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lavoro pubblicato domenica 18 marzo 2012
ultima lettura venerdì 6 settembre 2019

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LA VEGLIA

di gartibani. Letto 494 volte. Dallo scaffale Fantasia

Racconti brevi “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA “ LA VEGLIA   Frugare il mare, conservato in uno scatolone azzurro, pensare ad una intrusione, geometria del tempo e dello spazio e le reti per chilometri sulle finestre del porto. Pasqual...

Racconti brevi “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA “

LA VEGLIA

Frugare il mare, conservato in uno scatolone azzurro, pensare ad una intrusione, geometria del tempo e dello spazio e le reti per chilometri sulle finestre del porto. Pasquale era un morto con il ghigno della risacca, con una lunga sciabola sul petto annerito dal sangue aggrumato e il taglio da pesce spada ancora grondante perle di spuma. Se ne stava come in uno di questi giorni, contro le pareti della casa, angusto e con addosso il silenzio, porte e finestre, senza luce, con tutti quei parenti dentro. Che non si possa cucinare ne accendere il fuoco e siano gli amici a portare qualcosa.

Così si fece anche allora.

Gli oggetti estremamente piccoli apparivano materiali rifrangenti, preparati i cui frammenti in prove successive attribuiscono presenze nei ricordi. Pasquale girava per le strade d’agosto con un grosso cocomero sulle spalle, fascio di luce emergente, tubo del microscopio puntato sul cuore.

Tutto cominciò quando il cielo passò dal rosa al verde e dal verde al bruno, fu segnalata una zonatura di colore all’interno di ogni singolo granulo cristallino, il mare concreto di sale, nelle sezioni sottili delle rocce, quasi un rilievo di onde scolpite. Pasquale remò per un tratto, poi accese il motore e diresse al largo; il confine del mare era segnato da una riga luminosa associata ad un contorno d’ombra. L’indicatrice ottica cambiò tonalità e la luce emergente del condensatore bruciò la bussola, il sole incise sfaldature sulla lamina dello scafo, tessiture naturali dell’acqua. Pasquale si avvicinò alle reti, bevve un sorso del vino e lasciò l’orma della bottiglia stampata sul ponte. Nessuno poi ricorda esattamente la successione degli eventi. Infatti le parole si deteriorano facilmente.

In quell’attimo, sulla bisettrice dell’angolo dell’onda, deviazione minima della rotta, apparve un lembo conico, innumerevoli piani di velocità compresse, una riflessione totale all’interno del prisma. Pasquale fu scaraventato dentro il sistema dei raggi originari, mentre lo scavo perdeva le sue dimensioni trasversali e appariva come un fascio cilindrico permeato da un’unica vibrazione propagata verso l’infinito. Il quart’ordine dei lembi della superficie dell’acqua si aprì e il mare separò i suoi cristalli biassici volteggiando verso un movimento ondulatorio irradiato dalla profondità incommensurabile dell’abisso. Pasquale chiude gli occhi e soffre molto nella sua difficoltà di respirare, si accorge che tra lui e il mondo le cose non vanno più come prima, ma pois si abitua. Tutto è calma e tende alla calma. Pensa che in fondo la sua Lucia ha bisogno di comandare per sentirsi realizzata e lui è il suo marinaio, quale onore per uno come lui che porta la pace del corpo e sogna di scrivere pagine di storia, firme sugli assegni, avventure da raccontare. Anche gli uragani e i terremoti gli ricordano Lucia, mentre si spalma di creme la pelle pallida ed il vento esaurisce su di lei la pigrizia dei gesti, riluttanza al sole, al freddo impacciato delle città del nord. Pasquale passa da un oceano all’altro, sperando che il mare si calmi, non è il caso di farsi prendere dalla tristezza, più che altro è la noia di vivere giorni tutti uguali, qualcosa di trascurabile, altre rovine per il mondo pericolante. Ma non era già questo il mondo, quando il bar di Mosè preparava le granite ed il paese era in festa ? Anche per lui che affonda sempre più c’è dell’euforia, i cristalli del sistema triclino che scavano nei suoi occhi fenditure di nebbie, famiglie di superfici smaltate, rombi e diametri di colori mai visti, polarizzazione rotatoria. Pasquale si arrampica a fatica sulle reti spezzandosi le unghie, pesci nuotano intorno e le loro bocche aperte in agonia le tolgono il senso del tempo, tempo del distacco in cui credeva ancora di avere dei progetti da realizzare, dei sogni da cullare e un desiderio nascosto nel trasmigrare dei gabbi ani, quasi in questa irresponsabilità del presente trova il modo di togliersi d’impaccio. L’ignoranza è semplice, per ogni divieto c’è un’abitudine da costruire, un’adeguarsi in attesa dell’occasione propizia. Forse era scritto questo presagio anche per lui, da sempre, dal momento in cui ebbe il coraggio di rompere il cotone sul seno di quella donna minuta che lo baciò per la prima volta e affondò nell’inguine di lei tutta la sua rabbia di maschio desolatamente povero. Più l’idea di essere in grado di infrangere la legge, che il sapore dolce e sconfinato dell’amore. Poi quando la sposò e uscirono tutte le barche a mare con le lampare accese e il coro dei santi cantori dietro l’angolo, sublime influsso e assorbimento dell’aria.

Adesso i nodi dei reticoli gli tolgono l’ansia, raccolgono per traslazione i pensieri avviluppati, coincide il mare con la sua saliva, altre azioni perturbatrici lo interrompono, appaiono grandi dimensioni di oggetti, lastre fibrose che galleggiano, raggiate membra, aciculari volontà sulla pietra e nel miscuglio d’alghe. Lo hanno preceduto decenni di trattazioni teoriche, innumerevoli governi sfruttatori, moltiplicarsi di ordini ed estensioni di sofferenze. Parti dell’uomo di ammirata e stupefatta attenzione, parti dall’infrequente ritrovamento, ideali scomparsi, libertà definitivamente perse. Così si scivola per altre intensità, talvolta erroneamente, seguendo quel naturale processo verso la morte. Intorno parenti e amici mangiano in silenzio, la stanza è piena di fumo e l’odore delle candele allontana la fragranza fresca del mare, potesse parlare manderebbe via tutti, per starsene da solo con i misteri della sera, invece dalla finestra si accumulano virtù diverse per filari di atomi distratti da una realtà non fisica, propagandosi senza misura. Pasquale scava nello sterno di Lucia con piani reticolari identici e ugualmente intervallati, li occhi fuggono come se fossero riflessi, non esistono fasci di luce né misure, il verde dell’uliveto compie un movimento rotatorio, degrada attraverso il cristallo fino a congiungersi col mare. Forse li unisce la concatenazione degli eventi, il logorio dei pensieri dissepolti, la fragranza del muschio decomposto. Lo sguardo spezzato dalla parete che incanta lo sguardo di lei dentro il cubo dei cromosomi. Le mani pallide e leggere sovrapposte dalle rotture dei venti.

Pasquale si strappò la camicia in due, corse via nel pascolo, come animale ferito, volò nel fiume profondo ad ascoltare finalmente i pensieri di Lucia. Ragazza di un piccolo paese.

- Sono sola quanto sola si può essere nel buio, perche il mio uomo mi ha portato fin qui, nell’inganno della schiuma e mi ha abbandonata . – Sono triste la mattina, quando l’alba e il mare è come uno stagno libero e pulito, sono triste quando vado a letto e l’ombra mi sorregge, quando il capo mi duole d’inverno. E’ meglio che ti affretti a tornare a casa, ho messo gli occhi su di un altro e ti rivedo come un tempo, nel fondo delle reti, tornando dalla pesca. – Lo vorrei vicino a confortarmi, a sussurrarmi e leccarmi l’orecchio. Vorrei essere la luna in fondo al mare.-

Lucia pensa che se continuerà a piovere la diga si romperà e l’acqua arriverà fin qui portandosi via il corpo di Pasquale, facendolo scivolare lungo la riva come un crostaceo secco e non avremo alcun altro posto dove stare. Pensa che non ha più nessuno a cui raccontare i suoi affanni e nessuno che l’aiuti a trattenere le acque, le acque inarrestabili.

Il mondo è nero come la mezzanotte e si ode uno strepito immenso, un accoppiarsi infinito di stelle.

Curiosamente Pasquale assume un carattere instabile, gli occhi mutanti sorreggono il soffitto. L’ibrido della luce delle candele incenerisce le sue guance e sembra dimezzato nell’anima. Le persone si muovono intorno e parlano piano, incessantemente si muovono passando tra le porte spalancate e continuano a parlare sottovoce. Qualcuno piange, le vecchie vestite di nero da capo a piedi. Pasquale schizza via, come un dardo incandescente nella notte, è di nuovo in mare, inequivocabile e assoluto, molto vicino all’attimo estremo. Aspetta un sogno nutrizionale, un cedimento del pulviscolo, una nuova semina. Sollecitazione tattile, la stimolazione delle labbra, provoca attimi estremi di tensione sessuale. L’antigene di Pasquale è immerso nel putridume del mare, liquami degli scarichi, plastica, petrolio, a formare un’isola di rifiuti. Il centro germinativo si ingrandisce, nuove presenze lo popolano. Pasquale se ne sta dritto sul cassero a sfidare le onde, il timone come ruota del luna park, la vela con infiniti punti di scotta, grafici indecifrabili e la prua che scivola simmetrica senza più memoria del percorso.

Il mare ha parti giovani in crescita e zone scure, limiti del vagabondare e del sogno, a penetrarvi e scomparire. Pasquale ormai è certo di ciò che lo attanagli, di ciò che lo trattiene, come vorrebbe posare gli occhi della sera e la fragranza di una tazza di caffè. A volte nella notte profonda cerca un volto del passato, le ricorda le abitudini e le ore grondanti di medaglie e spezie, ancora la festa di Sant’Anna.

Personalmente è tanto vicino alla morte da somigliare.



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