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lavoro pubblicato domenica 18 marzo 2012
ultima lettura mercoledì 16 ottobre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

LA ZINGARA

di gartibani. Letto 1044 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA” LA STREGA E LA BESTIA   Durante i primi giorni del suo soggiorno nell’isola era rimasto a puntellare le vecchia impalcatura della luna, accanto agli oggetti inutili, seguendo umane t...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

LA STREGA E LA BESTIA

Durante i primi giorni del suo soggiorno nell’isola era rimasto a puntellare le vecchia impalcatura della luna, accanto agli oggetti inutili, seguendo umane tracce sulla bassa spiaggia. Nelle lunghe bonacce passava il tempo ad osservare e sognare contro la finestra della vecchia casa corrosa dai tarli di mare e il molo nei giorni di gran vento appariva come un’incisione raggrumata nel pulviscolo delle onde. Dapprincipio sembrava che regnasse il silenzio, una sorda melanconia a perdersi contro la foresta, nel mondo dei muschi e delle felci lacerate dalle piogge come in un sospiro, poi, lentamente, il frastuono delle onde e i rumori gravi del giorno andarono mutando, arrivarono migliaia di uccelli rari, a lunghi intervalli di voli sospinti e leggeri. Il sorgere del sole sollevò una tempesta di grida, il cielo si riempì di ali danzanti come in un perfetto balletto senza musica. Anche il carro degli zingari arrivò con i suoi odori e rumori, ninnoli di madreperla rosa appesi ai capelli fini delle donne e i fuochi accesi la sera dal corallo leggendario. La musica sgorgò lenta dalla sabbia indurita, dal pietrisco di alghe, salì verso il largo simile alla tavolozza di un pittore e avvolse la terra intorno, nella galleria di rami. Poi ci fu la sua corsa improvvisa, riflessa in uno specchio e il cuore come in un gioco a fare capriole nella città riparata dall’isola, evitando i continui banchi di nebbie. E fu un incendio ! Allora il tempo cessò di esistere come se fossero state cancellate le cifre di un quadrante e la felicità s’impadronì degli occhi de suoi abitanti.

Quella zingara aveva sempre lo stesso viso, quel viso che nell’acqua non s’intorbidiva mai e l’immagine del suo corpo era ancor più dolce nel totale abbandono; i suoi occhi inabissati in un attimo, incerti nell’ora del meriggio, ancora cercando la vera primavera, erano così disarmanti, come quelli di ogni creatura che rimane senza volerlo prigioniera dei propri sogni. Il loro fu un amore travolgente ed immediato, veloce tulipano acceso di tramonto. Quale profondo sapore aveva per lui il suo nome, quale mistero sublime la figura per lei, senza più angoli oscuri, la sua bellezza stupita di frescura e viva d’istinti ereditati dalla malia di lustrini e luci.

Ma la gente non vedeva di buon occhio gli zingari, i loro piccoli furti, il loro accamparsi fuori dal paese, i fuochi che accendevano la sera e i canti, le continue feste, le risse. Preferiva vederli giocolieri nel circo soltanto per il breve tempo delle feste. Fu allora che passò un galeone spagnolo e la nebbia promise di cancellare la linea argentea sulle sue labbra di colore.

- Perche sospiri ? – chiese – ti fidi sempre troppo, racconti delle tue cose, della casa, dei mobili, delle tue compere. Mantieni il conto preciso delle ragazze affinchè tutte possano innamorarsi e tiri la sorte. Hai paura di una candela spenta dal vento. I giorni più corti li lascia a morire d’azzurro.-

Poi lei è andata alla porta e aprendola ha fatto un cenno, un uomo incappucciato con in mano un bicchiere è entrato e ha gettato il contenuto nel fuoco aizzando la fiamma.

- La bestia è potente ! – esclamò, guardando dal basso la fiamma che saliva in alto e la porta rimasta spalancata sul prato dove era chiaro l’incanto della sofferenza.

- Ho la coscienza della mia ignoranza, perciò so che è vicina a me e divora i suoi piccoli ancora umidi e si mette in ginocchio davanti all’angelo. - figlia del fuoco, genie malvagia.

Chiusa la porta, la zingara aprì le gambe, si aprì nel mare bianco, nel sogno profumato del vino oleoso, sostenuta dal sole, come un confetto. Perfetta nel desiderio, strangolata da questa perfetta visione del vivere. La bestia penetrò incalzata dalla sua impazienza, abbattendo il silenzio delle viole, le bruciò il pube, sempre più deflorata e gravida di seme, sempre più succosa, consistente, la zingara per niente imbarazzata si sentì dolce a nascondere il mondo in un abbraccio . Da capanne scoperchiate uscirono e strisciarono verso di lei urlanti, sembravano mendicanti, appestati, con le braccia macilente la ghermivano, mangiavano le cortecce degli alberi e si riempivano di zolle di terriccio.

Anche questo era nella profezia.

Lui la truccò veloce, oltre ogni coraggio le offrì una tazza di caffè bollente, misuro una parola con un’altra, frugò nel suo corpo e nel suo futuro. Il mondo riacquistò il suo odore robusto e trascinante, la notte era appena cominciata e già venne l’aurora. Maschio con tutta la sua concupiscenza, lo rivide in piedi, carne dura d’un culto terribile, recondito piacere. Appena un modo di accarezzarsi e il gesto divenne evanescente addosso alla sua pelle, guarnita di merletti, bianca di latte e scura come una mandorla nella trasparenza. L’albero sfuggì alla loro sorveglianza, si incendiò, s’annidò nei suoi solidi seni. Nel mentre caricò la cavalleria, contro i fedeli e i nobili vassalli, contro gli ebrei, i servi degli ebrei, contro i ribelli, i monaci fuggiaschi, i maestri che hanno abbandonato le scuole, fu una visione da grande schermo. Il soldato che strappa la bandiera e ne fa un’asta insanguinata che avanza con la sua testa mozzata appesa, il suo viso è quello di un demonio, toglie dalla mano gli occhi che ha strappato al volto e le gambe affondano molli finchè precipita. – Non farti incantare.- dice, - non distrarti, non farti portare via, non farti rinchiudere in quella stanza.- Non farti crocifiggere come una Santa.-

Nella stanza la lampada è d’argento e la fiaccola rosata, il cervo va in amore e le gazze volano in coppia sfracellandosi sui vetri, è un mondo a se. Tra il fiume e la foresta rimane abbastanza luce per sparare, le mura vacillano dalle fondamenta e si sente il rumore dei mitra. Forse un sequestro di persona, per chi cammina portando altre stanchezze, altre consolazioni, non potendo perdonare, non potendo invidiare, come se per un giorno scoprisse tutto, appannato e tumultuoso, alla ricerca di un termine. Gli occhi si aggiustano nei suoi, si raddoppiano, si strappano dentro come se scavassero nell’argilla, solo un respiro, una forma che non si supponeva, l’alito di un attimo, prima che gli rovisti il corpo e ne fruisca come trasformandosi, in questa fosforescenza terrestre dove si dorme accanto alla semente.

La camera dove è morta la regina ha sulla parete di sinistra l’alcova e una cortina che la chiude, le imposte sono chiuse. Poi il colpo ripetuto tre volte di una alabarda sulla pietra. Dal di fuori si sente qualcuno che si avvicina e cade, ha affondato le gambe nell’intemperie, guarda il suo volo di piume nell’aria che brilla. Dal di sotto si ode l’organo e sale il canto delle suore, ad un cenno del castellano i servi si affrettano e spalancano i battenti, la folla irrompe,poi la corte entra composta; trabanti, mazzieri, paggi con candele di cera, in ultimo il portatore del vessillo con l’aquila d’argento. Lo squarcio di un lampo e l’aquila precipita in frantumi annerendo il viso del paggio. Lei è sola, con l’albero morto di smeraldo, nella piaga della bufera imminente, sola quanto basta, carica di verde materia. Cerca un golf da indossare, eterno di lucciole, caldo, pieno di vigne e di meteore, quel golf che gli appartiene e si è messa per caso, perche la vita è bella davvero e si avvolge nei suoi panni, come in una spiaggia tranquilla, una terra promessa dalle vette d’oro. Lui precipita contro la sua favolosa dentatura, le gambe lunghe e dolci, trasformate in lunghi viali perniciosi di ghiaia, innumerevole piacere del loto sessuale. I Trabanti e i mazzieri , hanno fatto il giro delle stanze, la sciabola ricurva alla cintura, il libro delle preghiere e i guanti del Re. Tramano gli uccelli sulle montagne e la città ingiallisce in un manto sgranato. I cortigiani, quelli più indietro, che sono vicino alle finestre e ai grandi portoni, scrutano in basso, i paggi fanno ressa vicino alle finestre e cercano con una certa impazienza di poter guardare. Dal di fuori si sente grattare al portone, vi entra un cane nero e tutti si fanno da parte. Ora si sente di nuovo l’organo, ma non il canto, i paggi corrono via, i mazzieri si allontanano. Il cane ringhia e corre all’impazzata, guarda dentro il suo volto, ascolta la bruna chioma della sua anima, la zingara chiude gli occhi nell’istante prima di volgerli al mare. La Regina è l’ombra profumata del platano diffusa sui tetti. La interrogano e si logora il suo pensiero nel giro della gonna che non c’è più. Ha affondato le gambe nell’intemperie e l’amore palpita nella mano, forse è un gesto inconcluso, il salire dei gradini verso il vuoto, fenditure della nebbia.

- Dio ce ne guardi ! – si ode esclamare. Il Re sentenzia che quel bambino di pochi anni è punibile e può venir passato a fil di spada, dalla vita alla morte, qualora sappia distinguere tra un fagiolo e un soldo di rame. La sua espressione muta, chiama a se con un cenno il cane nero il quale arretra e si gonfia, quasi ad esplodere, l’organo per un attimo si sente più forte e poi si percepisce appena, ogni tanto, il cane le volta la schiena e fugge nel buio.

Poi escono tutti all’aperto trascinandola, innestando nel fianco l’umidità devastatrice, si vede il confessore, dietro di lei il camerlengo, andarsene attraverso i corridoi. La notte la guarda di sbieco, da sotto, la odia palesemente, anche i figli aprono sentieri e scrutano finestre, crescono ostili frumenti.

- Perche il tuo cuore non sia più superbo, onorerai l’autorità che è sopra di te – le viene detto a gran voce dal suo carnefice. – Ora sei pronta ?- L’organo riprende a suonare con forza sempre maggiore e la voce del coro sgorga imponente.

Lei rimane immobile tra il suolo e la navata principale, poi cerca un appiglio verso l’alto, trema con violenza, le lacrime le salgono improvvise agli occhi. – Figlia, ti abbiamo perdonata, sei ritornata a casa, le nostre braccia sono aperte per accoglierti, lasciaci vedere la tua nudità, vi scacceremo il demonio ! – Il pane è costante e non anima nemmeno per la terra. Le zingare sono streghe e vanno bruciate. Ormai trema , trasalisce, si acquieta contro la parete di fiaccole, s’inginocchia, girata di schiena, preme il viso contro le mani a nasconderlo. Passano i suoi occhi luminosi di sorrisi, passa un gallo con un taglio nella gola, dove si versa puro il cielo e la rosa giunge alla fine. Passano accanto ai muri crollati i carri ardenti, i rovi rampicanti, ascoltando la verità smantellata. Qui dove esiste solo il giallo, quell’amaro sapore dell’ulivo che brucia e il mare in lontananza è l’unica fede per cui ci si ferma per un attimo. Allora comprendiamo che tutto è stato come è stato, che tutto è così com’è e siamo senza testimoni, in questa parte della giovinezza, cercando una ragione per ogni cosa, andando verso la sera, a notte, davanti ad un teatro illuminato. Il fuoco prende la forma delle vesti e il corpo è come legna, ricco di resine si scioglie superbo, l’impalcatura alla fine precipita e una polvere di fiammelle sale galleggiando indifferente. Infrangerà le catene come paglia, chiusa la luna nel piatto, come illuminata dalla stella sapiente.

Non ci restano che due vestiti nell’armadio,la sua bellezza quasi compromessa, il suo ricordo quasi impossibile, rimasto sepolto nel battito dell’incendio, disseminati i sentimenti, violato ogni confine. Ormai è l’ultima simulazione, respira a fatica, indica la sua resurrezione. Sembra che siano venuti a corteggiarla da altri luoghi e passano senza fortuna in fila, smuovendo con dei bastoni le ceneri fumanti, quasi ad accertarsi che sia veramente inesistente. Continuano a sfiorarle le spalle con le labbra, togliendole la luce, come a volerla riporre dentro un mobile antico. Qualcuno raccoglie una manciata di cenere per metterla nell’urna. Non c’è indecisione, entusiasmo, eccesivo imbarazzo, invece un silenzio grave, come a voler guardare la città da un punto consigliato dalla guida volendo invece stare altrove, magari in cima ad una cupola , o sotto gli occhi ombrosi di un porticato.

Testimoniate che fui qui. Anche se nessuno mi ha riconosciuto.



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