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lavoro pubblicato venerdì 23 marzo 2012
ultima lettura domenica 4 agosto 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

VIOLA VIOLENZA

di gartibani. Letto 599 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA” VIOLA E VIOLENZA   L’unione di tante cose staccate e presunte ci riporta a quei disegni sui muri. L’animale aveva bisogno di umidità. Avevamo improvvisato un sistema d&r.....

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

VIOLA E VIOLENZA

L’unione di tante cose staccate e presunte ci riporta a quei disegni sui muri. L’animale aveva bisogno di umidità. Avevamo improvvisato un sistema d’avvolgimento particolare per riprendere la navigazione verticale e forse la storia termina qui, nel primo villaggio lungo la strada, se non fosse per il fatto che proprio in quei giorni, oltrepassare il cancello era vietato e nessuno si avventurava tra cielo e la sabbia. Eppure noi eravamo definitivamente fuori, oltre quella linea di colore che partiva da una mano, da una voce, da una spinta nel buio. Procedevamo a tentoni nella memoria che scava cose taciute, cercando l’incontro col fiume, oltre la palude di canne, quasi vicino ad un parcheggio di macchine e ad un cimitero di balene. Intanto Matilde si pettinava i capelli semivestita, accanto al collo della giraffa, di fronte uno specchio bronzeo e una tazza di cioccolata fumante. Anche il gatto raggomitolato e immobile sopra un cuscino di raso sembrava rarefatto, l’aria era calda e soffiava un vento piccicoso. Matilde si era tolta anche il sotto e il suo sedere rosa appena perlato di sudore appariva in tutta la sua magnificenza, fuori il gabbiano strangolato batteva contro la porta, era l’effetto del vento e quel rumore netto dava un po’ fastidio. Nel schivarlo per entrare ci chiedemmo perche non lo toglievano da lì. Il chiasso era provocato da una mezza dozzina di lattine appese ad un filo e scosse in continuazione dal vento. Così per un mese fummo liberati da ogni preoccupazione di vitto e alloggio e ci dedicammo unicamente ai preparativi. Matilde era sempre al volante di quella sua macchina rossa e girava a grande velocità nella polvere di strade lunghe chilometri infiniti, con il suo continuo appetito non ci faceva dormire e pretendeva sempre della biancheria pulita.

Sono già le sette.- avvertì la proprietaria, mentre ci serviva il caffè nella grande sala ovale, disadorna e buia. – Vedete, - continuò Matilde, - se non ci decidiamo per l’acquisto finiremo col perdere tutto. – Fu proprio in quel mattino che partimmo, nel lento ruotare dell’occhio contro la lamiera contorta della casa, quasi dopo l’esplosione, nella morsa di pus dei funghi gonfiati dal sole ed esplosi contro la tenera carne scheggiata, partimmo nella sabbia rossa che fende la sterile acqua putrescente, con i piedi percorsi e impastati di bianchissima calce. Ben presto scese la calda cera del tramonto in quel tempo che equivale al destino, rosso sulla scenografia di quel quadro appeso sulla Parigi- dakar, quando nel sonno s’insinua e cresce la sottile lama della paura e l’orizzonte scivola frettoloso sulla pelle e ci inchioda nel violaceo cielo. Al di là delle tende bianche la notte è il solo mare che ci avvolge, dalla finestra arriva l’odore eccesivo dei fiori decomposti, Matilde è chiusa tra i vetri e il capriccio del vento e il mondo si solleva e l’avvolge. Viene spintonata giù dal treno, verso la notte ancora, l’unghia affilata le strappa la tela bianca e la saliva le lambisce il collo fino all’ebrietà, sente il suo corpo tormentato che crea un deposito d’olio, una macchia di sangue nel sapore snervante di quelle labbra sconosciute, anche una riga di lacrime le solca il viso, tutta l’impotenza e la contrarietà e la lotta per difendersi. Non può divincolarsi, non riesce a fuggire, cade , un piede le schiaccia l’alveo del pube, il ginocchio le divarica le gambe, altre mani le strappano la seta dell’inguine e i denti le spremono i seni, schiacciati nella sterile acqua, sente la proporzione dei loro bisogni che l’attraversano e la penetrano, nello sforzo perde urina, la voltano, aperta come un fiore nell’alba, inchiodata allo scafo assottigliato della roccia, quasi accovacciata, divorata fino alla fine, sodomizzata.

Da sempre i passeri stridono nel vortice della piazza e il brusio le copre l’udito di vermi della terra, lo sperma la spruzza e frigge contro la sua pelle, forse ha chiuso gli occhi per non guardare ed è scivolata sotto, forse ha urlato con l’occhio gonfio di spazio e la voce angusta, forse ha sentito la fragilità immensa di essere oggetto d’ineguaglianza, forse è morta senza neanche sapere la condizione.

Sulle ciglia chiuse non si posa che il vento e tutti quegli sguardi indifferenti dei passati, dei finti distratti, dei poliziotti chiusi nel tempo brevissimo, dei fotografi pronti a servirsi, dei medici che praticano altra violenza sul corpo che fluttua di magnolia. Così si sente mancare a quella vista e si copre la nudità con i brandelli del vestito e si vergogna. Si sente addosso un calore supremo nell’ingenuo sforzo di rifare la vita, nel silenzio fradicio e infecondo. In esso c’è tutto il grigiore del mondo e il suo corpo adagiato sulla spiaggia è sempre più definito e solitario, la sua bocca è rimasta dischiusa sul nome mai pronunciato, le ceneri, il fumo, la pioggia in un avvenimento puramente linguistico, la continuazione degli occhi dove manca il resto.

Due donne alternate nel movimento si amano, una è senza difesa e l’altra l’attende, per non poter farne a meno, tra impudiche confessioni si accarezzano il corpo, lo sguardo si appesantisce e si frantuma nel cavo di quell’amore torvo e passionale, eppure così delicato. Il traffico si è fatto più intenso, congestionato e caotico, anche i missili che non funzionano mai si incollano al cielo e tagliano il collo delle anatre in volo, il tempo appare talmente bello, oltre le dune, verso il pigro ciglio delle sabbie.

Camminammo verso le fonderie della costa, nel pulviscolo di carbone, l’autobotte prese fuoco da una estremità all’altra, divampò in un attimo; il viso di Matilde in quella cura che metteva nel curarlo e prepararlo prima di mostrarlo, scomparve nell’aria soffocante di calore.

Anche noi dimenticammo.

Fu fuori, nel turbine di quell’erba, che crebbe la molle bestia, nel tergicristallo, tutti assiepati nella “ micro” per fare più in fretta, nell’imbarbarimento del sentiero soffiato sul vetro, la resina che colava ai lati della strada dopo il lago prosciugato, mentre piano si sta intenti a pulire le viscere viola e senti il caldo sapore del miele che preme contro il sesso. Ci stupimmo ancora di non riuscire e la vita si spaccò nel disordine, nello schermo venduto dei nostri volti, verso la fine del lavoro. Una tragica riga schivava il garbo del cuore. Era stato nutrito, vestito, coccolato e anni erano trascorsi nella fretta di quel labirinto, nei luoghi abbandonati della palude, dove eravamo intenti a costruire il varco incolmabile che ci separa dai mondi. Al pianterreno le finestre erano illuminate e non c’era molto tempo rimasto nella sfera del vetro arido, prolungato continente di luci, il mercurio strappato alla sua vita di alghe e globuli, di piccoli nodi contro le dita raggrinzite, il fascino della sera che incombe.

Vennero gli studenti e caddero tutti in quella buca e le madri con le forbici che recidevano crudeli lingue e cordoni, anche nei luoghi affollati d’insetti, contro le fredde gengive, nell’urlo rimasto inappagato, lasciando che il rumore della grandine si depositasse nella piscina vuota. Forse gli altoparlanti scandendo le voci, in quell’aria, ardendo e vibrando, nella cenere di piramidi di libri, negli stadi pieni di deportati, nel riconoscere la magra tenia che deglutisce le nostre anime. Piccole e disseccate, ancora una volta perdute, come un fibroma purulento, nell’astio, nella vendetta mai consumata, nel dolore che fugge oltre le porte. Nell’inganno del potere lontano dalla piazza deserta a corrompersi nella nebbia dei salotti. Siamo sempre più somiglianti alla cellula originaria, nel terriccio, nel sostrato assoluto dove brucano anguille e sgusciando levigando sottili tracce di sensibili spume. Non so più dove dorme il tuo cuore ritagliato, incollato in un clip che passa veloce sul video estremo.

Ulteriormente diremo che non possono crescere altre creature in questa galassia e andremo a depositare nell’aria inquinata rivoltanti escrescenze. Seduti insieme, questa sera, metteremo attorno quei disegni sui muri, antilopi in corsa e la luna che entra nell’acquario, sarà sotto la pioggia e nel vento e non certo in questa morte impropria che indosseremo i nostri costumi per il grande ballo. Esigere ancora una volta il fallimento di altre generazioni, scambi di disegni nell’utero a coltivare cicatrici di fameliche infiammabili progenie. Adesso la navigazione è più agevole, evitiamo giocolieri d’insetti e il fosforo nero di banchi di balene, la ruggine passa oltre liquide ferite e si prolunga sul continente. Il cielo è una gelida distesa impercettibile. Oltre le forbici e la porta a vetri, oltre quelle membrane opache, attentamente, i capezzoli nel fiato ossessivo dei giardini pensili, nell’ombra pesante del raccordo di asfalto, risponderemo ancora. L’improvvisa piscina, dove nuotare per ore e precipitare all’asciutto.

Non uno che ti aiuti se cadiamo.



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