna e non sanno esattamente come fare, la depongono in terra e la mettono in ombra, ricostruita per errore, ancora recente, verità con verità. Lei si riempie il grembiule di rotoli di carta igienica, attende la vespa esaurita, le ventose mani che la toccano e la modellano, la sostanza del numero sull’inguine dove leccano e sbavano. I bambini dormono e pensano ai regali, si alzano insieme, al limite della sopportazione, si leccano le labbra e dicono che è buono. Li spiano mentre sbucciano per terra e scorgono l’albero pieno di frutti maturi. Ci sono file di negozi dove spendere, c’è anche un morto assiderato, abbandonato in strada, incaricano un angelo di scacciarlo, lo ricoprono alla svelta, lo inceneriscono, gli altri continuano ad addobbare l’albero, lo avvolgono di ghirlande platino e di stelle. Qual è la paura ? Ben presto terminerà anche questa riunione, terminerà ovunque nel mondo, gli pungono gli occhi, scoppiano come palloncini, si sente quel brontolio noioso. Il terremoto che potrebbe arrivare stanotte o un altro tifone o quella particolare malattia sconosciuta, che si prende facendo all’amore, creando una superficie mossa dove divorarci. Sta arrivando su di un piccolo aereo, drappeggiato di nero, lo dicono in diretta alla televisione e ci fanno vedere il bambino morto nel pozzo e il massacro delle foche. Pastarelle di domenica, un minuscolo abbaglio.

Prima di aver compiuto il suo lavoro riordina le nostre cose, esce poi volando dalla finestra del soggiorno, puntano i mitra, i fucili, l’antiaerea, i caccia si alzano a stormi, gli sparano addosso. E’ ormai un puntino lontano nell’orizzonte, pieno di vanità mondana. Andateglielo a dire a quella signora che raccoglie le firme per una petizione di clemenza e poi va dalla zingara a farsi predire la sorte. Siamo tristi come non mai. Quell’uomo ha il cuore duro come un macigno e lo sguardo alieno. Lo pregano in tanti, anche questa notte nelle chiese illuminate bruciano l’incenso, dal coro si ode uno stridio di note e voci tra il nostro e il suo potere. Si cosparge di cipria e si mette i capelli finti. Manipolazione genetica per un domani più bello, il cuore con i suoi diamanti, discarica per rifiuti tossici. Lo andranno a crocifiggere proprio lì, tra il bario e l’anidride solforosa. Scrutando i loro cappelli a cilindro e le macchine colorate da corsa; se pigliano il treno ci metteranno al suo fianco, forse riusciremo a prendere gli ultimi tagliandi, biglietti d’ingresso, anche cari, li vendono perfino in banca.

Siamo tornati, nudi sull’erba, per una fotografia ricordo.



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