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lavoro pubblicato sabato 24 marzo 2012
ultima lettura lunedì 4 febbraio 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

RITO TRIBALE

di gartibani. Letto 545 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA” RI TO TRIBALE Forse il suo spirito in fumo salì quel giorno verso l’alto e l...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

RI TO TRIBALE

Forse il suo spirito in fumo salì quel giorno verso l’alto e lo vide colorarsi di panna oltre la striscia di calura dove gli alberi sparivano tagliati di netto, demoni della fertilità. Il corpo era sparso di cenere e il viso colorato d’ocra pesante, la pelle conteneva le sue favole e gli innumerevoli racconti, i segreti mitologici delle origini. Lo avevano lasciato solo, con la propria infanzia morta e le figure degli dei e dei demoni imitate dai mortali e sparse ovunque ad indicare il tempo. Chissà se lo avevano inciso per infilargli degli spiedi e pesanti crani di bufalo lo avevano lacerato, l’organo sessuale era ricoperto da un piccolo astuccio rivestito di piume e stentava a rimanervi dentro, aveva mangiato da piatti speciali usando utensili e suppellettili diverse che poi avevano accuratamente bruciato. Aveva dolore e fierezza negli occhi di azzurro acciaio, la sua forma spettrale offerta al sole. Forse le donne si affollavano per poter guardare e mormoravano tra loro e i piccoli ragazzi, futuri guerrieri, spiavano tra gli arbusti. Forse gli uccelli predatori con gioia maligna danzavano alle loro spalle e volteggiavano urlanti. Anche il fiume, carico di frutti, presso bisbiglianti ruscelli in quell’ondata di desiderio che percorre il suo corpo e ne lava il volto e piange le sue lacrime che rivivono nella pietra e gli mozzano il respiro con la loro rara simmetria.

- Inchinati davanti alla sacra visione, davanti all’angelico ospite che canta e ti sussurra. Lascia che la luce vagante t’innondi.- “

Prima raffigurava il dritto e poi il rovescio, ora li vede contemporaneamente a provocare la siccità e la pioggia, il cattivo e il buon raccolto, e la sua effige è realmente spirito, l’antenato, il dio del fuoco, l’avvoltoio e il falco grigio, la zampata della tigre inclinata esattamente nel crepuscolo e ai raggi declinanti del sole offerta in dono. Si è formato un quadro grande che copre la savana, coloro con le maschere d’uccello fanno pompa delle loro piume variopinte e alzano e abbassano le braccia per dare l’impressione di avere le ali e del volo, ma non si sollevano da terra, altre maschere cominciano a danzare sotto i loro scuotendo le loro ragnatele di trappole e cadono rotolando. Altri danzano freneticamente e ripetono la rinascita e la purificazione della terra, i loro corpi sono tinti di rosa, le facce nascoste sotto le maschere di creta. Al culmine della danza sono nudi e i genitali tenuti apposto da un cordone sono messi in mostra eretti al momento culminante delle loro capriole. Poi tutto si acquieta, le donne cospargono d’acqua il terreno e bruciano una piuma dopo aver tratto un profondo comune respiro, la loro porta è chiusa e possiedono il coraggio e la grazia, i selci dei marciapiedi ardono sotto le stuoie e la passione lacera le viscere e sconvolge i richiami e la bocca odorosa di zucchero. Forse uno struzzo e uno stregone vanno cantando per i sentieri della palude, dove i trucioli e i ceppi sono lasciati a mostrare la prova concreta di una precedente dimora, i fantasmi degli alberi e il soffice polline che si deposita nell’aria avvolge i campi di grano.

Ebbe il tempo necessario ad alzarsi, l’immagine del sole al centro della radura, la palla bruciata con un nuovo anello di piume; si alzò e praticò una apertura ad oriente dove passare e andare verso la notte a scagliare la sua freccia perche continui a volare e lo guidi finche non raggiunga il luogo designato. Non si voltò a guardare indietro, pensò che aveva già il potere di uccidere un nemico a grande distanza e i suoi passi si fecero sicuri anche se la mente incerta cercava un appiglio. Così a farsi trafiggere da uno spillo e rimanere attaccati al suolo senza poter muovere le membra, nell’infallibilità dello spirito e il corpo vivente pugnalato e colpito nel cuore di cera.

Quell’albero per il quale sarà venduto. La bambola di paglia trafitta dalla testa ai piedi.

Poi calarono le tenebre, rimase l’immagine della sua ombra e il suo ritratto, la foresta si popolò di rumori sepolti e il suono apparve nella sua forma più forte, lentamente si impadronì della sua persona la paura, l’uso di scrivere nomi e accrescere il potere magico e sotterrarli per farli scomparire in sua vece ed essere finalmente libero. Era sempre più difficoltoso camminare e anche la lancia diventava ingombrante, all’improvviso avvertì un chiarore giallo, come mille flash bruciati in un attimo, un rumore sordo e prolungato, tentò di accendere la luce, ma la luce non c’era su quelle migliaia di terrazze, non c’era una terra, un buco nel muro che andasse oltre l’ignoto, un litro di latte cagliato e una pila di gusci d’uovo. Tentò di impossessarsi di quante ossa possibile, residuo di pasti di altre persone, poi alzò il ricevitore, funzionava, tentò un numero, ma squillò invano. Cominciò a scavare sotto l’impiantito e un numero infinito di menti e braccia gli venne in aiuto, si ritrovò fuori, a scavare sotto la luna, il sudore tra le timide labbra e i polsi a scandire i movimenti. Voglia di ammazzare e buttare una bomba. Poichè gli uomini diventano diffidenti e la primavera è arrivata e l’autunno già trascorso e l’alce è caduto trafitto dalla fredda pioggia, doveva avere cose dolci da ricordare. L’autobus tagliava strade su strade e s’innerpicava verso la foresta, non più capanne, solo macchie infinite di verde e blocchi di alberi e liane che fungevano da altoparlanti mimetizzando magie.

Passa la mano sul portone, toglie il muschio che ricopre tutto, c’è la polvere, meglio il terriccio depositato da secoli, cerca un odore di tinta, vernice, acqua ragia, un fiore salvato dal fango, rosso come il suo cuore spappolato, entra e accarezza le pareti, un corridoio stretto e basso lo obbliga ad inclinarsi, ci passa a malapena, non si rompe perché ha la stessa plastica usata nelle cabine delle navicelle. Sbuca in una piazza chiusa, semicircolare e non c’è nessun riferimento, una statua con la bocca piena di saliva grida senza suono, al centro c’è l’altare, cavo, folgorante come una spada, pronto a scoppiare nel tuono. Si è affezionato a sé stesso al suo bellissimo pene di mogano, non vuole essere tagliato dall’affettatrice elettronica, ne più camminare sui marciapiedi di cemento grigio, muretti, giardinetti di un metro quadro, finestre chiuse e l’ascensore che scende e non sale mai. Un ponte può condurre al sole, lo attraversa, il cielo è pieno di funi e scale a pioli, la stessa strada percorsa dalle anime che sente cantare e le figure umane sono congiunte in un solo essere, dove si arrampicano e si accalcano. Le bombe esplodono vicino e lo colpiscono, fanno saltare un rubinetto d’argento e l’acqua si disperde. Emissioni laser per scaldarsi e un dolore profondo sulla testa che lo fa ammutolire. Adesso è davanti all’altare, dovrebbe essere seppellito con i suoi ornamenti, o bruciato tra i pattugliatori notturni, forse dato in pasto ai cacciatori di teste che lo uccideranno segretamente, ispirati dal desiderio di soddisfare l’anima prima. Crede persino che laggiù nel cielo ci sia un’altra vita, una vita senza appetito. L’altare è come una giostra, bianchi e neri siedono insieme, c’è forse un presentatore di una Tv locale, una macchina da scrivere con 18 tipi di caratteri, un computer impazzito che non riceve nessun imput, un modo tutto speciali di azionare i muscoli della vagina, quel modo che lo ha fatto godere sempre subito. Vorrebbe avere un materasso anatomico e sdraiarsi a dormire. Invece i differenti spiriti che abitano l’anima umana vengono lasciati liberi, il suo corpo abbonda di spiriti e li sprigiona, li vede chiaramente come si allontanano, la loro volontà futura può essere letta e interpretata. Il modo come cade un bastone scagliato, come si diffondono cerchi concentrici sull’acqua, come si spengono le braci, come sgorga il sangue. IU giochi di dadi e le carte sprigionano segni premonitori, sicuramente il suo carattere conservato nella del serpente, la sua cavalcatura che acquista forma umana e danza con i campanelli attaccati ai piedi e sempre accompagnata dai musicanti. Adesso finalmente è circondato da tutti si suoi spiriti, i suoi vicini, gli animali, le piante, i suoi antenati, le stelle, le sue divinità che abitano nella luna, nei vulcani, nei fiumi, lo circondano e gli alitano addosso; da loro emana un’esperienza eccitante, una febbrile epilessia, una vita caratterizzata da continue avventure. Pensa a quella riunione notturna dietro alle capanne, attorno ai fuochi degli accampamenti, alla sosta per comperare buoni del tesoro governativi, alla denuncia di un terrorista, allo sconto avuto sull’imposta di famiglia e a quel trapianto di fegato che lo meravigliò tanto. E’ sempre più vicino alla’altare, ma non vi è un retro e la giostra gira ancora tutta illuminata perdendo un pezzo ad ogni giro successivo, lo specchio non riflette i suoi sentimenti pieni di abitudini e le continue abitudini ai sentimenti; disegna un contorno evanescente. E’ come un uomo senza gambe, forse lo hanno picchiato e non ha più conversazioni da fare con le bambole, le palle e gli altri giocattoli che sono scomparsi.

Se qualcuno paralasse dai profondi fiumi antichi, vivesse sembianze nuove del sangue umano in vene umane da cui bere e ristorarsi. Il cannibalismo di un trattore che ti passa addosso. L’ondata di paura è passata, sta per arrivare l’alba, scendono il bestiame dai vagoni e sale la polvere di rame mentre si svuota la miniera, le donne si vergogno un po’ a recitare il rosario in pubblico, lui gli ha detto che si è impadronito di una cosa non sua, un furto, ma le cose confidenziali si dicono all’orecchio, nessuno se ne accorge. Ha un aspetto ancora umano, ma le gambe e le braccia rattrappite, abita nella caverna da troppo tempo, ormai è infinito il momento che ha trascorso davanti a quell’altare senza carpire il segreto della sua esistenza e del mondo, un venticello secco gli scompiglia i capelli. Nello stesso momento in diverse caserme le sentinelle vengono soppresse e inizia la rivoluzione, esplode la pompa della SHELL e inonda i campi di petrolio, il riso si tinge di nero e fa schifo, quel venticello e l’aria del pendolo che scende inesorabile dall’alto dell’altare e lo decapita. Una rana furiosa lo guarda ed è ancora più furiosa per il fatto che il sole le divora i piccoli, gli dà la caccia e se la mangia durante gli eclissi, il suo cranio decapitato con tutta la sua testa, il naso, la bocca chiusa, gli occhi aperti scivolati sulla base dell’altare, di solito così si uccide la luna, così pure il falco e il gufo.

Lo ritroveranno in molti altri paesi, durante il corteo dell’anniversario della Repubblica, come un antico sacrificio. Quando la palla di luce emerge in un nuovo splendore.



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