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lavoro pubblicato sabato 24 marzo 2012
ultima lettura martedì 22 ottobre 2019

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LO SPECCHIO

di gartibani. Letto 900 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “DA DURARE ANCORA UNA LUNA” LO SPECCHIO Esiste una incrinatura dello specchio dove l’immagine si spezza, quasi i...

RACCONTI BREVI “DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

LO SPECCHIO

Esiste una incrinatura dello specchio dove l’immagine si spezza, quasi in uno stridulo sogghigno, è come una seta ben recisa dalla forbice, in quel passaggio di non luce, dove si riflette la parvenza di una figura o di un volto e la crepa scoperchia il profondo mistero di quello che s’intravvede ma di fatto non è. Moris rimase assorto, perso da improvviso male, mentre saliva le scale del palazzo le cui finestre ampie davano sul porto, Moris era tenente della guardia e tornava dall’ospedale militare dove aveva trascorso una lunga convalescenza. Era ancora debole, gli occhi febbrili a riesumare orizzonti immaginari, gli stivali gagliardi, il comportamento fiero. Poi un odore di pace, più falso del solito, riesumato il colore lo riportò in sé, come un filtro che dismemora tutto, riprese a salire i gradini ed entrò nella grande sala. La stanza era oscura, piena di ufficiali e di medici militari, in piedi o seduti lungo un bancone. Si riflette nello specchio a parlare con il chirurgo di servizio che lo comprende dopo le prime parole, si vedono i movimenti delle lebbra nello specchio, i volti in parte imbarazzati ed in parte maliziosi degli ufficiali dimostrano che il loro mormorio è stato interpretato correttamente. – So che la nostra decisione suona piuttosto strana, ma noi facciamo decisamente sul serio.- Di questo non ho dubbi.- Al soldato in trincea non viene chiesto se vuole o non vuole morire.- segue un silenzio che dura qualche minuto, poi altra voce; - una donna così vecchia, sarebbe orrendo ! – capisco perfettamente..- Moris chiede rispettosamente di poter recarsi al secondo piano e mentre sale le scle sente un altro ufficiale che dice: - deve essere una difficile decisione da prendere.- Continua a salire quella rampa interminabile con il sentimento di stare semplicemente adempiendo ad un dovere, varcata la soglia si trova esposto al cielo, non c’è niente oltre, ciò lo stupisce. Le stanze e le mura sono scomparse, intorno in lontananza le poche barche flettono nella marea, si sente un capogiro, voci che trascinano crepuscoli, ombre di pinete dimenticate; si completa con la distanza, con gli occhi delle finestre che risvegliano altre strade senza nome, il vento che increspa i garofani dei balconi e così si adagia nelle morbide e dormienti superfici, chiudendo la bocca e respirando appena. Lo specchio esprime un tremolio di luccicanti ondulazioni, poi si ricompone. Guarda oltre il buio, il bosco, il tangibile destriero che si avvicina, forma, linea, colore della sua nebulosa. Le case sono in fiamme, bruciano i covoni di fieno e non vi è dell’acqua a portata di mano per spegnere l’incendio, eppure piove copiosamente, accerchiata la luna in una foschia densa. I cavalli affondano nelle paludi del delta, si disperdono le tracce e sette scorpioni coprono la ritirata, così giungono vicino ad una città in un luogo dove vivono delle donne, sette in tutto. Gli abitanti vedono da lontano riflessa nello specchio la piccola pattuglia e sprangano le porte. Tale comportamento codardo irrita gli ufficiali a cavallo, che decidono una vendetta appropriata, sfondano le porte ed entrano con i destrieri dentro le case, trascinano fuori le donne e abusano di loro, poi danno fuoco. La più giovane di loro ritorna spesso nel sonno a spiegarli perche ha gridato il suo nome, gli indica i luoghi dove sorgono i suoi passi nascosti, lo bacia in bocca e gli lascia il sapore del veleno. Anche gli scorpioni lo pungono e gli si gonfia la lingua. Le donne verranno poi uccise, trascinate fuori lungo il sentiero e colpite con le spade, solo la più giovane viene legata asl suo cavallo e lui la tiene in groppa e la sculaccia ridendo mentre si dibatte. Lo specchio non approva. Qualche uomo spunta dalla palude a capire il perche di tanta confusione, ma appena alla luce fugge senza voltarsi. Continuano la ritirata popolati da tanti cortili, un triangolo sbiadito di colline degradanti, la pioggia prosegue fitta, senza argini, preceduta da un corteo di torce. I forni profumano di dolci pasquali e la gente ride, d’un riso che s’intuisce più che sentirsi e i volti sembrano voler cogliere i nuovi segni dei tempi sullo specchio consunto. Proprio la sera prima, quando avevano deciso di ripartire, la giovane le porse un bicchiere di vino e questo diventò acido, dentro il calice c’era la bacca del suo cuore, la prese e la pose in un catino d’acqua ed essa assorbì subito l’acqua, assunse una colorazione rossa intensa e cominciò a battere con un ritmo inconsulto, sentì un forte dolore al petto e pianse nel vedersi così, magro e disperato di fronte allo specchio; aveva assunto l’aspetto di un toro e strani segni marcavano la sua pelle scura e lucida, finchè non fu macellato e gli tolsero il fegato per mangiarlo. Solo due gocce di sangue rimasero sul terreno e segnarono la crescita di due piante presto enormi che lo sprofondarono in quel letto di ferro. Dietro alle sue spalle una piccola finestra e un freddo pungente che veniva dalla campagna, coperta di neve e ora desolata. Sentiva gli altri malati lamentarsi e soffriva per non poter alzarsi, gli occhi fissi su di una mosca nel filo della luce e un a lucertola tra le vene di sale.

Ci fu la visita di una infermiera che si tolse l’abito davanti a lui e vide che sotto portava un vestito di seta traforato, chiara la pelle e luminosa, i capelli tagliati come una monaca, un bel volto e un sorriso grazioso, quasi civettuolo e infila la mano sotto il lenzuolo. E’ venuta con l’intento di rubargli la bacca che tiene dentro una brocca, in quel mentre entra un altro infermiere e tira fuori dalla tasca un gioiello stupendo, evidentemente lo ha avuto in regalo e desidera scambiarlo con la bacca. Tutto ciò lo specchio lo mostra capovolto. Ma la donna con un gesto rapido fa cadere la brocca e prende la bacca, l’infermiere tenta di fermarla, lottano vicino alla porta, la donna lo morde nell’orecchio, riesce a far scivolare la bacca attraverso la fessura della parete nell’altra stanza, l’infermiere corre nell’altra stanza per riprenderla, ma con grande sorpresa la stanza non c’è più, si è rimpicciolita nello specchio, e rimasta come un quadratino. L’infermiere torna indietro verso il letto affranto, è preso da convulsioni, non si controlla, am dentro il sangue pulsa e schizza dappertutto, la donna dice che è stata lei a prendere la bacca, poi si allontana. Moris è ispirato da un profondo odio, complicato dalla sua verità e dall’ordine del creato, si affievolisce su di una pozza d’ombra, passa la lingua sulla lama liscia e tagliente del coltello, quasi la speranza che una forza superiore le impedisca di vivere o di passare il confine, la sua lama è una montagna, cinghia di cielo, ha un grande desiderio di agitarla, demolirla, colpito dalla su notevole bellezza dove l’ombra ha una piccola sporgenza, un salto nel vuoto, il fuoco dei boschi esaurito nella corta d’acqua. Il suo stato è disordinato e sudicio, la divisa sgualcita, gli stivali tagliati dall’usura, la barba incolta. Sta eretto con la spada in pugno, intorno all’acre odore della polvere. I soldati si raccolgono intorno a vedere i compagni che cadono negli appostamenti, quei corpi rotolano maciullati, forati sulle giacche, tra le braccia e il petto, come stelle che si spengono rapite nell’ozono. Moris è diventato cieco, i suoi occhi strappati via lasciano due orbite tonde e cave, spianano sistematicamente i rilievi e le iscrizioni e tutte quelle cose che sono le parvenze di ciò che furono all’origine.

L’incrinatura dello specchio è ancora evidente, al tratto la sua mano la percorre nell’andare incerto, lo sostengono in due e guidano i suoi passi, forse è la stessa sala di allora o il suo completamento oscuro, i migliaia di anni sotto i molti nomi con cui ha vissuto, predisposto nel dove delle abitazioni umane come la riproduzione inconscia e fedele di se stesso.

Adesso è alla guida, nella notte scura, piovosa e fredda, su quella pessima strada ancora coperta di neve e ghiaccio, un autostoppista lo ferma e Moris lo fa salire, l’uomo comincia a dargli che senza di lui si sarebbe perso, così una fessura di luce ferisce le unghie e brucia il volante, mentre si ode un coro in lontananza, l’uomo gli dice che è completamente pazzo, un cieco non può guidare, non può vedere la strada; chiede di farlo scendere. Moris lo accontenta, lo vede fuori dalla macchina , nella strada dietro di sé, con un aspetto molto dispiaciuto, si accorge però che è una replica dell’altro, di quello che gli è seduto accanto e getta tutta la sua violenza oltre il gard-rail. Mentre continua a salire quella scala interminabile il nome è parte integrante della sua persona, si sente chiamare nel simbolismo del cerchio magico, sull’immagine dell’immortalità, l’anima e la coscienza appaiono identiche. La giovane è seduta su di un trono di velluto e gli mostra un piano superiore non dove non c’è pavimento, Moris sente che è giunta l’ora del distacco, ma gli altri ufficiali ne tessono le lodi e il comandante attacca una medaglia sulla sua giubba, tutti sono sull’attenti e una tromba suona un richiamo acuto. A Moris dispiace di andarsene, di starsene fissato nella gelatina di quella fotografia di gruppo, avvolta da una cornice d’argento ormai logora. Se ne sta lì, immobile, aspettando che qualcuno apra la porta, faccia scorrere le tende, passi il piumino polveroso sul suo naso e lo guardi fisso negli occhi. Poi quell’incrinatura fastidiosa del vetro che gli rovina la piega dei pantaloni…..



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