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lavoro pubblicato sabato 17 marzo 2012
ultima lettura venerdì 6 settembre 2019

Questo lavoro e' adatto ad un pubblico adulto

L'INCRINATURA

di gartibani. Letto 622 volte. Dallo scaffale Fantasia

RACCONTI BREVI DA “ DURARE ANCORA UNA LUNA “ L’INCRINATURA   L’incrinatura della notte è un largo volo aperto nell’intensità dell’acqua, è un soffio di paura tra i gerani dolcissimi nel g.....

RACCONTI BREVI DA “ DURARE ANCORA UNA LUNA “

L’INCRINATURA

L’incrinatura della notte è un largo volo aperto nell’intensità dell’acqua, è un soffio di paura tra i gerani dolcissimi nel gelo, dispersa nello specchio sordo e incurante dell’addio. Il giardino desolato ucciso dal ponte. Nella tersa atmosfera dell’inverno c’è un istante preciso in cui si delinea una scissione del mare, dove i marinai cambiano sembianze e le navi scolorano, nel limite estremo dell’ignoto, tra cielo e acqua.

Luna tonda nel frutto del sentimento.

Il capitano uscì lentamente dalla calma rada, nel mare senza volume che precipita d’azzurro, lasciò l’isola a dritta, nella pagina remota del tempo insano, nel vento che non conobbe mai. Rivide per un attimo alle sue spalle il dolce paese che non dico , il letto dove aveva dormito trasmigrato in grano, invaso da quella assurda melanconia e dalla pioggia fitta e smisurata.

Rivide il feudo vasto dei suoi occhi. Oggi sono cupi e fanno singhiozzare il mare.

Dopo alcune ore, lo sguardo fisso nella colla dell’aria, apparivano ai suoi desideri le ragioni visibili della sua presenza; il mare color indaco, compatto e massiccio, sul quale non era apparsa una nave. La chiglia fendeva un taglio superbo, subito coperto, senza alcuna discontinuità, quasi a generare una trasparenza. Per un attimo, in un punto preciso, a mezza nave, un’onda si eresse più alta, cerando un vuoto, la foggia di un triangolo capovolto e cupo, parve distaccarsi aprendo a ventaglio e precipitò fragorosa, proiettando un’ombra sulla barca, la cui punta taglio di netto il cuore del capitano, pronto a tenere il timone. Emerse subito dopo alla sua vista un mare senza nome chiuso in un cilindro dalle inverosimili ampiezze, incontaminato da organismi viventi. Un mare dove al limite di ogni strato di chiarezza esisteva una invisibile e impenetrabile ragione, appena apparsa e subito dissolta. Un mare che non rivelava emozione alcuna, concluso nel suo ribollimento. Il capitano pensò che era troppo vasto ed era pericoloso fermarsi. Pensò alla musica d’inchiostro che suonava squarciando aghiformi schiume, al lentissimo segreto che s’impadroniva della sua anima. Diede mezza macchina e lasciò sulla paratia, stampato d’ombra e di vapore, un gabbiano appena incrociato, quasi un lino bianco, luminoso e alto. Poco dopo lo vide sparire, tra minutissime lusinghe di sole.

Sopito il maleficio della distanza la barca seguì una rotta discontinua, appena sfiorando le nuvole basse, nel cristallo di un gesto che cancella i confini. Il capitano rimase assorto, sospeso nell’accordo di un violino, cercò di misurare disperatamente la distesa del suo corpo, il senso della storia che si sprigiona, la vita che si ravviva, la gioia che uccide il dubbio. L’acqua riflesse il suo viso come su di una lente di vetro nero, illusorio nello sguardo intenso e penetrante, la pelle senza più pudori e la crisalide del cuore. Spense la lampada, diminuendone le azioni della vita, polviglio di nebbie, nel bianco della sua bocca crebbe una macchia di porcellana, quasi soffice, come una mano sorpresa a toccarti che ti crea imbarazzo. Il capitano rimase immobile aspettando l’estremità di una distanza, nel mezzo di quella pace spessa che si accomiata lentamente, in quel luogo dove la nostalgia si sta formando.

Frullo di un uccello nel battere di un remo.

Rimase in quella fissità.

Capitano dell’infanzia della sua reincarnazione, tra gazze che conversano ambigue, nella vecchiaia con i suoi patetici argomenti, nella distanza enorme delle razze umane, fino ai gialli toni delle tenebre. Che stia avanzando il mare ? Salendo su per le scale, con tutto quello che tarda a venire, refrattario e incerto, nel giro dl futuro .Nessuno ch separi quelle terre dalla acque, quelle libere inquietudini, l’inguaribile tisi del passato, come una felicità già posseduta e il gusto del recitare.

L’incrinatura del tempo sempre più ampia, non misurabile, incontrollabile.

Il capitano ritrovò la stessa camera bella e spaziosa, l’odore di pulito, lo stesso angelo custode con l’amore un foro fisso nel centro. Fu quasi certo di prendere fuoco, con un certo spavento, ammorbidito da questa tenace fermezza di esistere. Il mare nel mentre perse ogni contatto e ogni parvenza, lo scafo seguì lo sfinimento provocato da quella assenza ed ebbe un unico etereo contrasto, un corridoio senza fine, come una piroga di corteccia dove scorrono i fiumi e i dolci laghi. Nessun processo di scambio sarebbe stato consentito. Il capitano era all’altro capo dell’universo, dove l’eternità non riflette più il contingente.

Tutte quelle cose ammucchiate per anni, sbattute dalla risacca, mischiate tra lattine e sacchetti di plastica, nel divenire delle onde, contro il molo e le finestre bianche sbattute sulla spiaggia, aperte e semi chiuse, conficcate nella penuria del mattino. Forse morire significa fare ritorno, disperdersi nei quattro elementi, rigenerarsi nella densità del nulla.

Il disegno strano del tappeto.

Se avesse avuto un corpo caldo e giovane da sfiorare tra le mani che viaggiano con le rondini, nella pigra indolenza che assapora l’attimo dello sfinimento appena compiuto l’amore. Invece la pioggia lo frustava, a tanta distanza dalla superficie , non era più in grado di spingere lo sguardo all’esterno. Poteva diventare qualsiasi creatura, per inerzia, per auto appagamento, nella totale assenza di senso fisico. Ormai lo scafo era senza governo, come un mostro marino rimasto in superficie. I venti marini lo sconquassano, ne segnano la tolda, nel vasto prato delle acque, rotondamente galoppano infrangendosi contro la poppa. Poi il mare sbatte di traverso, la barca si piega e s’inclina verso il fondo , affonda nella misconoscenza della natura, risale animata da una normalità che sconcerta quasi a dissolversi in un incomprensibile patimento.

Il capitano ha un improvviso scatto d’ira, forse sono i sensi la via della salvezza. Si erge nella tempesta con la bocca spalancata e una mano tesa al di là del mondo.Cerca uno spazio ricco di terra, il freddo e lo scuotersi del respiro nel suo inguine fondo. D’improvviso una musica, turgida come una pesca nel vino, nel certo e l’incerto. Non vi è più una persona individuale nella mente del tutto satura e si muovono gli arti e il sottile filo dei muscoli e le nervature fragilissime. Il capitano sta fermo, siede o cammina, mangia, parla o tace ? ma il suo riflesso svanisce nel campo della coscienza. Profumo di eucaliptus nell’aria dolce che da la nausea, il cigolio del legname sotto sforzo, sbattuto dai marosi. E’ il momento in cui il suo spirito si scontra con l’incrinatura comprendendo di avere radici nell’infinito. Quasi una sorta di telepatia lo accompagna ai delfini che gli spruzzano a fianco. La sua abilità nel maneggiare la spada, veloce circostanza dove si è disfatto dell’anima, sbarazzato di ogni incombenza, della vita avara e irrazionale che lo ha riempito di incrostazioni. Mansuetudine e tolleranza, forse ha avvertito all’interno la presenza di un nemico segreto e la sua mente è come uno specchio sul quale si riflette ogni pensiero che possa appartenere al suo avversario, egli capisce immediatamente dove e come colpirlo. Non si ha il tempo per opporsi, sottile richiamo dell’orgoglio aperto e chiaro. Solo un istante di titubanza, staccato e rarefatto, come ad indovinare ogni cambiamento.

La vela fragile e l’isola affollata. Il posto dove cogliere l’ultima rosa.

L’acqua s’intorbida e il mare spande la sua calma e il suo fetore di alghe. Lo scafo s’incaglia in un moto declinante e si arresta adagiato su di un fianco compiendo un rito religioso, poi la verdura prolifera e vi cresce dentro intaccando il legno corroso dalla salsedine. E’ il silenzio tonante.

Il capitano indietreggia malfermo, egli è il motore immoto, il dualismo non lo coglie più, è preso da un dolore pieno di sgomento, l’indugio del gustarsi. Si appoggia per non cadere e scivola sempre più nell’invisibile. La nave adesso se ne sta immobile nella fiamma di un minuscolo accendino, non può distinguersi dalla sua superficie. Forse altri quindici giorni passati tra le nuvole, in questa sciocchezza del ritorno.

A casa per l’ora di cena.

Il minestrone fumante che continua a raccontare di noi, la sua parte del fiume e del mare, odore denso di resine.

Riaprire la porta.

Il colibrì morto arrotolato, chiuso nel cassetto della cucina.



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