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lavoro pubblicato domenica 18 marzo 2012
ultima lettura sabato 15 giugno 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

IL GUERRIERO

di gartibani. Letto 600 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA” IL GUERRIERO. Sono ore che piove, gocce trasparenti addentano le labbra, originaria pioggia dell’oceano che palpita verso la mente e trascina i fiumi, raccogliendo le vette bagnate e gli a...

RACCONTI BREVI “ DA DURARE ANCORA UNA LUNA”

IL GUERRIERO.

Sono ore che piove, gocce trasparenti addentano le labbra, originaria pioggia dell’oceano che palpita verso la mente e trascina i fiumi, raccogliendo le vette bagnate e gli alberi nell’ordine delle solitudini. E’ arrivato il pomeriggio, utero verde nei suoi occhi delicati oltre i vetri dove s’intrecciano fili vorticosi. Strana cosa portare con sé una memoria priva di ricordi, non accumulata nell’esperienza ma fatalmente ritrovata negli avvenimenti recenti. Il suo viso era quasi una smorfia, schiacciato contro il vetro, gigantesca anaconda accanto al fuoco e alla ceramica verniciata. Era scritto : “ attraverso la notte planetaria, simile al dono della maternità da venire, con il suo carico celeste di sperma, eternità delle fecondazioni. Andrà oltre la selvaggia primavera negli arrossati legni, per esaurirsi nell’impatto del destino, lento come un giro del pianeta. “

Si voltò di scatto, forse i corpi delle donne che corrosero i suoi capelli, le loro bocche divise, le loro insenature. La sottile volontà di rimanere con la presenza in una freccia di platino conficcata nell’evento. Uscì all’aperto, nell’attimo di scavalcare il muro d’oro e mangiare l foglie profumate di cannella. Erano già schierati i guerrieri splendenti nei loro brividi di pace, la muta arancia dell’iraconda bufera e la dolcezza dell’arteria, dove tacque disteso il deserto. Soffiò una leggera brezza, quasi un presagio, una brocca d’equinozi e di atmosfera, forma invadente dei giorni futuri. Il cavallo soffrì il suo peso nel fiore sessuale dei tessuti, scattò in avanti, lo sperone tagliente nella carne cruda.

Mossero verso la radura, solo le pietre e i rivoli d’acqua, solo l’erba bagnata e profonda, solo il vuoto nei suoi moti metallici. Si distesero al galoppo, prigionieri del tempo abissale, coagulato nel suo rito incomprensibile e il nemico apparve nella nebbia, indistinto nell’incerta impalcatura. Quasi a perdere i sensi il fragore s’ingigantì e il ferro si macchiò di sangue e il sudore alzò spruzzi d’acqua, i suoi occhi ritrovarono la fosforescenza salina, l’indecisa luna nell’opale gioiello del suo pube d’ametista, il suo sesso di melagrana, la chitarra che suona le palme solitarie, il solco lasciato dalla lontra gelata nel tremore, l’impasto della bocca sconfitta. Sulla pietra corrosa, quando si uccide la vittima di un sacrificio e si chiede a Dio di vincere.

Rimase immobile come un acquario devastato.

La mattina è di lino, appena sveglio guarda il mare di menta, davanti a se una donna fatta di niente, nell’onda calda dei suoi seni, quieta, riflessa nello specchio, fluttuante di lune di agonia.

E’ pulito, sbarbato, il suo cuore è bianco nel nastro dei miracoli e la sua voce muore per terra, ancorata alla ghiaia. Fori il sole scolora le gelate distese siderali.

Era solo un uccello che è volato dal tetto, nel radiogramma dei balconi, con le ali mozze è bruciato nell’aria. Sono usciti per cercare tra le nubi. Niente.

Vengono in due a prelevarlo e lo conducono verso la sala del trono, non può tagliarli con la scure dei dubbi, non può fermarli soltanto con la frangia del suo diniego. Si lascia portare. La sala s’infiamma di sole, è anteriore al ricordo, al nome, al tempo, è anteriore al corpo che non sa se è maschio o femmina, che non sa dove abbeverarsi e aspetta di dover rinascere. Lo costringono a spogliarsi davanti ai suoi nemici. Niente è esistito prima del suo evento, prima che il giglio uccidesse i suoi occhi contemplandosi nel nulla. Si accorge di non avere più sesso, anzi di averne due, musica del suo pensiero seppellito. Una ferita slabbrata e umida accanto ai testicoli, ricca di peluria, rosea, nell’età in cui le rondini precipitano a valle e viaggiano con le stelle oltreoceano. Adesso capisce perche è ancora vivo, perche non è stato ucciso in battaglia, il tempo della sua prima luna. Il corpo è stato rasato per il resto. Solo la zona del pube e senza volerlo ha una erezione, sfera che eccita l’eclissi. Poi i presenti abbandonano i sedili e si avvicinano per toccarlo, lo percorrono con le mani e con il corpo, mani sudate e tenere. Capisce di essere alla loro mercè, lo avvolgono e lo trascinano fino a dei cuscini di seta. Si sente violentato, perso come ,donna o come uomo. Lontano nel limite della grondaia, affondato nel molle nevischio. Sente un insieme di piaceri, di orgasmi infiniti, riflette nel suo letto innumerevoli volti, agonizza nel lutto delle candele, nei gemiti delle pareti scorrevoli, contro la mimosa diroccata. Cresce nel suo corpo una dolcezza inquieta, qualcosa che assomiglia ad una fine animalità, il desiderio di essere ancora preso, soggiogato, di essere posseduto oltre. Ancora cieco e disorientato con tutta la sua fragranza addosso si dimena scavando nei secondi e il polso si ferma per un attimo interminabile.

Rimasto solo non ebbe ne il coraggio ne la forza, altalena inservibile, conservato in sé il ricordo del suo odore e del suo sudore, calore disperso. S’immaginò seduto in un salotto che parlava e rideva salendo i gradini di un tempio. Quanto lusso nella geografia di quella casa angusta, quanta dolcezza che rotola lontano e corre verso lo specchio rimasto vuoto. Quanto è infelice il ricordo dei pioppi, i bastimenti freddati nell’idea, i corpi degli amici crivellati di colpi, il sangue che esce dalla finestra e se ne va in battaglia. Così cerca un pianeta sconosciuto dove rifugiarsi, scorrere e coagulare nella speciale aurora.

La sua vita è finita, c’è solo un non so che d’ inesprimibile nel freddo inatteso, lo spintone della notte contro la porta, dieci mari aperti su di un campo di margherite e il ritratto che cola a picco denudato d’uniformi. Sa che ormai sarà offerto al re nemico, per essere stuprato e poi dato in pasto alle belve, affinchè non rimanga nulla di lui e della sua dinastia. Il Re lo bacerà con le sue labbra di lampone e gin, lo farà giacere con le sue concubine prima di farlo sottostare alle sue sevizie. Fischia per tutto il giorno l’accerchiamento d’ali sulle torri, presagio nefasto, non vuole vedere ne sentire la fosforescenza del futuro. La sua rabbia di petrolio è ancora inesplosa, una luce ogni tanto, mescolata al bitume ad ostruire angoli sui letti rifatti, dove rappresentare la consueta scena. Adesso è quasi in pace, libere le mani dinanzi al suo carnefice, adesso che il suo veleno attanaglia la sua limpida e corporea bellezza, adesso che l’onda gli lambisce i fianchi e penetra nei suoi occhi con i riflessi notturni. Lo ha dentro, sente l’orrore e l’ansimare di quell’uomo che è stato suo nemico da sempre, sterminatore della sua famiglia, conquistatore delle sue terre. Dorme nel suo letto di sale, nel tozzo di granito, nella pietra focaia, nel mare gonfio delle sue morti. Si avvinghia al suo corpo, nei golfi gonfi di pioggia tra le balaustre verdi, nel centro del suono di una tromba perduta. Teme di ritornare senz’occhi, di attutire il falso velluto dell’amore. Morde il suo membro carnoso, i testicoli, puledro nero in un paese straniero. Raffica d’odio che torna senza preavviso. Strappa le carni e il sangue e sputa via quella vita che diluita s’acquieta, finalmente le trasmette un comune dolore, inafferrabile nei minuti trattenuti tra le labbra, vissute e disseccate senza che possa sperare di raggiungerle. Quel RE assomiglia sempre di più ad un eroe agonizzante, disfatto nella fresca sera annaffiata e ardente. Così cancella il suo respiro pazzo di meraviglia, ancora sorpreso nell’unico battito perso nel vuoto, reso incandescente dalla cometa morta giovane.

Forse fu quella la più bella età, quando saliva il fischio del vapore su per il fiume e la musica possedeva le grandi stelle, l’età del vecchio tronco e del gabbiano che visse fortunato sostenendo il peso del diluvio. Le guardie lo incatenano e lo portano a morire, calpestato dalla folla di cortigiani. Che conforto perdere la memoria e tenere gli occhi chiusi, come un poeta che si avvicina al tremito stellare, l’unico battito perso nel vuoto, cercando di raggiungere una scorciatoia silenziosa per andarsene senza disturbare. Fa un balzo in avanti, tagliato da una forbice e premuto sul petto giovane, come un marinaio che torna a casa da un viaggio scivoloso e remoto, anche la sua anima s’invola con quell’aroma che accompagna la vita, libera d’ali e carica di frutti. La vita che perderà nelle alte e lucide corone, nei paesi nascosti sulle dure scorze delle sabbia bagnate d’infanzia, salutato da nessuno, con la sua bianca calce che brucia e irrompe sopita e inattesa nella distesa di giallo. Anche il Re va a morire seguito da un lungo corteo, dalla musica funebre e dal suo popolo che lo piange.

Nessuno sa spiegare il fascino dei suoi occhi chiari di tenerezze nell’abbraccio muto, nel battito del tempo trascorso, errante suonatore di flauto. Forse lo si rivedrà in una strada fiorita di mandorli, uscendo da un portone, con l’aria distratta di chi cerca altrove.

L’ho rivedrà sposo e padre, albero vibrante nel candido cristallo.

Invece lo perde nell’aspro di un limone.



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