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lavoro pubblicato martedì 20 marzo 2012
ultima lettura giovedì 5 dicembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

IL PAZZO

di gartibani. Letto 673 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI DA “DURARE ANCORA UNA LUNA” IL PAZZO Consideriamolo merce esclusa, deteriorata, valore d’uso della mente e sc...

RACCONTI BREVI DA “DURARE ANCORA UNA LUNA”

IL PAZZO

Consideriamolo merce esclusa, deteriorata, valore d’uso della mente e scambi di vanadio. Ci siamo imbattuti in un casolare che non ha rapporto con il corpo, dove la coscienza fisica non basta e la luce non è ancora conoscenza. Dalla finestra diroccata, applicata sul tramonto si domina giù la valle e i filari di cipressi relativamente brevi, la famiglia e gli amici ondeggiano risalendo la strada dispiegati attraverso la forma del salire, le ragazze ridono e rotola giù una mela appena caduta per lucida maturazione. Il corpo è riverso, il cranio fracassato, dodici teste e cinquanta zampe superando la media della vita.

Non ha un nome, ma questi animali di vent’anni puzzano già di lezzo; accerchiato dagli sguardi cresce il mormorio, coprono quella mucillagine della testa con una frasca. E’ troppo per i bambini. Molti lo riconoscono, era un pazzo, un malato; persa la madre da piccolo nessuno ne ebbe cura e nel paese divenne un caso, infastidiva tutti, disturbava le ragazze e faceva le prepotenze con la sua forza da energumeno. Perciò quel giorno non diedi peso subito agli appunti che avevo sul taccuino, indagammo e chiedemmo in giro, anche la polizia era reticente. Il Parroco muoveva nervosamente lo stomaco e forse non sapeva bene dove metterlo, ricompostosi di fronte all’altare, con una altezza che supera la media e quasi ferito dal luccichio dell’organo muto, disse poche frasi masticate e ci liquidò.

Quella sera maledetta, Santone spostò al centro del cimitero la panchina di ferro con la quale bloccarono la sua corsa,lo guardò infuriato e cominciò ad inseguirlo fino al luogo dove lo aspettavano gli altri già armati di bastoni. Da un interrogatorio emerge: Carlo fu il primo a colpire con una tavola piena di chiodi, l’asse si spezzo per la violenza del colpo, ma il pazzo neppure cadde a terra e allora tutti quanti gli si lanciarono addosso, Andres lo centrò nella nuca, lui cade ma si rialza, piovono altri colpi; qualcuno giura di aver mirato solo alle gambe e alle braccia,ma il pazzo finalmente barcolla e alla fine cade sul lato opposto del viale dove lo raggiungono altre persone e non si rialza più.

Poi fu necessario far sparire il corpo e si penso alla cascina dei cipressi. La lama del coltello che taglia fra le dita si fa sabbia e pietra rossa, lenta si trasforma in angoscia,il giglio sta nel mezzo del lago e il mondo si solleva e chiude a pugno, poi quasi come un presepe si acquieta impastato di grumi neri e l’aria lo consuma.

Dorme soltanto imbottito di tranquillanti, il lento ruotare dell’occhio dentro la testa ricopre la sua bocca che si gonfia di pus, lo specchio schiaccia l’immagine e la riflette per trasparenza. La carta da parati si strappa con l’unghia affilata, anche la rana squartata che frigge nell’olio nel cucinino assomiglia tremendamente a quell’attimo, intorno tutti fanno finta di niente, ignorano e mangiano le rane croccanti, la stanza rimane pulita e sempre in ordine. Carlo si ritrova con gli amici al solito bar ed esce il sabato sera con la stessa ragazza di sempre, ha un tic impercettibile all’occhio sinistro, è dimagrito molto. I giorni sono come una pressa e scoppiano sassi di fuoco, anche l’anima si accumula di cera e si scioglie al sole.

Sappiamo che da sempre i bambini gridano in piazza nel giocare il giorno della fiera, anche la Madonna nella processione cresce su di una riga di pioggia e affonda le radici nella morsa della lamiera. Ora il tempo equivale a ciò che sarà.

Fu a febbraio, che dopo aver inseguito per le case e nei vicoli, mogli e figli si era rinchiuso in casa, aveva accatastato della legna sotto il letto e vi aveva dato fuoco, per poi fuggire disperato di corsa dalla casa in fiamme, denudandosi in mezzo alla neve. Ancora dopo, l’irruzione in casa di una donna anziana tentando di farsi baciare,che si spaventò moltissimo e non sapendo più cosa fare decise di calarsi dal balcone cui i vicini avevano appoggiato una scala.

La visione di quell’uomo calvo, grande e peloso che circolava d’inverno in ciabatte bianche da spiaggia, short rossi da pugile dismesso e canottiera nera era ancora presente come un’un aquilone negli occhi espliciti di Sara.Ricordava bene come aveva ottenuto la restituzione del documento nel buio della porta mentre quelle grandi mani le avevano strappato un bottone strattonandola. Anche il triangolo di rossetto e il rosa delle gote fermo sul lembo del lenzuolo. Niente aveva detto in casa quando si spogliava davanti alla finestra spalancata, nelle sere calde d’agosto, accanto alla muratura fresca, mentre percorreva la sua pelle nel fuoco ritmato del pube e la calza che scivola sul prato, assomigliava tanto ad una puttana. La bocca si apriva leggermente e la saliva era più dolce del solito, quasi un liquore. Ricordava la verga del matto, gonfia e dura, un ribollire di peluria, scura e umida, dritta fuori dallo short ed era un orgasmo sottile e penetrante che le lasciava addosso tanta vergogna.

Così la città è una lucciola che muore ubriaca, si spacca contro il traffico delle sei e scarica tutta la sua rabbia contro la fuliggine del cielo fitto e appiattito. Il fattore dominante è il nero. La gente è in centro, nell’arco di una piazza piena di fortezze dove mancano i tavolini all’aperto, gli occhi seguono le linee dei muri verso la fontana dove indietreggiano i colombi in nugoli di passi brevi, per un attimo possono anche disseppellire granchi da questo deserto d’umanità. Nessuno accenna all’accaduto, del piacere vuoto e del disordine inafferrabile, del Caporali che è dentro, di tutta quella ricchezza buttata via tra un taxi e l’altro e di Marco che appena uscito, senso confuso di questa mancata ragione. Anche lui sa e ricorda, forse è troppo presto per essere soli, senza ingorghi di nuvole e parole pronunziate senza convinzione, quasi a stupirsi ancora di ogni piccolo particolare e darsi delle risposte sotto voce, come quando rincorrevano le galline per ucciderle a sassate. Poi gli riappare quel viso, il corpo intriso di coriandoli, le braccia smagrite, quell’essere sempre diversi in una muta complicità che appartiene a noi soltanto e non è intercambiabile. Pensiero dell’universo colmo di orchidee e sempre più soffocato dal minimo rumore, dall’impercettibile liquido, dal prolungarsi della caduta. Eppure anche lui se ne era servito, nel passare dalla Chiesa rubando le monetine delle offerte e spengendo con gli sputi le candele accese. La Chiesa gonfia di una vela immensa, decorata di stucchi, con gli amici di un tempo ancora più consunti e leggeri, quasi pietrificati dal sapore della melanconia, subito dopo che la porta viene abbattuta sollevando polvere e ci si ritrova al cospetto di un insieme di oggetti disadorni, memorizzati per assorbimento. Se ne era servito, nel brusco movimento delle spalle di una donna ormai seppellita nell’abbandono, nello stridente rumore di ferraglia, nel rapimento di quel gesto rischioso mentre lo colpiva.

Ogni anemone scava una tomba nella terra calda.

Pascola un cavallo alternando l’ombra.

Ci si sofferma nell’ansia dell’attesa e la brezza tiepida consuma, quasi una lieve preoccupazione comune, non più di questo. Forse poi, per lunghi mesi, in quel paese mancherà l’aria, il tempo avrà riempito di violenza le finestre accese.

Crescerà come un clamore assordante il senso dell’assassinio. Quando poi arriverà a gruppi la gente a veder scoppiare di desiderio la sua giubba scolorita e si saprà la verità, le luci si accenderanno definitivamente e il mimo del cuore imiterà ogni sconosciuto, ogni diverso, inserito in maniera inspiegabile nel presente.

Forse poi brucerà nell’appiglio della risacca.


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