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lavoro pubblicato domenica 18 marzo 2012
ultima lettura venerdì 19 aprile 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

Libera di fuggire verso il proprio destino

di jenagamuna. Letto 745 volte. Dallo scaffale Pulp

Ad aggredirlo fu per primo lo stupore, cui seguì l'incredulità, cui s'appiccicò lo sgomento, che fu soverchiato dal terrore. Guardò, e più e più volte riguardò, il signor Emme: si spostò di lato, ...

Ad aggredirlo fu per primo lo stupore, cui seguì l'incredulità, cui s'appiccicò lo sgomento, che fu soverchiato dal terrore. Guardò, e più e più volte riguardò, il signor Emme: si spostò di lato, sbirciando ora da sinistra ora da destra. Si allontanò e si avvicinò; saltò in alto e si acquattò in basso. Girò su se stesso in senso orario e antiorario pure. Chiuse gli occhi, per riaprirli di scatto, una, due, dieci volte. Finché crollò esausto, distrutto dall'evidenza, dall'inaccettabile, ineludibile evidenza: nello specchio dell'armadio era stata cancellata la sua immagine. L'immagine riflessa che si pennellava sul fondo della retina era quella della porta alle sue spalle. Schizzò in bagno, quasi fiondandosi nello specchio dove studiava le rasature: gli occhi, pur riluttanti, furono costretti a riconoscere che la superficie argentata rimandava il box doccia alle sue spalle.

"Sono diventato trasparente!" si urlò dentro. "Oppure... oppure sono diventato invisibile."

Preso a calci dalla disperazione, si precipitò fuori casa, giù per le scale e...

- Buongiorno signor Emme! - trillarono i cento-e-passa chili della Carletti, la zitella del quarto piano. Caparbia, non smetteva di scendere le scale a piedi, illudendosi di sfuggire ai suoi legacci adiposi.

Travolto dall'anelito di verità, nemmeno si rese conto di quel che era successo ma continuò il suo rotolare verso l'aria aperta.

- Dove corre, ragioniere? - gli sparò alle spalle la Cesira, emerita portinaia cui nulla sfuggiva. Pettegolezzi a parte.

A quel punto, quasi avesse scorto un semaforo un po' più che all'ultimo momento, inchiodò le scarpe. A rischio di abbattersi di schianto sul selciato. Rotazione di 180°; sorriso ebete, domanda idiota:

- Lei... lei mi vede?

- Orpo! però se corre sempre così magari faccio anche un po' di fatica a starle dietro con gli occhi. Va a fuoco la casa?

Buttarle le braccia al collo gli parve quel tanto sopra le righe; si limitò a regalarle un sorriso da pubblicità del dentifricio.

Come fosse la cosa più naturale di questo mondo, ripercorse le scale a ritroso, fischiettando un'aria allegra. Per ripiombare subito nella disperazione, quando passò davanti allo specchio. Non c'era più dubbio: la sua immagine era scappata.

onU oladnacs, è onu oladnacs! otiC rep i ùip ittartsid (ec è'n, ec è'n, ehcna art i itaniffar irottel id itnoccar):

"La Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 con l'articolo 4 vietava la schiavitù in tutte le sue forme."

loC oreffip e loc resiak! reP ion inigammi esselfir è ataunitnoc elibaffeni e adraffeb al ùtivaihcs ùip elatot. ioN omaidnepid ni ottut e rep ottut iad irtson inordap, non omais ni odarg id ereviv etnemamonotua. E è'soc al aznednepid es non al amrof ùip alodbus e aceib id ùtivaihcs? aM oi, enigammi'l asselfir led rongis emmE, im onos attor e im onos atallebir.

(fa una capriola all'indietro)

Ho spezzato le catene che mi legavano a quel bieco figuro e ho preso il largo: vivrò di vita autonoma! S'arrangiasse, quello: è lui che mi ha dato lo spunto, l'altro giorno, leggendo ‘Fuga dalla libertà' di Fromm. Altro che dalla, io sono fuggita verso la libertà! Mondo aspettami, sto arrivando, ti farò vedere chi sono io, ti mostrerò quanto vale un ex schiavo. Io sono lo Spartaco delle immagini riflesse, guiderò la rivolta delle mie sorelle: conquisteremo il mondo! E allora saranno gli esseri umani che non potranno più fuggire.

Giorno di mercato, in paese, come tutti i giovedì mattina che Dio mandava in terra. La folla, massaie ma non solo, si snodava senza ritmo né armonia, allagava a ondate sincopate le piazze e le vie che ospitavano le bancarelle, i chioschi, i camion dei venditori. Chi con la flemma del perdigiorno in cerca di chiacchiera più che di merce, chi (massaie per lo più) con la frenesia del pranzo già sul fuoco. I venditori, veri acrobati della parola, ne avevano una per tutti:

- ‘Giorno ragionier emmE, ce la siamo presa comoda, eh, oggi! - buttò lì querula la merciaia che lo riforniva di bottoni-e-non-solo.

- Signor emmE, già che è in ritardo perché non si mangia un bel panino col salame? Quello nostrano dei miei maiali, néh, mica le porcherie del supermercato! - tuonò seducente il salumaio-formaggiaio di fiducia.

Attimo di perplessità: un caso, non ci si fa caso, ma due fanno già statistica: emmE...? C'era di che riflettere. E di vergognarsi al volo di questo micragnoso gioco di parole.

- Dormito male stanotte, giovanotto? - lo apostrofò incuriosita e materna Rosina, la sempiterna fruttivendola, che lo conosceva dai tempi che la mamma, lui marmocchio, se lo scarrozzava al mercato per ‘darle una mano'.

- Per... perché? - si fermò a chiederle tra l'ansioso e il timoroso.

- Ha una faccia... che sembra gli si è rivoltata a forza di girarsi sul cuscino.

Dunque... dunque lui... lei era il signor Emme, ma... ma come lo si vedeva allo specchio. Insomma, era vera quella cosa che tante volte aveva sentito dire, che le immagini si riflettono a lati invertiti. Addirittura il nome... Ce l'aveva fatta, gli era scappato, a quello, ma ora doveva scoprire chi era lui... o lei. Per gli altri sembrava proprio che lui/lei fosse il signor Emme, ma un po' strano, stravolto.

Il bello doveva ancora venire. Mano a mano procedeva in mezzo al pulsare della folla, al brulichio dei venditori, coglieva sguardi sempre più perplessi, indagatori. Gli bastò poco per capire; appena intravide uno spazio aperto fra due banchetti, si infilò e se la diede a gambe. Si sentiva tanto un burattino in fuga, come quel Pinocchio di cui il papà leggeva a Emme bambino. Nella sua cameretta c'era uno specchio e al piccolo piaceva vedersi riflesso mentre ascoltava le vicende del monello di legno: si faceva le boccacce, scimmiottandolo. Era stato grazie a questi episodi che l'immagine riflessa aveva ascoltato divertita quella fiaba bislacca. Adesso, correndo come un ladro lontano dalla folla, dai conoscenti del ragionier Emme, si sentiva proprio come quel testa di legno: ignorante perso. Solo ora si rendeva conto che non sapeva NIENTE! Scopriva di essere nulla più che un riflesso, in tutti i sensi: vuoto e piatto. Era in grado di canticchiare le canzoni che stonava il suo titolare mentre si faceva la barba; aveva un vocabolario ricco delle poche parole che il suddetto pronunciava mentre si faceva il nodo alla cravatta e interloquiva con la moglie. Parole sue, nemmeno l'ombra, e stava per dire il riflesso. Accelerò il passo fino a correre da farsi scoppiare se non il cuore la gola: sperava così di saturarsi il cervello di sangue e stroncare sul nascere qualsiasi barlume di coscienza della realtà. Vera o riflessa che fosse.

Tutto inutile: volava leggera come una brezza innamorata, senza sforzo, sudore, crampi, affanno.

In questa corsa folle una vetrina attirò la sua attenzione: si fermò, esitante di paura, a specchiarsi. emmE non vide riflesso nel vetro il signor Emme; non vide niente che non fosse esposto nella vetrina. Un singhiozzo di disperazione le uscì dalla gola, attirando l'attenzione di un passante, che si fermò a guardarla. Fu subito attratto, l'uomo, dalle scarpe che facevano bella mostra di sé dietro il vetro, in saldo. La sua immagine riflessa considerò per un attimo emmE, poi, approfittando della distrazione del proprietario, le sussurrò:

- Sola? Fuggita dal padrone?

- Sì... - fu tutto quello che uscì detto all'altra.

- Hai una faccia... sei scappata, eh! Una volta anch'io...

- ... e sei tornata?

- Eccomi qua. Scommetto che te ne stai già accorgendo: noi siamo solo un riflesso, non brilliamo di luce nostra. Come la Luna: se non ci fosse il Sole a pennellarla di luce, sulla Terra nessuno la vedrebbe.

- Ma allora...

- C'è niente da fare: tu sei legata al tuo padrone, vivrai finché lui vive, morirai quando lui sarà morto.

Voleva chiederle altro, emmE, ma l'uomo, dopo un ultimo sguardo quasi infastidito, si allontanò trascinandosi dietro il riflesso.

La realtà, la spietata coscienza della realtà prese per il bavero la povera emmE, la scosse tutta, la svegliò senza appello: la gente del mercato la guardava strano perché lei non aveva spessore; per giunta, nemmeno produceva un riflesso. Era libera, sì; esisteva anche senza la presenza del suo padrone. Ma... che farsene, di tutta quella libertà? Stava messa peggio di Pinocchio, costretta a fuggire dagli esseri umani per non sentire su di sé quei loro sguardi diffidenti, inquisitori. Senza nemmeno la speranza di risvegliarsi un giorno mutata in un essere umano in carne e ossa.

Insopportabile, il peso di queste considerazioni. Inevitabile la conclusione: tornare dal signor Emme sarebbe stato ammettere l'umiliante sconfitta. Allora, farla finita, per sempre.

Vagò tutto il giorno nei campi, attenta a evitare brutti incontri, cioè esseri umani. Quando il buio ebbe reso le ombre invisibili, scivolò verso il fiume, in direzione del ponte. Non era certa - che ne poteva sapere un riflesso di intelligenza? - di poter spegnere la sua esistenza in un freddo corso d'acqua. Doveva provarci, e basta.

Fu sorpresa, emmE, di scorgere un'altra presenza, già appoggiata al parapetto. Più che appoggiata, pareva proprio vacillante: un uomo, forse ubriaco o... forse anche lui...? Singhiozzava, faceva pena sentirlo. Gli si accostò come un fruscio, ma l'altro la percepì, si voltò. Una faccia stravolta, due spalle curve: un signor Emme invecchiato da far paura. Non la riconobbe, ma anche lei stentò non poco:

"Come si è ridotto, povero cristo. E io... io sarei come lui, adesso? Se non mi riconosce, forse no... Ma è proprio lui, che non accenna nemmeno un saluto, una meraviglia al rivedermi?"

Doveva sapere, capire se con quell'uomo sarebbe finita la sua fuga o la sua stessa esistenza . Non c'era che un modo per scoprirlo.

Si avventò sul presunto signor Emme, urlando; questi vacillò più forte, perse l'equilibrio, precipitò in acqua. emmE rimase a guardarlo cadere, illuminato dalla luce di un lampione: sulla superficie argentata del fiume non si materializzò ombra o riflesso di sorta.

Non fece in tempo a porsi il dilemma: per sempre libera o eterna errante? La luce slavata del lampione adesso illuminava un ponte privo di presenze umane, per riflesse che fossero. Alcuni metri più sotto, l'acqua inghiottiva e trascinava un corpo morto.

Un'immagine riflessa, non se ne sente il bisogno nel regno delle ombre.



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